Beate dell'Ordine Domenicano
Il Santuario > Glorie Domenicane
*Agnese di Gesù de Langeac *Amata di Bologna *Anna degli Angeli Monteagudo *Benvenuta Boiani *Caterina da Montenegro *Caterina Mattei da Racconigi *Caterina Jarrige *Cecilia Cesarini *Chiara Gambacorti *Colomba da Rieti *Diana degli Andalò *Emilia Bicchieri *Eufemia Domitilla *Giovanna da Orvieto *Giovanna d'Aza *Giovanna di Portogallo *Giulia Rodzinska *Imelda Lambertini *Ingrid Elofsdotter di Skanninge *Lucia da Narni *Maddalena Panattieri *Margherita di Città Castello *Margherita di Savoia *Margherita Ebner *Maria Bartolomea Bagnesi *Maria Poussepin *Osanna Andreasi *Sibillina Biscossi *Stefana Quinzani
Le Puy-en-Velay, 17 novembre 1602 - Langeac, 19 ottobre 1634
Entrò prima nel Terz'Ordine e poi nel 1623 nel monastero di Langeac. Riconosciute le sue virtù, fu presto maestra delle novizie e poi priora.
La fama di santità e gli uffici delicati da lei ricoperti le attirarono non solo lodi, ma anche calunnie e invidie, perciò nel 1631 fu destituita da priora.
Accettò con grande serenità tutte queste ingiuste sofferenze offrendole a Dio perché in Francia fossero applicati i decreti del Concilio di Trento sulla formazione del clero.
Ricevette dalla Vergine la missione di pregare per l'abate di Prébac, che lei conobbe solo dopo alcuni anni: si trattava di J. J. Olier, che lo Spirito Santo suscitò per la fondazione dei primi seminari in Francia. A lui comunicò il suo segreto: l'intima unione con Dio.
Etimologia: Agnese = pura, casta, dal greco
Martirologio Romano: A Langeac lungo il fiume Allier in Francia, Beata Agnese di Gesù Galand, vergine dell’Ordine dei Predicatori, che, priora del convento, rifulse nell’ardente amore per Gesù Cristo e nella dedizione alla Chiesa, offrendo continue preghiere e penitenze per i suoi pastori.
Agnese nacque il 17 novembre 1602 in una famiglia di sette figli a Le Puy – en – Velay dove il padre gestiva una bottega di coltelli.
La città, fin dal medioevo, è un centro di pellegrinaggi mariani tra i principali della Francia.
Agnese crebbe perciò educata nella preghiera e a sette anni si consacrò a Maria, come sua schiava d’amore.
A nove anni prese a recitare l’ufficio quotidiano in onore dello Spirito Santo.
Nel 1621 divenne sorella nell’Ordine della Penitenza di San Domenico e nel 1623 fu accettata come Monaca Conversa nel Monastero di Santa Caterina da Siena, edificato in quell’anno nella cittadina di Langeac. Esso apparteneva con altri trentuno al movimento di riforma inaugurato nel sud della Francia da Padre Sebastiano Michaelis.
Nel 1625, nella festa della Purificazione della B. V. Maria emise la Professione Solenne in qualità di Monaca Corista. Fu Maestra delle Novizie e due volte priora.
A imitazione della mistica maestra di Siena, visse appassionata di Cristo e della Chiesa.
Ispirata da Maria pregò e soffri per il giovane ecclesiastico Giovanni Giacomo Olier, facendogli conoscere di essere chiamato a fondare i primi Seminari in Francia.
Gli ultimi tre anni della sua breve vita, amareggiata da diffamazioni invidiose, che la fecero rimuovere da l’ufficio di Priora, furono da lei offerti in sacrifici spirituali per la futura Congregazione dei Preti di San Sulpizio, istituita da Olier.
Tenne un quotidiano rapporto con il suo angelo custode. Morì il 19 ottobre 1634. Il suo corpo è conservato nel Monastero di Langeac.
Papa Giovanni Paolo II il 20 novembre 1994 l’ha beatificata assieme a Padre Giacinto Cormier, Maestro Generale dal 1832 al 1916, il quale riconobbe di dovere la sua vocazione alle preghiere di Madre Agnese di Gesù.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
La fama di santità e gli uffici delicati da lei ricoperti le attirarono non solo lodi, ma anche calunnie e invidie, perciò nel 1631 fu destituita da priora.
Accettò con grande serenità tutte queste ingiuste sofferenze offrendole a Dio perché in Francia fossero applicati i decreti del Concilio di Trento sulla formazione del clero.
Ricevette dalla Vergine la missione di pregare per l'abate di Prébac, che lei conobbe solo dopo alcuni anni: si trattava di J. J. Olier, che lo Spirito Santo suscitò per la fondazione dei primi seminari in Francia. A lui comunicò il suo segreto: l'intima unione con Dio.
Etimologia: Agnese = pura, casta, dal greco
Martirologio Romano: A Langeac lungo il fiume Allier in Francia, Beata Agnese di Gesù Galand, vergine dell’Ordine dei Predicatori, che, priora del convento, rifulse nell’ardente amore per Gesù Cristo e nella dedizione alla Chiesa, offrendo continue preghiere e penitenze per i suoi pastori.
Agnese nacque il 17 novembre 1602 in una famiglia di sette figli a Le Puy – en – Velay dove il padre gestiva una bottega di coltelli.
La città, fin dal medioevo, è un centro di pellegrinaggi mariani tra i principali della Francia.
Agnese crebbe perciò educata nella preghiera e a sette anni si consacrò a Maria, come sua schiava d’amore.
A nove anni prese a recitare l’ufficio quotidiano in onore dello Spirito Santo.
Nel 1621 divenne sorella nell’Ordine della Penitenza di San Domenico e nel 1623 fu accettata come Monaca Conversa nel Monastero di Santa Caterina da Siena, edificato in quell’anno nella cittadina di Langeac. Esso apparteneva con altri trentuno al movimento di riforma inaugurato nel sud della Francia da Padre Sebastiano Michaelis.
Nel 1625, nella festa della Purificazione della B. V. Maria emise la Professione Solenne in qualità di Monaca Corista. Fu Maestra delle Novizie e due volte priora.
A imitazione della mistica maestra di Siena, visse appassionata di Cristo e della Chiesa.
Ispirata da Maria pregò e soffri per il giovane ecclesiastico Giovanni Giacomo Olier, facendogli conoscere di essere chiamato a fondare i primi Seminari in Francia.
Gli ultimi tre anni della sua breve vita, amareggiata da diffamazioni invidiose, che la fecero rimuovere da l’ufficio di Priora, furono da lei offerti in sacrifici spirituali per la futura Congregazione dei Preti di San Sulpizio, istituita da Olier.
Tenne un quotidiano rapporto con il suo angelo custode. Morì il 19 ottobre 1634. Il suo corpo è conservato nel Monastero di Langeac.
Papa Giovanni Paolo II il 20 novembre 1994 l’ha beatificata assieme a Padre Giacinto Cormier, Maestro Generale dal 1832 al 1916, il quale riconobbe di dovere la sua vocazione alle preghiere di Madre Agnese di Gesù.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nella traslazione e ricognizione delle reliquie di Diana d'Andalò, fatta nel 1510 nel monastero bolognese di Sant'Agnese, si trovarono nella medesima tomba tre corpi, due dei quali furono attribuiti rispettivamente a Diana e a Cecilia.
Il terzo, che allora non fu identificato, nella traslazione successiva (1584) fu attribuito a suor Amata, presunta monaca venuta con altre sorelle nel 1224, su invito del Beato Giordano di Sassonia, da San Sisto a Sant'Agnese per stabilirvi la vita domenicana. Tale identificazione, evidentemente fondata su Galvano Fiamma, manca di qualsiasi conferma.
Il culto di Diana, Cecilia e Amata fu approvato il 24 dicembre 1891 da Leone XIII e la loro festa stabilita al 9 giugno.
I corpi delle beate si conservano tuttora nel monastero di Sant' Agnese di Bologna.
Diamo ora la biografia di Amata.
La sua figura è tuttora avvolta da gravi incertezze. Nei Miracula di suor Cecilia si parla di una donna ossessa, che frequentava il monastero romano di S. Sisto e che San Domenico la liberò dal demonio: "Ad essa Domenico diede il nome di sorella Amata.
Poco tempo dopo, nel corso di un viaggio da lei compiuto alla tomba dell'apostolo San Giacomo (Compostella), Amata fece visita a suor Cecilia ed alle sue consorelle le quali, su ordine del signor Papa erano venute a Sant' Agnese di Bologna e si mostrò con esse piena di letizia".
Amata non risulta quindi monaca, ma una pia donna miracolata da Domenico e vincolata da gratitudine alle figlie spirituali del Santo.
Il primo storiografo che la presenti come monaca in Roma è Galvano Fiamma (m. 1344) nella sua Chronica minor: "Il Beato Domenico in una pubblica predicazione scacciò da una donna sette demoni e costei, entrata nel monastero di San Sisto, fu chiamata suor Amata".
(Autore: Angelico Ferrua - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Il terzo, che allora non fu identificato, nella traslazione successiva (1584) fu attribuito a suor Amata, presunta monaca venuta con altre sorelle nel 1224, su invito del Beato Giordano di Sassonia, da San Sisto a Sant'Agnese per stabilirvi la vita domenicana. Tale identificazione, evidentemente fondata su Galvano Fiamma, manca di qualsiasi conferma.
Il culto di Diana, Cecilia e Amata fu approvato il 24 dicembre 1891 da Leone XIII e la loro festa stabilita al 9 giugno.
I corpi delle beate si conservano tuttora nel monastero di Sant' Agnese di Bologna.
Diamo ora la biografia di Amata.
La sua figura è tuttora avvolta da gravi incertezze. Nei Miracula di suor Cecilia si parla di una donna ossessa, che frequentava il monastero romano di S. Sisto e che San Domenico la liberò dal demonio: "Ad essa Domenico diede il nome di sorella Amata.
Poco tempo dopo, nel corso di un viaggio da lei compiuto alla tomba dell'apostolo San Giacomo (Compostella), Amata fece visita a suor Cecilia ed alle sue consorelle le quali, su ordine del signor Papa erano venute a Sant' Agnese di Bologna e si mostrò con esse piena di letizia".
Amata non risulta quindi monaca, ma una pia donna miracolata da Domenico e vincolata da gratitudine alle figlie spirituali del Santo.
Il primo storiografo che la presenti come monaca in Roma è Galvano Fiamma (m. 1344) nella sua Chronica minor: "Il Beato Domenico in una pubblica predicazione scacciò da una donna sette demoni e costei, entrata nel monastero di San Sisto, fu chiamata suor Amata".
(Autore: Angelico Ferrua - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Arequipa, 1602 - 10 gennaio 1686
La Beata Anna de Los Angeles trascorse quasi settant'anni nel monastero domenicano di Arequipa, in Perù. Tutta dedita al servizio divino, fu come un angelo del buon consiglio per il suo popolo.
Morì il 10.01.1686 e fu beatificata il 2 febbraio 1985.
I suoi resti riposano ad Arequipa, nel monastero di Santa Caterina da Siena.
Martirologio Romano: Ad Arequipa in Perù, Beata Anna degli Angeli Monteagudo, Vergine dell’Ordine dei Predicatori, che con il dono del consiglio e con la profezia si adoperò generosamente per il bene di tutta la città.
Anna Monteagudo Ponce de Leòn nacque ad Arequipa, in Perù nel 1602 dallo spagnolo Sebastiàn Monteagudo de la Jara e da una donna di Arequipa, Francisca Ponce de Leòn.
All’età di tre anni i genitori la affidarono al monastero domenicano di Santa Caterina perché vi fosse educata.
Ritornata a casa, a 14 anni, dopo un anno di permanenza in famiglia, nel 1618, volle tornare al monastero, nonostante l’opposizione paterna, per compiervi il noviziato, con il nome di Anna de lo Angeles.
Nel monastero, fino al 1632, esercitò gli uffici di Sacrestana, poi, fino al 1645, di Maestra delle Novizie, e infine fino al 1647 di Priora.
Fu sempre esemplare nella preghiera e nella carità, sia dentro che fuori il monastero, prodigandosi nel consiglio e nello spirito missionario, con grande misericordia anche verso le anime del purgatorio. Fu fedele alle osservanze conventuali, con costanza, maturità ed equilibrio. Dopo dieci anni di malattia, che la ridusse paralitica e cieca, morì il 10.1.1686, all’età di 84 anni.
Già in vita godette fama di santità. Papa Giovanni Paolo II l’ ha proclamata Beata il 2.1.1985 durante il suo viaggio in Perù.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
La Beata Anna de Los Angeles trascorse quasi settant'anni nel monastero domenicano di Arequipa, in Perù. Tutta dedita al servizio divino, fu come un angelo del buon consiglio per il suo popolo.
Morì il 10.01.1686 e fu beatificata il 2 febbraio 1985.
I suoi resti riposano ad Arequipa, nel monastero di Santa Caterina da Siena.
Martirologio Romano: Ad Arequipa in Perù, Beata Anna degli Angeli Monteagudo, Vergine dell’Ordine dei Predicatori, che con il dono del consiglio e con la profezia si adoperò generosamente per il bene di tutta la città.
Anna Monteagudo Ponce de Leòn nacque ad Arequipa, in Perù nel 1602 dallo spagnolo Sebastiàn Monteagudo de la Jara e da una donna di Arequipa, Francisca Ponce de Leòn.
All’età di tre anni i genitori la affidarono al monastero domenicano di Santa Caterina perché vi fosse educata.
Ritornata a casa, a 14 anni, dopo un anno di permanenza in famiglia, nel 1618, volle tornare al monastero, nonostante l’opposizione paterna, per compiervi il noviziato, con il nome di Anna de lo Angeles.
Nel monastero, fino al 1632, esercitò gli uffici di Sacrestana, poi, fino al 1645, di Maestra delle Novizie, e infine fino al 1647 di Priora.
Fu sempre esemplare nella preghiera e nella carità, sia dentro che fuori il monastero, prodigandosi nel consiglio e nello spirito missionario, con grande misericordia anche verso le anime del purgatorio. Fu fedele alle osservanze conventuali, con costanza, maturità ed equilibrio. Dopo dieci anni di malattia, che la ridusse paralitica e cieca, morì il 10.1.1686, all’età di 84 anni.
Già in vita godette fama di santità. Papa Giovanni Paolo II l’ ha proclamata Beata il 2.1.1985 durante il suo viaggio in Perù.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
*Beata Benvenuta Boiani - Domenicana
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Kebeza, 1493 - Kotor, 1565
Nata nel Montenegro da genitori ortodossi, trascorse l'adolescenza pascolando il gregge della sua famiglia. Fattasi cattolica entrò nel Terz'Ordine domenicano, visse da reclusa per 51 anni offrendo la sua vita per la salvezza del mondo. Morì a Cattaro (Kotor) nella cui chiesa di S. Maria è venerato il corpo.
Martirologio Romano: A Cattaro nel Montenegro, beata Caterina, vergine, che, battezzata nella Chiesa ortodossa, entrò nell’Ordine della Penitenza di San Domenico assumendo il nome di Osanna; visse in clausura per cinquantuno anni immersa nella divina contemplazione e dedita alla preghiera di intercessione per il popolo cristiano durante l’invasione turca.
La vita di questa Beata ha un incanto tutto particolare. Nata nel 1493 da umilissimi genitori ortodossi a Kebeza, in seno allo scisma greco, al battesimo le fu imposto il nome di Caterina.
Piccola pastorella, rapita dalla bellezza dei magnifici panorami del suo Montenegro, s’innamora del Creatore di tante meraviglie e, con insolito ardore, gli va chiedendo che si mostri a lei.
E là, nella solitudine dei monti, Gesù le appare prima, tenero bimbo, e poi Crocifisso, imprimendo nel suo vergine cuore un sigillo indelebile.
Collocata in seguito a Kotor come serva presso la famiglia di un Senatore, ottimo cattolico, ha modo d’istruirsi nella vera fede e di ricevere i Sacramenti.
Conosciuti i Domenicani, a ventidue anni prende una decisione eroica: rendersi reclusa per sempre, prendendo l’Abito e la Regola del Terz’Ordine di San Domenico.
Con l’Abito di Terziaria assunse anche il nome di Osanna, in memoria di un’altra illustre Terziaria, Osanna da Mantova.
E così, murata in una celletta, accanto alla chiesa di S. Paolo, retta dai Domenicani, visse nella contemplazione dei dolori di Gesù e nella completa immolazione di se stessa.
Fu anche maestra di santità a innumerevoli anime, ma soprattutto fu l’angelo tutelare di Kotor.
Morì il 27 aprile 1565.
Il suo corpo riposa nella chiesa di Santa Maria a Kotor.
Papa Pio XI il 21 dicembre 1927 ha ratificato il culto, invocandone l’intercessione per l’unità dei cristiani.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nata nel Montenegro da genitori ortodossi, trascorse l'adolescenza pascolando il gregge della sua famiglia. Fattasi cattolica entrò nel Terz'Ordine domenicano, visse da reclusa per 51 anni offrendo la sua vita per la salvezza del mondo. Morì a Cattaro (Kotor) nella cui chiesa di S. Maria è venerato il corpo.
Martirologio Romano: A Cattaro nel Montenegro, beata Caterina, vergine, che, battezzata nella Chiesa ortodossa, entrò nell’Ordine della Penitenza di San Domenico assumendo il nome di Osanna; visse in clausura per cinquantuno anni immersa nella divina contemplazione e dedita alla preghiera di intercessione per il popolo cristiano durante l’invasione turca.
La vita di questa Beata ha un incanto tutto particolare. Nata nel 1493 da umilissimi genitori ortodossi a Kebeza, in seno allo scisma greco, al battesimo le fu imposto il nome di Caterina.
Piccola pastorella, rapita dalla bellezza dei magnifici panorami del suo Montenegro, s’innamora del Creatore di tante meraviglie e, con insolito ardore, gli va chiedendo che si mostri a lei.
E là, nella solitudine dei monti, Gesù le appare prima, tenero bimbo, e poi Crocifisso, imprimendo nel suo vergine cuore un sigillo indelebile.
Collocata in seguito a Kotor come serva presso la famiglia di un Senatore, ottimo cattolico, ha modo d’istruirsi nella vera fede e di ricevere i Sacramenti.
Conosciuti i Domenicani, a ventidue anni prende una decisione eroica: rendersi reclusa per sempre, prendendo l’Abito e la Regola del Terz’Ordine di San Domenico.
Con l’Abito di Terziaria assunse anche il nome di Osanna, in memoria di un’altra illustre Terziaria, Osanna da Mantova.
E così, murata in una celletta, accanto alla chiesa di S. Paolo, retta dai Domenicani, visse nella contemplazione dei dolori di Gesù e nella completa immolazione di se stessa.
Fu anche maestra di santità a innumerevoli anime, ma soprattutto fu l’angelo tutelare di Kotor.
Morì il 27 aprile 1565.
Il suo corpo riposa nella chiesa di Santa Maria a Kotor.
Papa Pio XI il 21 dicembre 1927 ha ratificato il culto, invocandone l’intercessione per l’unità dei cristiani.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
*Beata Caterina Mattei da Racconigi - Domenicana (4 Settembre)
Racconigi, Cuneo, giugno 1486 - Caramagna Piemonte, Cuneo, 4 settembre1547
Nacque da una semplice famiglia di Racconigi, nel Cuneese, nel giugno del 1486.
Attratta dalla vita religiosa comincia da piccola a lavorare come tessitrice di nastri, ma a 23 anni, inizia a frequentare un piccolo convento domenicano e si pone sotto la direzione spirituale del famoso predicatore Domenico Onesti di Bra.
Nota per la sua intensa vita di preghiera finisce coll'essere al centro di tante voci, tra chi le addebita fatti soprannaturali e chi parla di esibizionismo.
Viene così convocata (siamo nel 1512) davanti al tribunale vescovile di Torino. Scagionata, a 28 anni, nel 1514, viene accolta dall'ordine domenicano come terziaria a Racconigi.
Ma nel 1523 ne viene allontanata perchè seguace del Savonarola e si stabilisce nella vicina Caramagna dove muore il 4 settembre del 1547.
È stata proclamata Beata da Pio VII nel 1808. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Caramagna in Piemonte, Beata Caterina Mattei, vergine, suora della Penitenza di San Domenico, che sopportò con mirabile carità e abbondanza di virtù la costante infermità, le calunnie degli uomini e ogni tentazione.
Nasce dal fabbro Giorgio Mattei e da sua moglie Billia Ferrari, che prima di lei hanno già avuto cinque figli maschi.
La città nativa, Racconigi, governata da un ramo cadetto dei Savoia, è importante nell’industria di trasformazione: in campagna si ottengono dai bachi i bozzoli di seta, che vengono poi lavorati nelle filande della città.
Tra le operaie c’è anche Caterina Mattei, apprezzata come tessitrice di nastri.
Sembra che per la pratica religiosa lei abbia fatto capo dapprima a una comunità locale di Serviti.
Nel 1509, poi, a 23 anni, incomincia a frequentare un piccolo convento domenicano (istituito da Claudio di Savoia, signore di Racconigi) e si pone sotto la direzione spirituale di un predicatore illustre: padre Domenico Onesti di Bra.
Ma abbastanza presto intorno a lei cominciano a girare voci.
Essendo nota la sua intensa vita di preghiera, alcuni parlano di fatti soprannaturali che accompagnerebbero queste devozioni, magari riferendo o travisando parole sue.
Altri invece parlano di esibizionismo, o peggio.
Sicché nel 1512 si intima alla filatrice di comparire davanti al Tribunale vescovile a Torino.
Caterina va, ascolta, risponde, dopodiché ritorna in città, scagionata e tranquilla.
Nel 1514, poi, a 28 anni, l’Ordine domenicano l’accoglie canonicamente come terziaria in Racconigi: al rito è presente Claudio di Savoia.
Però non è finita.
Lei, naturalmente, si va sempre più conformando alla spiritualità domenicana del tempo, con tutta la sua “savonaroliana” tensione verso la riforma della Chiesa dall’interno (fra Girolamo è andato al supplizio in Firenze quando Caterina aveva 12 anni).
A tutto questo si va poi a mescolare l’additivo della conflittualità frequente tra Ordini religiosi, che insieme arriva a dividere i fedeli, a preoccupare i governanti...
Risultato: nel 1523, Caterina Mattei riceve l’ordine di andarsene dalla sua Racconigi: così ha stabilito Bernardino I di Savoia, successore di Claudio, trattandola da pericolo pubblico.
Lei si stabilisce nel vicino paese di Caramagna, facendo vita comune con altre due terziarie.
Per qualche tempo anche ai Domenicani è proibito visitarle.
Ma intanto parlano di lei in lungo e in largo i predicatori che girano l’Italia.
Così la sua fama arriva anche a Mirandola, nel Modenese, a un illustre personaggio del laicato cattolico impegnato nella riforma della Chiesa dall’interno: il conte Francesco Pico (nipote e biografo del famosissimo Giovanni Pico della Mirandola).
È l’uomo che per il concilio Lateranense V (1512-17) ha presentato a Papa Leone X un progetto di riforma dei costumi nella Chiesa.
Anche lui si interessa a Caterina, prima scrivendole e poi incontrandola più volte, in Piemonte e in Emilia.
Scriverà anche una sua biografia, soffermandosi sui fenomeni di “illuminazione” dei quali lei gli parlava.
Caterina muore nella casa di Caramagna.
Ma il suo corpo – come lei ha disposto – viene trasferito a Garessio (Cn), patria del domenicano Pietro Martire Morelli, che è stato il suo ultimo confessore.
E a Garessio si trova tuttora, nella chiesa di Maria Vergine Assunta.
Nella sua nativa Racconigi vive e opera tuttora la Confraternita Beata Caterina, e annualmente se ne celebra il ricordo nella chiesa a lei dedicata. Papa Pio VII l’ha proclamata Beata nel 1808.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nacque da una semplice famiglia di Racconigi, nel Cuneese, nel giugno del 1486.
Attratta dalla vita religiosa comincia da piccola a lavorare come tessitrice di nastri, ma a 23 anni, inizia a frequentare un piccolo convento domenicano e si pone sotto la direzione spirituale del famoso predicatore Domenico Onesti di Bra.
Nota per la sua intensa vita di preghiera finisce coll'essere al centro di tante voci, tra chi le addebita fatti soprannaturali e chi parla di esibizionismo.
Viene così convocata (siamo nel 1512) davanti al tribunale vescovile di Torino. Scagionata, a 28 anni, nel 1514, viene accolta dall'ordine domenicano come terziaria a Racconigi.
Ma nel 1523 ne viene allontanata perchè seguace del Savonarola e si stabilisce nella vicina Caramagna dove muore il 4 settembre del 1547.
È stata proclamata Beata da Pio VII nel 1808. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Caramagna in Piemonte, Beata Caterina Mattei, vergine, suora della Penitenza di San Domenico, che sopportò con mirabile carità e abbondanza di virtù la costante infermità, le calunnie degli uomini e ogni tentazione.
Nasce dal fabbro Giorgio Mattei e da sua moglie Billia Ferrari, che prima di lei hanno già avuto cinque figli maschi.
La città nativa, Racconigi, governata da un ramo cadetto dei Savoia, è importante nell’industria di trasformazione: in campagna si ottengono dai bachi i bozzoli di seta, che vengono poi lavorati nelle filande della città.
Tra le operaie c’è anche Caterina Mattei, apprezzata come tessitrice di nastri.
Sembra che per la pratica religiosa lei abbia fatto capo dapprima a una comunità locale di Serviti.
Nel 1509, poi, a 23 anni, incomincia a frequentare un piccolo convento domenicano (istituito da Claudio di Savoia, signore di Racconigi) e si pone sotto la direzione spirituale di un predicatore illustre: padre Domenico Onesti di Bra.
Ma abbastanza presto intorno a lei cominciano a girare voci.
Essendo nota la sua intensa vita di preghiera, alcuni parlano di fatti soprannaturali che accompagnerebbero queste devozioni, magari riferendo o travisando parole sue.
Altri invece parlano di esibizionismo, o peggio.
Sicché nel 1512 si intima alla filatrice di comparire davanti al Tribunale vescovile a Torino.
Caterina va, ascolta, risponde, dopodiché ritorna in città, scagionata e tranquilla.
Nel 1514, poi, a 28 anni, l’Ordine domenicano l’accoglie canonicamente come terziaria in Racconigi: al rito è presente Claudio di Savoia.
Però non è finita.
Lei, naturalmente, si va sempre più conformando alla spiritualità domenicana del tempo, con tutta la sua “savonaroliana” tensione verso la riforma della Chiesa dall’interno (fra Girolamo è andato al supplizio in Firenze quando Caterina aveva 12 anni).
A tutto questo si va poi a mescolare l’additivo della conflittualità frequente tra Ordini religiosi, che insieme arriva a dividere i fedeli, a preoccupare i governanti...
Risultato: nel 1523, Caterina Mattei riceve l’ordine di andarsene dalla sua Racconigi: così ha stabilito Bernardino I di Savoia, successore di Claudio, trattandola da pericolo pubblico.
Lei si stabilisce nel vicino paese di Caramagna, facendo vita comune con altre due terziarie.
Per qualche tempo anche ai Domenicani è proibito visitarle.
Ma intanto parlano di lei in lungo e in largo i predicatori che girano l’Italia.
Così la sua fama arriva anche a Mirandola, nel Modenese, a un illustre personaggio del laicato cattolico impegnato nella riforma della Chiesa dall’interno: il conte Francesco Pico (nipote e biografo del famosissimo Giovanni Pico della Mirandola).
È l’uomo che per il concilio Lateranense V (1512-17) ha presentato a Papa Leone X un progetto di riforma dei costumi nella Chiesa.
Anche lui si interessa a Caterina, prima scrivendole e poi incontrandola più volte, in Piemonte e in Emilia.
Scriverà anche una sua biografia, soffermandosi sui fenomeni di “illuminazione” dei quali lei gli parlava.
Caterina muore nella casa di Caramagna.
Ma il suo corpo – come lei ha disposto – viene trasferito a Garessio (Cn), patria del domenicano Pietro Martire Morelli, che è stato il suo ultimo confessore.
E a Garessio si trova tuttora, nella chiesa di Maria Vergine Assunta.
Nella sua nativa Racconigi vive e opera tuttora la Confraternita Beata Caterina, e annualmente se ne celebra il ricordo nella chiesa a lei dedicata. Papa Pio VII l’ha proclamata Beata nel 1808.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Domus, 1754 - Mauriac, 4 luglio 1836
Nel 1789, durante la Rivoluzione Francese aiutò molti sacerdoti che non avevano aderito alla costituzione civile del clero, provvedendo loro con un rifugio, viveri, ma soprattutto trovando il pane e il vino necessari per la celebrazione del sacrificio eucaristico.
Li prelevava di notte, nascosti nelle foreste della valle d’Auze, e li accompagnava nelle famiglie dove si richiedeva l’amministrazione dei Sacramenti.
Nel 1794 fu processata ed imprigionata. Fu liberata grazie ad un insurrezione popolare. Del resto non temeva di morire e affermava che sulla ghigliottina avrebbe ballato come negli anni giovanili. Accolta nel Terz’Ordine dei Predicatori, imitò Santa Caterina da Siena, soprattutto con un intenso amore per l’Eucaristia e la difesa dei suoi ministri perseguitati, intrepida nella confessione di fede e di amore per la Chiesa.
Martirologio Romano: A Mauriac presso il monte Cantal in Francia, beata Caterina Jarrige, vergine, che, membro del Terz’Ordine di San Domenico, rifulse nell’aiuto ai poveri e ai malati; al tempo della rivoluzione francese, difese con ogni mezzo i sacerdoti dai rivoltosi che l rivoltosi che li ricercavano e si recò a far loro visita in carcere.
“Catinon - Menette” (Caterina la monaca) fu il nome che gli abitanti delle zone francesi in cui operava le avevano dato; anticipatrice della laicità attiva nel campo religioso, contemporanea a quel vasto fenomeno che vide sia in Italia, in particolare a Napoli, sia in Francia, il proliferare delle cosiddette ‘monache di casa’, donne votate alla vita religiosa ma vivendo nel mondo laico, il più delle volte nella propria casa.
Nacque a Doumis (Cantal) il 4 ottobre 1754 da Pietro Jarrige e Maria Célarier, settima ed ultima figlia, non aveva ancora dieci anni che dovette adattarsi a fare la domestica, poi passò al lavoro di merletto; il suo carattere vivace la spinse per un certo tempo ad una vita più mondana e frivola pur mantenendo la fede nei principi cristiani.
Le considerazioni sulla morte e il richiamo della Madonna la ricondussero nel 1778 sulla retta via, allora si iscrisse al Terz’Ordine Domenicano, prendendo ad esempio di santità ed azione Santa Caterina da Siena, prese ad aiutare i poveri, consolare gli ammalati e ad assistere i moribondi, prendendosene cura anche dopo morti.
Il suo campo d’azione trovò terreno fertile negli sconvolgimenti creati dalla Rivoluzione Francese (1792), gli Ordini religiosi erano stati sciolti e schiere di consacrati erano finiti alla Santé o alla ghigliottina, le Confraternite soppresse, il clero ‘refrattario’, cioè quegli ecclesiastici che avevano rifiutato l’adesione alla ‘Convenzione civile del clero’ era condannato alla deportazione o alla reclusione.
E qui Caterina dimostrò tutto il suo eroismo e astuzia, mentre diventava l’angelo delle prigioni, cercò di aiutare, nascondere e servire i preti ricercati dalla Rivoluzione. Fu chiamata a questo punto “Menette” dei preti e considerata dai rivoluzionari come una fanatica ad oltranza, una nemica dichiarata della Rivoluzione, della libertà, dell’uguaglianza e della repubblica.
Per questo fu arrestata e processata (1794) più volte, ma sempre liberata per l’intervento tumultuoso del popolo; passata la bufera rivoluzionaria e ristabiliti l’ordine e il culto in Francia, Caterina si ritirò a Mauriac continuando le sue opere di carità e vivendo nella preghiera. Nel 1833 fu proposta per un “premio della virtù” dall’Accademia di Francia, poi accantonato per la parzialità della giuria; morì a Mauriac il 4 luglio 1836; per la fama di santità che l’accompagnò in vita e dopo la morte, le Autorità religiose locali iniziarono i processi informativi che vennero poi trasmessi a Roma nel 1912; il 16 gennaio 1933 la Santa Congregazione promulgò il decreto dell’eroicità delle virtù. É stata beatificata da Papa Giovanni Paolo II il 24 novembre 1996
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nel 1789, durante la Rivoluzione Francese aiutò molti sacerdoti che non avevano aderito alla costituzione civile del clero, provvedendo loro con un rifugio, viveri, ma soprattutto trovando il pane e il vino necessari per la celebrazione del sacrificio eucaristico.
Li prelevava di notte, nascosti nelle foreste della valle d’Auze, e li accompagnava nelle famiglie dove si richiedeva l’amministrazione dei Sacramenti.
Nel 1794 fu processata ed imprigionata. Fu liberata grazie ad un insurrezione popolare. Del resto non temeva di morire e affermava che sulla ghigliottina avrebbe ballato come negli anni giovanili. Accolta nel Terz’Ordine dei Predicatori, imitò Santa Caterina da Siena, soprattutto con un intenso amore per l’Eucaristia e la difesa dei suoi ministri perseguitati, intrepida nella confessione di fede e di amore per la Chiesa.
Martirologio Romano: A Mauriac presso il monte Cantal in Francia, beata Caterina Jarrige, vergine, che, membro del Terz’Ordine di San Domenico, rifulse nell’aiuto ai poveri e ai malati; al tempo della rivoluzione francese, difese con ogni mezzo i sacerdoti dai rivoltosi che l rivoltosi che li ricercavano e si recò a far loro visita in carcere.
“Catinon - Menette” (Caterina la monaca) fu il nome che gli abitanti delle zone francesi in cui operava le avevano dato; anticipatrice della laicità attiva nel campo religioso, contemporanea a quel vasto fenomeno che vide sia in Italia, in particolare a Napoli, sia in Francia, il proliferare delle cosiddette ‘monache di casa’, donne votate alla vita religiosa ma vivendo nel mondo laico, il più delle volte nella propria casa.
Nacque a Doumis (Cantal) il 4 ottobre 1754 da Pietro Jarrige e Maria Célarier, settima ed ultima figlia, non aveva ancora dieci anni che dovette adattarsi a fare la domestica, poi passò al lavoro di merletto; il suo carattere vivace la spinse per un certo tempo ad una vita più mondana e frivola pur mantenendo la fede nei principi cristiani.
Le considerazioni sulla morte e il richiamo della Madonna la ricondussero nel 1778 sulla retta via, allora si iscrisse al Terz’Ordine Domenicano, prendendo ad esempio di santità ed azione Santa Caterina da Siena, prese ad aiutare i poveri, consolare gli ammalati e ad assistere i moribondi, prendendosene cura anche dopo morti.
Il suo campo d’azione trovò terreno fertile negli sconvolgimenti creati dalla Rivoluzione Francese (1792), gli Ordini religiosi erano stati sciolti e schiere di consacrati erano finiti alla Santé o alla ghigliottina, le Confraternite soppresse, il clero ‘refrattario’, cioè quegli ecclesiastici che avevano rifiutato l’adesione alla ‘Convenzione civile del clero’ era condannato alla deportazione o alla reclusione.
E qui Caterina dimostrò tutto il suo eroismo e astuzia, mentre diventava l’angelo delle prigioni, cercò di aiutare, nascondere e servire i preti ricercati dalla Rivoluzione. Fu chiamata a questo punto “Menette” dei preti e considerata dai rivoluzionari come una fanatica ad oltranza, una nemica dichiarata della Rivoluzione, della libertà, dell’uguaglianza e della repubblica.
Per questo fu arrestata e processata (1794) più volte, ma sempre liberata per l’intervento tumultuoso del popolo; passata la bufera rivoluzionaria e ristabiliti l’ordine e il culto in Francia, Caterina si ritirò a Mauriac continuando le sue opere di carità e vivendo nella preghiera. Nel 1833 fu proposta per un “premio della virtù” dall’Accademia di Francia, poi accantonato per la parzialità della giuria; morì a Mauriac il 4 luglio 1836; per la fama di santità che l’accompagnò in vita e dopo la morte, le Autorità religiose locali iniziarono i processi informativi che vennero poi trasmessi a Roma nel 1912; il 16 gennaio 1933 la Santa Congregazione promulgò il decreto dell’eroicità delle virtù. É stata beatificata da Papa Giovanni Paolo II il 24 novembre 1996
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Roma, 1200 circa - Bologna, 1260
Diana degli Andalò (Bologna, 1200 circa - 10 giugno 1236) e Cecilia Cesarini (Roma, 1200 circa - Bologna, 1260) sono figure insigni di quella fioritura verginale che accompagnò la presenza di san Domenico nella città di Bologna. Diana nelle mani del Patriarca emise i voti di castità, povertà e obbedienza.
Intorno a lei si raccolsero altre religiose, fra cui la beata Cecilia. Nell'epistolario di Diana con il beato Giordano di Sassonia, uno dei primi compagni del Fondatore dell'Ordine dei Predicatori, è documentato il fervore di questa prima comunità nel cuore di Bologna, mentre a Cecilia è attribuita una mirabile descrizione di san Domenico.
Il culto delle due Beate vergini domenicane è stato confermato da Leone XIII.
Martirologio Romano: A Bologna, Beata Cecilia, vergine, che ricevette l’abito monacale da San Domenico, del cui volto e del cui spirito fu testimone fedelissima.
Nella traslazione e ricognizione delle reliquie di Diana d'Andalò, fatta nel 1510 nel monastero bolognese di Sant' Agnese, si trovarono nella medesima tomba tre corpi, due dei quali furono attribuiti rispettivamente a Diana e a Cecilia.
Il terzo, che allora non fu identificato, nella traslazione successiva (1584) fu attribuito a suor Amata, presunta monaca venuta con altre sorelle nel 1224, su invito del Beato Giordano di Sassonia, da S. Sisto a S. Agnese per stabilirvi la vita domenicana.
Tale identificazione, evidentemente fondata su Galvano Fiamma, manca di qualsiasi conferma.
Il culto di Diana, Cecilia e Amata fu approvato il 24 dicembre 1891 da Leone XIII e la loro festa stabilita al 9 giugno.
I corpi delle beate si conservano tuttora nel monastero di S. Agnese di Bologna.
Diamo ora la biografia di Cecilia.
Nacque a Roma nei primi anni del sec. XIII e morì a Bologna verso il 1290. Non siamo certi del suo casato, benché molti la dicano della famiglia Cesarini.
Dopo essere passata con altre religiose da S. Maria in Tempulo nel costituendo monastero di S. Sisto (28 febbraio 1221), verso la fine del 1223 o l'inizio del 1224 fu da Papa Onorio III inviata con altre tre consorelle a Bologna, per informare nello spirito domenicano le suore del monastero di S. Agnese, da poco fondato dalla Beata Diana d'Andalò e dal Beato Giordano di Sassonia. Vi fu eletta priora.
Sul declinare di una vita esemplare, tra i settanta e gli ottanta anni di età, volle edificare le consorelle, ricordando le meraviglie operate da San Domenico a Roma nella contrastata fondazione di San Sisto: i suoi racconti furono raccolti da suor Angelica e portano il titolo di Miracula Beati Dominici, ai quali la Cecilia ha legato il suo nome nella storia e nella agiografia domenicana.
Non deve tuttavia far meraviglia se questi ricordi, a mezzo secolo di distanza dai fatti, non possono costituire una fonte storica assolutamente sicura, quanto a cronologia e a nomi.
(Autore: Luigi Abele Redigonda - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Diana degli Andalò (Bologna, 1200 circa - 10 giugno 1236) e Cecilia Cesarini (Roma, 1200 circa - Bologna, 1260) sono figure insigni di quella fioritura verginale che accompagnò la presenza di san Domenico nella città di Bologna. Diana nelle mani del Patriarca emise i voti di castità, povertà e obbedienza.
Intorno a lei si raccolsero altre religiose, fra cui la beata Cecilia. Nell'epistolario di Diana con il beato Giordano di Sassonia, uno dei primi compagni del Fondatore dell'Ordine dei Predicatori, è documentato il fervore di questa prima comunità nel cuore di Bologna, mentre a Cecilia è attribuita una mirabile descrizione di san Domenico.
Il culto delle due Beate vergini domenicane è stato confermato da Leone XIII.
Martirologio Romano: A Bologna, Beata Cecilia, vergine, che ricevette l’abito monacale da San Domenico, del cui volto e del cui spirito fu testimone fedelissima.
Nella traslazione e ricognizione delle reliquie di Diana d'Andalò, fatta nel 1510 nel monastero bolognese di Sant' Agnese, si trovarono nella medesima tomba tre corpi, due dei quali furono attribuiti rispettivamente a Diana e a Cecilia.
Il terzo, che allora non fu identificato, nella traslazione successiva (1584) fu attribuito a suor Amata, presunta monaca venuta con altre sorelle nel 1224, su invito del Beato Giordano di Sassonia, da S. Sisto a S. Agnese per stabilirvi la vita domenicana.
Tale identificazione, evidentemente fondata su Galvano Fiamma, manca di qualsiasi conferma.
Il culto di Diana, Cecilia e Amata fu approvato il 24 dicembre 1891 da Leone XIII e la loro festa stabilita al 9 giugno.
I corpi delle beate si conservano tuttora nel monastero di S. Agnese di Bologna.
Diamo ora la biografia di Cecilia.
Nacque a Roma nei primi anni del sec. XIII e morì a Bologna verso il 1290. Non siamo certi del suo casato, benché molti la dicano della famiglia Cesarini.
Dopo essere passata con altre religiose da S. Maria in Tempulo nel costituendo monastero di S. Sisto (28 febbraio 1221), verso la fine del 1223 o l'inizio del 1224 fu da Papa Onorio III inviata con altre tre consorelle a Bologna, per informare nello spirito domenicano le suore del monastero di S. Agnese, da poco fondato dalla Beata Diana d'Andalò e dal Beato Giordano di Sassonia. Vi fu eletta priora.
Sul declinare di una vita esemplare, tra i settanta e gli ottanta anni di età, volle edificare le consorelle, ricordando le meraviglie operate da San Domenico a Roma nella contrastata fondazione di San Sisto: i suoi racconti furono raccolti da suor Angelica e portano il titolo di Miracula Beati Dominici, ai quali la Cecilia ha legato il suo nome nella storia e nella agiografia domenicana.
Non deve tuttavia far meraviglia se questi ricordi, a mezzo secolo di distanza dai fatti, non possono costituire una fonte storica assolutamente sicura, quanto a cronologia e a nomi.
(Autore: Luigi Abele Redigonda - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Firenze (?), 1362 - Pisa, 17 aprile 1420
Originaria del potente casato mercantile dei Gambacorti o Gambacorta, che nel Trecento sono diventati per due volte signori in Pisa; nasce nel 1362 forse a Firenze. È conosciuta con il nome di Tora. Già da bambina viene inclusa nei progetti politici e finanziari del padre, che nel 1374 la dà in sposa a un giovane di famiglia importante, Simone Massa.
Ma resta vedova tre anni dopo. Dopo aver incontrato a Pisa nel 1375 Caterina da Siena decide di ritirarsi presso le monache Clarisse.
Ma non diventerà una di loro, ostacolata dalla famiglia. Entrerà più tardi nel monastero domenicano di Santa Croce, dove prenderà il nome di suor Chiara. Sarà poi madre abbadessa, e farà della sua comunità domenicana un centro di diffusione del movimento riformatore nell'Ordine.
I beni dei Gambacorti le servono per farne anche un centro di accoglienza per ogni sorta di poveri. Un giorno battono alla sua porta la moglie e le figlie dell'uomo che ha ucciso suo padre e i suoi fratelli. Troveranno piena accoglienza. Morirà, acclamata santa, nel 1420. Nel 1830, Pio VIII ne ha confermato il culto come Beata. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Pisa, beata Chiara Gambacorti, che, ancora giovane, rimasta vedova del marito, su esortazione di santa Caterina da Siena, fondò qui il primo monastero domenicano di stretta osservanza e, perdonati gli assassini del padre e dei suoi fratelli, governò le consorelle con prudenza e carità.
Forse il suo nome originario è Teodora oppure Vittoria. Ma tutti la chiamano Tora. È nata nel potente casato mercantile dei Gambacorti o Gambacorta, che nel Trecento sono diventati per due volte signori in Pisa; poi, per due volte, hanno perduto la signoria, e alcuni anche la vita. Altri sono stati banditi per anni dalla città, e tra essi c’era Pietro Gambacorti, padre di Tora, nata nel 1362 forse a Firenze.
Ma non sappiamo con certezza dove si trovasse in quel momento la famiglia; o se fosse già ritornata a Pisa, dove nel 1369 Pietro si sarebbe impadronito del potere.
Già da bambina, Tora viene inclusa nei progetti politici e finanziari del padre, che nel 1374 la dà in sposa a un giovane di famiglia importante, Simone Massa: e lei ha dodici anni. Ma Simone muore tre anni dopo, sicché in casa Gambacorti c’è ora una vedova quindicenne. La quale però si nega risolutamente a ogni altro disegno matrimoniale del padre, perché vuole scegliersi un futuro seguendo i consigli di Caterina da Siena. L’ha incontrata a Pisa nel 1375, in primavera e poi in autunno. Più tardi, dopo la morte del marito, riceve sue lettere che la spingono a farsi suora; e, anzi, già le danno suggerimenti pratici di comportamento quotidiano come religiosa: «E guarda che tu non perda il tempo tuo (...), ma sempre esercita il tempo o coll’orazione o colla lezione [lettura] o con fare alcuna cosa manuale, acciocché tu non cada nell’ozio». Su questa spinta, Tora decide di ritirarsi presso le monache Clarisse, ma non è ancora una di loro.
E non lo diventerà, perché la famiglia reagisce duramente alla sua iniziativa: i fratelli la portano via con la forza dal monastero, e per alcuni mesi la tengono in una sorta di prigionia domestica. Ma non serve. Ha deciso, e i suoi si rassegnano a vederla entrare nel monastero domenicano di Santa Croce. Qui Tora veste l’abito religioso e prende il nome di suor Chiara.
È il tempo in cui papa Gregorio XI, tallonato da Caterina, lascia Avignone per ritornare stabilmente in Roma (gennaio1377). Pietro Gambacorti, padrone di Pisa, lo accoglie solennemente durante la sosta a Livorno. E intanto fa costruire in Pisa un monastero nuovo per la figlia, che sarà dedicato a san Domenico.
Non solo: vorrebbe anche poter ricevere un’altra volta in città Caterina da Siena. Lei non può più accettare, è ammalata; ma trova il tempo di scrivergli, con belle parole di gratitudine. E con un avviso bene in chiaro: sappia il signore di Pisa che è tempo per lui di “correggere” vita e comportamenti: «Non indugiate, che il tempo è breve e il punto della mortene viene, che non ce n’avvediamo».
Ma resta vedova tre anni dopo. Dopo aver incontrato a Pisa nel 1375 Caterina da Siena decide di ritirarsi presso le monache Clarisse.
Ma non diventerà una di loro, ostacolata dalla famiglia. Entrerà più tardi nel monastero domenicano di Santa Croce, dove prenderà il nome di suor Chiara. Sarà poi madre abbadessa, e farà della sua comunità domenicana un centro di diffusione del movimento riformatore nell'Ordine.
I beni dei Gambacorti le servono per farne anche un centro di accoglienza per ogni sorta di poveri. Un giorno battono alla sua porta la moglie e le figlie dell'uomo che ha ucciso suo padre e i suoi fratelli. Troveranno piena accoglienza. Morirà, acclamata santa, nel 1420. Nel 1830, Pio VIII ne ha confermato il culto come Beata. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Pisa, beata Chiara Gambacorti, che, ancora giovane, rimasta vedova del marito, su esortazione di santa Caterina da Siena, fondò qui il primo monastero domenicano di stretta osservanza e, perdonati gli assassini del padre e dei suoi fratelli, governò le consorelle con prudenza e carità.
Forse il suo nome originario è Teodora oppure Vittoria. Ma tutti la chiamano Tora. È nata nel potente casato mercantile dei Gambacorti o Gambacorta, che nel Trecento sono diventati per due volte signori in Pisa; poi, per due volte, hanno perduto la signoria, e alcuni anche la vita. Altri sono stati banditi per anni dalla città, e tra essi c’era Pietro Gambacorti, padre di Tora, nata nel 1362 forse a Firenze.
Ma non sappiamo con certezza dove si trovasse in quel momento la famiglia; o se fosse già ritornata a Pisa, dove nel 1369 Pietro si sarebbe impadronito del potere.
Già da bambina, Tora viene inclusa nei progetti politici e finanziari del padre, che nel 1374 la dà in sposa a un giovane di famiglia importante, Simone Massa: e lei ha dodici anni. Ma Simone muore tre anni dopo, sicché in casa Gambacorti c’è ora una vedova quindicenne. La quale però si nega risolutamente a ogni altro disegno matrimoniale del padre, perché vuole scegliersi un futuro seguendo i consigli di Caterina da Siena. L’ha incontrata a Pisa nel 1375, in primavera e poi in autunno. Più tardi, dopo la morte del marito, riceve sue lettere che la spingono a farsi suora; e, anzi, già le danno suggerimenti pratici di comportamento quotidiano come religiosa: «E guarda che tu non perda il tempo tuo (...), ma sempre esercita il tempo o coll’orazione o colla lezione [lettura] o con fare alcuna cosa manuale, acciocché tu non cada nell’ozio». Su questa spinta, Tora decide di ritirarsi presso le monache Clarisse, ma non è ancora una di loro.
E non lo diventerà, perché la famiglia reagisce duramente alla sua iniziativa: i fratelli la portano via con la forza dal monastero, e per alcuni mesi la tengono in una sorta di prigionia domestica. Ma non serve. Ha deciso, e i suoi si rassegnano a vederla entrare nel monastero domenicano di Santa Croce. Qui Tora veste l’abito religioso e prende il nome di suor Chiara.
È il tempo in cui papa Gregorio XI, tallonato da Caterina, lascia Avignone per ritornare stabilmente in Roma (gennaio1377). Pietro Gambacorti, padrone di Pisa, lo accoglie solennemente durante la sosta a Livorno. E intanto fa costruire in Pisa un monastero nuovo per la figlia, che sarà dedicato a san Domenico.
Non solo: vorrebbe anche poter ricevere un’altra volta in città Caterina da Siena. Lei non può più accettare, è ammalata; ma trova il tempo di scrivergli, con belle parole di gratitudine. E con un avviso bene in chiaro: sappia il signore di Pisa che è tempo per lui di “correggere” vita e comportamenti: «Non indugiate, che il tempo è breve e il punto della mortene viene, che non ce n’avvediamo».
Caterina muore nel 1380. Dodici anni dopo c’è in Pisa un’altra congiura contro i Gambacorti, appoggiata dai Visconti di Milano: e Pietro viene assassinato con i figli Benedetto e Lorenzo.
Nel monastero, suor Chiara diventa madre abbadessa, e fa della sua comunità domenicana un centro di diffusione del movimento riformatore nell’Ordine.
I beni dei Gambacorti le servono per farne anche un centro di accoglienza per ogni sorta di poveri. E un giorno battono alla sua porta la moglie e le figlie dell’uomo che ha ucciso suo padre e i suoi fratelli. E da quel momento il monastero di Chiara diventa anche la loro casa.
Per le sue monache, Chiara è già santa da viva. E nel giorno della morte, invece del Requiem, le loro voci intonano il Gloria. Il suo corpo si trova ancora nel suo monastero. Nel 1830, il pontefice Pio VIII ne ha confermato il culto come beata.
Nel monastero, suor Chiara diventa madre abbadessa, e fa della sua comunità domenicana un centro di diffusione del movimento riformatore nell’Ordine.
I beni dei Gambacorti le servono per farne anche un centro di accoglienza per ogni sorta di poveri. E un giorno battono alla sua porta la moglie e le figlie dell’uomo che ha ucciso suo padre e i suoi fratelli. E da quel momento il monastero di Chiara diventa anche la loro casa.
Per le sue monache, Chiara è già santa da viva. E nel giorno della morte, invece del Requiem, le loro voci intonano il Gloria. Il suo corpo si trova ancora nel suo monastero. Nel 1830, il pontefice Pio VIII ne ha confermato il culto come beata.
(Autore: Domenico Agasso)
Rieti, 2 febbraio 1467 - Perugia, 20 maggio 1501
Nata a Rieti nel 1467, Angiolella Guadagnoli fu da subito chiamata Colomba, perché al fonte battesimale le si avvicinò proprio una colomba e ciò fu interpretato come segno di predilezione divina. Fin dall'infanzia, viste le severe penitenze che si infliggeva e la vita di preghiera che conduceva, fu considerata una piccola santa.
Promessa in sposa a un nobile quando aveva appena 12 anni, rifiutò risolutamente il matrimonio d'alto lignaggio e sette anni dopo, nonostante l'opposizione della famiglia, vestì l'abito di terziaria domenicana. Si mise, poi, in cammino verso Siena, la patria del suo modello di vita, santa Caterina.
Una serie di avversità la bloccò, però, a Perugia, dove rimase e fondò un monastero dedito all'educazione delle fanciulle nobili, chiamato delle "Colombe".
Nata a Rieti nel 1467, Angiolella Guadagnoli fu da subito chiamata Colomba, perché al fonte battesimale le si avvicinò proprio una colomba e ciò fu interpretato come segno di predilezione divina. Fin dall'infanzia, viste le severe penitenze che si infliggeva e la vita di preghiera che conduceva, fu considerata una piccola santa.
Promessa in sposa a un nobile quando aveva appena 12 anni, rifiutò risolutamente il matrimonio d'alto lignaggio e sette anni dopo, nonostante l'opposizione della famiglia, vestì l'abito di terziaria domenicana. Si mise, poi, in cammino verso Siena, la patria del suo modello di vita, santa Caterina.
Una serie di avversità la bloccò, però, a Perugia, dove rimase e fondò un monastero dedito all'educazione delle fanciulle nobili, chiamato delle "Colombe".
Dal 1488 al 1501, data della morte, si adoperò per sanare le
discordie della città (fu ascoltata consigliera dei potenti Baglioni, i signori
di Perugia). E la salvò dalla peste nel 1494. Il culto è stato riconosciuto da
Urbano VIII nel 1627. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Perugia, Beata Colomba (Angela), vergine della Penitenza di San Domenico, che si adoperò per pacificare la città divisa tra fazioni.
Angiolella Guadagnoli, fu chiamata Colomba, perché al fonte battesimale si vide una misteriosa colomba scendere sul suo capo, simbolo, forse, di quella profusione di grazie che lo Spirito Santo avrebbe versato nella sua anima. Come il glorioso Padre Domenico, essa, fin dalla culla, rivolse il cuore a Dio, e iniziò, con passo deciso, l’ascesa verso la santità. Ancora in fasce si privava del latte materno.
A tre, a sette, a dieci anni le sue penitenze uguagliarono quelle dei più rigidi anacoreti. Il cielo non solo la favori di altissima contemplazione, ma l’arricchì di doni straordinari, come la profezia, la scrutazione dei cuori e i miracoli.
A dieci anni consacrò a Dio la sua verginità, e, per perseverare nel suo proposito e vincere le opposizioni dei genitori, si recise la bella chioma. Nella domenica delle Palme del 1486 vestì l’Abito del Terz’Ordine.
Quindi per divina ispirazione lasciò la nativa Rieti, e si recò a Perugia dove fondò un Monastero Domenicano del Terz’Ordine, per l’educazione delle fanciulle nobili che fu detto delle “Colombe". Anche fuori del Chiostro svolse un fecondissimo apostolato.
Soccorse tutte le miserie dell’anima e del corpo, pacificò gli animi dei cittadini divisi da partiti e da lotte fratricide, stornò con le sue preghiere e con le sue suppliche i divini castighi, pronti a scagliarsi sulla città colpevole.
Essa fu per i perugini l’Angelo inviato da Dio, troppo presto, però, tolto a loro, perché volò al premio, il 20 maggio 1501, a soli 33 anni. Papa Urbano VIII il 25 febbraio 1627 ha riconosciuto il culto.
Martirologio Romano: A Perugia, Beata Colomba (Angela), vergine della Penitenza di San Domenico, che si adoperò per pacificare la città divisa tra fazioni.
Angiolella Guadagnoli, fu chiamata Colomba, perché al fonte battesimale si vide una misteriosa colomba scendere sul suo capo, simbolo, forse, di quella profusione di grazie che lo Spirito Santo avrebbe versato nella sua anima. Come il glorioso Padre Domenico, essa, fin dalla culla, rivolse il cuore a Dio, e iniziò, con passo deciso, l’ascesa verso la santità. Ancora in fasce si privava del latte materno.
A tre, a sette, a dieci anni le sue penitenze uguagliarono quelle dei più rigidi anacoreti. Il cielo non solo la favori di altissima contemplazione, ma l’arricchì di doni straordinari, come la profezia, la scrutazione dei cuori e i miracoli.
A dieci anni consacrò a Dio la sua verginità, e, per perseverare nel suo proposito e vincere le opposizioni dei genitori, si recise la bella chioma. Nella domenica delle Palme del 1486 vestì l’Abito del Terz’Ordine.
Quindi per divina ispirazione lasciò la nativa Rieti, e si recò a Perugia dove fondò un Monastero Domenicano del Terz’Ordine, per l’educazione delle fanciulle nobili che fu detto delle “Colombe". Anche fuori del Chiostro svolse un fecondissimo apostolato.
Soccorse tutte le miserie dell’anima e del corpo, pacificò gli animi dei cittadini divisi da partiti e da lotte fratricide, stornò con le sue preghiere e con le sue suppliche i divini castighi, pronti a scagliarsi sulla città colpevole.
Essa fu per i perugini l’Angelo inviato da Dio, troppo presto, però, tolto a loro, perché volò al premio, il 20 maggio 1501, a soli 33 anni. Papa Urbano VIII il 25 febbraio 1627 ha riconosciuto il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Colomba da Rieti, pregate per noi.
Bologna, 1200 circa - 10 giugno 1236
Nacque a Bologna verso il 1200. Ammiratrice dei primi Predicatori, appoggiò il beato Reginaldo di Orléans, uno dei padri predicatori mandati da san Domenico a Bologna, nella compera della località di Vigne, contigua alla chiesa di San Nicolò, la futura chiesa di San Domenico.
L'atto porta la data del 14 marzo 1219.
Quando nell'agosto dello stesso anno San Domenico andò a Bologna, Diana, con altre giovani dame, fece nelle sue mani il voto di vita religiosa. L'anno dopo chiese a San Domenico di poter fondare un monastero.
Si decise così l'acquisto di un terreno a tale scopo alla periferia della città, ma il vescovo negò la sua autorizzazione.
Il 22 luglio 1221 Diana entrò nel monastero delle Canonichesse di Ronzano, ma ne fu strappata dai parenti con la violenza; nel trambusto, la ragazza ebbe una costola rotta. San Domenico la consolò con lettere, oggi perdute. Poté tuttavia tornare a Ronzano, dove dimorò fino al giugno 1223. Dopo che il Beato Giordano di Sassonia, successore di san Domenico, ebbe fondato il monastero di Sant'Agnese, Diana vi vestì l'abito dell'Ordine e ne fu eletta superiora. Morì nel 1236. (Avvenire)
Etimologia: Diana = celeste, luminosa, divina, dal sanscrito
Martirologio Romano: A Bologna, Beata Diana d’Andalò, vergine, che, superati tutti gli impedimenti posti dalla famiglia, emise voto di vita claustrale nelle mani dello stesso san Domenico, entrando nel monastero di Sant’Agnese da lei stessa fondato.
Nella traslazione e ricognizione delle reliquie di Diana d'Andalò, fatta nel 1510 nel monastero bolognese di Sant’ Agnese, si trovarono nella medesima tomba tre corpi, due dei quali furono attribuiti rispettivamente a Diana e a Cecilia. Il terzo, che allora non fu identificato, nella traslazione successiva (1584) fu attribuito a Suor Amata, presunta monaca venuta con altre sorelle nel 1224, su invito del b. Giordano di Sassonia, da San Sisto a Sant'Agnese per stabilirvi la vita domenicana.
Tale identificazione, evidentemente fondata su Galvano Fiamma, manca di qualsiasi conferma.
Il culto di Diana, Cecilia e Amata fu approvato il 24 dicembre 1891 da Leone XIII e la loro festa stabilita al 9 giugno. I corpi delle beate si conservano tuttora nel monastero di Sant’ Agnese di Bologna.
Biografia di Diana di Andalò
Diana di Andalò nacque a Bologna verso il 1200 da Andrea Lovello, soprannominato Andalò (donde il suo cognome) e da Ota. Ammiratrice dei primi Predicatori, appoggiò il Beato Reginaldo di Orléans, uno dei padri predicatori mandati da San Domenico a Bologna, nella compera della località di Vigne, contigua alla chiesa di San Nicolò, la futura chiesa di San Domenico. L'atto porta la data del 14 marzo 1219.
Quando nell'agosto dello stesso anno San Domenico andò a Bologna, Diana, con altre giovani dame, fece nelle sue mani il voto di vita religiosa, presenti il menzionato padre Reginaldo ed altri testimoni. Egli stesso, San Domenico, si prende cura della formazione delle monache, vive con loro un’ intensa fraternità fatta anche di piccoli gesti concreti che esprimono la sua sollecitudine e tenerezza di fratello e padre.
Un esempio: Ai frati di Bologna (nel 1220), in favore delle monache Diana D'Andalò e le sue prime compagne, Domenico disse: "è assolutamente necessario fratelli costruire una casa per le Suore, anche se per questo si dovesse soprassedere alla costruzione della nostra".
L'anno dopo ella insisté presso San Domenico per la fondazione di un monastero. In un capitolo conventuale il Santo istituì una commissione che decise l'acquisto di un terreno a tale scopo alla periferia della città, ma il Vescovo negò la sua autorizzazione.
I1 22 luglio 1221 Diana entrò nel monastero delle Canonichesse di Ronzano, ma ne fu strappata dai parenti con la violenza; nel trambusto, la ragazza ebbe una costola rotta. San Domenico la consolò con lettere, oggi perdute.
Poté tuttavia tornare a Ronzano, dove dimorò dal nov. 1222 al giugno 1223. Dopo che il Beato Giordano di Sassonia, successore di San Domenico, ebbe fondato il monastero di Sant'Agnese, Diana vi vestì l'abito dell'Ordine e ne fu eletta Superiora. Diresse da vera madre la nuova comunità religiosa e morì, si ritiene, nel 1236.
Diana degli Andalò (Bologna, 1200 circa - 10 giugno 1236) è una figura insigne di quella fioritura verginale che accompagnò la presenza di San Domenico nella città di Bologna.
Il culto della Beata Vergine domenicana è stato confermato da Leone XIII. Il corpo della Beata si conserva tuttora nel monastero di Sant'Agnese di Bologna. Nell'epistolario di Diana con il Beato Giordano di Sassonia, uno dei primi compagni del Fondatore dell'Ordine dei Predicatori, è documentato il fervore di questa prima comunità nel cuore di Bologna.
(Autore: Angelo Walz - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nacque a Bologna verso il 1200. Ammiratrice dei primi Predicatori, appoggiò il beato Reginaldo di Orléans, uno dei padri predicatori mandati da san Domenico a Bologna, nella compera della località di Vigne, contigua alla chiesa di San Nicolò, la futura chiesa di San Domenico.
L'atto porta la data del 14 marzo 1219.
Quando nell'agosto dello stesso anno San Domenico andò a Bologna, Diana, con altre giovani dame, fece nelle sue mani il voto di vita religiosa. L'anno dopo chiese a San Domenico di poter fondare un monastero.
Si decise così l'acquisto di un terreno a tale scopo alla periferia della città, ma il vescovo negò la sua autorizzazione.
Il 22 luglio 1221 Diana entrò nel monastero delle Canonichesse di Ronzano, ma ne fu strappata dai parenti con la violenza; nel trambusto, la ragazza ebbe una costola rotta. San Domenico la consolò con lettere, oggi perdute. Poté tuttavia tornare a Ronzano, dove dimorò fino al giugno 1223. Dopo che il Beato Giordano di Sassonia, successore di san Domenico, ebbe fondato il monastero di Sant'Agnese, Diana vi vestì l'abito dell'Ordine e ne fu eletta superiora. Morì nel 1236. (Avvenire)
Etimologia: Diana = celeste, luminosa, divina, dal sanscrito
Martirologio Romano: A Bologna, Beata Diana d’Andalò, vergine, che, superati tutti gli impedimenti posti dalla famiglia, emise voto di vita claustrale nelle mani dello stesso san Domenico, entrando nel monastero di Sant’Agnese da lei stessa fondato.
Nella traslazione e ricognizione delle reliquie di Diana d'Andalò, fatta nel 1510 nel monastero bolognese di Sant’ Agnese, si trovarono nella medesima tomba tre corpi, due dei quali furono attribuiti rispettivamente a Diana e a Cecilia. Il terzo, che allora non fu identificato, nella traslazione successiva (1584) fu attribuito a Suor Amata, presunta monaca venuta con altre sorelle nel 1224, su invito del b. Giordano di Sassonia, da San Sisto a Sant'Agnese per stabilirvi la vita domenicana.
Tale identificazione, evidentemente fondata su Galvano Fiamma, manca di qualsiasi conferma.
Il culto di Diana, Cecilia e Amata fu approvato il 24 dicembre 1891 da Leone XIII e la loro festa stabilita al 9 giugno. I corpi delle beate si conservano tuttora nel monastero di Sant’ Agnese di Bologna.
Biografia di Diana di Andalò
Diana di Andalò nacque a Bologna verso il 1200 da Andrea Lovello, soprannominato Andalò (donde il suo cognome) e da Ota. Ammiratrice dei primi Predicatori, appoggiò il Beato Reginaldo di Orléans, uno dei padri predicatori mandati da San Domenico a Bologna, nella compera della località di Vigne, contigua alla chiesa di San Nicolò, la futura chiesa di San Domenico. L'atto porta la data del 14 marzo 1219.
Quando nell'agosto dello stesso anno San Domenico andò a Bologna, Diana, con altre giovani dame, fece nelle sue mani il voto di vita religiosa, presenti il menzionato padre Reginaldo ed altri testimoni. Egli stesso, San Domenico, si prende cura della formazione delle monache, vive con loro un’ intensa fraternità fatta anche di piccoli gesti concreti che esprimono la sua sollecitudine e tenerezza di fratello e padre.
Un esempio: Ai frati di Bologna (nel 1220), in favore delle monache Diana D'Andalò e le sue prime compagne, Domenico disse: "è assolutamente necessario fratelli costruire una casa per le Suore, anche se per questo si dovesse soprassedere alla costruzione della nostra".
L'anno dopo ella insisté presso San Domenico per la fondazione di un monastero. In un capitolo conventuale il Santo istituì una commissione che decise l'acquisto di un terreno a tale scopo alla periferia della città, ma il Vescovo negò la sua autorizzazione.
I1 22 luglio 1221 Diana entrò nel monastero delle Canonichesse di Ronzano, ma ne fu strappata dai parenti con la violenza; nel trambusto, la ragazza ebbe una costola rotta. San Domenico la consolò con lettere, oggi perdute.
Poté tuttavia tornare a Ronzano, dove dimorò dal nov. 1222 al giugno 1223. Dopo che il Beato Giordano di Sassonia, successore di San Domenico, ebbe fondato il monastero di Sant'Agnese, Diana vi vestì l'abito dell'Ordine e ne fu eletta Superiora. Diresse da vera madre la nuova comunità religiosa e morì, si ritiene, nel 1236.
Diana degli Andalò (Bologna, 1200 circa - 10 giugno 1236) è una figura insigne di quella fioritura verginale che accompagnò la presenza di San Domenico nella città di Bologna.
Il culto della Beata Vergine domenicana è stato confermato da Leone XIII. Il corpo della Beata si conserva tuttora nel monastero di Sant'Agnese di Bologna. Nell'epistolario di Diana con il Beato Giordano di Sassonia, uno dei primi compagni del Fondatore dell'Ordine dei Predicatori, è documentato il fervore di questa prima comunità nel cuore di Bologna.
(Autore: Angelo Walz - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Vercelli, 1238 – 3 maggio 1314
Fondò con l’eredità paterna il monastero domenicano di Santa Margherita a Vercelli, ove sin dall’età di 18 anni volle servire il Redentore seguendo l’austero itinerario che Egli stesso le aveva indicato. La rettitudine d’intenzione che esclude dal nostro agire fini secondi mantenendoci costantemente protesi verso Dio e la filiale gratitudine per i doni ricevuti sono le due doti dominanti della sua vita spirituale.
Martirologio Romano: A Vercelli, Beata Emilia Bicchieri, Vergine dell’Ordine di San Domenico, che, sebbene nominata più volte Priora, svolse con letizia di spirito tra le sue consorelle i più umili servizi domestici.
Nella splendida Basilica Cattedrale eusebiana di Vercelli tra i molti Santi e Beati che vi riposano sono anche gelosamente custodite le spoglie della Beata Emilia Bicchieri, personaggio con cui ebbe inizio il Terz’Ordine Regolare Domenicano. Esso consisteva in comunità di religiose, legate da voti e poste sotto la Regola del Terz’Ordine che, essendo assai più mite di quella delle monache dell’ordine, permetteva alle suore di dedicarsi anche ad opere di carità.
Emilia nacque a Vercelli nel 1238, quartogenita fra sette sorelle, figlia del patrizio ghibellino Pietro Bicchieri. Famiglia assai facoltosa, curò di educare santamente la numerosa prole. La piccola Emilia, semplice e gioiosa, mostrò presto un’assennatezza ben superiore alla sua età. Odiava i discorsi inutili ed il suo principale piacere consisteva nel ritirarsi in solitudine nella sua camera per conversare con Dio.
Spesso si udiva la sua vocina squillare per la casa, modulando con grazia il canto dei salmi. Rimase presto orfana di madre, ma il papà seppe comunque nutrire nei suoi confronti un tenerissimo affetto. Proprio ciò costituì il più grande ostacolo da sormontare non appena ella decise di voler seguire la chiamata di Dio.
Alla fine il padre cedette alle pressioni della figlia e decise nel 1255di far edificare a proprie spese alla periferia di Vercelli un nuovo monastero domenicano intitolandolo a Santa Margherita. Qui la sua diletta figlia si rinchiuse con altre ragazze per intraprendere la vita religiosa sotto la Regola del Terz’Ordine di San Domenico.
Dal 1273 divenne ella stessa priora del monastero, conducendo l’intera comunità ad una gran perfezione di vita cristiana.
La sua parola d’ordine era: “Fare tutto per Iddio solo”. Inculcò anche insistentemente nei cuori delle consorelle una grande gratitudine per i numerosi benefici che il buon Dio aveva donato loro. Dimentica delle sue agiate origini, visse nell’umiltà più profonda, felice di potersi fare serva delle sue consorelle. Provò sempre una spiccata devozione all’Eucaristia, Alla Passione di Nostro Signore ed alla Vergine Santissima.
La preghiera e l’intima unione con Dio animarono l’intera vita di Emilia, che nella più fiduciosa preghiera spirò a Vercelli il 3 maggio 1314. Proprio in tale anniversario è ancora oggi commemorata dal Martyrologium Romanum, essendo stato riconosciuto ufficialmente il suo culto quale “Beata” dal pontefice Clemente XIV il 19 luglio 1769.
Le sue reliquie, inizialmente conservate nel monastero dove aveva vissuto, nel 1811 vennero traslate nella cattedrale cittadina.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Fondò con l’eredità paterna il monastero domenicano di Santa Margherita a Vercelli, ove sin dall’età di 18 anni volle servire il Redentore seguendo l’austero itinerario che Egli stesso le aveva indicato. La rettitudine d’intenzione che esclude dal nostro agire fini secondi mantenendoci costantemente protesi verso Dio e la filiale gratitudine per i doni ricevuti sono le due doti dominanti della sua vita spirituale.
Martirologio Romano: A Vercelli, Beata Emilia Bicchieri, Vergine dell’Ordine di San Domenico, che, sebbene nominata più volte Priora, svolse con letizia di spirito tra le sue consorelle i più umili servizi domestici.
Nella splendida Basilica Cattedrale eusebiana di Vercelli tra i molti Santi e Beati che vi riposano sono anche gelosamente custodite le spoglie della Beata Emilia Bicchieri, personaggio con cui ebbe inizio il Terz’Ordine Regolare Domenicano. Esso consisteva in comunità di religiose, legate da voti e poste sotto la Regola del Terz’Ordine che, essendo assai più mite di quella delle monache dell’ordine, permetteva alle suore di dedicarsi anche ad opere di carità.
Emilia nacque a Vercelli nel 1238, quartogenita fra sette sorelle, figlia del patrizio ghibellino Pietro Bicchieri. Famiglia assai facoltosa, curò di educare santamente la numerosa prole. La piccola Emilia, semplice e gioiosa, mostrò presto un’assennatezza ben superiore alla sua età. Odiava i discorsi inutili ed il suo principale piacere consisteva nel ritirarsi in solitudine nella sua camera per conversare con Dio.
Spesso si udiva la sua vocina squillare per la casa, modulando con grazia il canto dei salmi. Rimase presto orfana di madre, ma il papà seppe comunque nutrire nei suoi confronti un tenerissimo affetto. Proprio ciò costituì il più grande ostacolo da sormontare non appena ella decise di voler seguire la chiamata di Dio.
Alla fine il padre cedette alle pressioni della figlia e decise nel 1255di far edificare a proprie spese alla periferia di Vercelli un nuovo monastero domenicano intitolandolo a Santa Margherita. Qui la sua diletta figlia si rinchiuse con altre ragazze per intraprendere la vita religiosa sotto la Regola del Terz’Ordine di San Domenico.
Dal 1273 divenne ella stessa priora del monastero, conducendo l’intera comunità ad una gran perfezione di vita cristiana.
La sua parola d’ordine era: “Fare tutto per Iddio solo”. Inculcò anche insistentemente nei cuori delle consorelle una grande gratitudine per i numerosi benefici che il buon Dio aveva donato loro. Dimentica delle sue agiate origini, visse nell’umiltà più profonda, felice di potersi fare serva delle sue consorelle. Provò sempre una spiccata devozione all’Eucaristia, Alla Passione di Nostro Signore ed alla Vergine Santissima.
La preghiera e l’intima unione con Dio animarono l’intera vita di Emilia, che nella più fiduciosa preghiera spirò a Vercelli il 3 maggio 1314. Proprio in tale anniversario è ancora oggi commemorata dal Martyrologium Romanum, essendo stato riconosciuto ufficialmente il suo culto quale “Beata” dal pontefice Clemente XIV il 19 luglio 1769.
Le sue reliquie, inizialmente conservate nel monastero dove aveva vissuto, nel 1811 vennero traslate nella cattedrale cittadina.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
+ 17 gennaio 1359
Figlia del duca Przemislao di Ratibor (Slesia), entrò nel convento domenicano di questa città divenendone priora.
Morì il 17 gennaio 1359 in fama di santità.
Dal popolo è venerata come Beata.
Il suo corpo, dal 1821, è nella chiesa parrocchiale di Liebfrauen.
(Autore: Ferdinand Baumann - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Figlia del duca Przemislao di Ratibor (Slesia), entrò nel convento domenicano di questa città divenendone priora.
Morì il 17 gennaio 1359 in fama di santità.
Dal popolo è venerata come Beata.
Il suo corpo, dal 1821, è nella chiesa parrocchiale di Liebfrauen.
(Autore: Ferdinand Baumann - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
*Beata Giovanna d'Aza - Domenicana
xxx
Lisbona 1452 - Aveiro 1490
Figlia del re Alfonso V di Portogallo,
fin da bambina manifestò un'ardente sete di santità e il desiderio di consacrarsi a Cristo.
Ma solo dopo aver vinto le forti opposizioni del padre e della corte, poté entrare nel monastero di Aveiro.
Il fratello e il padre la costrinsero ripetutamente e con prepotenza a lasciare il monastero, per proporle dei matrimoni a scopo politico.
riuscì sempre a ritornare nel monastero di Aveiro, dove condusse una vita di austera penitenza e di umiltà.
Martirologio Romano: Ad Aveiro in Portogallo, beata Giovanna, Vergine, che, figlia del Re Alfonso V, rifiutate più volte le nozze, preferì servire nell’Ordine dei Predicatori, divenendo rifugio per i poveri, gli orfani e le vedove.
Giovanna, figlia di Alfonso V, Re del Portogallo, fu implorata dal cielo con molte preghiere, perché mancava l’erede alla corona. Alla sua nascita, nel 1452, i tre stati di quella corona giurarono di riconoscerla come loro Principessa ed erede al Trono, in caso venisse a mancare la prole maschile.
A tre anni Giovanna restò senza mamma, la quale morì dando alla luce l’erede atteso. L’augusta bimba crebbe come fiore d’altare squisitamente educata dalla Principessa, Donna Beatrice de Meneses, sua istitutrice.
L’ardente pietà e la purità angelica davano un incanto particolare alla straordinaria bellezza di Giovanna, che giovanissima fu chiesta in sposa da ben tre pretendenti, il Delfino di Francia, Massimiliano d’Austria e dal Re d’Inghilterra.
Ma essa, scossa da un amore più grande, aveva già stabilito in cuor suo di vestire le bianche lane Gusmane.
Il suo rifiuto fu reciso. Allora cominciò quella lotta eroica che le costò indicibili amarezze, per ottenere la libertà di dedicarsi tutta a Dio.
Non si trattava di espugnare soltanto il cuore paterno, ma tutto il regno che si opponeva al suo disegno, essendo essa Principessa prescelta, e al mancare del fratello, unica erede del Trono.
Solo il 4 agosto 1472 poté vestire l’Abito Domenicano nell’osservantissimo Monastero di Aveiro, dove la sua breve vita fu tutto un olocausto d’amore e di sacrificio.
Morì all’ora da lei predetta il 12 maggio 1490, ad Aveiro.
Alla recita delle Litanie dei Santi, giunti all’invocazione “Omnes Sancti Innocentes, orate pro ea”, alzò gli occhi al cielo e spirò dolcemente.
Sulla sua tomba fiorirono miracoli senza numero. Papa Innocenzo XII il 31 dicembre 1692 ha confermato il suo culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Figlia del re Alfonso V di Portogallo,
fin da bambina manifestò un'ardente sete di santità e il desiderio di consacrarsi a Cristo.
Ma solo dopo aver vinto le forti opposizioni del padre e della corte, poté entrare nel monastero di Aveiro.
Il fratello e il padre la costrinsero ripetutamente e con prepotenza a lasciare il monastero, per proporle dei matrimoni a scopo politico.
riuscì sempre a ritornare nel monastero di Aveiro, dove condusse una vita di austera penitenza e di umiltà.
Martirologio Romano: Ad Aveiro in Portogallo, beata Giovanna, Vergine, che, figlia del Re Alfonso V, rifiutate più volte le nozze, preferì servire nell’Ordine dei Predicatori, divenendo rifugio per i poveri, gli orfani e le vedove.
Giovanna, figlia di Alfonso V, Re del Portogallo, fu implorata dal cielo con molte preghiere, perché mancava l’erede alla corona. Alla sua nascita, nel 1452, i tre stati di quella corona giurarono di riconoscerla come loro Principessa ed erede al Trono, in caso venisse a mancare la prole maschile.
A tre anni Giovanna restò senza mamma, la quale morì dando alla luce l’erede atteso. L’augusta bimba crebbe come fiore d’altare squisitamente educata dalla Principessa, Donna Beatrice de Meneses, sua istitutrice.
L’ardente pietà e la purità angelica davano un incanto particolare alla straordinaria bellezza di Giovanna, che giovanissima fu chiesta in sposa da ben tre pretendenti, il Delfino di Francia, Massimiliano d’Austria e dal Re d’Inghilterra.
Ma essa, scossa da un amore più grande, aveva già stabilito in cuor suo di vestire le bianche lane Gusmane.
Il suo rifiuto fu reciso. Allora cominciò quella lotta eroica che le costò indicibili amarezze, per ottenere la libertà di dedicarsi tutta a Dio.
Non si trattava di espugnare soltanto il cuore paterno, ma tutto il regno che si opponeva al suo disegno, essendo essa Principessa prescelta, e al mancare del fratello, unica erede del Trono.
Solo il 4 agosto 1472 poté vestire l’Abito Domenicano nell’osservantissimo Monastero di Aveiro, dove la sua breve vita fu tutto un olocausto d’amore e di sacrificio.
Morì all’ora da lei predetta il 12 maggio 1490, ad Aveiro.
Alla recita delle Litanie dei Santi, giunti all’invocazione “Omnes Sancti Innocentes, orate pro ea”, alzò gli occhi al cielo e spirò dolcemente.
Sulla sua tomba fiorirono miracoli senza numero. Papa Innocenzo XII il 31 dicembre 1692 ha confermato il suo culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Scheda del gruppo a cui appartiene la Beata Giulia Rodzinska:
"Beati 108 Martiri Polacchi"
Polonia, 16 marzo 1899 - Stutthof (Polonia), 20 febbraio 1945
Martirologio Romano: In località Stutthof vicino a Danzica in Polonia, Beata Giulia Rodzińska, Vergine della Congregazione delle Suore di San Domenico e Martire, che, devastata la patria dalla guerra, fu gettata in un campo di prigionia, dove, ammalatasi gravemente, raggiunse la gloria del cielo.
Papa Giovanni Paolo II ha beatificato il 13 giugno 1999 a Varsavia, durante il suo settimo viaggio apostolico in Polonia, 108 Martiri vittime della persecuzione contro la Chiesa polacca, scaturita durante l’occupazione nazista tedesca, dal 1939 al 1945.
L’odio razziale operato dal nazismo, provocò più di cinque milioni di vittime tra la popolazione civile polacca, fra cui molti religiosi, sacerdoti, vescovi e laici impegnati cattolici.
Fra i tanti si è potuto, in base alle notizie raccolte ed alle testimonianze, istruire vari processi per la beatificazione di 108 martiri; il primo processo fu aperto il 26 gennaio 1992 dal vescovo di Wloclawek, dove il maggior numero di vittime subì il martirio; in questo processo confluirono poi altri e il numero dei Servi di Dio, inizialmente di 92 arrivò man mano a 108.
Diamo qualche notizia numerica di essi, non potendo riportare in questa scheda tutti i 108 nomi. Il numeroso gruppo di martiri è composto da quattro gruppi principali, distinti secondo gli stati di vita: vescovi, clero diocesano, famiglie religiose maschili e femminili e laici; appartennero a 18 diocesi, all’Ordinariato Militare ed a 22 Famiglie religiose.
Tre sono vescovi, 52 sono sacerdoti diocesani, 3 seminaristi, 26 sacerdoti religiosi, 7 fratelli professi, 8 religiose, 9 laici. Subirono torture, maltrattamenti, imprigionati, quasi tutti finirono i loro giorni nei campi di concentramento, tristemente famosi di Dachau, Aschwitz, Sutthof, Ravensbrück, Sachsenhausen; subirono a seconda dei casi, la camera a gas, la decapitazione, la fucilazione, l’impiccagione o massacrati di botte dalle guardie dei campi. La loro celebrazione religiosa è singola, secondo il giorno della morte di ognuno. Fra loro ci fu la religiosa professa domenicana Giulia Rodzinska (Stanislava era il suo nome di nascita), nata il 16 marzo 1899 in Polonia. Di lei si sa che entrò nell’Ordine Domenicano nel 1916 e fece la professione religiosa solenne il 5 agosto 1924; istitutrice molto nota come “madre degli orfani” e ‘apostola del Rosario’. Venne arrestata il 12 luglio 1943, soffrì per due anni nel campo di concentramento di Stutthof, dove morì il 20 febbraio 1945, dopo aver contratto il tifo, che infuriava nel campo dove le condizioni igieniche erano inesistenti. Contrasse l’infezione mentre si recava a dare conforto e sostegno alle prigioniere ebree già contagiate e isolate.
È l’unica Suora Domenicana compresa in questo numeroso gruppo di Martiri beatificati nel 1999.
"Beati 108 Martiri Polacchi"
Polonia, 16 marzo 1899 - Stutthof (Polonia), 20 febbraio 1945
Martirologio Romano: In località Stutthof vicino a Danzica in Polonia, Beata Giulia Rodzińska, Vergine della Congregazione delle Suore di San Domenico e Martire, che, devastata la patria dalla guerra, fu gettata in un campo di prigionia, dove, ammalatasi gravemente, raggiunse la gloria del cielo.
Papa Giovanni Paolo II ha beatificato il 13 giugno 1999 a Varsavia, durante il suo settimo viaggio apostolico in Polonia, 108 Martiri vittime della persecuzione contro la Chiesa polacca, scaturita durante l’occupazione nazista tedesca, dal 1939 al 1945.
L’odio razziale operato dal nazismo, provocò più di cinque milioni di vittime tra la popolazione civile polacca, fra cui molti religiosi, sacerdoti, vescovi e laici impegnati cattolici.
Fra i tanti si è potuto, in base alle notizie raccolte ed alle testimonianze, istruire vari processi per la beatificazione di 108 martiri; il primo processo fu aperto il 26 gennaio 1992 dal vescovo di Wloclawek, dove il maggior numero di vittime subì il martirio; in questo processo confluirono poi altri e il numero dei Servi di Dio, inizialmente di 92 arrivò man mano a 108.
Diamo qualche notizia numerica di essi, non potendo riportare in questa scheda tutti i 108 nomi. Il numeroso gruppo di martiri è composto da quattro gruppi principali, distinti secondo gli stati di vita: vescovi, clero diocesano, famiglie religiose maschili e femminili e laici; appartennero a 18 diocesi, all’Ordinariato Militare ed a 22 Famiglie religiose.
Tre sono vescovi, 52 sono sacerdoti diocesani, 3 seminaristi, 26 sacerdoti religiosi, 7 fratelli professi, 8 religiose, 9 laici. Subirono torture, maltrattamenti, imprigionati, quasi tutti finirono i loro giorni nei campi di concentramento, tristemente famosi di Dachau, Aschwitz, Sutthof, Ravensbrück, Sachsenhausen; subirono a seconda dei casi, la camera a gas, la decapitazione, la fucilazione, l’impiccagione o massacrati di botte dalle guardie dei campi. La loro celebrazione religiosa è singola, secondo il giorno della morte di ognuno. Fra loro ci fu la religiosa professa domenicana Giulia Rodzinska (Stanislava era il suo nome di nascita), nata il 16 marzo 1899 in Polonia. Di lei si sa che entrò nell’Ordine Domenicano nel 1916 e fece la professione religiosa solenne il 5 agosto 1924; istitutrice molto nota come “madre degli orfani” e ‘apostola del Rosario’. Venne arrestata il 12 luglio 1943, soffrì per due anni nel campo di concentramento di Stutthof, dove morì il 20 febbraio 1945, dopo aver contratto il tifo, che infuriava nel campo dove le condizioni igieniche erano inesistenti. Contrasse l’infezione mentre si recava a dare conforto e sostegno alle prigioniere ebree già contagiate e isolate.
È l’unica Suora Domenicana compresa in questo numeroso gruppo di Martiri beatificati nel 1999.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
? - Skanninge, 1282
Fondatrice del Monastero di Skanninge.
Visse nella metà del XIII sec. nell'Ostergotland, provincia della Svezia. Dopo aver fatto con sua sorella e altre donne un pellegrinaggio in Terrasanta, vestì l'abito dell'Ordine nella città di Skànninge, in attesa che fosse fondato un convento di suore. Il suo desiderio divenne realtà grazie all'interessamento di fra Pietro di Dacia (1230-1289), che assistette spiritualmente queste religiose. Il 2 settembre 1282 morì, mentre era priora.
Martirologio Romano: A Skänninge in Svezia, Beata Ingrid Elofsdotter, che, rimasta vedova, consacrò tutti i suoi beni alla gloria di Dio e dopo un pellegrinaggio in Terra Santa vestì l’abito delle monache dell’Ordine dei Predicatori.
Ingride, della nobile famiglia Elofsdotter, nata verso la metà del XIII° secolo, ricevette una nobile educazione, squisitamente cristiana. Anima di candidi ideali, visse fin dai primi anni in un fervore di pietà che non venne mai meno. Le virtù più eroiche parvero connaturali in lei, e quando giovanissima fu obbligata dai genitori a contrarre ricchissime nozze, tutto quello splendore mondano non l’abbagliò, continuando a vivere nel mondo senza essere del mondo.
Rimasta presto vedova intraprese, con un devoto seguito di damigelle, un lungo pellegrinaggio in Terra Santa, dove il suo cuore si accese ancor più di tenero amore per il Salvatore Gesù.
Dalla Palestina si recò poi a Roma e quindi a S. Giacomo di Compostella. Ritornata in Patria, un unico desiderio la dominava: consacrarsi per sempre a una vita di preghiera e di penitenza. Ma il demonio, acceso di rabbia infernale, le macchinò una terribile trama, cercando di oscurarne la fama presso i concittadini e d’insidiarne la stessa sua vita.
Ma tutto andò a vuoto e la santa pellegrina, accolta con festosa venerazione, poté prestò compire i suoi voti e, aiutata da generosi benefattori, edificare un Monastero sotto la Regola di San Domenico, dove insieme a un bel numero di vergini si dedicò tutta alla contemplazione e alle sante austerità.
Ciò avvenne il 15 agosto 1281 alla presenza del Re Magnus Ladulas, con l’aiuto e il sostegno del Domenicano Padre Pietro di Dacia e l’autorizzazione del Vescovo di Linkoping e del Provinciale. Morì il 2 settembre 1882, mentre era Priora di quel Monastero, in tanta fama di santità e compiendo meravigliosi prodigi, tanto che presto il suo culto si estese ai vicini popoli.
Nel 1414 il Vescovo di Linkoping, Canuto Bosson, chiese alla Santa Sede l’autorizzazione per aprire il processo di Canonizzazione.
Arenatosi nel 1448, il processo riprese agli inizi del secolo seguente.
Pur non arrivando ad una formale canonizzazione, questi però portò alla solenne traslazione delle sue reliquie il 29 luglio 1507, per autorità di Papa Alessandro VI, presenti il Re, una gran folla, tutti i Vescovi della Svezia e ovviamente i Frati Predicatori di quella zona.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Fondatrice del Monastero di Skanninge.
Visse nella metà del XIII sec. nell'Ostergotland, provincia della Svezia. Dopo aver fatto con sua sorella e altre donne un pellegrinaggio in Terrasanta, vestì l'abito dell'Ordine nella città di Skànninge, in attesa che fosse fondato un convento di suore. Il suo desiderio divenne realtà grazie all'interessamento di fra Pietro di Dacia (1230-1289), che assistette spiritualmente queste religiose. Il 2 settembre 1282 morì, mentre era priora.
Martirologio Romano: A Skänninge in Svezia, Beata Ingrid Elofsdotter, che, rimasta vedova, consacrò tutti i suoi beni alla gloria di Dio e dopo un pellegrinaggio in Terra Santa vestì l’abito delle monache dell’Ordine dei Predicatori.
Ingride, della nobile famiglia Elofsdotter, nata verso la metà del XIII° secolo, ricevette una nobile educazione, squisitamente cristiana. Anima di candidi ideali, visse fin dai primi anni in un fervore di pietà che non venne mai meno. Le virtù più eroiche parvero connaturali in lei, e quando giovanissima fu obbligata dai genitori a contrarre ricchissime nozze, tutto quello splendore mondano non l’abbagliò, continuando a vivere nel mondo senza essere del mondo.
Rimasta presto vedova intraprese, con un devoto seguito di damigelle, un lungo pellegrinaggio in Terra Santa, dove il suo cuore si accese ancor più di tenero amore per il Salvatore Gesù.
Dalla Palestina si recò poi a Roma e quindi a S. Giacomo di Compostella. Ritornata in Patria, un unico desiderio la dominava: consacrarsi per sempre a una vita di preghiera e di penitenza. Ma il demonio, acceso di rabbia infernale, le macchinò una terribile trama, cercando di oscurarne la fama presso i concittadini e d’insidiarne la stessa sua vita.
Ma tutto andò a vuoto e la santa pellegrina, accolta con festosa venerazione, poté prestò compire i suoi voti e, aiutata da generosi benefattori, edificare un Monastero sotto la Regola di San Domenico, dove insieme a un bel numero di vergini si dedicò tutta alla contemplazione e alle sante austerità.
Ciò avvenne il 15 agosto 1281 alla presenza del Re Magnus Ladulas, con l’aiuto e il sostegno del Domenicano Padre Pietro di Dacia e l’autorizzazione del Vescovo di Linkoping e del Provinciale. Morì il 2 settembre 1882, mentre era Priora di quel Monastero, in tanta fama di santità e compiendo meravigliosi prodigi, tanto che presto il suo culto si estese ai vicini popoli.
Nel 1414 il Vescovo di Linkoping, Canuto Bosson, chiese alla Santa Sede l’autorizzazione per aprire il processo di Canonizzazione.
Arenatosi nel 1448, il processo riprese agli inizi del secolo seguente.
Pur non arrivando ad una formale canonizzazione, questi però portò alla solenne traslazione delle sue reliquie il 29 luglio 1507, per autorità di Papa Alessandro VI, presenti il Re, una gran folla, tutti i Vescovi della Svezia e ovviamente i Frati Predicatori di quella zona.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Narni, 1476 - Ferrara, 1544
Della famiglia Broccadelli, già a 12 anni si consacrò a Dio con voto di verginità. Suo malgrado, fu costretta dai familiari a sposarsi.
Dopo un breve ma penoso periodo di vita matrimoniale, si separò dal marito, il quale più tardi diventerà frate francescano.
Nel 1494 entrò nel Terz'Ordine domenicano a Narni. Fu a Roma e poi a Viterbo dove il 25 febbraio 1496 ricevette le stimmate, verificate dallo stesso papa, da medici e da teologi.
Il duca di Ferrara Ercole I, conosciuta la santità di Lucia, le chiese di diventare sua consigliera e le costruì il monastero di Santa Caterina da Siena per l'educazione delle giovani ferraresi.
Negli ultimi anni di vita conobbe il disprezzo e l'umiliazione, che accettò con imperturbabile serenità.
Martirologio Romano: A Ferrara, Beata Lucia Broccadelli, religiosa, che tanto nella vita matrimoniale quanto nel monastero del Terz’Ordine di San Domenico sopportò con pazienza molte sofferenze e umiliazioni.
Lucia da Narni, nata il 13 novembre 1476, fin dalla nascita fu favorita di grazie celesti. A quattro anni tutta la sua gioia era di intrattenersi con una graziosa immagine del Bambino Gesù che chiamava il suo “Cristarello”. Allietato da superne visioni, il suo cuore si staccò sempre più dalla terra, e a dodici anni fece voto di perpetua verginità.
L’angelica purità di Lucia dava ancor più risalto alla sua naturale bellezza e i suoi nobili parenti vagheggiavano per lei le più ricche nozze.
Lucia si scherniva con forza, ma essi giunsero fino alla violenza per piegare la sua volontà.
Allora, per comando della Madonna, e dietro il consiglio del suo confessore, accettò di sposare un nobile giovane, il quale, per l’amore che le portava, s’impegnò di rispettare il voto di Lucia, sebbene in seguito mettesse a dura prova la sua virtù.
Per cinque anni Lucia visse nella casa coniugale fra lacrime, preghiere e penitenze, per mantenere intatto il fiore del suo candore, finché ottenne di dividersi dal marito, che a sua volta, si fece Francescano, potendo cosi vestire l’Abito del Terz’Ordine di San Domenico. Fu allora dai superiori mandata nel Monastero di Viterbo dove, la notte del 25 febbraio 1496, ricevette le sacre Stimmate.
Per volontà del Duca di Ferrara, che la venerava come santa, e per ordine del Pontefice, si recò a Ferrara per fondarvi un Monastero del Terz’Ordine, del quale fu la prima Priora.
Morto il Duca, alcune suore, mosse dalla gelosia, ottennero che a Lucia fosse tolto ogni privilegio e messa all’ultimo posto, dove così umiliata passò i trentanove anni di vita che le restavano, consumandosi come un puro olocausto. Morì il 15 novembre 1544 a Ferrara.
Le sue reliquie sono in una teca posta sull'altare di San Lorenzo, nella cattedrale. Papa Clemente XI il 1 marzo 1710 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Lucia da Narni, pregate per noi.
Della famiglia Broccadelli, già a 12 anni si consacrò a Dio con voto di verginità. Suo malgrado, fu costretta dai familiari a sposarsi.
Dopo un breve ma penoso periodo di vita matrimoniale, si separò dal marito, il quale più tardi diventerà frate francescano.
Nel 1494 entrò nel Terz'Ordine domenicano a Narni. Fu a Roma e poi a Viterbo dove il 25 febbraio 1496 ricevette le stimmate, verificate dallo stesso papa, da medici e da teologi.
Il duca di Ferrara Ercole I, conosciuta la santità di Lucia, le chiese di diventare sua consigliera e le costruì il monastero di Santa Caterina da Siena per l'educazione delle giovani ferraresi.
Negli ultimi anni di vita conobbe il disprezzo e l'umiliazione, che accettò con imperturbabile serenità.
Martirologio Romano: A Ferrara, Beata Lucia Broccadelli, religiosa, che tanto nella vita matrimoniale quanto nel monastero del Terz’Ordine di San Domenico sopportò con pazienza molte sofferenze e umiliazioni.
Lucia da Narni, nata il 13 novembre 1476, fin dalla nascita fu favorita di grazie celesti. A quattro anni tutta la sua gioia era di intrattenersi con una graziosa immagine del Bambino Gesù che chiamava il suo “Cristarello”. Allietato da superne visioni, il suo cuore si staccò sempre più dalla terra, e a dodici anni fece voto di perpetua verginità.
L’angelica purità di Lucia dava ancor più risalto alla sua naturale bellezza e i suoi nobili parenti vagheggiavano per lei le più ricche nozze.
Lucia si scherniva con forza, ma essi giunsero fino alla violenza per piegare la sua volontà.
Allora, per comando della Madonna, e dietro il consiglio del suo confessore, accettò di sposare un nobile giovane, il quale, per l’amore che le portava, s’impegnò di rispettare il voto di Lucia, sebbene in seguito mettesse a dura prova la sua virtù.
Per cinque anni Lucia visse nella casa coniugale fra lacrime, preghiere e penitenze, per mantenere intatto il fiore del suo candore, finché ottenne di dividersi dal marito, che a sua volta, si fece Francescano, potendo cosi vestire l’Abito del Terz’Ordine di San Domenico. Fu allora dai superiori mandata nel Monastero di Viterbo dove, la notte del 25 febbraio 1496, ricevette le sacre Stimmate.
Per volontà del Duca di Ferrara, che la venerava come santa, e per ordine del Pontefice, si recò a Ferrara per fondarvi un Monastero del Terz’Ordine, del quale fu la prima Priora.
Morto il Duca, alcune suore, mosse dalla gelosia, ottennero che a Lucia fosse tolto ogni privilegio e messa all’ultimo posto, dove così umiliata passò i trentanove anni di vita che le restavano, consumandosi come un puro olocausto. Morì il 15 novembre 1544 a Ferrara.
Le sue reliquie sono in una teca posta sull'altare di San Lorenzo, nella cattedrale. Papa Clemente XI il 1 marzo 1710 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Lucia da Narni, pregate per noi.
Trino, Vercelli, 1443 - 1503
Da principio, le opere di Maddalena Panattieri furono più che altro di misericordia. Ebbe una speciale predilezione per i fanciulli nei quali, come il Savonarola, vedeva l'innocenza e l'avvenire del mondo. Ma il successo maggiore lo ottenne, non tanto come predicatrice, quanto come maestra di spiritualità. Ella catechizzava in una piccola cappella e le sue modeste conferenze furono destinate, sul principio, a un gruppo di donne, le quali riconoscevano nella Panattieri un'ottima consigliera.
A poco a poco, qualche uomo si uni alle donne, ed avvenne che gli stessi sacerdoti dei luogo si sentirono attratti dalla parola ispirata della terziaria domenicana.
La Panattieri insisteva soprattutto sulla riforma dei costumi, e spesso trattava il problema dell'usura, vivo e scottante in quel tempo, in cui la moneta scarseggiava e i commerci si andavano fortemente espandendo.
Per merito della Panattieri, Trino divenne un centro di predicazione. Il Priore generale dei Domenicani vi giunse da Milano, e da ogni parte del Piemonte molti predicatori andavano - diciamo così - a prendere l'imbeccata a Trino, dove, d'altra parte, la terziaria domenicana non si insuperbiva ma, al contrario, dava prova di profonda umiltà.
Ad un uomo che, urtato dalle sue parole, la colpì con uno schiaffo, la Panattieri, cadendo in ginocchio, disse evangelicamente: "Fratello, ecco l'altra guancia; colpisci pure. Ti ringrazio per amore di Cristo". Come il Savonarola, ella fu profetessa di sventure, e nelle sue prediche ripeteva il grido che ritroviamo anche nei sermoni del domenicano di San Marco: "Guai all'Italia! Vedo avvicinarsi il flagello".
Martirologio Romano: A Trino nel Monferrato in Piemonte, Beata Maddalena Panatieri, vergine, suora della Penitenza di San Domenico.
Maddalena Panattieri fin dai primi anni apparve un’anima tutta piena di grazia. Adorna di rara bellezza, seppe sfuggire all’insidiosa rete della vanità in cui restano impigliate miseramente tante giovinette, e suo specchio fu solo il Crocifisso.
Vestì giovanissima l’Abito del Terz’ Ordine di San Domenico abbracciando con gran fervore tutte le austerità dell’Ordine. Portò sempre la ruvida camicia di lana, osservò con estremo rigore l’astinenza e i lunghi digiuni, e nelle veglie fu eroica.
Fece suo il duplice spirito di contemplazione e di azione, divenendone espressione vivente.
Contemplò con appassionato amore la Passione di Gesù, meritando di partecipare nell’anima e nel corpo a tutti i dolori del Salvatore. Si accese di zelo per la salvezza delle anime per le quali lavorò e pregò.
Ebbe il dono della predicazione, e in una cappella accanto alla chiesa dei Domenicani di Trino, teneva calde esortazioni a cui non disdegnavano di assistere sacerdoti e religiosi, e perfino il Maestro dei Novizi vi conduceva i suoi giovani religiosi. Aveva un’arte tutta celeste per piegare gli animi al bene, e si deve alle sue opere se i Domenicani di Trino abbracciarono la stretta osservanza restaurata da Raimondo da Capua.
Il Marchese di Monferrato ebbe per lei particolare venerazione e la chiamava la “sua mamma". Del resto fu la mamma di tutti, e da tutti fu amata. Predisse la sua morte, avvenuta il 13 ottobre 1503, e quando fu in agonia, con voce dolcissima, intonò l’Inno “Jesu nostra Redemptio” e “l’Ave Maris stella”. Papa Leone XII il 26 settembre 1827 ha confermato il culto.
Il suo corpo, sepolto nella chiesa conventuale, fu subito oggetto di molta venerazione. Nascosto nel secolo XVII nel vicino oratorio di San Pietro Martire, fu rinvenuto nel 1964. Nel 1970, con l’autorizzazione della Santa Sede, fu solennemente ricollocato nella chiesa.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
A poco a poco, qualche uomo si uni alle donne, ed avvenne che gli stessi sacerdoti dei luogo si sentirono attratti dalla parola ispirata della terziaria domenicana.
La Panattieri insisteva soprattutto sulla riforma dei costumi, e spesso trattava il problema dell'usura, vivo e scottante in quel tempo, in cui la moneta scarseggiava e i commerci si andavano fortemente espandendo.
Per merito della Panattieri, Trino divenne un centro di predicazione. Il Priore generale dei Domenicani vi giunse da Milano, e da ogni parte del Piemonte molti predicatori andavano - diciamo così - a prendere l'imbeccata a Trino, dove, d'altra parte, la terziaria domenicana non si insuperbiva ma, al contrario, dava prova di profonda umiltà.
Ad un uomo che, urtato dalle sue parole, la colpì con uno schiaffo, la Panattieri, cadendo in ginocchio, disse evangelicamente: "Fratello, ecco l'altra guancia; colpisci pure. Ti ringrazio per amore di Cristo". Come il Savonarola, ella fu profetessa di sventure, e nelle sue prediche ripeteva il grido che ritroviamo anche nei sermoni del domenicano di San Marco: "Guai all'Italia! Vedo avvicinarsi il flagello".
Martirologio Romano: A Trino nel Monferrato in Piemonte, Beata Maddalena Panatieri, vergine, suora della Penitenza di San Domenico.
Maddalena Panattieri fin dai primi anni apparve un’anima tutta piena di grazia. Adorna di rara bellezza, seppe sfuggire all’insidiosa rete della vanità in cui restano impigliate miseramente tante giovinette, e suo specchio fu solo il Crocifisso.
Vestì giovanissima l’Abito del Terz’ Ordine di San Domenico abbracciando con gran fervore tutte le austerità dell’Ordine. Portò sempre la ruvida camicia di lana, osservò con estremo rigore l’astinenza e i lunghi digiuni, e nelle veglie fu eroica.
Fece suo il duplice spirito di contemplazione e di azione, divenendone espressione vivente.
Contemplò con appassionato amore la Passione di Gesù, meritando di partecipare nell’anima e nel corpo a tutti i dolori del Salvatore. Si accese di zelo per la salvezza delle anime per le quali lavorò e pregò.
Ebbe il dono della predicazione, e in una cappella accanto alla chiesa dei Domenicani di Trino, teneva calde esortazioni a cui non disdegnavano di assistere sacerdoti e religiosi, e perfino il Maestro dei Novizi vi conduceva i suoi giovani religiosi. Aveva un’arte tutta celeste per piegare gli animi al bene, e si deve alle sue opere se i Domenicani di Trino abbracciarono la stretta osservanza restaurata da Raimondo da Capua.
Il Marchese di Monferrato ebbe per lei particolare venerazione e la chiamava la “sua mamma". Del resto fu la mamma di tutti, e da tutti fu amata. Predisse la sua morte, avvenuta il 13 ottobre 1503, e quando fu in agonia, con voce dolcissima, intonò l’Inno “Jesu nostra Redemptio” e “l’Ave Maris stella”. Papa Leone XII il 26 settembre 1827 ha confermato il culto.
Il suo corpo, sepolto nella chiesa conventuale, fu subito oggetto di molta venerazione. Nascosto nel secolo XVII nel vicino oratorio di San Pietro Martire, fu rinvenuto nel 1964. Nel 1970, con l’autorizzazione della Santa Sede, fu solennemente ricollocato nella chiesa.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Metola, 1287 - Città di Castello, 1320
Nacque cieca, a Metola, presso Città di Castello (Pg).
I genitori, dopo aver chiesto invano il miracolo della guarigione, abbandonarono la bimba, che alcune donne del popolo raccolsero e ospitarono a turno.
Più tardi fu allontanata da un monastero, perché la sua vita suonava come severo rimprovero a religiose dissipate e tiepide.
Allora Margherita si rivolse al Terz'Ordine della penitenza di San Domenico ed abbracciò con generosità il programma di preghiera e di penitenza fino all'incontro definitivo con Cristo.
Nutrì tenera devozione per la sacra Famiglia. Il suo corpo incorrotto si venera nella chiesa di San Domenico a Città di Castello.
Martirologio Romano: A Città di Castello in Umbria, Beata Margherita, vergine delle Suore della Penitenza di San Domenico, che, sebbene cieca e storpia fin dalla nascita e abbandonata dai suoi genitori, confidò sempre in cuore suo nel nome di Gesù.
Margherita nacque cieca e storpia. Appena l’intelligenza della bimba cominciò ad aprirsi, si vide però di quali tesori di grazia era stata arricchita.
Ai genitori, benché nobili e ricchi, parve un peso troppo grave e umiliante questa figlioletta priva della vista e d’ogni bellezza, e cosi un giorno, dopo averla condotta alla vicina Città di Castello per implorare la guarigione da un santo Francescano li molto venerato, vedendo che le loro suppliche restavano senza risposta, l’abbandonarono in chiesa, e se ne tornarono a casa.
Margherita non pianse, non si disperò, e con un atto eroico di completa fiducia in Dio, lo invocò, quale Padre degli orfani.
Fu questo il principio di mirabili ascensioni che a poco a poco fecero risplendere intorno alla povera abbandonata, un’aureola di santità.
Dopo prove e umiliazioni ricevette con giubilo l‘Abito del Terz’ Ordine di San Domenico, raggiungendo nella sua breve vita di trentatré anni un grado di altissima perfezione, tutta conforme all’ideale dell’Ordine.
La coraggiosa penitenza dette vigore al suo spirito per applicarsi ad una perseverante preghiera, che aprì a lei i tesori della celeste sapienza.
Aveva imparato a memoria l’intero Salterio e ne spiegava i più reconditi sensi.
Fece, senza rumore, un gran bene alle anime, e tutti ricercavano la sua santa compagnia.
Fu devotissima del mistero dell’incarnazione, e dopo morte, avvenuta il 13 aprile 1320, le furono trovate nel cuore tre perle, sulle quali erano scolpite l’immagine di Gesù, della Madonna e di San Giuseppe.
Il suo corpo incorrotto si trova nella chiesa di San Domenico a Città di Castello.
Papa Paolo V, nel 1609, concesse ai Domenicani di quella città la Messa e l’Ufficio propri. Il 6 aprile 1675 Papa Clemente X estese tale privilegio a tutto l’Ordine. Nel 1988 il locale Vescovo di Urbino e Città di Castello l’ha proclamata Patrona Diocesana dei non vedenti.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nacque cieca, a Metola, presso Città di Castello (Pg).
I genitori, dopo aver chiesto invano il miracolo della guarigione, abbandonarono la bimba, che alcune donne del popolo raccolsero e ospitarono a turno.
Più tardi fu allontanata da un monastero, perché la sua vita suonava come severo rimprovero a religiose dissipate e tiepide.
Allora Margherita si rivolse al Terz'Ordine della penitenza di San Domenico ed abbracciò con generosità il programma di preghiera e di penitenza fino all'incontro definitivo con Cristo.
Nutrì tenera devozione per la sacra Famiglia. Il suo corpo incorrotto si venera nella chiesa di San Domenico a Città di Castello.
Martirologio Romano: A Città di Castello in Umbria, Beata Margherita, vergine delle Suore della Penitenza di San Domenico, che, sebbene cieca e storpia fin dalla nascita e abbandonata dai suoi genitori, confidò sempre in cuore suo nel nome di Gesù.
Margherita nacque cieca e storpia. Appena l’intelligenza della bimba cominciò ad aprirsi, si vide però di quali tesori di grazia era stata arricchita.
Ai genitori, benché nobili e ricchi, parve un peso troppo grave e umiliante questa figlioletta priva della vista e d’ogni bellezza, e cosi un giorno, dopo averla condotta alla vicina Città di Castello per implorare la guarigione da un santo Francescano li molto venerato, vedendo che le loro suppliche restavano senza risposta, l’abbandonarono in chiesa, e se ne tornarono a casa.
Margherita non pianse, non si disperò, e con un atto eroico di completa fiducia in Dio, lo invocò, quale Padre degli orfani.
Fu questo il principio di mirabili ascensioni che a poco a poco fecero risplendere intorno alla povera abbandonata, un’aureola di santità.
Dopo prove e umiliazioni ricevette con giubilo l‘Abito del Terz’ Ordine di San Domenico, raggiungendo nella sua breve vita di trentatré anni un grado di altissima perfezione, tutta conforme all’ideale dell’Ordine.
La coraggiosa penitenza dette vigore al suo spirito per applicarsi ad una perseverante preghiera, che aprì a lei i tesori della celeste sapienza.
Aveva imparato a memoria l’intero Salterio e ne spiegava i più reconditi sensi.
Fece, senza rumore, un gran bene alle anime, e tutti ricercavano la sua santa compagnia.
Fu devotissima del mistero dell’incarnazione, e dopo morte, avvenuta il 13 aprile 1320, le furono trovate nel cuore tre perle, sulle quali erano scolpite l’immagine di Gesù, della Madonna e di San Giuseppe.
Il suo corpo incorrotto si trova nella chiesa di San Domenico a Città di Castello.
Papa Paolo V, nel 1609, concesse ai Domenicani di quella città la Messa e l’Ufficio propri. Il 6 aprile 1675 Papa Clemente X estese tale privilegio a tutto l’Ordine. Nel 1988 il locale Vescovo di Urbino e Città di Castello l’ha proclamata Patrona Diocesana dei non vedenti.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Pinerolo, Torino, 1390 - Alba, Cuneo, 23 novembre 1464
La Beata Margherita di Savoia è conosciuta con l'appellativo di «grande».
Nata nel 1390 a Pinerolo rimase presto senza genitori e passò insieme alla sorellina Matilde sotto la tutela dello zio Ludovico, il quale, per mancanza di eredi, succedeva al defunto principe Amedeo.
Per risolvere le lunghe discordie tra il Piemonte e il Monferrato lo zio la destinò in sposa al marchese di Monferrato.
Lei acconsentì, nonostante, anche grazie alle parole di Vincenzo Ferrei, pensasse già al chiostro.
Alla morte del marito si ritirò nel palazzo di Alba, dove, con l'approvazione di Papa Eugenio IV, nel 1441, fondò il monastero di Santa Maria Maddalena.
Vestito l'Abito del Terz'Ordine Domenicano, più tardi abbracciò la Regola più austera delle Monache dell'Ordine. Morì nel 1464. (Avvenire)
Etimologia: Margherita = perla, dal greco e latino
Emblema: Tre frecce, Corona deposta
Martirologio Romano: Ad Alba in Piemonte, Beata Margherita di Savoia, che, rimasta vedova, si consacrò a Dio nel monastero delle monache dell’Ordine dei Predicatori da lei fondato.
La Beata Margherita di Savoia, da non confondere assolutamente con l’omonima regina d’Italia vissuta ben cinque secoli dopo, era imparentata con le principali famiglie reali d’Europa: suo padre era il conte Amedeo di Savoia-Acaja, mentre sua madre era una della sorelle di quel Clemente VII che durante il Grande Scisma si dichiarò Papa ad Avignone.
Margherita si meritò addirittura l’appellativo di “Grande”.
Fu infatti testimone d’evangelica grandezza nei differenti stati in cui Dio la mise alla prova: di figlia, di sposa, di sovrana ed infine di religiosa.
Nata a Pinerolo tra il 1382 ed il 1390, sin dalla sua giovinezza fu l’immagine del candore ed una precoce saggezza le fece aborrire tutto ciò che invece il mondo è solito amare.
Rimasta ben presto orfana, passò con la sorellina Matilde sotto la tutela dello zio Ludovico, che per mancanza di eredi maschi diretti succedette al defunto Principe Amedeo.
Primo pensiero di Ludovico di Savoia fu di porre fine alle lunghe discordie intercorse tra Piemonte e Monferrato e da ambe le parti non si guardò che a Margherita come a pegno sicuro di pace duratura.
Da decenni, infatti, il Piemonte era sconvolto per il suo possesso dalle guerre tra i Savoia, i marchesi di Saluzzo, i marchesi del Monferrato ed i Visconti di Milano.
La giovane principessa, che in cuor suo già era orientata al chiostro, riconfermata ancora di più nel suo proposito da San Vincenzo Ferreri, a quel tempo predicatore in terra piemontese.
Con cuore assai generoso Margherita sacrificò i suoi più cari ideali per il bene comune e la pace fra le due zone del Piemonte, divenendo dunque sposa nel 1403 del Marchese di Monferrato, Teodoro II Paleologo, molto più anziano di lei.
Nessun miraggio terreno riuscì però a sedurre la giovane marchesa, che iniziò la nuova vita di sovrana con i piedi per terra ma con il cuore fisso in cielo, atteggiamento tipico del cristiano. Dopo essere stata la saggia consigliera di suo marito e madre tenerissima dei sudditi, rimase vedova nel 1418.
Governò allora il marchesato in prima persona quale reggente, sino alla maggiore età del figliastro Giovanni.
Si ritirò poi nel palazzo di Alba di sua proprietà insieme alle sue più fedeli damigelle, per dedicarsi ad opere di carità, rifiutando la proposta di matrimonio avanzatale da Filippo Maria Visconti.
Divenne terziaria domenicana e fondò poi una congregazione, prima di terziarie e poi nel 1441, con l’approvazione di Papa Eugenio IV, di monache. Nacque così il Monastero di Santa Maria Maddalena in Alba.
La nuova vita religiosa religiosa di Margherita non fu però esente da travagli e difficoltà.
Un giorno ebbe una visione di Cristo, che le porse tre frecce recanti ciascuna una scritta: malattia, calunnia e persecuzione.
Infatti nel periodo seguente ebbe a patire tutti e tre i tormenti indicati.
Afflitta da una salute assai cagionevole, fu accusata d’ipocrisia, poi di tirannia nei confronti delle consorelle.
Inoltre un pretendente da lei respinto sparse in giro la voce che il monastero fosse un centro ove si propugnava l’eresia dei valdesi.
Il frate che era loro guida spirituale fu arrestato e, quando Margherita giunse al castello per chiederne il rilascio, il portone le fu chiuso violentemente in faccia, fratturandole anche una mano.
Nonostante tutte queste difficoltà, per circa venticinque anni condusse una vita ritirata di preghiera, studio e carità.
La Biblioteca Reale di Torino conserva un volume contenente le lettere di Santa Caterina da Siena, copiate e rilegate “per ordine della nostra illustre signora, Margherita di Savoia, marchesa del Monferrato”.
Proprio ad imitazione della santa Dottore della Chiesa, che durante la cattività avignonese si era spesa anima e corpo per il ritorno a Roma del pontefice, Margherita si adoperò intensamente affinchè suo cugino Amedeo VIII, primo duca di Savoia, eletto antipapa con il nome di Felice V dal Concilio di Basilea, recedesse dalla sua posizione.
Così avvenne: Felice V abdicò e repose la tiara, riconoscendo come unico capo della Chiesa il papa allora legittimamente regnante a Roma.
Tornato dunque ad essere Amedeo di Savoia, continuò a guidare l’Ordine Mauriziano da lui fondato nel monastero sulle rive del lago di Ginevra ed il Papa lo ricompensò per aver ricomposto l’unità della Chiesa nominandolo cardinale e legato pontificio per gli stati sabaudi e dintorni.
Il Cardinale Amedeo morì poi in fama di santità ed ancora oggi riposa nella Cappella della Sindone, adiacente alla cattedrale torinese.
Tornando invece a Margherita ed al suo monastero di clausura, degno di nota è ancora un misterioso avvenimento la cui prova documentaria è stata resa pubblica solo nell’anno 2000: nell’ormai lontano 16 ottobre 1454, circondata da tutte le sue consorelle e dal confessore padre Bellini, agonizzava una suora.
Presente anche la superiora e fondatrice del convento, la Beata Margherita appunto, durante questa triste circostanza si verificò il fatto straordinario di cui recitano così i documenti: “Avvenne la visione profetica avuta e riferita agli astanti in punto di morte dall’agonizzante Suor Filippina alla quale Nostra Signora Santissima, Santa Caterina da Siena, il Beato Umberto di Savoia e l’Abate Guglielmo di Savoia, predissero avvenimenti prosperi e funesti per la Casa di Savoia, fino ad un tempo futuro imprecisato di terribili guerre, di esilio in Portogallo di un altro Umberto di Savoia e di un mostro proveniente dall’Oriente con grande sofferenza per l’Umanità, mostro che sarà però distrutto da Nostra Signora del Santo Rosario di Fatima se tutti gli esseri umani la invocheranno con grande contrizione”.
Ogni lettore non sprovveduto potrà ben scorgere fra queste righe delle allusioni ai tragici avvenimenti del XX secolo ed al messaggio poi trasmesso anche dalla Madonna nelle apparizioni di Fatima.
Questa Suor Filippina era in realtà una cugina di Margherita, dunque di sangue sabaudo, sfuggita ad una congiura contro la sua famiglia.
La sua vicenda sarebbe però assai lunga complessa e snaturerebbe l’oggetto della presente.
Margherita di Savoia morì ad Alba il 23 novembre 1464, circondata dall’affetto e dalla venerazione delle sue figlie spirituali.
Il pontefice piemontese San Pio V, già religioso domenicano e priore del convento di Alba, nel 1566 permise per Margherita di Savoia un culto locale riservato al Monastero di Alba, mentre Papa Clemente IX la beatificò solennemente il 9 ottobre 1669, fissandone la memoria al 27 novembre per tutto l’Ordine Domenicano, oggi celebrata anche da alcune diocesi piemontesi.
Il Martyrologium Romanum la festeggia invece al 23 novembre, anniversario della nascita al cielo della Beata.
Il suo corpo incorrotto è ancor oggi oggetto di venerazione nella chiesa di Santa Maria Maddalena ad Alba, anche dopo il trasferimento definitivo nel monastero in una nuova sede avvenuto nel 1956.
Margherita di Savoia, grande ed attiva figura femminile nel Piemonte del suo tempo, fautrice di pace e di concordia fra le varie zone della regione, meriterebbe a pieno titolo di essere onorata, accanto al protovescovo vercellese Sant’Eusebio, quale celeste patrona del Piemonte, nonché la canonizzazione affinché si possa universalmente guardare a lei quale virtuoso modello di sposa, di madre, di sovrana e di religiosa.
Preghiera
O Dio, che hai chiesto alla Beata Margherita di Savoia
di rinunciare alle ricchezze del mondo
per vivere la povertà evangelica,
concedici di seguire da vicino Cristo povero
per essere arricchiti della sua grazia e della sua gloria.
Egli è Dio e vive e regna con Te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli. Amen.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nata nel 1390 a Pinerolo rimase presto senza genitori e passò insieme alla sorellina Matilde sotto la tutela dello zio Ludovico, il quale, per mancanza di eredi, succedeva al defunto principe Amedeo.
Per risolvere le lunghe discordie tra il Piemonte e il Monferrato lo zio la destinò in sposa al marchese di Monferrato.
Lei acconsentì, nonostante, anche grazie alle parole di Vincenzo Ferrei, pensasse già al chiostro.
Alla morte del marito si ritirò nel palazzo di Alba, dove, con l'approvazione di Papa Eugenio IV, nel 1441, fondò il monastero di Santa Maria Maddalena.
Vestito l'Abito del Terz'Ordine Domenicano, più tardi abbracciò la Regola più austera delle Monache dell'Ordine. Morì nel 1464. (Avvenire)
Etimologia: Margherita = perla, dal greco e latino
Emblema: Tre frecce, Corona deposta
Martirologio Romano: Ad Alba in Piemonte, Beata Margherita di Savoia, che, rimasta vedova, si consacrò a Dio nel monastero delle monache dell’Ordine dei Predicatori da lei fondato.
La Beata Margherita di Savoia, da non confondere assolutamente con l’omonima regina d’Italia vissuta ben cinque secoli dopo, era imparentata con le principali famiglie reali d’Europa: suo padre era il conte Amedeo di Savoia-Acaja, mentre sua madre era una della sorelle di quel Clemente VII che durante il Grande Scisma si dichiarò Papa ad Avignone.
Margherita si meritò addirittura l’appellativo di “Grande”.
Fu infatti testimone d’evangelica grandezza nei differenti stati in cui Dio la mise alla prova: di figlia, di sposa, di sovrana ed infine di religiosa.
Nata a Pinerolo tra il 1382 ed il 1390, sin dalla sua giovinezza fu l’immagine del candore ed una precoce saggezza le fece aborrire tutto ciò che invece il mondo è solito amare.
Rimasta ben presto orfana, passò con la sorellina Matilde sotto la tutela dello zio Ludovico, che per mancanza di eredi maschi diretti succedette al defunto Principe Amedeo.
Primo pensiero di Ludovico di Savoia fu di porre fine alle lunghe discordie intercorse tra Piemonte e Monferrato e da ambe le parti non si guardò che a Margherita come a pegno sicuro di pace duratura.
Da decenni, infatti, il Piemonte era sconvolto per il suo possesso dalle guerre tra i Savoia, i marchesi di Saluzzo, i marchesi del Monferrato ed i Visconti di Milano.
La giovane principessa, che in cuor suo già era orientata al chiostro, riconfermata ancora di più nel suo proposito da San Vincenzo Ferreri, a quel tempo predicatore in terra piemontese.
Con cuore assai generoso Margherita sacrificò i suoi più cari ideali per il bene comune e la pace fra le due zone del Piemonte, divenendo dunque sposa nel 1403 del Marchese di Monferrato, Teodoro II Paleologo, molto più anziano di lei.
Nessun miraggio terreno riuscì però a sedurre la giovane marchesa, che iniziò la nuova vita di sovrana con i piedi per terra ma con il cuore fisso in cielo, atteggiamento tipico del cristiano. Dopo essere stata la saggia consigliera di suo marito e madre tenerissima dei sudditi, rimase vedova nel 1418.
Governò allora il marchesato in prima persona quale reggente, sino alla maggiore età del figliastro Giovanni.
Si ritirò poi nel palazzo di Alba di sua proprietà insieme alle sue più fedeli damigelle, per dedicarsi ad opere di carità, rifiutando la proposta di matrimonio avanzatale da Filippo Maria Visconti.
Divenne terziaria domenicana e fondò poi una congregazione, prima di terziarie e poi nel 1441, con l’approvazione di Papa Eugenio IV, di monache. Nacque così il Monastero di Santa Maria Maddalena in Alba.
La nuova vita religiosa religiosa di Margherita non fu però esente da travagli e difficoltà.
Un giorno ebbe una visione di Cristo, che le porse tre frecce recanti ciascuna una scritta: malattia, calunnia e persecuzione.
Infatti nel periodo seguente ebbe a patire tutti e tre i tormenti indicati.
Afflitta da una salute assai cagionevole, fu accusata d’ipocrisia, poi di tirannia nei confronti delle consorelle.
Inoltre un pretendente da lei respinto sparse in giro la voce che il monastero fosse un centro ove si propugnava l’eresia dei valdesi.
Il frate che era loro guida spirituale fu arrestato e, quando Margherita giunse al castello per chiederne il rilascio, il portone le fu chiuso violentemente in faccia, fratturandole anche una mano.
Nonostante tutte queste difficoltà, per circa venticinque anni condusse una vita ritirata di preghiera, studio e carità.
La Biblioteca Reale di Torino conserva un volume contenente le lettere di Santa Caterina da Siena, copiate e rilegate “per ordine della nostra illustre signora, Margherita di Savoia, marchesa del Monferrato”.
Proprio ad imitazione della santa Dottore della Chiesa, che durante la cattività avignonese si era spesa anima e corpo per il ritorno a Roma del pontefice, Margherita si adoperò intensamente affinchè suo cugino Amedeo VIII, primo duca di Savoia, eletto antipapa con il nome di Felice V dal Concilio di Basilea, recedesse dalla sua posizione.
Così avvenne: Felice V abdicò e repose la tiara, riconoscendo come unico capo della Chiesa il papa allora legittimamente regnante a Roma.
Tornato dunque ad essere Amedeo di Savoia, continuò a guidare l’Ordine Mauriziano da lui fondato nel monastero sulle rive del lago di Ginevra ed il Papa lo ricompensò per aver ricomposto l’unità della Chiesa nominandolo cardinale e legato pontificio per gli stati sabaudi e dintorni.
Il Cardinale Amedeo morì poi in fama di santità ed ancora oggi riposa nella Cappella della Sindone, adiacente alla cattedrale torinese.
Tornando invece a Margherita ed al suo monastero di clausura, degno di nota è ancora un misterioso avvenimento la cui prova documentaria è stata resa pubblica solo nell’anno 2000: nell’ormai lontano 16 ottobre 1454, circondata da tutte le sue consorelle e dal confessore padre Bellini, agonizzava una suora.
Presente anche la superiora e fondatrice del convento, la Beata Margherita appunto, durante questa triste circostanza si verificò il fatto straordinario di cui recitano così i documenti: “Avvenne la visione profetica avuta e riferita agli astanti in punto di morte dall’agonizzante Suor Filippina alla quale Nostra Signora Santissima, Santa Caterina da Siena, il Beato Umberto di Savoia e l’Abate Guglielmo di Savoia, predissero avvenimenti prosperi e funesti per la Casa di Savoia, fino ad un tempo futuro imprecisato di terribili guerre, di esilio in Portogallo di un altro Umberto di Savoia e di un mostro proveniente dall’Oriente con grande sofferenza per l’Umanità, mostro che sarà però distrutto da Nostra Signora del Santo Rosario di Fatima se tutti gli esseri umani la invocheranno con grande contrizione”.
Ogni lettore non sprovveduto potrà ben scorgere fra queste righe delle allusioni ai tragici avvenimenti del XX secolo ed al messaggio poi trasmesso anche dalla Madonna nelle apparizioni di Fatima.
Questa Suor Filippina era in realtà una cugina di Margherita, dunque di sangue sabaudo, sfuggita ad una congiura contro la sua famiglia.
La sua vicenda sarebbe però assai lunga complessa e snaturerebbe l’oggetto della presente.
Margherita di Savoia morì ad Alba il 23 novembre 1464, circondata dall’affetto e dalla venerazione delle sue figlie spirituali.
Il pontefice piemontese San Pio V, già religioso domenicano e priore del convento di Alba, nel 1566 permise per Margherita di Savoia un culto locale riservato al Monastero di Alba, mentre Papa Clemente IX la beatificò solennemente il 9 ottobre 1669, fissandone la memoria al 27 novembre per tutto l’Ordine Domenicano, oggi celebrata anche da alcune diocesi piemontesi.
Il Martyrologium Romanum la festeggia invece al 23 novembre, anniversario della nascita al cielo della Beata.
Il suo corpo incorrotto è ancor oggi oggetto di venerazione nella chiesa di Santa Maria Maddalena ad Alba, anche dopo il trasferimento definitivo nel monastero in una nuova sede avvenuto nel 1956.
Margherita di Savoia, grande ed attiva figura femminile nel Piemonte del suo tempo, fautrice di pace e di concordia fra le varie zone della regione, meriterebbe a pieno titolo di essere onorata, accanto al protovescovo vercellese Sant’Eusebio, quale celeste patrona del Piemonte, nonché la canonizzazione affinché si possa universalmente guardare a lei quale virtuoso modello di sposa, di madre, di sovrana e di religiosa.
Preghiera
O Dio, che hai chiesto alla Beata Margherita di Savoia
di rinunciare alle ricchezze del mondo
per vivere la povertà evangelica,
concedici di seguire da vicino Cristo povero
per essere arricchiti della sua grazia e della sua gloria.
Egli è Dio e vive e regna con Te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli. Amen.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Vergine, monaca (c. 1291-1351)
Nacque circa l’anno 1291 a Donauworth in Baviera e nella casa paterna venne istruita nella virtù e nella scienza. Circa il 1306 scelse di entrare tra le monache dell’Ordine dei Predicatori, nel monastero di Medingen (diocesi di Ausburg), dedicato alla Vergine Assunta.
Nel 1311, esortata a compiere la sua piena conversione alla divina volontà, cominciò una vita più perfetta – a somiglianza del suo Padre San Domenico – “salutare per lei, esemplare per gli uomini, gioconda per gli angeli, gradita a Dio”.
La sua mirabile vita trascorse in un perfetto nascondimento, sebbene il profumo delle sue virtù varcasse i confini del chiostro, tanto che subito dopo la sua morte fu onorata di culto pubblico e fervidamente invocata. La bellezza di quest’anima fu tutta interiore. Dalle relazioni di coscienza, che essa fece per obbedienza, e da altri suoi scritti, ci è dato conoscere quali tesori di grazia Dio avesse versato nella sua anima innocente. La Santa Umanità di Gesù fu il divino oggetto della sua costante e amorosa contemplazione ed essa ne rivisse i vari misteri nell’esercizio delle virtù, nell’olocausto ininterrotto di tutta se stessa, nelle sofferenze interne ed esterne, tutte accettate ed offerte con Gesù, per Gesù e in Gesù. Raggiunse la somma unione dell’anima con Lui nel 1347. “Tutta la mia forza e tutto il mio potere, scrisse, riposano esclusivamente nella sua dolcissima Umanità, nella sua vita di verità, e nella sua santa ed amara Passione. Tutto il mio desiderio di vivere e di morire non s’ispira ad altro”.
Margherita è una delle principali mistiche renane che nel secolo XIV fiorirono in più di 70 monasteri del nostro Ordine in Germania. Amica di Giovanni Tauler, ebbe anche familiarità con quegli uomini di buona volontà che erano chiamati “amici di Dio”. Inoltre fu l’insigne autrice dell’autobiografica esperienza mistica di cui sono testimoni le “Rivelazioni” ossia “Diario” e quella raccolta di elevazioni spirituali chiamata “Paternoster”, che ci insegna l’affetto divino. Morì il 20 giugno 1351 ed è sepolta a Medingen.
Il 24 febbraio 1979 Giovanni Paolo II ratificò e confermò il il culto resole “ab immemorabili”.
Firenze, 1514 - 1577
La fiorentina Maria Bartolomea Bagnesi trascorse gran parte dell'esistenza immobilizzata a letto dalla malattia. Dopo morta, compì un miracolo in favore di un'altra donna che sarebbe divenuta santa dopo aver vissuto anche lei nella sofferenza, Maria Maddalena de' Pazzi (che di poco la precede nel calendario, il 25 maggio).
Quest'ultima nel 1582 era entrata nel monastero fiorentino delle Carmelitane di Santa Maria degli Angeli, dove Maria Bartolomea era stata sepolta pochi anni prima, nel 1577, e dove ancora oggi si venera il suo corpo incorrotto. La beata era nata nel 1514 e a diciott'anni era stata colpita da una grave, misteriosa malattia che si intensificava ogni venerdì, nella Settimana Santa e in varie altre solennità liturgiche. Lei la sopportò con fede. A 33 anni il male le diede una tregua, permettendole di vestire l'abito di Terziaria domenicana. Il culto è stato approvato dal 1804. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Firenze, Beata Maria Bartolomea Bagnesi, vergine, suora della Penitenza di San Domenico, che per circa quarantacinque anni sopportò molti e aspri dolori.
Maria Bartolomea, di nobile famiglia fiorentina, fu un magnifico giglio che spuntò e crebbe tra acutissime spine. Fin dalla più tenera infanzia essa desiderò di essere tutta di Gesù, e l’andava dicendo con infantile entusiasmo. Se poi, per caso, si sentiva, per scherzo, rispondere negativamente, scoppiava in lacrime inconsolabili. Rimasta presto senza mamma, essa fu l’angelo del focolare domestico, di cui prese, con raro senno, il governo.
Il babbo se la vedeva crescere accanto, bella e gentile, e per lei vagheggiava il più roseo avvenire. Molti giovani nobili, attratti dal suo soave incanto, la chiesero in sposa. Il padre ne parlò alla figlia, dicendo che per lei non si trattava che di scegliere, perché egli non desiderava altro che di vederla sposa felice.
Essa si sentì venire meno. Un tremito strano la colse e tutte le membra le si disciolsero. Portata a braccia sul letto iniziò per lei un martirio che durò quarantacinque anni, sempre in preda a malanni, crudeli e misteriosi, che s’intensificavano ogni venerdì, nella Settimana Santa e nelle varie solennità dell’anno. A trentatré anni ebbe una miracolosa tregua ai suoi mali e poté così ricevere l’Abito del Terz’Ordine Domenicano, da lei tanto desiderato.
A tante infermità si aggiunsero le calunnie degli uomini e gli assalti del demonio, ma niente poté abbattere la sua pazienza. Il suo letto fu una cattedra e di lì essa, con gli esempi, le parole, le lettere fu a tante anime luce di vita. Morì il 28 maggio 1577. Venne sepolta nel Monastero Carmelitano di Santa Maria degli Angeli a Firenze, dove si venera il suo corpo incorrotto.
Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, entrata più tardi in quel Monastero, fu miracolosamente guarita per sua intercessione.
Papa Pio VII l’11 luglio 1804 ha approvato il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Bartolomea Bagnesi, pregate per noi.
La fiorentina Maria Bartolomea Bagnesi trascorse gran parte dell'esistenza immobilizzata a letto dalla malattia. Dopo morta, compì un miracolo in favore di un'altra donna che sarebbe divenuta santa dopo aver vissuto anche lei nella sofferenza, Maria Maddalena de' Pazzi (che di poco la precede nel calendario, il 25 maggio).
Quest'ultima nel 1582 era entrata nel monastero fiorentino delle Carmelitane di Santa Maria degli Angeli, dove Maria Bartolomea era stata sepolta pochi anni prima, nel 1577, e dove ancora oggi si venera il suo corpo incorrotto. La beata era nata nel 1514 e a diciott'anni era stata colpita da una grave, misteriosa malattia che si intensificava ogni venerdì, nella Settimana Santa e in varie altre solennità liturgiche. Lei la sopportò con fede. A 33 anni il male le diede una tregua, permettendole di vestire l'abito di Terziaria domenicana. Il culto è stato approvato dal 1804. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Firenze, Beata Maria Bartolomea Bagnesi, vergine, suora della Penitenza di San Domenico, che per circa quarantacinque anni sopportò molti e aspri dolori.
Maria Bartolomea, di nobile famiglia fiorentina, fu un magnifico giglio che spuntò e crebbe tra acutissime spine. Fin dalla più tenera infanzia essa desiderò di essere tutta di Gesù, e l’andava dicendo con infantile entusiasmo. Se poi, per caso, si sentiva, per scherzo, rispondere negativamente, scoppiava in lacrime inconsolabili. Rimasta presto senza mamma, essa fu l’angelo del focolare domestico, di cui prese, con raro senno, il governo.
Il babbo se la vedeva crescere accanto, bella e gentile, e per lei vagheggiava il più roseo avvenire. Molti giovani nobili, attratti dal suo soave incanto, la chiesero in sposa. Il padre ne parlò alla figlia, dicendo che per lei non si trattava che di scegliere, perché egli non desiderava altro che di vederla sposa felice.
Essa si sentì venire meno. Un tremito strano la colse e tutte le membra le si disciolsero. Portata a braccia sul letto iniziò per lei un martirio che durò quarantacinque anni, sempre in preda a malanni, crudeli e misteriosi, che s’intensificavano ogni venerdì, nella Settimana Santa e nelle varie solennità dell’anno. A trentatré anni ebbe una miracolosa tregua ai suoi mali e poté così ricevere l’Abito del Terz’Ordine Domenicano, da lei tanto desiderato.
A tante infermità si aggiunsero le calunnie degli uomini e gli assalti del demonio, ma niente poté abbattere la sua pazienza. Il suo letto fu una cattedra e di lì essa, con gli esempi, le parole, le lettere fu a tante anime luce di vita. Morì il 28 maggio 1577. Venne sepolta nel Monastero Carmelitano di Santa Maria degli Angeli a Firenze, dove si venera il suo corpo incorrotto.
Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, entrata più tardi in quel Monastero, fu miracolosamente guarita per sua intercessione.
Papa Pio VII l’11 luglio 1804 ha approvato il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Bartolomea Bagnesi, pregate per noi.
Dourdan, 1653 – Sainville, 1744
Nata a Dourdan (Essonne) da una famiglia profondamente cristiana e impegnata nelle opere di carità, in seguito al fallimento del padre rilevò con coraggio la fabbrica paterna, trasformandola in uno stabilimento pilota, finalizzato più al bene sociale che al profitto.
Nel 1691 entrò nel Terz'Ordine domenicano, di cui apprezzava lo spirito di contemplazione e le finalità apostoliche.
Intuendo che Dio e San Domenico la chiamavano a uno stile di vita diverso, lasciò la fabbrica al fratello e si trasferì a Jainville, dove la miseria e l'ignoranza erano maggiori.
Qui fondò una comunità femminile di tipo domenicano, non claustrale e aperta alle opere di carità: le Suore domenicane della carità della presentazione della s. Vergine.
Martirologio Romano: Nel villaggio di Sainville vicino a Chartres in Francia, Beata Maria Poussepin, vergine, che fondò l’Istituto delle Suore Domenicane di Carità della Presentazione della Santa Vergine per offrire sostegno ai pastori d’anime, istruzione alle ragazze e assistenza ai bisognosi e ai malati.
Tutto l’operato di questa donna è proclamato dalle parole incise sulla lapide tombale: “Vide ciò che era buono dinanzi al Signore; vigilò e pregò, il nemico quindi non seminò la zizzania in casa sua”.
Carità e prudenza, virtù regine tra quelle teologali e morali, furono le coordinate portanti del suo vivere.
Ella si diceva “umile figlia della Provvidenza”. A Dourdan, sua città natale, nella prima metà dei suoi anni fu Dama, diremmo oggi, della Carità di San Vincenzo di Paoli. Abile amministratrice della fabbrica paterna di calze, da manifattura la elevò a livello tecnico, riconoscendo anche per gli apprendisti i diritti sociali.
Nel 1696 si trasferì a Sainville. Divenuta terziaria domenicana e guidata da Padre Francesco Mespolié, del Convento parigino dell’Annunciazione, dedicò il suo grande cuore e la sua fortuna finanziaria al bene cristiano e sociale delle popolazioni rurali, istituendo in piccoli paesi, fino allora sprovvisti, scuole di insegnamento primario e di catechesi, e centri di assistenza infermieristica.
Andava così incontro al programma del Re Luigi XIV per riorganizzare il sistema scolastico e ospedaliero in Francia.
Il raggio della sua beneficenza si prolungò grazie alla prima comunità di terziarie Domenicane da lei radunate a SainvillMarie Poussepine: nucleo germinale della Congregazione delle Suore di Carità Domenicane della Presentazione della S. Vergine che, dalla seconda metà del secolo XIX si diffusero in molte terre, soprattutto dell’America Meridionale e Centrale.
Questa fondazione sta alla radice di quella forma di vita consacrata che in seguito si sviluppò fiorentissima con le varie Congregazioni di Suore appartenenti alla Famiglia Domenicana.
Maria morì il 24 gennaio 1744, ma la sua memoria liturgica cade oggi, data di nascita e di battesimo. La sua tomba è nella casa madre di Thurs.
Papa Giovanni Paolo II l’ha proclamata Beata il 20 novembre 1994.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nata a Dourdan (Essonne) da una famiglia profondamente cristiana e impegnata nelle opere di carità, in seguito al fallimento del padre rilevò con coraggio la fabbrica paterna, trasformandola in uno stabilimento pilota, finalizzato più al bene sociale che al profitto.
Nel 1691 entrò nel Terz'Ordine domenicano, di cui apprezzava lo spirito di contemplazione e le finalità apostoliche.
Intuendo che Dio e San Domenico la chiamavano a uno stile di vita diverso, lasciò la fabbrica al fratello e si trasferì a Jainville, dove la miseria e l'ignoranza erano maggiori.
Qui fondò una comunità femminile di tipo domenicano, non claustrale e aperta alle opere di carità: le Suore domenicane della carità della presentazione della s. Vergine.
Martirologio Romano: Nel villaggio di Sainville vicino a Chartres in Francia, Beata Maria Poussepin, vergine, che fondò l’Istituto delle Suore Domenicane di Carità della Presentazione della Santa Vergine per offrire sostegno ai pastori d’anime, istruzione alle ragazze e assistenza ai bisognosi e ai malati.
Tutto l’operato di questa donna è proclamato dalle parole incise sulla lapide tombale: “Vide ciò che era buono dinanzi al Signore; vigilò e pregò, il nemico quindi non seminò la zizzania in casa sua”.
Carità e prudenza, virtù regine tra quelle teologali e morali, furono le coordinate portanti del suo vivere.
Ella si diceva “umile figlia della Provvidenza”. A Dourdan, sua città natale, nella prima metà dei suoi anni fu Dama, diremmo oggi, della Carità di San Vincenzo di Paoli. Abile amministratrice della fabbrica paterna di calze, da manifattura la elevò a livello tecnico, riconoscendo anche per gli apprendisti i diritti sociali.
Nel 1696 si trasferì a Sainville. Divenuta terziaria domenicana e guidata da Padre Francesco Mespolié, del Convento parigino dell’Annunciazione, dedicò il suo grande cuore e la sua fortuna finanziaria al bene cristiano e sociale delle popolazioni rurali, istituendo in piccoli paesi, fino allora sprovvisti, scuole di insegnamento primario e di catechesi, e centri di assistenza infermieristica.
Andava così incontro al programma del Re Luigi XIV per riorganizzare il sistema scolastico e ospedaliero in Francia.
Il raggio della sua beneficenza si prolungò grazie alla prima comunità di terziarie Domenicane da lei radunate a SainvillMarie Poussepine: nucleo germinale della Congregazione delle Suore di Carità Domenicane della Presentazione della S. Vergine che, dalla seconda metà del secolo XIX si diffusero in molte terre, soprattutto dell’America Meridionale e Centrale.
Questa fondazione sta alla radice di quella forma di vita consacrata che in seguito si sviluppò fiorentissima con le varie Congregazioni di Suore appartenenti alla Famiglia Domenicana.
Maria morì il 24 gennaio 1744, ma la sua memoria liturgica cade oggi, data di nascita e di battesimo. La sua tomba è nella casa madre di Thurs.
Papa Giovanni Paolo II l’ha proclamata Beata il 20 novembre 1994.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Mantova, 17 gennaio 1449 - 18 giugno 1505
Nacque a Mantova il 17 gennaio 1449 dai nobili Nicola Andreasi e Agnese Gonzaga. Desiderando fin dalla prima giovinezza di appartenere all'Ordine della Penitenza di San Domenico, rifiutò le nozze e vestì a quindici anni l'abito di terziaria domenicana, serbandolo fino alla morte, avvenuta in Mantova il 18 giugno 1505.
Fu chiamata spesso a compiti di suprema responsabilità, come la reggenza del ducato di Mantova, in assenza di Francesco II Gonzaga, della cui gratitudine seppe egregiamente servirsi per una continua opera di assistenza verso i poveri e i bisognosi della città o verso i familiari del medesimo Francesco, come Elisabetta, sposa del duca d'Urbino, che confortò nel durissimo esilio.
Dalla storia della sua vita, tramandata dal domenicano Francesco Silvestri da Ferrara e dal benedettino Girolamo da Mantova, entrambi suoi contemporanei, appare come l'Andreasi componesse mirabilmente l'apparente dissidio fra vita contemplativa e vita attiva, travaglio di quelle grandi anime che l'interiore vocazione spingerebbe alla solitudine e la pietà per il dolore umano trattiene invece nel mondo. L'Andreasi assolse dunque i doveri che il suo rango non le risparmiava e il suo spirito si assumeva con fervore apostolico, confortata dai doni soprannaturali di cui Iddio si compiacque di ricolmarla: lo sposalizio mistico, l'incoronazione di spine, le stimmate, visibili, però, come semplice turgore e non accompagnate da lacerazione di tessuti, infine la trafittura del cuore che divenne il suo emblema iconografico.
Il corpo della beata è custodito e venerato nel Duomo di Mantova; il culto ne fu permesso da Leone X e Innocenzo XII, nel 1694, e la festa collocata nel giorno anniversario della morte, il 18 giugno.
Emblema: Cuore trafitto
Martirologio Romano: A Mantova, beata Osanna Andreasi, vergine, che, vestito l’abito delle Suore della Penitenza di San Domenico, unì con mirabile sapienza la contemplazione delle cose divine con le occupazioni terrene e la cura delle buone opere.
Questa donna carismatica che in seguito si fece terziaria domenicana nacque nel 1449 a Mantova dai nobili Nicola Andreasi e Agnese Gonzaga. Nella sua biografia, redatta dal suo primo biografo, il suo contemporaneo, il domenicano Francesco Silvestri da Ferrara, viene descritta come mistica della passione di Cristo, “che in mezzo alle innumerevoli preoccupazioni di un’amministrazione domestica tanto efficiente quanto intelligente, visse una vita devota ed illuminata, che era completamente dedicata alla penitenza, all’estasi e alle sofferenze della stigmatizzazione. Caratteristico fu l’elevato grado del sua spiritualità, tanto che all’età di 18 anni fu sposata in modo mistico con Gesù Cristo raggiungendo in tal modo, ancora così giovane; i gradini più alti dell’unione mistica divina”.
Osanna sul suo corpo portò i dolorosi segni della passione di Cristo: l’incoronazione di spine, lo sposalizio mistico e le stimmate. Non appena Osanna raggiunse l’età dell’uso della ragione, ricevette in maniera sovrannaturale, istruzioni per la sua vita legata a Dio: Quando aveva 5-6 anni, la sua famiglia trascorse l’estate in campagna.
Un giorno, quando la piccola Osanna si trovò da sola sulla riva del fiume Adige, le apparve un angelo e la istruì sull’amore divino e le disse: “ Guarda come ogni creatura esclama con tutto l’animo: amate Dio, abitanti della terra, perché Egli ha creato tutte le cose solo per conquistare il vostro amore!”.
Il grande pensatore cattolico brasiliano Plinio Correa de Oliveira così commenta questo episodio della vita della beata: “ La bambina sta ammirando il fiume quando un angelo le appare. Un angelo magnifico, che le parla dell’amore di Dio e di come tutto il creato canti e proclami la sua gloria. L’essenziale di questo messaggio è che dio ha creato tutte le cose per essere amato attraverso di esse. Perché un angelo appare a questa bambina? E come fa l’angelo ad aprire l’animo di una bambina alla contemplazione di Dio nella creazione?
La bambina era probabilmente già predisposta dalla sua natura a considerare con meraviglia il panorama davanti ai suoi occhi. E’ comune tra i bambini che conservano la loro innocenza originaria porsi in una posizione di ammirazione di fronte alle bellezze della natura.
Ma qui appare un angelo, e diventa la cosa più bella che la bambina abbia mai visto. Lo percepiamo dal racconto steso dal suo confessore e biografo, cui doveva averlo raccontato molte volte. Quindi l’angelo, muovendosi in una sorta di crescendo di bellezza, la innalza da questa terra e le mostra la gerarchia celeste, cioè la gerarchia angelica in Paradiso dove i troni rimasti vuoti degli angeli caduti sono gradualmente occupati da uomini e da donne sante.
Così a Osanna è mostrata la più bella eaaltà che ci sia, l’insieme del regno celeste. Dopo averle mostrato tutta questa bellezza, l’angelo le dice di osservare come tutte le cose create da Dio sono di per sé buone e meritevoli di essere amate. E viene alla conclusione naturale: ama le creature e ama il loro creatore, in modo da diventare santa e andare in cielo a occupare il posto preparato per te. Così Dio, tramite il suo angelo, invita una bambinetta a comprendere lo splendore della creazione e la magnificenza del Creatore, qualche cosa che va molto al di là della capacità di percezione dei sensi naturali.
Dio la invita a innalzarsi sopra i limiti umani e a concentrare la sua anima sulle realtà spirituali che sono impercettibili ai nostri sensi, ma sono più reali della realtà materiale. Le mostra anche un angelo, e la gerarchia angelica formata da esseri puramente spirituali.”Poco dopo le apparve nello stesso posto anche Gesù Cristo, con una corona di spine sulla testa e una pesante croce sulle spalle, e disse a Osanna: ”Cara bambina, io sono il figlio della vergine Maria e il tuo creatore. Ho sempre amato i bambini perché il loro cuore è ancora puro. Accetto volentieri vergini come le mie spose e proteggo la loro verginità.”
Questa apparizione, fu un invito a Osanna, a seguire il suo divino sposo nel suo cammino delle sofferenze. Lei seguì l’invito, si consacrò a Cristo, rinunciò al matrimonio con un giovane nobile e iniziò, all’età di 15 anni, la vita di una terziaria domenicana rivestendone lo specifico abito.
Immersa in una vita di molte penitenze e preghiere, si impegnò sempre per salvaguardare la salute dell’anima dei suoi prossimi; svolse incarichi responsabili anche in ambito politico, come ad esempio la reggenza del principato di Mantova durante l’assenza del principe Francesco II Gonzaga, la cui gratitudine per tutti i suoi aiuti utilizzò a sua volta per il bene dei poveri e afflitti della città di Mantova. Seppe stare a proprio agio sia tra i nobili che tra la povera gente. Fu di grande conforto alla moglie del duca d’urbino, vittima della durissima sorte che le toccò, l’esilio.
Osanna, a cui non solo furono conferite le stigmate ma che godette anche di innumerevoli estasi e visioni, disse una volta al suo secondo biografo, il successivo generale d’ordine dei monaci olivetani, P. Girolamo da Mantova: “Quale consolazione e quale gioia versa Dio nell’anima, quando Lui l’avvicina a sé, per unirsi a lei. In quei momenti tutte le forze del corpo sono debilitate ed inerti, mentre l’anima scende a magnifiche vedute di visioni, mai viste da occhio umano, e mai udite da orecchio umano.
Nella dolcezza di quest’unione, l’anima non viene distratta né da destra né da sinistra, gioisce esclusivamente della visione e dell’ eterna maestà divina. Poi il corpo non sente più niente, perché tutte le sue forze vengono legate e quasi risucchiate dalla forza superiore dell’anima. Quale mente potrebbe comprendere, quale lingua descrivere ciò che vede l’anima nell’immagine di una infinita luce della divina maestà!” . Si racconta che, a decine, i pellegrini si recavano a farle visita. E lei benché fisicamente provata non si tirerà mai indietro.
La trafittura del cuore (che dopo la morte la rappresenterà nelle iconografie), segnò il massimo segno di santità in vita.
La grande mistica Osanna di Mantova morì il 18 giugno 1505 all’età di 56 anni. Al suo letto di morte furono presenti l’intera corte di Mantova, il principe con sua moglie, il cardinale di Gonzaga e suo fratello. Il suo corpo, tuttora incorrotto, riposa nel duomo di Mantova. leone prima, ed Innocenzo XII nel 1694, ne approvarono il culto.
Autore: Don Marcello Stanzione
La Beata Osanna Andreasi (1449-1505) nasce nel magnifico palazzo di una nobilissima famiglia italiana (la mamma è una Gonzaga). All’età di cinque anni, mentre cammina sulle rive del Po, sente distintamente una voce chiara e ferma che le dice: “La vita e la morte consistono nell’amare Dio”. La bambina entra in estasi e si sente portare fino in Cielo da uno splendido angelo. Questi le mostra la gerarchia celeste e le dice: “Per entrare in Cielo è necessario amare molto Dio. Guarda come tutte le cose create cantano la Sua gloria e la proclamano agli uomini”.
Da questa esperienza nasce un grande desiderio di studiare teologia. Il padre vi si oppone, come a cosa non adatta a una bambina. Ma Osanna prega. Come risposta alle sue preghiere Nostra Signora in persona comincia ad apparirle e a impartirle lezioni. Così Osanna impara il latino ed acquista una grande conoscenza della Sacra Scrittura. Cita a memoria anche i commenti dei Padri della Chiesa.
Alla fine il padre si convince. Le permette di dedicare la vita alla teologia, di non sposarsi e di vestire a quindici anni l’abito di terziaria domenicana. Ma Osanna esercita anche responsabilità politiche, fra cui la reggenza temporanea del Ducato di Mantova. Muore nel 1505 e il suo corpo, tuttora incorrotto, riposa nel Duomo di Mantova.
Vorrei meditare sul fatto meraviglioso – riferito dal suo confessore e biografo – che le accade quando ha cinque anni. Sappiamo che lo studio della teologia – e della filosofia, che necessariamente lo accompagna – è cosa molto profonda e richiede una vigorosa applicazione della ragione. Sono studi normalmente adatti a persone mature: più la persona è matura, più è adatto questo tipo di studi.
Questa è la regola: la vita della Beata Osanna è l’eccezione.
Vediamo una bambinetta di cinque anni che cammina sulla riva di un fiume particolarmente bello, il Po. Io stesso ho avuto la possibilità di godere della bellezza del Po in un viaggio da Milano a Venezia. La bambina sta ammirando il fiume quando un angelo le appare. Un angelo magnifico, che le parla dell’amore per Dio e di come tutto il creato canti e proclami la Sua gloria. L’essenziale di questo messaggio è che Dio ha creato tutte le cose per essere amato attraverso di esse.
Perché un angelo appare a questa bambina? E come fa l’angelo ad aprire l’animo di una bambina alla contemplazione di Dio nella creazione? La bambina era probabilmente già predisposta dalla sua natura a considerare con meraviglia il panorama davanti ai suoi occhi. È comune tra i bambini che conservano la loro innocenza originaria porsi in una posizione di ammirazione di fronte alle bellezze della natura. Ma qui appare un angelo, e diventa la cosa più bella che la bambina abbia mai visto. Lo percepiamo dal racconto steso dal suo confessore e biografo, cui doveva averlo raccontato molte volte.
Quindi l’angelo, muovendosi in una sorta di crescendo di bellezza, la innalza da questa Terra e le mostra la gerarchia celeste, cioè la gerarchia angelica in Paradiso dove i troni rimasti vuoti degli angeli decaduti sono gradualmente occupati da uomini e donne sante. Così a Osanna è mostrata la più bella realtà che ci sia, l’insieme del Regno Celeste. Dopo averle mostrato tutta questa bellezza, l’angelo le dice di osservare come tutte le cose create da Dio sono di per sé buone e meritevoli di essere amate. E viene alla conclusione naturale: ama le creature e ama il loro Creatore, in modo da diventare santa e andare in Cielo a occupare il posto preparato per te.
Così Dio, tramite il suo angelo, invita una bambinetta a comprendere lo splendore della creazione e la magnificenza del Creatore, qualche cosa che va molto al di là della capacità di percezione dei sensi naturali.
Dio la invita a innalzarsi sopra i limiti umani e a concentrare la sua anima sulle realtà spirituali che sono impercettibili ai nostri sensi, ma sono più reali della realtà materiale. Le mostra anche un angelo, e la gerarchia angelica formata da esseri puramente spirituali. Al vertice della gerarchia c’è Nostra Signora e, al di sopra di lei, il Re dei Re, Nostro Signore Gesù Cristo.
Con questo straordinario invito Dio sta formando una persona la cui intera vita sarà destinata alla riflessione. Mentre l’angelo mostra a Osanna tutte queste cose, le sta implicitamente dicendo di fare uno sforzo d’intelligenza per conoscere Dio. Qui l’angelo le indica, già a cinque anni, la strada attraverso cui è destinata a santificarsi: se queste cose sono così belle, come dev’essere più bello Dio. Vai e comincia a meditare su queste cose.
Possiamo immaginare la scena. Il Po scende tranquillo e maestoso. Osanna è ben vestita nello stile comune alla famiglie nobili del tempo: non “da bambina” come usa oggi, ma come una donna in miniatura, con una lunga gonna, una cintura, i capelli ben pettinati, forse decorati con un fiore. Sta camminando su una sponda tenuta con cura, così che può ammirare sia il fiume sia i fiori e le piante sulla riva. A questo punto vede l’angelo.
Ma le persone intorno a lei non vedono nulla. Si accorgono che il volto della bambina è diventato splendente, e che è caduta in ginocchio a pregare. Gli astanti possono sentire la sua vocina infantile e rendersi conto che sta parlando con qualcuno. Che cosa è successo? Sono ammirati dalla sua grazia spirituale e concludono che sta ricevendo una rivelazione. Probabilmente capiscono che Dio è all’opera e si rallegrano delle sue meraviglie: anche perché subito dopo la bambina comincia a ragionare come un’adulta matura e ben formata. Osanna dunque riceve grandi consolazioni.
Ma subito dopo comincia a combattere con il mondo. Il padre le rifiuta il permesso di studiare teologia. Da un punto di vista naturale possiamo capire il padre. Pensa che la richiesta sia strana: a quel tempo è molto poco usuale per una donna studiare teologia, tanto più per una bambina. E il padre pensa piuttosto per lei a un buon matrimonio.
Tutto comprensibile, umanamente parlando. Ma questi ragionamenti devono essere messi da parte quando il volere di Dio si manifesta chiaramente. Il padre, secondo il biografo, crede che la figlia abbia sperimentato un miracolo: quindi dice di no a Dio, anche se qualche anno dopo cambia idea.
Ma Dio ha le sue vie. È la Madonna ad apparire a Osanna per insegnarle la teologia e darle tutte le lezioni di cui a bisogno. È una storia piena di grazia. Nostra Signora le dà una solida conoscenza della Sacra Scrittura. Possiamo immaginare che a mano a mano che Osanna cresce e diventa una giovane donna, Nostra Signora le appaia di tanto in tanto per spiegarle questo o quel punto di teologia che ha bisogno di capire perché si realizzi il piano di Dio su di lei. Da adulta Osanna diventerà un’esperta esegeta delle Scritture. Vediamo la vittoria della Divina Provvidenza.
Non sarebbe magnifico se all’ingresso di una delle università cattoliche si ponesse una bella statua della Beata Osanna da Mantova seduta mentre prende appunti con la Madonna che le fa da insegnante? Vi prego di non considerare questi commenti sulla Beata Osanna come una meditazione completa sulla sua vita, ma piuttosto come un invito a conoscerla meglio. Se lo accoglierete, i miei commenti avranno raggiunto il loro scopo.
(Autore: Plinio Corrêa de Oliveira - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Osanna Andreasi da Mantova, pregate per noi.
Nacque a Mantova il 17 gennaio 1449 dai nobili Nicola Andreasi e Agnese Gonzaga. Desiderando fin dalla prima giovinezza di appartenere all'Ordine della Penitenza di San Domenico, rifiutò le nozze e vestì a quindici anni l'abito di terziaria domenicana, serbandolo fino alla morte, avvenuta in Mantova il 18 giugno 1505.
Fu chiamata spesso a compiti di suprema responsabilità, come la reggenza del ducato di Mantova, in assenza di Francesco II Gonzaga, della cui gratitudine seppe egregiamente servirsi per una continua opera di assistenza verso i poveri e i bisognosi della città o verso i familiari del medesimo Francesco, come Elisabetta, sposa del duca d'Urbino, che confortò nel durissimo esilio.
Dalla storia della sua vita, tramandata dal domenicano Francesco Silvestri da Ferrara e dal benedettino Girolamo da Mantova, entrambi suoi contemporanei, appare come l'Andreasi componesse mirabilmente l'apparente dissidio fra vita contemplativa e vita attiva, travaglio di quelle grandi anime che l'interiore vocazione spingerebbe alla solitudine e la pietà per il dolore umano trattiene invece nel mondo. L'Andreasi assolse dunque i doveri che il suo rango non le risparmiava e il suo spirito si assumeva con fervore apostolico, confortata dai doni soprannaturali di cui Iddio si compiacque di ricolmarla: lo sposalizio mistico, l'incoronazione di spine, le stimmate, visibili, però, come semplice turgore e non accompagnate da lacerazione di tessuti, infine la trafittura del cuore che divenne il suo emblema iconografico.
Il corpo della beata è custodito e venerato nel Duomo di Mantova; il culto ne fu permesso da Leone X e Innocenzo XII, nel 1694, e la festa collocata nel giorno anniversario della morte, il 18 giugno.
Emblema: Cuore trafitto
Martirologio Romano: A Mantova, beata Osanna Andreasi, vergine, che, vestito l’abito delle Suore della Penitenza di San Domenico, unì con mirabile sapienza la contemplazione delle cose divine con le occupazioni terrene e la cura delle buone opere.
Questa donna carismatica che in seguito si fece terziaria domenicana nacque nel 1449 a Mantova dai nobili Nicola Andreasi e Agnese Gonzaga. Nella sua biografia, redatta dal suo primo biografo, il suo contemporaneo, il domenicano Francesco Silvestri da Ferrara, viene descritta come mistica della passione di Cristo, “che in mezzo alle innumerevoli preoccupazioni di un’amministrazione domestica tanto efficiente quanto intelligente, visse una vita devota ed illuminata, che era completamente dedicata alla penitenza, all’estasi e alle sofferenze della stigmatizzazione. Caratteristico fu l’elevato grado del sua spiritualità, tanto che all’età di 18 anni fu sposata in modo mistico con Gesù Cristo raggiungendo in tal modo, ancora così giovane; i gradini più alti dell’unione mistica divina”.
Osanna sul suo corpo portò i dolorosi segni della passione di Cristo: l’incoronazione di spine, lo sposalizio mistico e le stimmate. Non appena Osanna raggiunse l’età dell’uso della ragione, ricevette in maniera sovrannaturale, istruzioni per la sua vita legata a Dio: Quando aveva 5-6 anni, la sua famiglia trascorse l’estate in campagna.
Un giorno, quando la piccola Osanna si trovò da sola sulla riva del fiume Adige, le apparve un angelo e la istruì sull’amore divino e le disse: “ Guarda come ogni creatura esclama con tutto l’animo: amate Dio, abitanti della terra, perché Egli ha creato tutte le cose solo per conquistare il vostro amore!”.
Il grande pensatore cattolico brasiliano Plinio Correa de Oliveira così commenta questo episodio della vita della beata: “ La bambina sta ammirando il fiume quando un angelo le appare. Un angelo magnifico, che le parla dell’amore di Dio e di come tutto il creato canti e proclami la sua gloria. L’essenziale di questo messaggio è che dio ha creato tutte le cose per essere amato attraverso di esse. Perché un angelo appare a questa bambina? E come fa l’angelo ad aprire l’animo di una bambina alla contemplazione di Dio nella creazione?
La bambina era probabilmente già predisposta dalla sua natura a considerare con meraviglia il panorama davanti ai suoi occhi. E’ comune tra i bambini che conservano la loro innocenza originaria porsi in una posizione di ammirazione di fronte alle bellezze della natura.
Ma qui appare un angelo, e diventa la cosa più bella che la bambina abbia mai visto. Lo percepiamo dal racconto steso dal suo confessore e biografo, cui doveva averlo raccontato molte volte. Quindi l’angelo, muovendosi in una sorta di crescendo di bellezza, la innalza da questa terra e le mostra la gerarchia celeste, cioè la gerarchia angelica in Paradiso dove i troni rimasti vuoti degli angeli caduti sono gradualmente occupati da uomini e da donne sante.
Così a Osanna è mostrata la più bella eaaltà che ci sia, l’insieme del regno celeste. Dopo averle mostrato tutta questa bellezza, l’angelo le dice di osservare come tutte le cose create da Dio sono di per sé buone e meritevoli di essere amate. E viene alla conclusione naturale: ama le creature e ama il loro creatore, in modo da diventare santa e andare in cielo a occupare il posto preparato per te. Così Dio, tramite il suo angelo, invita una bambinetta a comprendere lo splendore della creazione e la magnificenza del Creatore, qualche cosa che va molto al di là della capacità di percezione dei sensi naturali.
Dio la invita a innalzarsi sopra i limiti umani e a concentrare la sua anima sulle realtà spirituali che sono impercettibili ai nostri sensi, ma sono più reali della realtà materiale. Le mostra anche un angelo, e la gerarchia angelica formata da esseri puramente spirituali.”Poco dopo le apparve nello stesso posto anche Gesù Cristo, con una corona di spine sulla testa e una pesante croce sulle spalle, e disse a Osanna: ”Cara bambina, io sono il figlio della vergine Maria e il tuo creatore. Ho sempre amato i bambini perché il loro cuore è ancora puro. Accetto volentieri vergini come le mie spose e proteggo la loro verginità.”
Questa apparizione, fu un invito a Osanna, a seguire il suo divino sposo nel suo cammino delle sofferenze. Lei seguì l’invito, si consacrò a Cristo, rinunciò al matrimonio con un giovane nobile e iniziò, all’età di 15 anni, la vita di una terziaria domenicana rivestendone lo specifico abito.
Immersa in una vita di molte penitenze e preghiere, si impegnò sempre per salvaguardare la salute dell’anima dei suoi prossimi; svolse incarichi responsabili anche in ambito politico, come ad esempio la reggenza del principato di Mantova durante l’assenza del principe Francesco II Gonzaga, la cui gratitudine per tutti i suoi aiuti utilizzò a sua volta per il bene dei poveri e afflitti della città di Mantova. Seppe stare a proprio agio sia tra i nobili che tra la povera gente. Fu di grande conforto alla moglie del duca d’urbino, vittima della durissima sorte che le toccò, l’esilio.
Osanna, a cui non solo furono conferite le stigmate ma che godette anche di innumerevoli estasi e visioni, disse una volta al suo secondo biografo, il successivo generale d’ordine dei monaci olivetani, P. Girolamo da Mantova: “Quale consolazione e quale gioia versa Dio nell’anima, quando Lui l’avvicina a sé, per unirsi a lei. In quei momenti tutte le forze del corpo sono debilitate ed inerti, mentre l’anima scende a magnifiche vedute di visioni, mai viste da occhio umano, e mai udite da orecchio umano.
Nella dolcezza di quest’unione, l’anima non viene distratta né da destra né da sinistra, gioisce esclusivamente della visione e dell’ eterna maestà divina. Poi il corpo non sente più niente, perché tutte le sue forze vengono legate e quasi risucchiate dalla forza superiore dell’anima. Quale mente potrebbe comprendere, quale lingua descrivere ciò che vede l’anima nell’immagine di una infinita luce della divina maestà!” . Si racconta che, a decine, i pellegrini si recavano a farle visita. E lei benché fisicamente provata non si tirerà mai indietro.
La trafittura del cuore (che dopo la morte la rappresenterà nelle iconografie), segnò il massimo segno di santità in vita.
La grande mistica Osanna di Mantova morì il 18 giugno 1505 all’età di 56 anni. Al suo letto di morte furono presenti l’intera corte di Mantova, il principe con sua moglie, il cardinale di Gonzaga e suo fratello. Il suo corpo, tuttora incorrotto, riposa nel duomo di Mantova. leone prima, ed Innocenzo XII nel 1694, ne approvarono il culto.
Autore: Don Marcello Stanzione
La Beata Osanna Andreasi (1449-1505) nasce nel magnifico palazzo di una nobilissima famiglia italiana (la mamma è una Gonzaga). All’età di cinque anni, mentre cammina sulle rive del Po, sente distintamente una voce chiara e ferma che le dice: “La vita e la morte consistono nell’amare Dio”. La bambina entra in estasi e si sente portare fino in Cielo da uno splendido angelo. Questi le mostra la gerarchia celeste e le dice: “Per entrare in Cielo è necessario amare molto Dio. Guarda come tutte le cose create cantano la Sua gloria e la proclamano agli uomini”.
Da questa esperienza nasce un grande desiderio di studiare teologia. Il padre vi si oppone, come a cosa non adatta a una bambina. Ma Osanna prega. Come risposta alle sue preghiere Nostra Signora in persona comincia ad apparirle e a impartirle lezioni. Così Osanna impara il latino ed acquista una grande conoscenza della Sacra Scrittura. Cita a memoria anche i commenti dei Padri della Chiesa.
Alla fine il padre si convince. Le permette di dedicare la vita alla teologia, di non sposarsi e di vestire a quindici anni l’abito di terziaria domenicana. Ma Osanna esercita anche responsabilità politiche, fra cui la reggenza temporanea del Ducato di Mantova. Muore nel 1505 e il suo corpo, tuttora incorrotto, riposa nel Duomo di Mantova.
Vorrei meditare sul fatto meraviglioso – riferito dal suo confessore e biografo – che le accade quando ha cinque anni. Sappiamo che lo studio della teologia – e della filosofia, che necessariamente lo accompagna – è cosa molto profonda e richiede una vigorosa applicazione della ragione. Sono studi normalmente adatti a persone mature: più la persona è matura, più è adatto questo tipo di studi.
Questa è la regola: la vita della Beata Osanna è l’eccezione.
Vediamo una bambinetta di cinque anni che cammina sulla riva di un fiume particolarmente bello, il Po. Io stesso ho avuto la possibilità di godere della bellezza del Po in un viaggio da Milano a Venezia. La bambina sta ammirando il fiume quando un angelo le appare. Un angelo magnifico, che le parla dell’amore per Dio e di come tutto il creato canti e proclami la Sua gloria. L’essenziale di questo messaggio è che Dio ha creato tutte le cose per essere amato attraverso di esse.
Perché un angelo appare a questa bambina? E come fa l’angelo ad aprire l’animo di una bambina alla contemplazione di Dio nella creazione? La bambina era probabilmente già predisposta dalla sua natura a considerare con meraviglia il panorama davanti ai suoi occhi. È comune tra i bambini che conservano la loro innocenza originaria porsi in una posizione di ammirazione di fronte alle bellezze della natura. Ma qui appare un angelo, e diventa la cosa più bella che la bambina abbia mai visto. Lo percepiamo dal racconto steso dal suo confessore e biografo, cui doveva averlo raccontato molte volte.
Quindi l’angelo, muovendosi in una sorta di crescendo di bellezza, la innalza da questa Terra e le mostra la gerarchia celeste, cioè la gerarchia angelica in Paradiso dove i troni rimasti vuoti degli angeli decaduti sono gradualmente occupati da uomini e donne sante. Così a Osanna è mostrata la più bella realtà che ci sia, l’insieme del Regno Celeste. Dopo averle mostrato tutta questa bellezza, l’angelo le dice di osservare come tutte le cose create da Dio sono di per sé buone e meritevoli di essere amate. E viene alla conclusione naturale: ama le creature e ama il loro Creatore, in modo da diventare santa e andare in Cielo a occupare il posto preparato per te.
Così Dio, tramite il suo angelo, invita una bambinetta a comprendere lo splendore della creazione e la magnificenza del Creatore, qualche cosa che va molto al di là della capacità di percezione dei sensi naturali.
Dio la invita a innalzarsi sopra i limiti umani e a concentrare la sua anima sulle realtà spirituali che sono impercettibili ai nostri sensi, ma sono più reali della realtà materiale. Le mostra anche un angelo, e la gerarchia angelica formata da esseri puramente spirituali. Al vertice della gerarchia c’è Nostra Signora e, al di sopra di lei, il Re dei Re, Nostro Signore Gesù Cristo.
Con questo straordinario invito Dio sta formando una persona la cui intera vita sarà destinata alla riflessione. Mentre l’angelo mostra a Osanna tutte queste cose, le sta implicitamente dicendo di fare uno sforzo d’intelligenza per conoscere Dio. Qui l’angelo le indica, già a cinque anni, la strada attraverso cui è destinata a santificarsi: se queste cose sono così belle, come dev’essere più bello Dio. Vai e comincia a meditare su queste cose.
Possiamo immaginare la scena. Il Po scende tranquillo e maestoso. Osanna è ben vestita nello stile comune alla famiglie nobili del tempo: non “da bambina” come usa oggi, ma come una donna in miniatura, con una lunga gonna, una cintura, i capelli ben pettinati, forse decorati con un fiore. Sta camminando su una sponda tenuta con cura, così che può ammirare sia il fiume sia i fiori e le piante sulla riva. A questo punto vede l’angelo.
Ma le persone intorno a lei non vedono nulla. Si accorgono che il volto della bambina è diventato splendente, e che è caduta in ginocchio a pregare. Gli astanti possono sentire la sua vocina infantile e rendersi conto che sta parlando con qualcuno. Che cosa è successo? Sono ammirati dalla sua grazia spirituale e concludono che sta ricevendo una rivelazione. Probabilmente capiscono che Dio è all’opera e si rallegrano delle sue meraviglie: anche perché subito dopo la bambina comincia a ragionare come un’adulta matura e ben formata. Osanna dunque riceve grandi consolazioni.
Ma subito dopo comincia a combattere con il mondo. Il padre le rifiuta il permesso di studiare teologia. Da un punto di vista naturale possiamo capire il padre. Pensa che la richiesta sia strana: a quel tempo è molto poco usuale per una donna studiare teologia, tanto più per una bambina. E il padre pensa piuttosto per lei a un buon matrimonio.
Tutto comprensibile, umanamente parlando. Ma questi ragionamenti devono essere messi da parte quando il volere di Dio si manifesta chiaramente. Il padre, secondo il biografo, crede che la figlia abbia sperimentato un miracolo: quindi dice di no a Dio, anche se qualche anno dopo cambia idea.
Ma Dio ha le sue vie. È la Madonna ad apparire a Osanna per insegnarle la teologia e darle tutte le lezioni di cui a bisogno. È una storia piena di grazia. Nostra Signora le dà una solida conoscenza della Sacra Scrittura. Possiamo immaginare che a mano a mano che Osanna cresce e diventa una giovane donna, Nostra Signora le appaia di tanto in tanto per spiegarle questo o quel punto di teologia che ha bisogno di capire perché si realizzi il piano di Dio su di lei. Da adulta Osanna diventerà un’esperta esegeta delle Scritture. Vediamo la vittoria della Divina Provvidenza.
Non sarebbe magnifico se all’ingresso di una delle università cattoliche si ponesse una bella statua della Beata Osanna da Mantova seduta mentre prende appunti con la Madonna che le fa da insegnante? Vi prego di non considerare questi commenti sulla Beata Osanna come una meditazione completa sulla sua vita, ma piuttosto come un invito a conoscerla meglio. Se lo accoglierete, i miei commenti avranno raggiunto il loro scopo.
(Autore: Plinio Corrêa de Oliveira - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Osanna Andreasi da Mantova, pregate per noi.
Pavia 1287 - 1367
La Beata Sibillina Biscossi, nata a Pavia nel 1287 e morta nel 1367, era orfana di padre e di madre. Appena ebbe la forza di sfaccendare, venne messa a servizio.
Ma a 12 anni divenne cieca. Fu allora raccolta dalle Terziarie domenicane di Pavia. Nei primi anni la bambina infelice pregò a lungo, con la speranza che san Domenico le concedesse il miracolo della vista.
Poi capì che la sua cecità poteva essere luce e orientamento per gli altri.
Accettò la privazione e si fece reclusa in una celletta attigua alla chiesa, dove restò dai 15 agli 80 anni, nella più severa penitenza, vestita d'estate e d'inverno col medesimo saio, mangiando scarsamente e dormendo sopra una tavola di legno, senza né pagliericcio né copertura.
Visitata da prelati e da potenti, da devoti e da dubbiosi, ella fu la Sibilla cristiana, che rispondeva a tutte le richieste di consiglio e di conforto.
Era l'occhio luminoso di tutta la città di Pavia, che riconosceva nella cieca veggente una maestra di spirito. (Avvenire)
Etimologia: Sibillina (diminut. di Sibilla) = che fa conoscere la volontà di Dio, dal greco
Martirologio Romano: A Pavia, beata Sibillina Biscossi, vergine, che, rimasta cieca dall’età di dodici anni, visse per sessantacinque anni in clausura presso la chiesa dell’Ordine dei Predicatori, illuminando con la sua luce interiore i molti che ricorrevano a lei.
Sibillina nacque dalla onorata famiglia Biscossi, e fin dai primissimi anni mostrò grande inclinazione alla pietà.
A dodici anni, colpita da una dolorosa infermità, rimase del tutto cieca. Sebbene la santa fanciulla accettasse con rassegnazione la dolorosa prova, non cessò però di chiedere a Dio di volerle ridare la vista, tanto necessaria a lei che doveva trarre dal lavoro delle mani il pane d’ogni giorno.
Un giorno, mentre così pregava, le apparve il Santo Patriarca Domenico, il quale le mostrò una luce tanto meravigliosa, che le tolse per sempre il desiderio della luce e d’ogni altra cosa di questo mondo.
E così, a quindici anni, vestita dell’Abito del Terz’Ordine, e accesa da cosi santo amore, si ritirò in un angusto romitorio, accanto alla chiesa dei Frati Predicatori, iniziando una vita che possiamo definire eroica.
Più eroico ancora fu il perseverarvi per 67 anni, senza mai abbandonare la sua cella.
Con cuore di martire sopportò le tenebre della cecità, la solitudine completa, i rigori di una severa penitenza.
Ma il segreto di tanto coraggio essa l’attinse nell’amorosa contemplazione del Crocifisso.
Qui attinse anche la celeste sapienza che la rese maestra e consolatrice di innumerevoli anime che accorrevano a lei, riportandone luce e conforto.
Le fu rivelata l’ora della sua morte, avvenuta il 19 marzo 1367, alla veneranda età di ottant'anni, attorniata dai religiosi dell’Ordine, che l’assistettero nell’ora suprema. Fu illustre per miracoli. Il suo corpo è sepolto nella cattedrale di Pavia. Papa Pio IX il 17 agosto 1854 ha confermato il culto. L'Ordine Domenicano la ricorda il 18 aprile.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
La Beata Sibillina Biscossi, nata a Pavia nel 1287 e morta nel 1367, era orfana di padre e di madre. Appena ebbe la forza di sfaccendare, venne messa a servizio.
Ma a 12 anni divenne cieca. Fu allora raccolta dalle Terziarie domenicane di Pavia. Nei primi anni la bambina infelice pregò a lungo, con la speranza che san Domenico le concedesse il miracolo della vista.
Poi capì che la sua cecità poteva essere luce e orientamento per gli altri.
Accettò la privazione e si fece reclusa in una celletta attigua alla chiesa, dove restò dai 15 agli 80 anni, nella più severa penitenza, vestita d'estate e d'inverno col medesimo saio, mangiando scarsamente e dormendo sopra una tavola di legno, senza né pagliericcio né copertura.
Visitata da prelati e da potenti, da devoti e da dubbiosi, ella fu la Sibilla cristiana, che rispondeva a tutte le richieste di consiglio e di conforto.
Era l'occhio luminoso di tutta la città di Pavia, che riconosceva nella cieca veggente una maestra di spirito. (Avvenire)
Etimologia: Sibillina (diminut. di Sibilla) = che fa conoscere la volontà di Dio, dal greco
Martirologio Romano: A Pavia, beata Sibillina Biscossi, vergine, che, rimasta cieca dall’età di dodici anni, visse per sessantacinque anni in clausura presso la chiesa dell’Ordine dei Predicatori, illuminando con la sua luce interiore i molti che ricorrevano a lei.
Sibillina nacque dalla onorata famiglia Biscossi, e fin dai primissimi anni mostrò grande inclinazione alla pietà.
A dodici anni, colpita da una dolorosa infermità, rimase del tutto cieca. Sebbene la santa fanciulla accettasse con rassegnazione la dolorosa prova, non cessò però di chiedere a Dio di volerle ridare la vista, tanto necessaria a lei che doveva trarre dal lavoro delle mani il pane d’ogni giorno.
Un giorno, mentre così pregava, le apparve il Santo Patriarca Domenico, il quale le mostrò una luce tanto meravigliosa, che le tolse per sempre il desiderio della luce e d’ogni altra cosa di questo mondo.
E così, a quindici anni, vestita dell’Abito del Terz’Ordine, e accesa da cosi santo amore, si ritirò in un angusto romitorio, accanto alla chiesa dei Frati Predicatori, iniziando una vita che possiamo definire eroica.
Più eroico ancora fu il perseverarvi per 67 anni, senza mai abbandonare la sua cella.
Con cuore di martire sopportò le tenebre della cecità, la solitudine completa, i rigori di una severa penitenza.
Ma il segreto di tanto coraggio essa l’attinse nell’amorosa contemplazione del Crocifisso.
Qui attinse anche la celeste sapienza che la rese maestra e consolatrice di innumerevoli anime che accorrevano a lei, riportandone luce e conforto.
Le fu rivelata l’ora della sua morte, avvenuta il 19 marzo 1367, alla veneranda età di ottant'anni, attorniata dai religiosi dell’Ordine, che l’assistettero nell’ora suprema. Fu illustre per miracoli. Il suo corpo è sepolto nella cattedrale di Pavia. Papa Pio IX il 17 agosto 1854 ha confermato il culto. L'Ordine Domenicano la ricorda il 18 aprile.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Orzinuovi, 1457 - Soncino, 1530
Nata ad Orzinuovi (Bs) da una famiglia di agricoltori, visse aiutandoli nel lavoro dei campi. Entrata nel 1489 a far parte del Terz'Ordine Domenicano, fu assidua nella contemplazione della Passione di Cristo, della quale portava sul corpo le stimmate.
Si dedicò con generosità al servizio dei poveri e della pace. Morì il 2 gennaio 1530 a Soncino (Cr) nel monastero da lei edificato e guidato con prudenza per anni.
Etimologia: Stefana = corona, incoronato, dal greco
Martirologio Romano: A Soncino in Lombardia, Beata Stefana Quinzani, vergine, suora del Terz’Ordine di San Domenico, che si dedicò con assiduità alla contemplazione della passione del Signore e alla formazione cristiana delle fanciulle.
La Beata Stefana nacque ad Orzinuovi, ma, dopo un lungo soggiorno a Crema, visse poi a Soncino, dove nel convento dei Domenicani era luce a tutti di mirabile santità.
Il Beato Domenicano Matteo Carreri, quando era ancora una piccola bimba, le predisse una ferita del divino amore. A sette anni Stefana fece voto di castità, e Gesù, apparendole, le mise al dito un anello prezioso. A 15 anni prese l’Abito del Terz’Ordine Domenicano, ma già in precedenza n’era stata rivestita dal glorioso Padre Domenico in una celeste visione.
Fu cinta dagli angeli del cingolo di S. Tommaso, restando per sempre confermata in una perfetta purità.
La Beata Stefana fa parte di quell’eletto stuolo di vergini Gusmane che hanno portato nel corpo e nello spirito tutti i dolori del Salvatore. Per quarant’anni, infatti, ogni venerdì, sperimentò l’intera Passione di Gesù e portò impresse nel proprio corpo le sacre Stimmate.
Come a Santa Caterina da Siena le fu cambiato miracolosamente il cuore, ed ebbe il dono di conoscere i più occulti pensieri e le cose future. Tanta copia di celesti carismi fruttificarono in un intenso apostolato che si estese ad ogni classe di persone.
Un giorno Gesù, apparendole, le disse: “Figliola, tu mi hai fatto il dono, completo della tua volontà, quale ricompensa desideri?”; “Non voglio altra mercede che Te medesimo”, rispose Stefana.
Morì santamente pronunziando le parole di Gesù sulla croce: “In manus tuas Domine, commendo spiritum meum!” Papa Benedetto XIV il 14 dicembre 1740 ha confermato il culto. Le sue reliquie, nel 1988, sono state riportate a Soncino. L'Ordine Domenicano la ricorda il 3 gennaio.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Episodio della vita della Beata Stefania Quinzani
L'umile villaggio di Zappello, che non può vantare ricordi di storia civile, è legato invece ad uno dei più rari ricordi agiografici che ornano la diocesi di Ripalta Cremasca (Crema). È un gentile episodio della vita della Beata Stefania Quinzani.
La tradizione vuole, dunque, che la Beata Stefania, trovandosi a servizio in casa Verdelli, era rimasta a custodire i bambini il mattino di Natale.
La funzione, date le condizioni di allora, era certamente una sola: non partecipare voleva dire restar priva della Messa, della Comunione, della dolce visione di Gesù Bambino in quell'alba santa.
La giovine Stefania si rivolse a Dio. Ed ecco, mentre la campana annunzia la Natività, ella entra nella camera dei bambini e per farli star buoni aperto il grembiule che teneva raccolto, offre ai piccoli estasiati bellissimi grappoli d'uva e altri frutti freschi e coloriti, inviati dal Bambino Gesù per gentile prodigio nel cuore dell'inverno.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nata ad Orzinuovi (Bs) da una famiglia di agricoltori, visse aiutandoli nel lavoro dei campi. Entrata nel 1489 a far parte del Terz'Ordine Domenicano, fu assidua nella contemplazione della Passione di Cristo, della quale portava sul corpo le stimmate.
Si dedicò con generosità al servizio dei poveri e della pace. Morì il 2 gennaio 1530 a Soncino (Cr) nel monastero da lei edificato e guidato con prudenza per anni.
Etimologia: Stefana = corona, incoronato, dal greco
Martirologio Romano: A Soncino in Lombardia, Beata Stefana Quinzani, vergine, suora del Terz’Ordine di San Domenico, che si dedicò con assiduità alla contemplazione della passione del Signore e alla formazione cristiana delle fanciulle.
La Beata Stefana nacque ad Orzinuovi, ma, dopo un lungo soggiorno a Crema, visse poi a Soncino, dove nel convento dei Domenicani era luce a tutti di mirabile santità.
Il Beato Domenicano Matteo Carreri, quando era ancora una piccola bimba, le predisse una ferita del divino amore. A sette anni Stefana fece voto di castità, e Gesù, apparendole, le mise al dito un anello prezioso. A 15 anni prese l’Abito del Terz’Ordine Domenicano, ma già in precedenza n’era stata rivestita dal glorioso Padre Domenico in una celeste visione.
Fu cinta dagli angeli del cingolo di S. Tommaso, restando per sempre confermata in una perfetta purità.
La Beata Stefana fa parte di quell’eletto stuolo di vergini Gusmane che hanno portato nel corpo e nello spirito tutti i dolori del Salvatore. Per quarant’anni, infatti, ogni venerdì, sperimentò l’intera Passione di Gesù e portò impresse nel proprio corpo le sacre Stimmate.
Come a Santa Caterina da Siena le fu cambiato miracolosamente il cuore, ed ebbe il dono di conoscere i più occulti pensieri e le cose future. Tanta copia di celesti carismi fruttificarono in un intenso apostolato che si estese ad ogni classe di persone.
Un giorno Gesù, apparendole, le disse: “Figliola, tu mi hai fatto il dono, completo della tua volontà, quale ricompensa desideri?”; “Non voglio altra mercede che Te medesimo”, rispose Stefana.
Morì santamente pronunziando le parole di Gesù sulla croce: “In manus tuas Domine, commendo spiritum meum!” Papa Benedetto XIV il 14 dicembre 1740 ha confermato il culto. Le sue reliquie, nel 1988, sono state riportate a Soncino. L'Ordine Domenicano la ricorda il 3 gennaio.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Episodio della vita della Beata Stefania Quinzani
L'umile villaggio di Zappello, che non può vantare ricordi di storia civile, è legato invece ad uno dei più rari ricordi agiografici che ornano la diocesi di Ripalta Cremasca (Crema). È un gentile episodio della vita della Beata Stefania Quinzani.
La tradizione vuole, dunque, che la Beata Stefania, trovandosi a servizio in casa Verdelli, era rimasta a custodire i bambini il mattino di Natale.
La funzione, date le condizioni di allora, era certamente una sola: non partecipare voleva dire restar priva della Messa, della Comunione, della dolce visione di Gesù Bambino in quell'alba santa.
La giovine Stefania si rivolse a Dio. Ed ecco, mentre la campana annunzia la Natività, ella entra nella camera dei bambini e per farli star buoni aperto il grembiule che teneva raccolto, offre ai piccoli estasiati bellissimi grappoli d'uva e altri frutti freschi e coloriti, inviati dal Bambino Gesù per gentile prodigio nel cuore dell'inverno.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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