"Maggio 1901" L'Ora del Mondo
8 maggio 1901, mercoledì – Presiede il Cardinale Giuseppe Prisco
Alla folla giunta fin dalla sera del martedì precedente altra folla si aggiunse al mattino di Mercoledì 8 Maggio, al giungere sempre nuovo di treni e di carrozze. Entrare in Chiesa era ormai una impresa ardua e difficile. Alle ore 10, quando l’Oratore della Vergine di Pompei offriva il divino Sacrificio all’Altare maggiore e le Orfanelle cantavano l’inno alla Regina della Pace, il Santuario di Pompei presentava uno spettacolo degno veramente dei tempi della più viva fede.
Le Messe si succedevano le une alle altre a tutti gli altari, e sembrava che le sacre particole non potessero bastare per tanta moltitudine famelica del Pane degli Angeli.
Alle 11,45 ora in cui doveva recitarsi la Supplica, l’accesso alla Chiesa era divenuto impossibile. Dalla porta maggiore la folla si stendeva fin fuori al porticato, sui gradini e nella Piazza. La cappella dell’antica parrocchia, la cappella di Santa Caterina, l’antica sagrestia col corridoio da cui vi si accede erano anch’esse gremite.
E da tutti questi punti simultaneamente, in un fervore ardente di fede, fu cominciata la Supplica alla Vergine di Pompei, e continuata fra le lagrime, i singhiozzi di tutta quella moltitudine che da Maria solamente aspettava aiuto, conforto, coraggio nelle avversità e nelle afflizioni, e Pace nel cuore.
A Mezzodì
La Prima Benedizione Papale dalla Loggia Papale della Facciata
Terminata la Supplica, ed impartita dal Rev.mo Mons. Errico Marano la solenne Benedizione del Santissimo, la folla, come larga fiumana, dalle tre porte del Tempio si riversa nella Piazza del Santuario.
Qui si dispone occupando non solo la piazza, ma le vicine vie e le terrazze, aspettando il momento solenne in cui dovrà vedere il Cardinal rappresentante il Sommo Pontefice, sulla loggia papale del Santuario, che dovrà dare in nome del Vicario di Cristo la prima volta da quel luogo la Benedizione Apostolica.
Pochi minuti passano in questa aspettazione, quando in distanza si ode un lontano vocio e alcune grida di evviva, cui rispondono i suoni delle campane del Santuario, e quindi la musica dei Figli dei Carcerati intona la Marcia trionfale di Wagner.
Ed ecco apparire alla svolta della Via Sacra le carrozze del Corteo. La folla si addensa presso le vetture. Ispettori, Delegati, guardie e carabinieri non riescono a trattenere il popolo che vuol mirare da vicino il Vicario di Leone XIII pel Santuario mondiale di Pompei.
E l’E.mo Principe, il Cardinale Giuseppe Prisco, col suo consueto benevolo sorriso risponde a tutti, benedicendo. È disceso dalla carrozza, ravvolto nella maestà della porpora, sale il grande scalone che mena alla vasta sala del Secondo Ordine della Facciata. Egli è preceduto dalla Croce astile, dai chierici, dai sacerdoti del Santuario. È fiancheggiato dall’Ill.mo Mons. Alessandro Avv. Carcani suo Vicario pel Santuario di Pompei, dall'Ill.mo Monsignor Lamberti Vescovo di Conversano, dal Fondatore del Santuario, dal Rettore P. Cecchini dei Predicatori; ed è seguito da una corona di Prelati, tra i quali ricordiamo Mons. Enrico Marano, Mons. Achille De Lalla, Mons. Gennaro Strino, Mons. Filippo Sorrentino e dal Primo Cerimoniere della Cattedrale di Napoli, Rev. Don Salvatore Scarpati. Ed ecco allo sguardo delle migliaia di fedeli, raccolti nella Piazza sottoposta e sulle tribune e sui balconi, apparire dalla Loggia papale la veneranda figura del Sacro Principe circondata dalla schiera dei Leviti. Un religioso silenzio si fa in quella moltitudine, e in un attimo tutti si scoprono il capo e tutti reverenti si prostrano in ginocchio. Dall’alto della Loggia, il Rev.mo Mons. D. Sabato Giordano, Protonotario Apostolico Dottore in Sacra Teologia, legge a voce sonora l'annunzio della Benedizione Apostolica:
Eminentissimus ac Reverendissimus in Christo Pater et Dominus, Dominus Ioseph, Tituli Sancti Xysti, Sanctae Romanae Ecclesiae Presbyter Cardinalis Prisco, Dei et Apostolicae Sedis gratia, Archiepiscopus Neapolitanus, nomine et auctoritate Sanctissimi Domini Nostri Leonis Papae Decimitertii, omnibus hic praesentibus vere de peccatis poenitentibus Benedictionem Apostolicam cum plenaria omnium peccatorum Indulgentia impertit.
E quindi il Rev. Sac. D. Giuseppe Morrone ne legge la versione italiana:
L'Eminentissimo e Reverendissimo in Cristo Padre e Signore, il Signor Giuseppe, del titolo di S. Sisto, Prete Cardinale della Santa Romana Chiesa Prisco, per la grazia di Dio e della Sede Apostolica, Arcivescovo di Napoli, in nome ed autorità della Santità di Nostro Signore il Papa Leone Decimoterzo, impartisce la Benedizione Apostolica con l'Indulgenza Plenaria di tutt'i peccati a quanti sono qui presenti, che sono veramente pentiti de' loro peccati.
Dopo di che Sua Eminenza si appresta a leggere la sacra formola. Qui e colà nella folla si vede un rapido picchiar di petti; delle labbra, sotto voce, mormorano l'atto di contrizione, altri pregano mentalmente, e la preghiera lor traluce dagli occhi.
Precibus et meritis Beatae Mariae semper Virginis, beati Michaelis Archangeli, beati Ioannis Baptistae, SS. Apostolorum Petri et Pauli, et omnium Sanctorum, misereatur vestri omnipotens Deus, et dimissis peccatis vestris, perducat vos ad vitam aeternam. R. Amen. Indulgentiam, absolutionem, et remissionem omnium peccatorum vestrorum, spatium verae poenitentiae, cor semper poenitens, et emendationem vitae, perseverantiam in bonis operibus tribuat vobis omnipotens et misericors Deus. R. Amen.
E dall’alto della Loggia Papale le parole della Sacra Benedizione Apostolica si odono, chiare, distinte:
Et benedictio Dei omnipotentis Pa+tris, et Fi+lii, et Spiritus Sancti descendat super vos et maneat semper, Amen.
Le solenni parole della Benedizione scendevano apportatrici di conforti celesti nelle anime, e dall’alto la bianca Immagine della Vergine, mostrando il Rosario, sembrava anch’essa sorridere e benedire. Sublime era lo spettacolo in quel momento. La Facciata sembrava rifulgere di nuova luce, e nel centro la Loggia Papale era tutta un fulgore. Le due preziose colonne di marmo rosso di Finlandia avevano al sole uno scintillio roseo, azzurro, dorato; non sembravano più di marmo, ma di pietre preziose fuse in un mirabile insieme. E rilucevano i capitelli, le due grandi colonne, e gli archi, mentre sul timpano maggiore lo scudo del nostro amato Pontefice si mostrava radioso, baciato dal sole, augurio di speranza e di sicura Pace Universale. Quando Sua Eminenza pronunziò commosso le ultime parole, benedicendo in nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo, tutte quelle migliaia di persone si segnarono del segno della Croce. E in tutti i cuori surse una speranza, la speranza di vedere un giorno su quella Loggia il Capo di tutta la Cristianità in persona benedire i popoli dell’universo. Questo avvenimento non è forse lontano. Milioni e milioni di firme ci giungono ogni giorno in attestato del Plebiscito del mondo per la Pace Universale; ma più che le firme dei mortali, per noi è arra di sicura pace la suprema gloria che darà il Capo della Chiesa militante alla Regina del Santo Rosario, quando apporrà l’ultima gemma alla immortale corona con la Definizione dommatica dell’Assunzione sua gloriosissima. Quel giorno tanto aspettato e tanto desiderato sarà il degno compimento dell’Opera pompeiana. E dall’alto della Loggia Papale Colui che ha la suprema autorità conferitagli da Cristo, potrà benedire i suoi figliuoli della terra tutta, convertiti e tornati a Dio per intercessione della Vergine del Rosario di Pompei.
*La Supplica nel Santuario
L' 8 Maggio 1876 — L' 8 Maggio 1901 - Venticinque anni oggi si compiono da che io scriveva pure un programma. Era il primo, ed era, come questo che vo dettando, un programma d'invito: ma un invito ristretto soltanto ai napoletani, anzi a talune poche famiglie tra le più cospicue di quella città. Allora sarei stato dichiarato al tutto folle, come già fui reputato fantastico, se avessi detto che un giorno, e non del tutto lontano, il mio invito si sarebbe diffuso per l'Italia e per le nazioni straniere.
Era il 7 Maggio 1876, ed io, recandomi casa per casa, invitai quelle famiglie di signori napoletani che aveva potuto associarmi nel corso di tre mesi alla nuova e futura Opera Pompeiana. Li pregava che nel giorno seguente, 8 di Maggio, venissero ad assistere alla nostra umile festa religiosa, che avremmo celebrata in aperta campagna, per la sacra cerimonia l'andare di chi sa quanti anni, sarebbe stato per edificarsi sulla terra di Pompei pel bene spirituale di questi poveri contadini, i quali oltre ad una cadente e indecorosa ed insufficiente cappelluccia parrocchiale, non avevano un tetto sotto cui raccogliersi ad adorare il Signore.
A tanto erano limitate le nostre idee nello accingerci all'impresa, tanto circoscritte le nostre speranze.
E vennero qui circa trecento tra signori e dame napoletane in quel giorno ottavo di Maggio. E allo scoperto cielo, innanzi a una Croce piantata sulle smosse zolle coperte di erbe ancora bagnate dalla pioggia caduta la sera innanzi, ci prostrammo e adorammo il Signore. E qui, sotto la volta azzurra di limpido cielo, salutata dai raggi di un purissimo sole, rimpetto alla maestosa bellezza del Vesuvio che sotterrò col lapillo la città voluttuosa, in vista dell'Anfiteatro Pompeiano che ricorda ancora scene di sangue e di feroce voluttà pagana, venne consacrata e fu posta dal Pastore della Diocesi di Nola la prima pietra di questa Opera, che contro ogni previsione di uomo era prestabilita a divenire gigantesca, universale, divina, e apportatrice di Pace a tutta la terra. Quella prima pietra era collocata, per inscrutabile ordinamento celeste, a pietra angolare di un Santuario che in pochi anni sarebbe divenuto mondiale e Pontificio, e dove il concorso di tutti i popoli della terra avrebbe risposto ad un altro invito, a quello cioè che la Vergine Madre fa agli uomini tutti, per mezzo delle sue grazie per affratellarli insieme coi vincoli di carità e di pace.
Oh come è dolce il ricordare i primi giorni di questa fondazione! Le prime pietre per le fondazioni di questo tempio avemmo la fortuna di portarle noi sulle nostre spalle!...
A quelle ruvide pietre, a quegli scabri sassi, cavati da una preistorica lava vesuviana, quella medesima lava su cui fu fabbricata l'antica Pompei, seguirono i doni di oro, di argento e di gemme che giunsero qui da ogni lido, e che oggi adornano l'interno del Santuario e fanno brillare dei colori dell'iride il diadema e il regale manto della Regina delle Vittorie.
Oggi, al compiersi dei venticinque anni da quel giorno, incancellabile nella storia della civiltà e della Chiesa, lo ripeto per lo stesso giorno degli 8 Maggio quell'invito, ma con parole di sommo giubilo e con più alti intendimenti, e non a trecento anime elette di Napoli, sì invece a tutte le anime elette del globo:
— Fratelli e sorelle! noi siamo vicini ad offrire al Signore del Cielo la sua Casa che gli abbiamo fabbricata sulla terra. Che onore per gli uomini edificare sul luogo dell'esilio la Casa ove Iddio abita con essi, e dove il Re celeste conversa con le sue creature, ne riceve le suppliche, ne asciuga le lagrime, conforta i cuori col perdono e la pace, gl'invita alla sua mensa, e col Pane della Vita li conforta ad aprirsi la via del cielo. Venite adunque, adorate ed esultate nel Signore.
Quaranta giorni ancora ci separano da quel dì; e il mondo, che converrà in quel giorno a Pompei, vedrà questa Casa dell’Altissimo, questa Reggia della Regina delle Vittorie sfolgorante di tutte le perfezioni, illuminata dal radioso sole di Maggio del primo anno del Secolo Ventesimo, Anno Giubilare del Santuario Pompeiano.
Sì, il mondo sarà in quel giorno a Pompei, e vi sarà coi sospiri, coi voti di milioni e milioni di cuori, e con i rappresentanti di tutti i popoli della terra; e stupirà e si rallegrerà insieme alla vista del Monumento glorioso che porterà ai secoli venturi la memoria e l'attestato indelebile e imperituro della nostra Fede, della nostra Carità.
Questo Santuario non gigantesco per mole, ma a ragione della sua importanza storica, religiosa ed artistica, e per essere stato edificato col concorso del Mondo, e perché tutta la terra lo riguarda come il suo faro di luce nelle burrasche tenebrose della vita e ad esso ricorre, ben può dirsi che sovrasta come gigante a tutti gli altri monumenti contemporanei. Esso è la più solenne protesta contro i deliri della corruzione e i sofismi della miscredenza, del materialismo, per cui il secolo Decimonono pareva irrevocabilmente condannato a morire nell'indifferentismo e nella negazione di Dio.
Esso ha tratto a sé il mondo, scotendolo con benefico ridestamento alla Fede e alla Carità, irraggiando iride di pace nei cuori presso a disperare, e infondendo coraggio nelle anime abbattute e trepidanti.
Ed esso ha sollevato l'Arte, rimettendola sulla vera e naturale sua via, di glorificare il Cielo; poichè nel Santuario Pompeiano l'Architettura, la Musica, la Pittura, la Scultura hanno trovato un regale asilo, da cui si sono potute mostrare quali esse sono; cioè le divine confortatrici dell'uomo, le ispiratrici dei più nobili, puri e soavi sentimenti dell'animo.
Ma ciò non è tutto. Quest'Opera, dopo venticinque anni della sua prima origine, manda oggi nuovi e letificanti splendori sulla civiltà e sulla Chiesa.
(Autore: B.L.)