Beati dell'Ordine Domenicano
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*Adriano Fortescue *Agostino Fangi da Biella *Agostino Kazotic *Aimone Taparelli *Alano de la Roche *Alberto da Bergamo *Alberto da Bergamo *Ambrogio Salsedoni *Andrea Abellon *Andrea Franchi *Angelico Orsucci *Ansano Vannucci *Antonio Della Chiesa *Antonio Neyrot *Antonio Pavoni *Bartolo Longo *Bartolome Cerveri *Bartolomeo di Breganze di Vercelli *Benedetto XI Papa *Bernardo de Roquefort *Bertrando da Garrigue *Bonaventura Garcia Parèdes *Carino Pietro da Balsamo *Ceslao di Cracovia *Corradino da Brescia *Costantino Fernandez Alvarez *Dalmazio Moner *Damiano da Finale *Damiano Grassi da Rivoli *Domenico Castellet *Domenico e Gregorio *Domenico Spadafora *Egidio di Santarem *Enrico Seuze *Filippo di Vercelli *Francesco Calvo Burillo *Francesco Coll y Guitart *Francesco de Morales *Francesco de Posadas *Francesco Monzon Romeo *Garcia d'Aure *Giacinto M. Cormier *Giacinto Orfanell *Giacinto Serrano e Giacomo Meseguer *Giacomo Benfatti *Giacomo Bianconi da Bevagna *Giacomo Griesinger *Giacomo Salomoni *Giordano da Pisa *Giordano di Sassonia *Giovanni di Gabriello *Giovanni di S.Domenico *Giovanni Dominici *Giovanni Garbella *Giovanni Giorgio Rehm *Giovanni Guarna da Salerno *Giovanni Liccio *Giuseppe di S. Giacinto *Guala di Brescia *Guglielmo di Monferrato *Gundisalvo di Amarante *Innocenzo V *Josè Maria Gonzalez *Josè Melchiorre Garcia Sanpedro *Ludovico Flores *Luigi Urbano Lanaspa *Mannes Guzman *Marco da Modena *Marcolino Amanni da Forlì *Matteo Carreri *Michele Giovanni Czartoryski *Nicola Paglia da Giovinazzo *Pagano di Lecco *Pierre-Lucien Claverie *Pietro Cambiani da Ruffa *Pietro Higgins *Raffaele Pardo e Giuseppe M.Vidal *Raimondo da Capua *Raimondo Peiro Victori *Raimundo Castano Gonzàlez *Reginaldo d'Orleans *Robaldo Rambaudi *Roberto Nutter *Sadoc e 48 & *Sebastiano Maggi *Simone Balacchi *Stefano Bandelli *Terenzio O'Brien *Tommaso Zumarraga *Venturino di Bergamo
Devon, 1476 – Londra, 8/9 luglio 1539 Nato da nobile famiglia nella contea di Devon, cugino di Anna Bolena, si sposò con Anna Stonor da cui ebbe due figlie, poi rimasto vedovo sposò Anna Rede di Boarstall che gli diede tre figli. Fu terziario domenicano nella fraternità di Oxford. Il 29 agosto 1534 fu messo in carcere una prima volta e fu liberato nella primavera del 1535. Nel febbraio del 1539 fu imprigionato nella Torre di Londra e fu decapitato l'8 o il 9 luglio per avere proditoriamente rifiutato il giuramento di fedeltà al re in materia religiosa.
Etimologia: Adriano = nativo di Adria
Emblema: Palma
È presente nel Martirologio Romano. A Londra in Inghilterra, beato Adriano Fortescue, martire, che, padre di famiglia e cavaliere, falsamente accusato di tradimento sotto il re Enrico VIII e due volte detenuto in carcere, portò infine a termine il martirio con la decapitazione.
Il Martirologio Romano al 9 luglio, riporta la celebrazione del beato Adriano Fortescue, padre di famiglia, martire in Inghilterra; egli è il secondo beato che subì il martirio in ordine di tempo, dopo il primo glorioso gruppo di 19 beati Certosini di Londra, impiccati nel tristemente famoso Tyburn di Londra, il 4 maggio e il 15 giugno 1535, nella sanguinosa e lunga persecuzione contro i cattolici in Gran Bretagna.
La storia delle persecuzioni anticattoliche in Inghilterra, Scozia, Galles, parte dal 1535 e arriva al 1681, primo a scatenarla fu come è noto il re Eduardo VIII (1491-1547), che provocò lo Scisma d’Inghilterra con il distacco della Chiesa Anglicana da Roma.
Artefici più o meno cruenti, furono oltre Enrico VIII, i suoi successori Edoardo VI, la terribile Elisabetta I la “regina vergine”, Giacomo I Stuart, Carlo I, Oliviero Cromwell e Carlo II Stuart.
In 150 anni di persecuzione, morirono migliaia di cattolici inglesi appartenenti ad ogni ramo sociale, testimoniando così il loro attaccamento alla fede cattolica e al papa, rifiutando i giuramenti di fedeltà al re, nuovo capo della religione di Stato.
Solo nel 1850, con la restaurazione della Gerarchia Cattolica in Inghilterra e Galles, si poté affrontare la possibilità di una beatificazione dei numerosi martiri, perlomeno di quelli il cui martirio era provato, nonostante i due-tre secoli trascorsi; e dal 1886 i Sommi Pontefici, a gruppi più o meno numerosi o singolarmente, hanno proceduto alla loro beatificazione e poi alla successiva canonizzazione per un buon numero di essi.
Adriano Fortescue era nato verso il 1476 da nobile famiglia, nella contea di Devon, era cugino di Anna Bolena (1507-1536), seconda moglie di Enrico VIII, il cui matrimonio fu una delle cause della separazione della Chiesa Anglicana da Roma; Adriano sposò in prime nozze Anna Stonor da cui ebbe due figlie e in seconde nozze Anna Rede di Boarstall, dalla quale ebbe tre figli.
Secondo lo stile di vita dei nobili dell’epoca, frequentò la corte; combatté per il suo re controla Francia nel 1513 e nel 1523; fu accompagnatore a Calais della regina Caterina di Aragona, sposa dal 1509 di Enrico VIII, che successivamente fece annullare questo primo matrimonio; fu presente all’incoronazione di sua cugina Anna Bolena, seconda delle sei mogli del dispotico re (delle quali due furono ripudiate e due decapitate).
Adriano Fortescue fu giudice di pace per la contea di Oxford, cavaliere dell’Ordine del Bagno, membro del Sovrano Ordine di Malta e Terziario Domenicano nella Fraternità di Oxford.
Uomo di grande spiritualità e vita ascetica, scrisse e firmò una serie di massime nel suo Libro delle Ore, ancora conservato: “Prega continuamente Dio di poter compiere quello che è il suo beneplacito”; “ Segui diligentemente le ispirazioni dello Spirito Santo in tutto quello che stai per fare”; “prega per la perseveranza”; “Rinnova ogni giorno i tuoi buoni propositi”; “Qualunque cosa debba fare, falla diligentemente”.
Verso la politica e la deplorevole condotta di Enrico VIII, si mostrò sempre prudente e distaccato; ciò nonostante, ma si ignora la causa, fu arrestato il 29 agosto 1334 e rinchiuso nel carcere di Marshalsea, da cui fu liberato nella primavera del 1535; intanto il re con il suo “Atto di supremazia” del 3 novembre 1534, aveva dato inizio allo Scisma Anglicano, appoggiato dalla malvagità di uomini come Tommaso Cromwell, del cardinale Thomas Wolsey e dell’arcivescovo Thomas Cranmur.
Adriano venne arrestato una seconda volta nel febbraio 1539 e rinchiuso nella Torre di Londra, dove fu decapitato insieme ad altri, l’8 o il 9 luglio 1539; l’atto di accusa diceva: “Per avere proditoriamente rifiutato il giuramento di fedeltà al re in materia religiosa e commesso altri vari e diversi detestabili tradimenti e suscitata ribellione nel regno”.
Il martire, primo fra i laici cattolici a morire per la sua fede in quel periodo, fu beatificato il 13 maggio 1895 da Papa Leone XIII.
La storia delle persecuzioni anticattoliche in Inghilterra, Scozia, Galles, parte dal 1535 e arriva al 1681, primo a scatenarla fu come è noto il re Eduardo VIII (1491-1547), che provocò lo Scisma d’Inghilterra con il distacco della Chiesa Anglicana da Roma.
Artefici più o meno cruenti, furono oltre Enrico VIII, i suoi successori Edoardo VI, la terribile Elisabetta I la “regina vergine”, Giacomo I Stuart, Carlo I, Oliviero Cromwell e Carlo II Stuart.
In 150 anni di persecuzione, morirono migliaia di cattolici inglesi appartenenti ad ogni ramo sociale, testimoniando così il loro attaccamento alla fede cattolica e al papa, rifiutando i giuramenti di fedeltà al re, nuovo capo della religione di Stato.
Solo nel 1850, con la restaurazione della Gerarchia Cattolica in Inghilterra e Galles, si poté affrontare la possibilità di una beatificazione dei numerosi martiri, perlomeno di quelli il cui martirio era provato, nonostante i due-tre secoli trascorsi; e dal 1886 i Sommi Pontefici, a gruppi più o meno numerosi o singolarmente, hanno proceduto alla loro beatificazione e poi alla successiva canonizzazione per un buon numero di essi.
Adriano Fortescue era nato verso il 1476 da nobile famiglia, nella contea di Devon, era cugino di Anna Bolena (1507-1536), seconda moglie di Enrico VIII, il cui matrimonio fu una delle cause della separazione della Chiesa Anglicana da Roma; Adriano sposò in prime nozze Anna Stonor da cui ebbe due figlie e in seconde nozze Anna Rede di Boarstall, dalla quale ebbe tre figli.
Secondo lo stile di vita dei nobili dell’epoca, frequentò la corte; combatté per il suo re contro
Adriano Fortescue fu giudice di pace per la contea di Oxford, cavaliere dell’Ordine del Bagno, membro del Sovrano Ordine di Malta e Terziario Domenicano nella Fraternità di Oxford.
Uomo di grande spiritualità e vita ascetica, scrisse e firmò una serie di massime nel suo Libro delle Ore, ancora conservato: “Prega continuamente Dio di poter compiere quello che è il suo beneplacito”; “ Segui diligentemente le ispirazioni dello Spirito Santo in tutto quello che stai per fare”; “prega per la perseveranza”; “Rinnova ogni giorno i tuoi buoni propositi”; “Qualunque cosa debba fare, falla diligentemente”.
Verso la politica e la deplorevole condotta di Enrico VIII, si mostrò sempre prudente e distaccato; ciò nonostante, ma si ignora la causa, fu arrestato il 29 agosto 1334 e rinchiuso nel carcere di Marshalsea, da cui fu liberato nella primavera del 1535; intanto il re con il suo “Atto di supremazia” del 3 novembre 1534, aveva dato inizio allo Scisma Anglicano, appoggiato dalla malvagità di uomini come Tommaso Cromwell, del cardinale Thomas Wolsey e dell’arcivescovo Thomas Cranmur.
Adriano venne arrestato una seconda volta nel febbraio 1539 e rinchiuso nella Torre di Londra, dove fu decapitato insieme ad altri, l’8 o il 9 luglio 1539; l’atto di accusa diceva: “Per avere proditoriamente rifiutato il giuramento di fedeltà al re in materia religiosa e commesso altri vari e diversi detestabili tradimenti e suscitata ribellione nel regno”.
Il martire, primo fra i laici cattolici a morire per la sua fede in quel periodo, fu beatificato il 13 maggio 1895 da Papa Leone XIII.
Trau, 1260 c. - Lucera, 1323
Agostino Kazotic nacque da famiglia patrizia a Traù, in Dalmazia. Entrò nell'Ordine Domenicano a 15 anni. Nel 1286 fu mandato a Parigi per perfezionare i suoi studi.
Al ritorno combatté energicamente l'eresia dilagante in Bosnia. Papa Benedetto XI, nel 1303, nominò e consacrò personalmente Agostino vescovo di Zagabria, dove prestò servizio sollecito durante le lotte interne per la successione al trono che ricadevano sulla gente comune.
Nel 1322 il re Caroberto fece pressioni perché Agostino fosse trasferito a Lucera.
La città era teatro di una sanguinosa lotta tra i saraceni e i cristiani che cercavano di insediarsi dopo quasi un secolo di forzato esilio.
Col fascino del suo esempio, e la forza persuasiva della sua parola, in un solo anno Agostino ridonò alla città desolata un volto cristiano e un tenore di vita sereno.
Morì a Lucera il 3 agosto 1323. La cattedrale ne conserva devotamente il corpo. Papa Innocenzo XII ha confermato il culto il 17 luglio 1700. (Avvenire)
Etimologia: Agostino = piccolo venerabile, dal latino
Martirologio Romano: A Lucera in Puglia, Beato Agostino Kazotic, vescovo, dell’Ordine dei Predicatori, che dapprima resse la Chiesa di Zagabria e poi, per l’ostilità del re di Dalmazia, raggiunse la sede di Lucera, dove ebbe somma cura dei poveri e dei bisognosi.
Agostino Kazotic nacque da famiglia patrizia a Traù, in Dalmazia. Entrò nell’Ordine Domenicano a 15 anni.
Dopo alcuni anni di permanenza a Spalato, nel 1286 fu mandato a Parigi per perfezionare i suoi studi.
Al ritorno combatté energicamente l’eresia dilagante in Bosnia e strinse cordiale amicizia con l’ex Maestro dell’Ordine, Niccolò Boccasini, Legato Pontificio in Ungheria, e futuro Papa Benedetto XI.
Questi, nel 1303, nominò e consacrò personalmente Agostino, Vescovo di Zagabria.
Le lotte interne per la successione al trono, e le prepotenze dei nobili, desolavano quella Diocesi e per venti anni Agostino rifulse per zelo pastorale, sollecito, fino a dimenticare se stesso, dalla rinascita spirituale e temporale dei suoi figli.
Nel 1322 oscuri intrighi lo misero in cattiva luce presso il Re Caroberto, per accondiscendere al suo desiderio Papa Giovanni XXII trasferì Agostino a Lucera.
La città, che da pochi anni soltanto aveva mutato il nome di Lucera Saracenorum in quello di Lucera di Santa Maria, era teatro di una sanguinosa lotta tra i Saraceni superstiti e i cristiani, che cercavano di installarvisi dopo quasi un secolo di forzato esilio.
Col fascino del suo esempio, e la forza persuasiva della sua parola, in un solo anno Agostino ridonò alla città desolata un volto cristiano e un tenore di vita sereno.
Morì a Lucera il 3 agosto 1323.
La cattedrale ne conserva devotamente il corpo. Papa Innocenzo XII il 17 luglio 1700 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Agostino Kazotic nacque da famiglia patrizia a Traù, in Dalmazia. Entrò nell'Ordine Domenicano a 15 anni. Nel 1286 fu mandato a Parigi per perfezionare i suoi studi.
Al ritorno combatté energicamente l'eresia dilagante in Bosnia. Papa Benedetto XI, nel 1303, nominò e consacrò personalmente Agostino vescovo di Zagabria, dove prestò servizio sollecito durante le lotte interne per la successione al trono che ricadevano sulla gente comune.
Nel 1322 il re Caroberto fece pressioni perché Agostino fosse trasferito a Lucera.
La città era teatro di una sanguinosa lotta tra i saraceni e i cristiani che cercavano di insediarsi dopo quasi un secolo di forzato esilio.
Col fascino del suo esempio, e la forza persuasiva della sua parola, in un solo anno Agostino ridonò alla città desolata un volto cristiano e un tenore di vita sereno.
Morì a Lucera il 3 agosto 1323. La cattedrale ne conserva devotamente il corpo. Papa Innocenzo XII ha confermato il culto il 17 luglio 1700. (Avvenire)
Etimologia: Agostino = piccolo venerabile, dal latino
Martirologio Romano: A Lucera in Puglia, Beato Agostino Kazotic, vescovo, dell’Ordine dei Predicatori, che dapprima resse la Chiesa di Zagabria e poi, per l’ostilità del re di Dalmazia, raggiunse la sede di Lucera, dove ebbe somma cura dei poveri e dei bisognosi.
Agostino Kazotic nacque da famiglia patrizia a Traù, in Dalmazia. Entrò nell’Ordine Domenicano a 15 anni.
Dopo alcuni anni di permanenza a Spalato, nel 1286 fu mandato a Parigi per perfezionare i suoi studi.
Al ritorno combatté energicamente l’eresia dilagante in Bosnia e strinse cordiale amicizia con l’ex Maestro dell’Ordine, Niccolò Boccasini, Legato Pontificio in Ungheria, e futuro Papa Benedetto XI.
Questi, nel 1303, nominò e consacrò personalmente Agostino, Vescovo di Zagabria.
Le lotte interne per la successione al trono, e le prepotenze dei nobili, desolavano quella Diocesi e per venti anni Agostino rifulse per zelo pastorale, sollecito, fino a dimenticare se stesso, dalla rinascita spirituale e temporale dei suoi figli.
Nel 1322 oscuri intrighi lo misero in cattiva luce presso il Re Caroberto, per accondiscendere al suo desiderio Papa Giovanni XXII trasferì Agostino a Lucera.
La città, che da pochi anni soltanto aveva mutato il nome di Lucera Saracenorum in quello di Lucera di Santa Maria, era teatro di una sanguinosa lotta tra i Saraceni superstiti e i cristiani, che cercavano di installarvisi dopo quasi un secolo di forzato esilio.
Col fascino del suo esempio, e la forza persuasiva della sua parola, in un solo anno Agostino ridonò alla città desolata un volto cristiano e un tenore di vita sereno.
Morì a Lucera il 3 agosto 1323.
La cattedrale ne conserva devotamente il corpo. Papa Innocenzo XII il 17 luglio 1700 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Biella, 1430 - Venezia, 22 luglio 1493
Entrò giovanissimo nel convento domenicano della sua città natale. Uomo di profonda vita interiore, sebbene di salute cagionevole, circondò il candore della sua anima con penitenze e austerità, attese zelantemente al ministero della direzione spirituale e a soccorrere ogni genere di sofferenti.
Effuse sugli altri i tesori della sua santità personale. Visse a Soncino, Vigevano e a Venezia dove morì mentre cantava le lodi di "pio.
Etimologia: Agostino = piccolo venerabile, dal latino
Martirologio Romano: A Venezia, Beato Agostino da Biella Fangi, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che dispensò molti beni a Soncino, a Vigevano e a Venezia.
Agostino Da Biella, della nobile stirpe de Fango, vesti l’Abito domenicano nel Convento di Biella, da poco eretto. Fu anima di grande innocenza, dedita ad asprissima penitenza. La sua generosa mortificazione fu premiata col dono di un’altissima contemplazione. Niente valeva a distrarlo dall’interno raccoglimento; neppure i più acuti dolori. Come Giobbe fu colpito da una malattia che coprì di piaghe tutto il suo corpo, già esausto dalle penitenze.
Quando il chirurgo gli praticò nella viva carne profonde incisioni, era talmente insensibile a tutto ciò, che se ne meravigliò lo stesso dottore. Svolse per tutta la vita, nel segreto del confessionale, il più prezioso ministero, e fu questa la sua predicazione.
Direttore di anime, dotto e santo, il suo solo esempio incitava alla virtù.
Visitava assiduamente i malati, portando la sua illuminata parola e la sua inesauribile carità. Ebbe il dono dei miracoli, e mentre era Priore a Soncino, restituì la vita a un bimbo morto senza il battesimo.
Ebbe anche grande potestà sui demoni.
Fu Priore in diversi conventi, dove sostenne o restituì la regolare osservanza che, in quel secolo, rifioriva nelle diverse Provincie per merito di tanti santi e zelanti religiosi.
Agostino morì il 22 luglio 1493 nell’osservantissimo Convento di S. Domenico di Venezia. Dopo aver ricevuti tutti i Sacramenti, si alzò in ginocchio sul letto esclamando: “Sia lode a Dio, sia lode all’Altissimo!”.
La chiesa dei Santi Giovanni e Paolo ne conservò le reliquie dal 1920 al 1973, quando vennero definitivamente traslate nella parrocchia di San Giacomo a Biella-Piazzo. Il Beato Papa Pio IX il 5 settembre 1872 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Entrò giovanissimo nel convento domenicano della sua città natale. Uomo di profonda vita interiore, sebbene di salute cagionevole, circondò il candore della sua anima con penitenze e austerità, attese zelantemente al ministero della direzione spirituale e a soccorrere ogni genere di sofferenti.
Effuse sugli altri i tesori della sua santità personale. Visse a Soncino, Vigevano e a Venezia dove morì mentre cantava le lodi di "pio.
Etimologia: Agostino = piccolo venerabile, dal latino
Martirologio Romano: A Venezia, Beato Agostino da Biella Fangi, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che dispensò molti beni a Soncino, a Vigevano e a Venezia.
Agostino Da Biella, della nobile stirpe de Fango, vesti l’Abito domenicano nel Convento di Biella, da poco eretto. Fu anima di grande innocenza, dedita ad asprissima penitenza. La sua generosa mortificazione fu premiata col dono di un’altissima contemplazione. Niente valeva a distrarlo dall’interno raccoglimento; neppure i più acuti dolori. Come Giobbe fu colpito da una malattia che coprì di piaghe tutto il suo corpo, già esausto dalle penitenze.
Quando il chirurgo gli praticò nella viva carne profonde incisioni, era talmente insensibile a tutto ciò, che se ne meravigliò lo stesso dottore. Svolse per tutta la vita, nel segreto del confessionale, il più prezioso ministero, e fu questa la sua predicazione.
Direttore di anime, dotto e santo, il suo solo esempio incitava alla virtù.
Visitava assiduamente i malati, portando la sua illuminata parola e la sua inesauribile carità. Ebbe il dono dei miracoli, e mentre era Priore a Soncino, restituì la vita a un bimbo morto senza il battesimo.
Ebbe anche grande potestà sui demoni.
Fu Priore in diversi conventi, dove sostenne o restituì la regolare osservanza che, in quel secolo, rifioriva nelle diverse Provincie per merito di tanti santi e zelanti religiosi.
Agostino morì il 22 luglio 1493 nell’osservantissimo Convento di S. Domenico di Venezia. Dopo aver ricevuti tutti i Sacramenti, si alzò in ginocchio sul letto esclamando: “Sia lode a Dio, sia lode all’Altissimo!”.
La chiesa dei Santi Giovanni e Paolo ne conservò le reliquie dal 1920 al 1973, quando vennero definitivamente traslate nella parrocchia di San Giacomo a Biella-Piazzo. Il Beato Papa Pio IX il 5 settembre 1872 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Savigliano 1398 - 1495
Nel giorno della solennità dell'Assunzione della Beata Vergine Maria, la Chiesa ricorda, tra gli altri, anche il Beato Aimone Taparelli. Taparelli, dei conti di Lagnasco, nacque a Savigliano, in Piemonte, nel 1398.
Entrò nell'ordine dei Predicatori all'età di 50 anni, dopo la morte della moglie e dei figli.
Fu docente all'Università di Torino, confessore di Amedeo IX duca di Savoia, inquisitore per la Lombardia superiore e la Liguria, priore del convento di Savigliano e vicario provinciale dell'ordine. Morì nel 1495 nel giorno dell'Assunta, come lui stesso aveva predetto.
Dai primi dell'Ottocento i suoi resti riposano nella chiesa di San Domenico a Torino. Pio IX ne ha approvato il culto nel 1856. (Avvenire)
Etimologia: Aimone = difende la casa con la spada, dal sassone
Martirologio Romano: A Savigliano in Piemonte, Beato Aimone Taparelli, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, instancabile difensore della verità.
Aimone Taparelli, dei Conti di Lagnasco, fu religioso e apostolo insigne, uno di quei tanti servitori di Dio, poco conosciuti, la cui vita fu tutto un ardere e un illuminare. Entrato nell’Ordine dei Predicatori all’età di cinquant’anni, dopo la morte della moglie e dei figli, s’impegnò fin da principio per far fruttificare le doti eccezionali di cui la Provvidenza gli era stata larga.
Grande fu il profitto nel sapere, e più grande ancora nella virtù. Sembrava sensibile solo alle cose del cielo.
Nel continuo contatto con Dio si accese di quella divina carità che divampò, senza mai rallentarsi, fino a tarda età, nello zelo più intenso ed operoso. Fu professore all’Università di Torino, poi Predicatore e confessore di Amedeo IX Duca di Savoia.
Morto Bartolomeo Cerveri gli successe nell’ufficio di Inquisitore Generale per la Lombardia Superiore e per la Liguria.
Per preservare la purità della fede dalle eresie, che infestavano quelle regioni, non risparmiò fatiche e pericoli.
Come fu instancabile fra il popolo cristiano, pari fu il suo zelo nel ricondurre e confermare la disciplina regolare in seno all’Ordine, tanto da essere annoverato tra i più ardenti riformatori del XV° secolo.
Fu più volte Priore del Convento di Savigliano e Vicario Provinciale della sua Provincia. Nel 1495, avendo predetto la sua morte per la solennità dell’Assunzione al cielo della Beata Vergine Maria, volle ricevere tutti i Sacramenti. Mentre recitava l’Ufficio, stretto al cuore il Crocifisso, spirò santamente.
Al principio del XIX° secolo i suoi resti furono portati a San Domenico di Torino. Papa Pio IX il 29 maggio 1856 ha approvato il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Aimone Taparelli, pregate per noi.
Nel giorno della solennità dell'Assunzione della Beata Vergine Maria, la Chiesa ricorda, tra gli altri, anche il Beato Aimone Taparelli. Taparelli, dei conti di Lagnasco, nacque a Savigliano, in Piemonte, nel 1398.
Entrò nell'ordine dei Predicatori all'età di 50 anni, dopo la morte della moglie e dei figli.
Fu docente all'Università di Torino, confessore di Amedeo IX duca di Savoia, inquisitore per la Lombardia superiore e la Liguria, priore del convento di Savigliano e vicario provinciale dell'ordine. Morì nel 1495 nel giorno dell'Assunta, come lui stesso aveva predetto.
Dai primi dell'Ottocento i suoi resti riposano nella chiesa di San Domenico a Torino. Pio IX ne ha approvato il culto nel 1856. (Avvenire)
Etimologia: Aimone = difende la casa con la spada, dal sassone
Martirologio Romano: A Savigliano in Piemonte, Beato Aimone Taparelli, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, instancabile difensore della verità.
Aimone Taparelli, dei Conti di Lagnasco, fu religioso e apostolo insigne, uno di quei tanti servitori di Dio, poco conosciuti, la cui vita fu tutto un ardere e un illuminare. Entrato nell’Ordine dei Predicatori all’età di cinquant’anni, dopo la morte della moglie e dei figli, s’impegnò fin da principio per far fruttificare le doti eccezionali di cui la Provvidenza gli era stata larga.
Grande fu il profitto nel sapere, e più grande ancora nella virtù. Sembrava sensibile solo alle cose del cielo.
Nel continuo contatto con Dio si accese di quella divina carità che divampò, senza mai rallentarsi, fino a tarda età, nello zelo più intenso ed operoso. Fu professore all’Università di Torino, poi Predicatore e confessore di Amedeo IX Duca di Savoia.
Morto Bartolomeo Cerveri gli successe nell’ufficio di Inquisitore Generale per la Lombardia Superiore e per la Liguria.
Per preservare la purità della fede dalle eresie, che infestavano quelle regioni, non risparmiò fatiche e pericoli.
Come fu instancabile fra il popolo cristiano, pari fu il suo zelo nel ricondurre e confermare la disciplina regolare in seno all’Ordine, tanto da essere annoverato tra i più ardenti riformatori del XV° secolo.
Fu più volte Priore del Convento di Savigliano e Vicario Provinciale della sua Provincia. Nel 1495, avendo predetto la sua morte per la solennità dell’Assunzione al cielo della Beata Vergine Maria, volle ricevere tutti i Sacramenti. Mentre recitava l’Ufficio, stretto al cuore il Crocifisso, spirò santamente.
Al principio del XIX° secolo i suoi resti furono portati a San Domenico di Torino. Papa Pio IX il 29 maggio 1856 ha approvato il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Aimone Taparelli, pregate per noi.
Bretagna, Francia, 1428 - Zwolle; Olanda, 8 settembre 1475
Il domenicano Alano de la Roche fu apostolo della diffusione del Rosario, preghiera mariana che lui preferì chiamare “Salterio della Vergine”.
Fissò il numero di 150 Ave Maria, divise a decadi, intercalate da 15 Pater Noster; inoltre stabilì i temi di meditazione che oggi chiamiamo “misteri gaudiosi, dolorosi, gloriosi”.
Tradizionalmente venerato come Beato in tutta Europa e nell’Ordine Domenicano, non è mai stato ufficialmente beatificato.
Etimologia: Alano = dal latino Alanus, dal nome della popolazione degli alani
Nato nel 1428 in Bretagna, entrò giovanissimo nel convento domenicano di Dinan, a 31 anni nel 1459 ebbe l’incarico di insegnare a San Giacomo di Parigi, dove aveva completato gli studi di teologia e filosofia, ma poté adempiere a questo compito solo nel 1461, perché nel 1460 era impegnato a Lilla nel tentativo di ricondurre i conventi alla regolare osservanza e si deve proprio in gran parte ai suoi sforzi, l’adesione dei conventi domenicani di Lilla e di Parigi alla Congregazione Riformata Olandese (1464).
Oltre che a Parigi, insegnò poi a Lilla, a Douai (1464), a Gand (1468), a Rostock dove divenne maestro di teologia nel 1473.
Alano de la Roche, scrisse anche nel 1475 l’Apologia del Salterio, che dedicò al vescovo di Cluny Ferrico.
Morì a Zwolle l’8 settembre 1475 in Olanda.
Già dal 25 maggio 1476 il Capitolo domenicano olandese di Haarlem, ordinò di raccogliere gli scritti di Alano che sono tanti e che vennero pubblicati nel 1498 a Stoccolma, mentre avvenivano negli anni successivi, traduzioni in varie lingue e pubblicate in varie edizioni.
Fu un apostolo della diffusione del Rosario, preghiera mariana che lui preferì chiamare “Salterio della Vergine”, all’uso corrente della recita di 50 Ave Maria, fissò il numero in 150, divise a decadi, intercalate da 15 Pater Noster; inoltre fissò a cinque i temi di meditazione che oggi chiamiamo “misteri gaudiosi, dolorosi, gloriosi”.
In definitiva diede una regola generale a una forma di preghiera mariana già praticata; fondò nel contempo le Confraternite del Salterio della Vergine, con statuti speciali con l’intento di diffondere la devozione a Maria; la prima fu fondata nel 1470 a Douai e poi per merito dei suoi eredi spirituali Sprenger, van Sneck e Michele François, questo Movimento di pietà mariana si diffuse in tutto il mondo, ancora oggi esistono le Confraternite del S. Rosario.
Nonostante sia tradizionalmente venerato come Beato in tutta Europa e nell’Ordine Domenicano, stranamente non risulta una conferma ufficiale del culto.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Il domenicano Alano de la Roche fu apostolo della diffusione del Rosario, preghiera mariana che lui preferì chiamare “Salterio della Vergine”.
Fissò il numero di 150 Ave Maria, divise a decadi, intercalate da 15 Pater Noster; inoltre stabilì i temi di meditazione che oggi chiamiamo “misteri gaudiosi, dolorosi, gloriosi”.
Tradizionalmente venerato come Beato in tutta Europa e nell’Ordine Domenicano, non è mai stato ufficialmente beatificato.
Etimologia: Alano = dal latino Alanus, dal nome della popolazione degli alani
Nato nel 1428 in Bretagna, entrò giovanissimo nel convento domenicano di Dinan, a 31 anni nel 1459 ebbe l’incarico di insegnare a San Giacomo di Parigi, dove aveva completato gli studi di teologia e filosofia, ma poté adempiere a questo compito solo nel 1461, perché nel 1460 era impegnato a Lilla nel tentativo di ricondurre i conventi alla regolare osservanza e si deve proprio in gran parte ai suoi sforzi, l’adesione dei conventi domenicani di Lilla e di Parigi alla Congregazione Riformata Olandese (1464).
Oltre che a Parigi, insegnò poi a Lilla, a Douai (1464), a Gand (1468), a Rostock dove divenne maestro di teologia nel 1473.
Alano de la Roche, scrisse anche nel 1475 l’Apologia del Salterio, che dedicò al vescovo di Cluny Ferrico.
Morì a Zwolle l’8 settembre 1475 in Olanda.
Già dal 25 maggio 1476 il Capitolo domenicano olandese di Haarlem, ordinò di raccogliere gli scritti di Alano che sono tanti e che vennero pubblicati nel 1498 a Stoccolma, mentre avvenivano negli anni successivi, traduzioni in varie lingue e pubblicate in varie edizioni.
Fu un apostolo della diffusione del Rosario, preghiera mariana che lui preferì chiamare “Salterio della Vergine”, all’uso corrente della recita di 50 Ave Maria, fissò il numero in 150, divise a decadi, intercalate da 15 Pater Noster; inoltre fissò a cinque i temi di meditazione che oggi chiamiamo “misteri gaudiosi, dolorosi, gloriosi”.
In definitiva diede una regola generale a una forma di preghiera mariana già praticata; fondò nel contempo le Confraternite del Salterio della Vergine, con statuti speciali con l’intento di diffondere la devozione a Maria; la prima fu fondata nel 1470 a Douai e poi per merito dei suoi eredi spirituali Sprenger, van Sneck e Michele François, questo Movimento di pietà mariana si diffuse in tutto il mondo, ancora oggi esistono le Confraternite del S. Rosario.
Nonostante sia tradizionalmente venerato come Beato in tutta Europa e nell’Ordine Domenicano, stranamente non risulta una conferma ufficiale del culto.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Villa d’Ogna, 1214 c. - Cremona, 1279
Nacque intorno al 1214 a Villa d'Ogna (Bg) da una famiglia di modesti contadini. Laborioso e pio si sposò senza mai tralasciare le opere di pietà e di carità. La sua illimitata generosità verso i poveri rese estremamente dura la convivenza con sua moglie.
Anche i compaesani fecero convergere su di lui il loro astio fino a costringerlo ad allontanarsi dal suo paese natio e a riparare a Cremona.
Qui entrò nel Terz'Ordine secolare e spese le sue fatiche a favore dei più poveri e in opere di pietà.
Martirologio Romano: A Cremona, Beato Alberto da Bergamo, contadino, che sopportò con pazienza i rimproveri della moglie per la sua eccessiva generosità verso i poveri e, lasciati i campi, visse povero come frate della Penitenza di San Domenico.
Alberto da Bergamo fu un modesto fiore del giardino Gusmano e il più bell’esempio di quella santità a cui ogni cristiano è chiamato e che in nulla esce dall’ordinario.
Egli fu semplice agricoltore del territorio bergamasco, dove nacque, all’inizio del XIII° secolo, a Villa d’Ogna. Fin dall’infanzia camminò nelle vie di Dio, mettendo soprattutto in pratica il grande precetto della carità.
Per consiglio e per volontà dei suoi contrasse matrimonio, ma non trovò nella sua compagna, né comprensione, né affetto; tuttavia la sua pazienza fu inalterabile.
Venendogli contestato il possesso di alcune terre da persone potenti, per amore di pace, lasciò il suo paese e si ritirò a Cremona, dove visse del lavoro delle sue mani.
Aggregatosi al Terz’Ordine di San Domenico si dedicò senza posa alle opere di misericordia, essendo solito sostenere che sempre si trova il tempo di fare il bene quando si vuole.
Egli predicò eloquentemente con le opere, dando l’esempio luminoso di quella carità cosi poco compresa e ancor meno praticata da tanti cristiani, che pur si dicono praticanti.
Alberto presentì l’ora della sua morte, il 7 maggio 1279, spirando serenamente, confortato dagli ultimi Sacramenti.
Molto popolo accorse a venerare il sacro corpo, attirati dal suono miracoloso delle campane che suonarono senza essere toccate.
Un fatto straordinario avvenne al momento della sua sepoltura: via via che si scavava la fossa la terra si pietrificava, sicché si pensò di seppellirlo nel Coro della Chiesa dove si rese celebre per grazie e miracoli.
Papa Benedetto XIV il 9 maggio 1748 ha approvato il culto resogli “ab immemorabili”.
Anche i compaesani fecero convergere su di lui il loro astio fino a costringerlo ad allontanarsi dal suo paese natio e a riparare a Cremona.
Qui entrò nel Terz'Ordine secolare e spese le sue fatiche a favore dei più poveri e in opere di pietà.
Martirologio Romano: A Cremona, Beato Alberto da Bergamo, contadino, che sopportò con pazienza i rimproveri della moglie per la sua eccessiva generosità verso i poveri e, lasciati i campi, visse povero come frate della Penitenza di San Domenico.
Alberto da Bergamo fu un modesto fiore del giardino Gusmano e il più bell’esempio di quella santità a cui ogni cristiano è chiamato e che in nulla esce dall’ordinario.
Egli fu semplice agricoltore del territorio bergamasco, dove nacque, all’inizio del XIII° secolo, a Villa d’Ogna. Fin dall’infanzia camminò nelle vie di Dio, mettendo soprattutto in pratica il grande precetto della carità.
Per consiglio e per volontà dei suoi contrasse matrimonio, ma non trovò nella sua compagna, né comprensione, né affetto; tuttavia la sua pazienza fu inalterabile.
Venendogli contestato il possesso di alcune terre da persone potenti, per amore di pace, lasciò il suo paese e si ritirò a Cremona, dove visse del lavoro delle sue mani.
Aggregatosi al Terz’Ordine di San Domenico si dedicò senza posa alle opere di misericordia, essendo solito sostenere che sempre si trova il tempo di fare il bene quando si vuole.
Egli predicò eloquentemente con le opere, dando l’esempio luminoso di quella carità cosi poco compresa e ancor meno praticata da tanti cristiani, che pur si dicono praticanti.
Alberto presentì l’ora della sua morte, il 7 maggio 1279, spirando serenamente, confortato dagli ultimi Sacramenti.
Molto popolo accorse a venerare il sacro corpo, attirati dal suono miracoloso delle campane che suonarono senza essere toccate.
Un fatto straordinario avvenne al momento della sua sepoltura: via via che si scavava la fossa la terra si pietrificava, sicché si pensò di seppellirlo nel Coro della Chiesa dove si rese celebre per grazie e miracoli.
Papa Benedetto XIV il 9 maggio 1748 ha approvato il culto resogli “ab immemorabili”.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Beati Martiri Giapponesi" Beatificati nel 1867-1989-2008 - Senza data (Celebrazioni singole)
1571 - 1617
Etimologia: Alfonso = valoroso e nobile, dal gotico
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Omura in Giappone, beati martiri Alfonso Navarrete, dell’Ordine dei Predicatori, Ferdinando di San Giuseppe de Ayala, dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino, sacerdoti, e Leone Tanaka, religioso della Compagnia di Gesù, che in odio alla fede cristiana, per editto del comandante supremo Hidetada, insieme furono decapitati.
Nativo della Vecchia Castiglia, entrò nel convento domenicano di Valladolid.Nel 1598 partì per le missioni nelle Filippine, dove si dedicò all'apostolato con tale entusiasmo e zelo che fu colpito da un forte esaurimento e i superiori lo fecero ritornare in Spagna. Nel 1611 ottenne di ritornare in Oriente.
Fu prima a Manila e poi in Giappone, dove fondò le confraternite del Rosario e del Santissimo Nome di Gesù e diffuse il libro di fra Luigi de Granada Guida del peccatore in giapponese.
Nel 1614 l'imperatore del Giappone iniziò la persecuzione vietando ai suoi sudditi di abbracciare la fede cattolica e intimando a tutti i missionari cattolici di lasciare il paese sotto pena di morte.
Da questo momento fino al 1° giugno del 1617, giorno in cui fu decapitato, il Beato Alfonso, instancabile come sempre, incoraggiava i cristiani a perseverare nella fede, battezzava, confessava, predicava, celebrava la Santa Messa, riconciliava gli apostati.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Alfonso Navarrete, pregate per noi.
"Beati Martiri Giapponesi" Beatificati nel 1867-1989-2008 - Senza data (Celebrazioni singole)
1571 - 1617
Etimologia: Alfonso = valoroso e nobile, dal gotico
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Omura in Giappone, beati martiri Alfonso Navarrete, dell’Ordine dei Predicatori, Ferdinando di San Giuseppe de Ayala, dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino, sacerdoti, e Leone Tanaka, religioso della Compagnia di Gesù, che in odio alla fede cristiana, per editto del comandante supremo Hidetada, insieme furono decapitati.
Nativo della Vecchia Castiglia, entrò nel convento domenicano di Valladolid.Nel 1598 partì per le missioni nelle Filippine, dove si dedicò all'apostolato con tale entusiasmo e zelo che fu colpito da un forte esaurimento e i superiori lo fecero ritornare in Spagna. Nel 1611 ottenne di ritornare in Oriente.
Fu prima a Manila e poi in Giappone, dove fondò le confraternite del Rosario e del Santissimo Nome di Gesù e diffuse il libro di fra Luigi de Granada Guida del peccatore in giapponese.
Nel 1614 l'imperatore del Giappone iniziò la persecuzione vietando ai suoi sudditi di abbracciare la fede cattolica e intimando a tutti i missionari cattolici di lasciare il paese sotto pena di morte.
Da questo momento fino al 1° giugno del 1617, giorno in cui fu decapitato, il Beato Alfonso, instancabile come sempre, incoraggiava i cristiani a perseverare nella fede, battezzava, confessava, predicava, celebrava la Santa Messa, riconciliava gli apostati.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Alfonso Navarrete, pregate per noi.
Siena, 16 aprile 1220 - ivi, 20 marzo 1286
Entrò nell’Ordine Domenicano a diciassette anni ed ebbe a Parigi, come Maestro, San Albergo Magno e come condiscepolo San Tommaso d’Aquino, di cui emulò l’angelica purità. Compiuti brillantemente gli studi, fu inviato a Colonia ad insegnare Teologia, rifiutando il titolo di Maestro, cosi come ricusò l’Arcivescovado di Siena.
In Germania predicò in tedesco con tanto inaspettato successo.
Fu tanta la sua fama di sapienza e di santità, da essere implorato il suo intervento per comporre gli animi dei Principi Elettori ad una pacifica elezione dell’Imperatore. Estinse anche tra quei popoli la setta Boema che tanti danni causava alle anime. Predicò per ordine del Pontefice, la Crociata.
All’altare, per l’interno ardore, si liquefaceva letteralmente in copiosi sudori e, dopo l’elevazione, un tremito riverenziale lo scuoteva tutto, mentre si sentivano le ossa scricchiolare ed infrangersi con Gesù eucarestia.
Quando predicava si vedeva una misteriosa colomba librare sul suo capo. Nel 1270 fu chiamato a Roma dal Papa, dedicandosi alla restaurazione degli studi ecclesiastici.
Morì vittima del suo zelo, il 20 marzo 1286 a Siena, durante una predica. Parlò con tale veemenza contro gli usurai, che gli si ruppe per ben due volte una vena in petto, causandone la morte repentina.
Martirologio Romano: A Siena, Beato Ambrogio Sansedoni, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che fu discepolo di sant’Alberto Magno e, benché uomo versato nella dottrina e nella predicazione, si mostrò nello stesso tempo semplice verso tutti.
Nasce in palazzo Sansedoni, tuttora maestoso a Siena, in Piazza del Campo: ma sembra nato deforme, per certe imperfezioni agli arti, e così l’affidano a una donna in separata sede, senza antenati né palazzi. Però lei lo tiene così bene da guarirlo. Torna allora a palazzo, ma lo lascerà poi a 17 anni per farsi domenicano.
Noviziato e prime scuole probabilmente a Siena, poi il perfezionamento nel 1245 a Parigi e di lì a Colonia (1248), dove ha per professore il futuro sant’Alberto Magno e per compagni Pietro di Tarantasia (poi diventato papa Innocenzo V) e Tommaso d’Aquino. Chiamato a Parigi come insegnante, Ambrogio si fa conoscere pure – anzi, soprattutto – per l’efficacia della predicazione in chiesa e in piazza, tra i salmi e tra i tumulti. (Alcuni pittori lo raffigureranno con lo Spirito Santo in forma di colomba bianca, che gli parla all’orecchio).
Ha doti eccezionali di persuasore, e si deve anche a lui se non scoppia uno scisma in Germania già nel 1245, per il dissidio tra il concilio di Lione e l’imperatore Federico II. Ma, alla morte di questi, suo figlio Manfredi tenta di recuperare i territori imperiali nel Sud d’Italia: e la Sede romana s’immischia rovinosamente in contese contro gli stranieri di Germania, chiamando in Italia stranieri di Francia, comandati da Carlo d’Angiò.
Poiché Siena ghibellina sta con Manfredi, papa Clemente le infligge l’interdetto (divieto di celebrare i riti sacri). Ed ecco Ambrogio Sansedoni correre dal Papa a Orvieto per difendere i concittadini.
E lo fa con tale vigore razionale che alla fine il Papa esclama: "Mai un uomo ha parlato così!".
E si dicono di lui cose simili a Parigi, in Germania, in tante città d’Italia che lo ascoltano quando arriva tra i conflitti a costruire tregue, a fermare le armi, riconciliatore instancabile e persuasivo, con le sue parole lucide e appassionate insieme.
Soltanto in un caso la passione prevale: quando parla degli usurai. Allora dice cose terribili. Ma non riesce a salvare Corradino di Svevia, l’ultimo principe tedesco in lotta per il Sud d’Italia, dopo la sconfitta e la morte di Manfredi. Battuto lui pure a Tagliacozzo (1268), Corradino viene consegnato da traditori a Carlo d’Angiò, che lo fa decapitare, malgrado l’intervento di Ambrogio (in quel tempo a Napoli) che mette in mezzo anche il Papa.
Dopo tanti viaggi, Ambrogio ritorna a Siena. Ricomincia a predicare. E nella città toscana muore predicando, possiamo dire: il malore irreparabile lo coglie durante il quaresimale. Siena lo piange e lo onora, ne fa un patrono della città, prega presso le sue reliquie in San Domenico. Un suo busto sarà collocato sulla facciata del Duomo, e fino a metà ’500 si disputerà un Palio dedicato a lui. Nel 1597 Papa Clemente VIII lo includerà nel Martirologio romano. L'Ordine Domenicano lo ricorda l'8 ottobre.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ambrogio Sansedoni, pregate per noi.
In Germania predicò in tedesco con tanto inaspettato successo.
Fu tanta la sua fama di sapienza e di santità, da essere implorato il suo intervento per comporre gli animi dei Principi Elettori ad una pacifica elezione dell’Imperatore. Estinse anche tra quei popoli la setta Boema che tanti danni causava alle anime. Predicò per ordine del Pontefice, la Crociata.
All’altare, per l’interno ardore, si liquefaceva letteralmente in copiosi sudori e, dopo l’elevazione, un tremito riverenziale lo scuoteva tutto, mentre si sentivano le ossa scricchiolare ed infrangersi con Gesù eucarestia.
Quando predicava si vedeva una misteriosa colomba librare sul suo capo. Nel 1270 fu chiamato a Roma dal Papa, dedicandosi alla restaurazione degli studi ecclesiastici.
Morì vittima del suo zelo, il 20 marzo 1286 a Siena, durante una predica. Parlò con tale veemenza contro gli usurai, che gli si ruppe per ben due volte una vena in petto, causandone la morte repentina.
Martirologio Romano: A Siena, Beato Ambrogio Sansedoni, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che fu discepolo di sant’Alberto Magno e, benché uomo versato nella dottrina e nella predicazione, si mostrò nello stesso tempo semplice verso tutti.
Nasce in palazzo Sansedoni, tuttora maestoso a Siena, in Piazza del Campo: ma sembra nato deforme, per certe imperfezioni agli arti, e così l’affidano a una donna in separata sede, senza antenati né palazzi. Però lei lo tiene così bene da guarirlo. Torna allora a palazzo, ma lo lascerà poi a 17 anni per farsi domenicano.
Noviziato e prime scuole probabilmente a Siena, poi il perfezionamento nel 1245 a Parigi e di lì a Colonia (1248), dove ha per professore il futuro sant’Alberto Magno e per compagni Pietro di Tarantasia (poi diventato papa Innocenzo V) e Tommaso d’Aquino. Chiamato a Parigi come insegnante, Ambrogio si fa conoscere pure – anzi, soprattutto – per l’efficacia della predicazione in chiesa e in piazza, tra i salmi e tra i tumulti. (Alcuni pittori lo raffigureranno con lo Spirito Santo in forma di colomba bianca, che gli parla all’orecchio).
Ha doti eccezionali di persuasore, e si deve anche a lui se non scoppia uno scisma in Germania già nel 1245, per il dissidio tra il concilio di Lione e l’imperatore Federico II. Ma, alla morte di questi, suo figlio Manfredi tenta di recuperare i territori imperiali nel Sud d’Italia: e la Sede romana s’immischia rovinosamente in contese contro gli stranieri di Germania, chiamando in Italia stranieri di Francia, comandati da Carlo d’Angiò.
Poiché Siena ghibellina sta con Manfredi, papa Clemente le infligge l’interdetto (divieto di celebrare i riti sacri). Ed ecco Ambrogio Sansedoni correre dal Papa a Orvieto per difendere i concittadini.
E lo fa con tale vigore razionale che alla fine il Papa esclama: "Mai un uomo ha parlato così!".
E si dicono di lui cose simili a Parigi, in Germania, in tante città d’Italia che lo ascoltano quando arriva tra i conflitti a costruire tregue, a fermare le armi, riconciliatore instancabile e persuasivo, con le sue parole lucide e appassionate insieme.
Soltanto in un caso la passione prevale: quando parla degli usurai. Allora dice cose terribili. Ma non riesce a salvare Corradino di Svevia, l’ultimo principe tedesco in lotta per il Sud d’Italia, dopo la sconfitta e la morte di Manfredi. Battuto lui pure a Tagliacozzo (1268), Corradino viene consegnato da traditori a Carlo d’Angiò, che lo fa decapitare, malgrado l’intervento di Ambrogio (in quel tempo a Napoli) che mette in mezzo anche il Papa.
Dopo tanti viaggi, Ambrogio ritorna a Siena. Ricomincia a predicare. E nella città toscana muore predicando, possiamo dire: il malore irreparabile lo coglie durante il quaresimale. Siena lo piange e lo onora, ne fa un patrono della città, prega presso le sue reliquie in San Domenico. Un suo busto sarà collocato sulla facciata del Duomo, e fino a metà ’500 si disputerà un Palio dedicato a lui. Nel 1597 Papa Clemente VIII lo includerà nel Martirologio romano. L'Ordine Domenicano lo ricorda l'8 ottobre.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ambrogio Sansedoni, pregate per noi.
Saint Maximin, 1335/75 - Aix, 1450
Nativo di San Massimino in Provenza, entrò giovanissimo nel locale convento di San Massimino dedicato a Santa Maria Maddalena. Maestro di teologia e attivo predicatore, promosse energicamente la disciplina regolare. Diede gloria a Dio, non solo con un fecondo ministero apostolico, ma anche con un raro talento per la pittura. Morì ad Aix dove si era recato per assistere gli appestati.
Andrea Abellon nacque a Saint Maxim, in Francia nel 1375. Giovanissimo entrò tra i Domenicani di quella città, i quali custodivano le reliquie di S. Maria Maddalena. Da vero figlio del Padre Domenico congiunse la santità alla dottrina e fu predicatore ascoltatissimo. In questo sacro ministero, tutto proprio dell’Ordine, fu instancabile, riposandosi solo con la morte.
Fu Professore di Teologia a Montpellier, Parigi e Avignone. Fu anche provetto nell’arte della pittura, e come tanti altri suoi confratelli, si servì delle attrattive del bello per innalzare il cuore dei fedeli all’amore delle cose celesti.
L’impulso dato al movimento di riforma dal Beato Raimondo da Capua, e che parve rallentare con la sua morte, riprese nuovo vigore sotto l’energico governo del Maestro Generale Bartolomeo Texier.
Tra i generosi che lo coadiuvarono e lavorarono seguendo le sue direttive va annoverato Andrea Abellon che svolse l’opera restauratrice nella Provincia di Provenza, con risultati consolantissimi. Egli riuscì a stabilire la riforma nei conventi di Arles, Aix e Marsiglia.
Ma, più che con le parole, egli trascinò con la forza irresistibile dell’esempio. Nonostante le fatiche del ministero fu fedelissimo ai digiuni e alle altre opere di penitenza prescritte dalle leggi dell’Ordine, a cui aggiunse molte altre austerità.
Questa eroica mortificazione dette ali al suo spirito per sollevarsi nei cieli di quella contemplazione che fu la sorgente feconda di ogni sua attività.
Morì ad Aix, il 15 maggio 1450, dove si era recato per confortare gli abitanti afflitti dalla peste. E’ sepolto nella chiesa conventuale di Saint Maximin, davanti all’altare maggiore, dove ancor oggi i fedeli non cessano di recarsi a venerarlo e pregarlo. Papa Leone XIII il 19 agosto 1902 ha confermato il suo culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nativo di San Massimino in Provenza, entrò giovanissimo nel locale convento di San Massimino dedicato a Santa Maria Maddalena. Maestro di teologia e attivo predicatore, promosse energicamente la disciplina regolare. Diede gloria a Dio, non solo con un fecondo ministero apostolico, ma anche con un raro talento per la pittura. Morì ad Aix dove si era recato per assistere gli appestati.
Andrea Abellon nacque a Saint Maxim, in Francia nel 1375. Giovanissimo entrò tra i Domenicani di quella città, i quali custodivano le reliquie di S. Maria Maddalena. Da vero figlio del Padre Domenico congiunse la santità alla dottrina e fu predicatore ascoltatissimo. In questo sacro ministero, tutto proprio dell’Ordine, fu instancabile, riposandosi solo con la morte.
Fu Professore di Teologia a Montpellier, Parigi e Avignone. Fu anche provetto nell’arte della pittura, e come tanti altri suoi confratelli, si servì delle attrattive del bello per innalzare il cuore dei fedeli all’amore delle cose celesti.
L’impulso dato al movimento di riforma dal Beato Raimondo da Capua, e che parve rallentare con la sua morte, riprese nuovo vigore sotto l’energico governo del Maestro Generale Bartolomeo Texier.
Tra i generosi che lo coadiuvarono e lavorarono seguendo le sue direttive va annoverato Andrea Abellon che svolse l’opera restauratrice nella Provincia di Provenza, con risultati consolantissimi. Egli riuscì a stabilire la riforma nei conventi di Arles, Aix e Marsiglia.
Ma, più che con le parole, egli trascinò con la forza irresistibile dell’esempio. Nonostante le fatiche del ministero fu fedelissimo ai digiuni e alle altre opere di penitenza prescritte dalle leggi dell’Ordine, a cui aggiunse molte altre austerità.
Questa eroica mortificazione dette ali al suo spirito per sollevarsi nei cieli di quella contemplazione che fu la sorgente feconda di ogni sua attività.
Morì ad Aix, il 15 maggio 1450, dove si era recato per confortare gli abitanti afflitti dalla peste. E’ sepolto nella chiesa conventuale di Saint Maximin, davanti all’altare maggiore, dove ancor oggi i fedeli non cessano di recarsi a venerarlo e pregarlo. Papa Leone XIII il 19 agosto 1902 ha confermato il suo culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Pistoia, 1335 - 1401
Nato a Pistoia ancora giovinetto entrò nel convento di S. Domenico della sua città. Grande predicatore e fervido propagatore della regolare osservanza, nel 1382 fu eletto vescovo per volontà del popolo e tanto fu lo zelo che mostrò per la salute delle anime e nell'aiutare i poveri, da essere chiamato 'Padre dei poveri'.
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Pistoia, Beato Andrea Franchi, Vescovo, che, Priore dell’Ordine dei Predicatori, cessata l’epidemia della peste nera, riportò nei conventi dell’Ordine di questa regione l’osservanza della disciplina e approvò nella sua città le Confraternite dei penitenti al fine di favorire la pace e la misericordia. Andrea Franchi, nato a Pistoia nel 1335, ancora giovanissimo, nel 1349, a quattordici anni, indossò il Santo Abito Gusmano nel convento di Santa Maria Novella.
Rifulse ben presto per santità di vita e per profondità di dottrina. Fu predicatore di gran fama, dalla parola calda e persuasiva, animata da una verace carità, a cui le anime non potevano resistere.
Fu amante zelantissimo della sua Regola, come lo sono i santi, e né la predicazione indefessa, né le cure dell’Episcopato, né il peso degli anni non gliene fecero mai rallentare l’osservanza.
Fu Priore dei Conventi di Pistoia, Lucca e Orvieto, dove sempre si mostrò modello di superiore. Nel 1382, a soli 42 anni, fu eletto Vescovo di Pistoia, sede che governò santissimamente. Nulla sfuggì al suo occhio e al suo cuore, e soprattutto i poveri e gli ammalati ebbero le sue preferenze. In premio ebbe la grazia di ricevere Gesù stesso in sembianze di pellegrino.
Fu il grande paciere del suo popolo, che si sarebbe distrutto per le atroci guerre civili. Il Signore venne in suo aiuto in questa opera santa anche con miracoli.
Nel 1400, dopo diciannove anni di mirabile governo, ottenne di lasciare la Diocesi e di ritirarsi a vita privata nel suo caro convento di Pistoia, dove, corroborato da grazie insigni, sopportò, con animo lieto, una lunga malattia che lo condusse alla tomba il 26 maggio 1401.
Il suo corpo venne tumulato nella chiesa di S. Domenico. Quando nel 1613 il sepolcro si aprì per eseguire i restauri della chiesa, un odore soavissimo si sprigionò da quelle sacre spoglie, ritrovate intatte. Papa Benedetto XV il 21 novembre 1921 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nato a Pistoia ancora giovinetto entrò nel convento di S. Domenico della sua città. Grande predicatore e fervido propagatore della regolare osservanza, nel 1382 fu eletto vescovo per volontà del popolo e tanto fu lo zelo che mostrò per la salute delle anime e nell'aiutare i poveri, da essere chiamato 'Padre dei poveri'.
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Pistoia, Beato Andrea Franchi, Vescovo, che, Priore dell’Ordine dei Predicatori, cessata l’epidemia della peste nera, riportò nei conventi dell’Ordine di questa regione l’osservanza della disciplina e approvò nella sua città le Confraternite dei penitenti al fine di favorire la pace e la misericordia. Andrea Franchi, nato a Pistoia nel 1335, ancora giovanissimo, nel 1349, a quattordici anni, indossò il Santo Abito Gusmano nel convento di Santa Maria Novella.
Rifulse ben presto per santità di vita e per profondità di dottrina. Fu predicatore di gran fama, dalla parola calda e persuasiva, animata da una verace carità, a cui le anime non potevano resistere.
Fu amante zelantissimo della sua Regola, come lo sono i santi, e né la predicazione indefessa, né le cure dell’Episcopato, né il peso degli anni non gliene fecero mai rallentare l’osservanza.
Fu Priore dei Conventi di Pistoia, Lucca e Orvieto, dove sempre si mostrò modello di superiore. Nel 1382, a soli 42 anni, fu eletto Vescovo di Pistoia, sede che governò santissimamente. Nulla sfuggì al suo occhio e al suo cuore, e soprattutto i poveri e gli ammalati ebbero le sue preferenze. In premio ebbe la grazia di ricevere Gesù stesso in sembianze di pellegrino.
Fu il grande paciere del suo popolo, che si sarebbe distrutto per le atroci guerre civili. Il Signore venne in suo aiuto in questa opera santa anche con miracoli.
Nel 1400, dopo diciannove anni di mirabile governo, ottenne di lasciare la Diocesi e di ritirarsi a vita privata nel suo caro convento di Pistoia, dove, corroborato da grazie insigni, sopportò, con animo lieto, una lunga malattia che lo condusse alla tomba il 26 maggio 1401.
Il suo corpo venne tumulato nella chiesa di S. Domenico. Quando nel 1613 il sepolcro si aprì per eseguire i restauri della chiesa, un odore soavissimo si sprigionò da quelle sacre spoglie, ritrovate intatte. Papa Benedetto XV il 21 novembre 1921 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
"Beati Martiri Giapponesi" Beatificati nel 1867-1989-2008"
Lucca, 1573 - Nagasaki, 1622
Nato a Lucca, gli fu dato il nome di Michele. Entrò a 13 anni in convento e studiò a Viterbo, Roma e Perugia. Desideroso di lavorare nelle missioni dell'Estremo Oriente, nel 1601 si trasferì in Spagna e dopo nelle Filippine, dove si prodigò generosamente nella predicazione del Vangelo.
Passò, poi, in Giappone, a Nagasaki dove svolse il suo apostolato clandestino a causa della persecuzione contro i cristiani.
Il 10 settembre 1618 fu incarcerato e dopo quattro anni di prigionia fu arso vivo con molti altri compagni cristiani.
Emblema: Palma
Angelo Orsucci, nato a Lucca l’8 maggio 1573, al battesimo fu chiamato Michele. A soli tredici anni, lasciando senza rimpianto le dolcezze della sua nobile famiglia, vestì le bianche lane Gusmane nell’illustre Convento di S. Romano di Lucca. Si dette con santo entusiasmo all’acquisto della virtù e della scienza sacra.
I superiori avrebbero voluto applicarlo all’insegnamento, ma Angelo confidò loro il suo grande desiderio di andare a portare la luce del Vangelo in missione.
Fra le tante cose che si opponevano ai suoi disegni vi era l’affetto dei suoi, che non potevano rassegnarsi a perderlo per sempre. Su tutto però vinse la costanza e l’ardore del futuro martire, e, nel 1601, lo troviamo già in Messico in piena attività missionaria. Egli era comunemente chiamato il “Santo”. Recatosi successivamente nelle Filippine. Poté ottenere finalmente d’essere inviato in Giappone, dove l’empio Imperatore Xonguno aveva aperta l’era dei martiri. Dopo solo quattro mesi, il 13 dicembre 1618, fu scoperto e messo in carcere.
Ecco come ne dava notizia alla famiglia: “Io sono contentissimo per il favore che Nostro Signore mi ha fatto e non cambierei questa prigione con i maggiori palazzi di Roma". Il 10 settembre 1622, assieme ai suoi compagni, fu condannato alle fiamme. Mentre tra gli ardori del fuoco cantava il “Te Deum”, come assorto in estasi, fu visto librarsi tra le fiamme e andare a confortare i compagni di martirio.
Angelo fa parte di una splendida falange di 205 martiri, guidati dal Beato Alfonso Navarrete.
Appartenevano all’Ordine altri dieci sacerdoti, quattro chierici professi, cinque fratelli cooperatori, venticinque terziari e sessantasette iscritti alla Confraternita del Rosario. La loro solenne beatificazione avvenne nel 1867 per mano del Beato Papa Pio IX. Il calendario dell’Ordine ricorda al 6 novembre l’eroica testimonianza di questi suoi figli, unendoli agli altri martiri in Oriente.
In data odierna, in Italia, tradizionalmente si continua a ricordare il Beato Angelo, unico italiano del gruppo.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
"Beati Martiri Giapponesi" Beatificati nel 1867-1989-2008"
Lucca, 1573 - Nagasaki, 1622
Nato a Lucca, gli fu dato il nome di Michele. Entrò a 13 anni in convento e studiò a Viterbo, Roma e Perugia. Desideroso di lavorare nelle missioni dell'Estremo Oriente, nel 1601 si trasferì in Spagna e dopo nelle Filippine, dove si prodigò generosamente nella predicazione del Vangelo.
Passò, poi, in Giappone, a Nagasaki dove svolse il suo apostolato clandestino a causa della persecuzione contro i cristiani.
Il 10 settembre 1618 fu incarcerato e dopo quattro anni di prigionia fu arso vivo con molti altri compagni cristiani.
Emblema: Palma
Angelo Orsucci, nato a Lucca l’8 maggio 1573, al battesimo fu chiamato Michele. A soli tredici anni, lasciando senza rimpianto le dolcezze della sua nobile famiglia, vestì le bianche lane Gusmane nell’illustre Convento di S. Romano di Lucca. Si dette con santo entusiasmo all’acquisto della virtù e della scienza sacra.
I superiori avrebbero voluto applicarlo all’insegnamento, ma Angelo confidò loro il suo grande desiderio di andare a portare la luce del Vangelo in missione.
Fra le tante cose che si opponevano ai suoi disegni vi era l’affetto dei suoi, che non potevano rassegnarsi a perderlo per sempre. Su tutto però vinse la costanza e l’ardore del futuro martire, e, nel 1601, lo troviamo già in Messico in piena attività missionaria. Egli era comunemente chiamato il “Santo”. Recatosi successivamente nelle Filippine. Poté ottenere finalmente d’essere inviato in Giappone, dove l’empio Imperatore Xonguno aveva aperta l’era dei martiri. Dopo solo quattro mesi, il 13 dicembre 1618, fu scoperto e messo in carcere.
Ecco come ne dava notizia alla famiglia: “Io sono contentissimo per il favore che Nostro Signore mi ha fatto e non cambierei questa prigione con i maggiori palazzi di Roma". Il 10 settembre 1622, assieme ai suoi compagni, fu condannato alle fiamme. Mentre tra gli ardori del fuoco cantava il “Te Deum”, come assorto in estasi, fu visto librarsi tra le fiamme e andare a confortare i compagni di martirio.
Angelo fa parte di una splendida falange di 205 martiri, guidati dal Beato Alfonso Navarrete.
Appartenevano all’Ordine altri dieci sacerdoti, quattro chierici professi, cinque fratelli cooperatori, venticinque terziari e sessantasette iscritti alla Confraternita del Rosario. La loro solenne beatificazione avvenne nel 1867 per mano del Beato Papa Pio IX. Il calendario dell’Ordine ricorda al 6 novembre l’eroica testimonianza di questi suoi figli, unendoli agli altri martiri in Oriente.
In data odierna, in Italia, tradizionalmente si continua a ricordare il Beato Angelo, unico italiano del gruppo.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
† 28 o 29 giugno 1406
Il Beato Ansano Vannucci è un missionario domenicano del vissuto nel XIV secolo.
Di lui non sappiamo nulla. Alcuni testi riportano che "Fattosi missionario, si diresse verso la Palestina certo d’incontrarvi il martirio".
Ma le uniche notizie tramandate su di lui non lo qualificano come martire. Infatti, dopo essersi il fallimento del viaggio verso la Palestina, s’imbarcò per ritornare in Italia, ma una tempesta respinse l’imbarcazione su cui si trovava e la spinsero verso Suez.
Qui dai barbari il beato Ansano venne imprigionato, e successivamente denudato e rimesso in libertà.
Ripresa la via del mare approdò a Candia, dove per malattia a contratta in Terra santa morì. Non vi è nemmeno una data certa della sua morte.
Secondo Girolamo Gigli nel suo testo "Diario senese" morì il 28 giugno, mentre secondo Umberto Meattini nel volume Santi Senesi, il 29 giugno 1406.
Sembra certo l’anno della sua morte: "Nel 1406 passò al cielo in questo giorno, in odore di santissime virtù, frate Ansano Vannucci, domenicano senese che il padre Isidoro Ugurgieri Azzolini dell’ordine dei Predicatori, chiama con il titolo di Beato."
Non esiste alcuna festa in onore di questo beato.
In alcuni menologi era fissata la sua festa nella giornata della sua morte il 29 giugno.
Di lui non sappiamo nulla. Alcuni testi riportano che "Fattosi missionario, si diresse verso la Palestina certo d’incontrarvi il martirio".
Ma le uniche notizie tramandate su di lui non lo qualificano come martire. Infatti, dopo essersi il fallimento del viaggio verso la Palestina, s’imbarcò per ritornare in Italia, ma una tempesta respinse l’imbarcazione su cui si trovava e la spinsero verso Suez.
Qui dai barbari il beato Ansano venne imprigionato, e successivamente denudato e rimesso in libertà.
Ripresa la via del mare approdò a Candia, dove per malattia a contratta in Terra santa morì. Non vi è nemmeno una data certa della sua morte.
Secondo Girolamo Gigli nel suo testo "Diario senese" morì il 28 giugno, mentre secondo Umberto Meattini nel volume Santi Senesi, il 29 giugno 1406.
Sembra certo l’anno della sua morte: "Nel 1406 passò al cielo in questo giorno, in odore di santissime virtù, frate Ansano Vannucci, domenicano senese che il padre Isidoro Ugurgieri Azzolini dell’ordine dei Predicatori, chiama con il titolo di Beato."
Non esiste alcuna festa in onore di questo beato.
In alcuni menologi era fissata la sua festa nella giornata della sua morte il 29 giugno.
(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Domenicani di Barcellona”
“Beati 498 Martiri Spagnoli Beatificati nel 2007”
“Martiri della Guerra di Spagna”
Primo di nove figli, Antero Mateo Garcia nacque in Valdevimbre (Leon) il 4 marzo 1875. Per aiutare i genitori negli impegni di lavoro, dovette rinunciare all'inclinazione di consacrarsi a Dio. A 27 anni sposò Manuela Trobadelo, dalla quale ebbe otto figli. Fu sposo e padre ideale, lavoratore tenace ed esemplare.
Conobbe gravi difficoltà economiche per portare avanti la numerosa famiglia, soprattutto quando, per calamità naturali, gli affari gli andarono male e si vide costretto a ritornare nel paese natio da Cembranos (presso Leon) dove i genitori gli avevano impiantato una piccola fabbrica di alcool.
Presto, però, da solo si recò a Barcellona per trovare lavoro più redditizio e per sottrarsi ai pettegolezzi e alle burle dei paesani che lo vedevano tanto devoto.
Dopo nove mesi, essendo stato assunto nelle ferrovie, nel settembre del 1917 richiamò la famiglia nella capitale catalana. Sin dall'inizio del suo arrivo a Barcellona, frequentò la chiesa dei domenicani, diventandone terziario e due suoi figli frati dell'Ordine.
Una figliola fu carmelitana scalza. A costei, che un giorno gli consigliava maggior prudenza per non esser preso dai miliziani, rispose che il martirio per lui «è una grazia troppo grande, che non merito».
Nella seconda metà del luglio 1936 fu segnalato dai rossi per la sua religiosità. Il 6 agosto successivo fu visto alla stazione di Barcellona in attesa della moglie e della figlia carmelitana, provenienti con altre religiose da Valenza; fu arrestato ma subito rilasciato.
Ripreso il giorno 8, appena finito il lavoro, all'imbrunire fu fucilato sul ponte detto del «Dragón», a Barcellona. Il giorno seguente, i figli lo trovarono nel deposito dell'ospedale clinico, finito con tre colpi, al labbro superiore, al cuore e allo stomaco.
(Autore: Sadoc M. Bertucci – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
“Beati Martiri Spagnoli Domenicani di Barcellona”
“Beati 498 Martiri Spagnoli Beatificati nel 2007”
“Martiri della Guerra di Spagna”
Primo di nove figli, Antero Mateo Garcia nacque in Valdevimbre (Leon) il 4 marzo 1875. Per aiutare i genitori negli impegni di lavoro, dovette rinunciare all'inclinazione di consacrarsi a Dio. A 27 anni sposò Manuela Trobadelo, dalla quale ebbe otto figli. Fu sposo e padre ideale, lavoratore tenace ed esemplare.
Conobbe gravi difficoltà economiche per portare avanti la numerosa famiglia, soprattutto quando, per calamità naturali, gli affari gli andarono male e si vide costretto a ritornare nel paese natio da Cembranos (presso Leon) dove i genitori gli avevano impiantato una piccola fabbrica di alcool.
Presto, però, da solo si recò a Barcellona per trovare lavoro più redditizio e per sottrarsi ai pettegolezzi e alle burle dei paesani che lo vedevano tanto devoto.
Dopo nove mesi, essendo stato assunto nelle ferrovie, nel settembre del 1917 richiamò la famiglia nella capitale catalana. Sin dall'inizio del suo arrivo a Barcellona, frequentò la chiesa dei domenicani, diventandone terziario e due suoi figli frati dell'Ordine.
Una figliola fu carmelitana scalza. A costei, che un giorno gli consigliava maggior prudenza per non esser preso dai miliziani, rispose che il martirio per lui «è una grazia troppo grande, che non merito».
Nella seconda metà del luglio 1936 fu segnalato dai rossi per la sua religiosità. Il 6 agosto successivo fu visto alla stazione di Barcellona in attesa della moglie e della figlia carmelitana, provenienti con altre religiose da Valenza; fu arrestato ma subito rilasciato.
Ripreso il giorno 8, appena finito il lavoro, all'imbrunire fu fucilato sul ponte detto del «Dragón», a Barcellona. Il giorno seguente, i figli lo trovarono nel deposito dell'ospedale clinico, finito con tre colpi, al labbro superiore, al cuore e allo stomaco.
(Autore: Sadoc M. Bertucci – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
San Germano Vercellese, 1394 - Como, 1459
Nato a San Germano vercellese, entrò nell'Ordine a Vercelli nel 1417. Fu priore a Como, Savona, Firenze, Bologna e Genova; si adoperò attivamente per ristabilire ovunque l'osservanza della regola. Morì nel convento di Como, mentre ne era priore.
Il suo culto fu confermato da Pio VII nel 1819.
Martirologio Romano: A Como, Beato Antonio della Chiesa, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che in alcuni conventi dell’Ordine riformò l’osservazione della regola, ponendosi con clemenza dinanzi all’umana fragilità e correggendola con fermezza.
Antonio della Chiesa è uno dei grandi riformatori che l’Ordine dei Padri Predicatori vide germogliare dalla perenne fecondità del suo seno nel XV° secolo.
Prese l’Abito domenicano a Vercelli, dopo aver strenuamente lottato contro la volontà del padre.
Il breviario domenicano ricorda che, entrato nell’Ordine, si slanciò come gigante a percorrere la via della perfezione.
Egli adoperò i mezzi che il suo Santo Patriarca gli presentava, i mezzi sempre antichi e sempre nuovi con i quali si sono formate schiere di apostoli e di santi: la preghiera, la penitenza, il silenzio, lo studio indefesso, animato dalla carità, nella quale sempre si sono consumati i suoi illustri confratelli.
Presto splendette in lui quella sapienza e quella santità che gli diedero tanto potere sulle anime.
Chiamato all’ufficio di Priore nei conventi di Como, Bologna, Firenze, riuscì a stabilire fortemente la disciplina regolare, profondamente scossa.
Egli intendeva di preparare così i veri apostoli e i veri predicatori come lo era lui stesso. Portò, infatti, a Dio innumerevoli anime e si dice che nessuno partisse da lui senza diventare migliore. Ebbe il dono dei miracoli e la conoscenza delle cose occulte e future.
Fu visto, circondato di splendore, intrattenersi con la Madonna.
Papa Eugenio IV gli dette l’incarico di ricondurre alla verità i cattolici che avevano aderito all’antipapa Felice V. Richiamato a Como, dove con la sua predicazione aveva rinnovata la vita cristiana, tristemente decaduta, dopo aver predetto la sua morte, da qui, il 22 gennaio 1459, volò al premio celeste.
Nel 1810 le sue reliquie furono traslate definitivamente nella chiesa parrocchiale di San Germano Vercellese, suo paese natale. Papa Pio VII il 15 maggio 1819 ha concesso la Messa e l’Ufficio propri in base al culto attribuitogli “ab immemorabili”.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nato a San Germano vercellese, entrò nell'Ordine a Vercelli nel 1417. Fu priore a Como, Savona, Firenze, Bologna e Genova; si adoperò attivamente per ristabilire ovunque l'osservanza della regola. Morì nel convento di Como, mentre ne era priore.
Il suo culto fu confermato da Pio VII nel 1819.
Martirologio Romano: A Como, Beato Antonio della Chiesa, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che in alcuni conventi dell’Ordine riformò l’osservazione della regola, ponendosi con clemenza dinanzi all’umana fragilità e correggendola con fermezza.
Antonio della Chiesa è uno dei grandi riformatori che l’Ordine dei Padri Predicatori vide germogliare dalla perenne fecondità del suo seno nel XV° secolo.
Prese l’Abito domenicano a Vercelli, dopo aver strenuamente lottato contro la volontà del padre.
Il breviario domenicano ricorda che, entrato nell’Ordine, si slanciò come gigante a percorrere la via della perfezione.
Egli adoperò i mezzi che il suo Santo Patriarca gli presentava, i mezzi sempre antichi e sempre nuovi con i quali si sono formate schiere di apostoli e di santi: la preghiera, la penitenza, il silenzio, lo studio indefesso, animato dalla carità, nella quale sempre si sono consumati i suoi illustri confratelli.
Presto splendette in lui quella sapienza e quella santità che gli diedero tanto potere sulle anime.
Chiamato all’ufficio di Priore nei conventi di Como, Bologna, Firenze, riuscì a stabilire fortemente la disciplina regolare, profondamente scossa.
Egli intendeva di preparare così i veri apostoli e i veri predicatori come lo era lui stesso. Portò, infatti, a Dio innumerevoli anime e si dice che nessuno partisse da lui senza diventare migliore. Ebbe il dono dei miracoli e la conoscenza delle cose occulte e future.
Fu visto, circondato di splendore, intrattenersi con la Madonna.
Papa Eugenio IV gli dette l’incarico di ricondurre alla verità i cattolici che avevano aderito all’antipapa Felice V. Richiamato a Como, dove con la sua predicazione aveva rinnovata la vita cristiana, tristemente decaduta, dopo aver predetto la sua morte, da qui, il 22 gennaio 1459, volò al premio celeste.
Nel 1810 le sue reliquie furono traslate definitivamente nella chiesa parrocchiale di San Germano Vercellese, suo paese natale. Papa Pio VII il 15 maggio 1819 ha concesso la Messa e l’Ufficio propri in base al culto attribuitogli “ab immemorabili”.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nato a Rivoli (Torino) intorno al 1423, Antonio Neyrot entrò tra i Domenicani, ricevendo l'abito, nel convento di San Marco a Firenze, da sant'Antonino, il futuro arcivescovo della città. Si imbarcò per un pericoloso viaggio in Sicilia. La rotta era, infatti, battuta dai pirati: e se la prima volta gli andò bene, di ritorno dalla Sicilia per Napoli il nostro fu catturato. Era il 1458 e il religioso venne condotto come schiavo a Tunisi.
Qui, sotto le pressioni dei saraceni, abiurò la fede e si sposò. Ma gli apparve in sogno Antonino, nel frattempo morto, che lo invitò a pentirsi. Nel Giovedì Santo del 1460 rimise l'abito e professò pubblicamente la sua fede davanti al sultano. Un gesto che gli costò la vita. In seguito il corpo fu acquistato da mercanti genovesi e, nel 1469, Amedeo di Savoia lo fece portare a Rivoli, dove riposa. (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Tunisi sulla costa dell’Africa settentrionale, Beato Antonio Neyrot, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, condotto con la forza in Africa dai pirati, rinnegò la fede, ma, con l’aiuto della grazia divina, il Giovedì Santo riprese pubblicamente l’abito religioso, espiando la precedente colpa con la lapidazione.
Per nascita è piemontese, ma non abbiamo notizie certe sulla sua origine. Incominciamo a conoscerlo quando chiede di essere accolto nel convento dei Domenicani a Firenze. Il convento è quello già appartenente ai Silvestrini, così chiamati da san Silvestro Guzzolini, che li fondò nel Duecento: ora è affidato ai Domenicani, che l’hanno fatto rimettere a nuovo con l’aiuto di Cosimo de’ Medici il Vecchio, che in Firenze è sovrano senza corona né trono né titoli.
E proprio in quest’epoca lo sta affrescando frate Giovanni da Fiesole, che il mondo conoscerà come Beato Angelico. Priore di questa comunità è Antonino Pierozzi, che ha già guidato altre comunità a Cortona, Roma e a Napoli, e che sta per diventare arcivescovo di Firenze.
Il giovane Neyrot da Rivoli è uno degli ultimi giovani che Antonino ha potuto seguire prima di passare al governo della diocesi, chiamandolo via via agli ordini sacri, e sempre mettendolo in guardia contro la fretta: per riuscire buon domenicano, gli ripeteva, occorre molto studio, con molta preghiera e molta pazienza.
Ma lui non conosce la pazienza. Sopporta male il lento apprendistato sui libri. Si considera già preparatissimo, vorrebbe andare subito in prima linea. Insiste con i superiori, chiede di essere mandato in Sicilia.
Gli rispondono di no. Allora decide di appellarsi a Roma, e va a finire che ci riesce: per insistenza sua, per raccomandazioni autorevoli, chissà. In Sicilia ci arriva davvero, con tutti i permessi romani.
Nel 1458 – e ancora per ragioni che non si conoscono – si imbarca dalla Sicilia diretto a Napoli, secondo alcuni; oppure, secondo altri, verso l’Africa: un’ipotesi che sembrerebbe in linea con le sue note impazienze missionarie.
Ma questa è anche una stagione di pirati, e in essi s’imbatte appunto la sua nave: così lui arriva davvero in Africa, ma come schiavo. Sbarca a Tunisi, che all’epoca è la fiorente capitale di un vasto stato berbero, creato dalla dinastia musulmana degli Almohadi, e dal XIII secolo sotto il governo degli emiri Hafsidi. Un solido stato autonomo, legato da intensi rapporti commerciali con i Paesi mediterranei.
Padre Neyrot è dunque arrivato – sia pure in maniera inaspettata – in Africa da rievangelizzare, alla terra dei suoi entusiasmi. Ma rapidamente essa diventala terra di tutti i fallimenti. Il predicatore impaziente dei tempi fiorentini tradisce i suoi voti, butta l’abito domenicano e rinnega la fede, prende moglie e si fa pubblicamente musulmano.
Intanto a Firenze, nel maggio 1459, muore il vescovo Antonino, il suo maestro poco ascoltato, e la notizia lo raggiunge a Tunisi. (Secondo un’altra versione, il vescovo gli sarebbe apparso in sogno dopo la morte). Di qui prende avvio per Antonio il cammino del ritorno, che è rapido e senza incertezze. Non solo egli ritrova dentro di sé la fede cristiana, ma subito la proclama pubblicamente davanti all’emiro e con addosso l’abito di domenicano. Questo comporta la condannaa morte, che viene eseguita a Tunisi mediante lapidazione. Questo accade, secondo il Martirologio romano, nella feria quinta in Coena Domini, ossia il Giovedì santo, nell’anno 1460.
Mercanti genovesi riportano in Italia il suo corpo, che nel 1464 raggiunge la cittadina nativa, Rivoli, dov’è tuttora custodito nella collegiata di Santa Maria della Stella. Clemente XIII ne ha approvato il culto come beato nel 1767.
(Autore: Domenico Agasso)
Qui, sotto le pressioni dei saraceni, abiurò la fede e si sposò. Ma gli apparve in sogno Antonino, nel frattempo morto, che lo invitò a pentirsi. Nel Giovedì Santo del 1460 rimise l'abito e professò pubblicamente la sua fede davanti al sultano. Un gesto che gli costò la vita. In seguito il corpo fu acquistato da mercanti genovesi e, nel 1469, Amedeo di Savoia lo fece portare a Rivoli, dove riposa. (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Tunisi sulla costa dell’Africa settentrionale, Beato Antonio Neyrot, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, condotto con la forza in Africa dai pirati, rinnegò la fede, ma, con l’aiuto della grazia divina, il Giovedì Santo riprese pubblicamente l’abito religioso, espiando la precedente colpa con la lapidazione.
Per nascita è piemontese, ma non abbiamo notizie certe sulla sua origine. Incominciamo a conoscerlo quando chiede di essere accolto nel convento dei Domenicani a Firenze. Il convento è quello già appartenente ai Silvestrini, così chiamati da san Silvestro Guzzolini, che li fondò nel Duecento: ora è affidato ai Domenicani, che l’hanno fatto rimettere a nuovo con l’aiuto di Cosimo de’ Medici il Vecchio, che in Firenze è sovrano senza corona né trono né titoli.
E proprio in quest’epoca lo sta affrescando frate Giovanni da Fiesole, che il mondo conoscerà come Beato Angelico. Priore di questa comunità è Antonino Pierozzi, che ha già guidato altre comunità a Cortona, Roma e a Napoli, e che sta per diventare arcivescovo di Firenze.
Il giovane Neyrot da Rivoli è uno degli ultimi giovani che Antonino ha potuto seguire prima di passare al governo della diocesi, chiamandolo via via agli ordini sacri, e sempre mettendolo in guardia contro la fretta: per riuscire buon domenicano, gli ripeteva, occorre molto studio, con molta preghiera e molta pazienza.
Ma lui non conosce la pazienza. Sopporta male il lento apprendistato sui libri. Si considera già preparatissimo, vorrebbe andare subito in prima linea. Insiste con i superiori, chiede di essere mandato in Sicilia.
Gli rispondono di no. Allora decide di appellarsi a Roma, e va a finire che ci riesce: per insistenza sua, per raccomandazioni autorevoli, chissà. In Sicilia ci arriva davvero, con tutti i permessi romani.
Nel 1458 – e ancora per ragioni che non si conoscono – si imbarca dalla Sicilia diretto a Napoli, secondo alcuni; oppure, secondo altri, verso l’Africa: un’ipotesi che sembrerebbe in linea con le sue note impazienze missionarie.
Ma questa è anche una stagione di pirati, e in essi s’imbatte appunto la sua nave: così lui arriva davvero in Africa, ma come schiavo. Sbarca a Tunisi, che all’epoca è la fiorente capitale di un vasto stato berbero, creato dalla dinastia musulmana degli Almohadi, e dal XIII secolo sotto il governo degli emiri Hafsidi. Un solido stato autonomo, legato da intensi rapporti commerciali con i Paesi mediterranei.
Padre Neyrot è dunque arrivato – sia pure in maniera inaspettata – in Africa da rievangelizzare, alla terra dei suoi entusiasmi. Ma rapidamente essa diventala terra di tutti i fallimenti. Il predicatore impaziente dei tempi fiorentini tradisce i suoi voti, butta l’abito domenicano e rinnega la fede, prende moglie e si fa pubblicamente musulmano.
Intanto a Firenze, nel maggio 1459, muore il vescovo Antonino, il suo maestro poco ascoltato, e la notizia lo raggiunge a Tunisi. (Secondo un’altra versione, il vescovo gli sarebbe apparso in sogno dopo la morte). Di qui prende avvio per Antonio il cammino del ritorno, che è rapido e senza incertezze. Non solo egli ritrova dentro di sé la fede cristiana, ma subito la proclama pubblicamente davanti all’emiro e con addosso l’abito di domenicano. Questo comporta la condannaa morte, che viene eseguita a Tunisi mediante lapidazione. Questo accade, secondo il Martirologio romano, nella feria quinta in Coena Domini, ossia il Giovedì santo, nell’anno 1460.
Mercanti genovesi riportano in Italia il suo corpo, che nel 1464 raggiunge la cittadina nativa, Rivoli, dov’è tuttora custodito nella collegiata di Santa Maria della Stella. Clemente XIII ne ha approvato il culto come beato nel 1767.
(Autore: Domenico Agasso)
Savigliano, 1325/6 - Bricherasio, Torino, 9 aprile 1374
Nominato Inquisitore della Fede per la Lombardia e la Liguria, niente sfuggì al suo vigile zelo. I tanti errori, specialmente quelli dei Valdesi, furono smascherati, ed innumerevoli anime confermò nella fede o ridusse a verace penitenza, trionfando sempre con la sua illuminata carità.
Divenne così il bersaglio degli avversari che spiavano il momento propizio per ucciderlo. Con celeste lume, Antonio, presagì il suo imminente sacrificio è ne dette annunzio con la sua solita grazia, dicendo di essere invitato a nozze, e perciò pregò che la rasura gli fosse fatta con speciale cura.
Il 9 aprile 1374, domenica in Albis, celebrò la messa con più acceso fervore, annunziò ancora la parola di verità e, nello scendere dal pulpito, assalito dagli eretici fu orribilmente massacrato.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Bricherasio presso Pinerolo in Piemonte, Beato Antonio Pavoni, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, mentre usciva di chiesa, dove aveva appena predicato contro le eresie, fu ferocemente trucidato.
La città di Savigliano in provincia di Cuneo, ebbe nei secoli XIV-XV un gruppo di suoi figli, domenicani che con la loro qualifica d’inquisitori, diedero lustro alla città delle loro origini; essi furono il beato Antonio Pavoni, il beato Pietro Cambiani, il beato Bartolomeo Cerveri tutti martiri e il padre Aimone Taparelli.
Il Beato Antonio Pavoni vi nacque nel 1325 ed entrò nel convento domenicano locale di S. Domenico, vi sono incertezze sulla sua vita fino al 1365, quando fu nominato inquisitore generale per il Piemonte, succedendo al beato Pietro Cambiani suo concittadino. In quell’epoca i Capitoli Generali domenicani richiedevano per questo delicato ufficio una preparazione teologica etomista, di ubbidienza ai superiori e un adeguato zelo per l’unità della Fede.
Queste qualità non mancavano a padre Antonio Pavoni, il quale si dedicò al compito arduo, tanto da porre spesso la propria vita in pericolo, la posizione geografica di Savigliano dove risiedeva, gli favoriva il rapporto con le valli di Pinerolo, centro dei seguaci della Chiesa Valdese. Fu priore del convento per due volte nel 1368 e 1372; nel 1374, il vescovo di Torino, Giovanni Orsini gli affidò per la quaresima, una predicazione nei paesi situati all’imbocco della Val Pellice; dopo aver visitato Campiglione, Bibiana e Fenile si recò per la Pasqua a Bricherasio; nella successiva domenica in Albis 9 aprile, dopo aver celebrato la Messa e predicato in questa parrocchia, fu assalito da alcuni eretici nella piazza del paese e ucciso; tumulato a Savigliano, il suo corpo ebbe una prima traslazione nel 1468 e dal 1832 è conservato nella chiesa domenicana di Racconigi (Cuneo). Precursore dell’apostolato per l’unione dei fratelli separati, fu dichiarato martire nel 1375 da Papa Gregorio XI e proclamato beato con la conferma dell’antico culto da papa Pio IX il 4 dicembre 1856, fissando la sua festa per l’Ordine Domenicano e per le diocesi di Torino e Pinerolo al 9 aprile. L'Ordine Domenicano lo ricorda il 3 febbraio.
Nominato Inquisitore della Fede per la Lombardia e la Liguria, niente sfuggì al suo vigile zelo. I tanti errori, specialmente quelli dei Valdesi, furono smascherati, ed innumerevoli anime confermò nella fede o ridusse a verace penitenza, trionfando sempre con la sua illuminata carità.
Divenne così il bersaglio degli avversari che spiavano il momento propizio per ucciderlo. Con celeste lume, Antonio, presagì il suo imminente sacrificio è ne dette annunzio con la sua solita grazia, dicendo di essere invitato a nozze, e perciò pregò che la rasura gli fosse fatta con speciale cura.
Il 9 aprile 1374, domenica in Albis, celebrò la messa con più acceso fervore, annunziò ancora la parola di verità e, nello scendere dal pulpito, assalito dagli eretici fu orribilmente massacrato.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Bricherasio presso Pinerolo in Piemonte, Beato Antonio Pavoni, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, mentre usciva di chiesa, dove aveva appena predicato contro le eresie, fu ferocemente trucidato.
La città di Savigliano in provincia di Cuneo, ebbe nei secoli XIV-XV un gruppo di suoi figli, domenicani che con la loro qualifica d’inquisitori, diedero lustro alla città delle loro origini; essi furono il beato Antonio Pavoni, il beato Pietro Cambiani, il beato Bartolomeo Cerveri tutti martiri e il padre Aimone Taparelli.
Il Beato Antonio Pavoni vi nacque nel 1325 ed entrò nel convento domenicano locale di S. Domenico, vi sono incertezze sulla sua vita fino al 1365, quando fu nominato inquisitore generale per il Piemonte, succedendo al beato Pietro Cambiani suo concittadino. In quell’epoca i Capitoli Generali domenicani richiedevano per questo delicato ufficio una preparazione teologica etomista, di ubbidienza ai superiori e un adeguato zelo per l’unità della Fede.
Queste qualità non mancavano a padre Antonio Pavoni, il quale si dedicò al compito arduo, tanto da porre spesso la propria vita in pericolo, la posizione geografica di Savigliano dove risiedeva, gli favoriva il rapporto con le valli di Pinerolo, centro dei seguaci della Chiesa Valdese. Fu priore del convento per due volte nel 1368 e 1372; nel 1374, il vescovo di Torino, Giovanni Orsini gli affidò per la quaresima, una predicazione nei paesi situati all’imbocco della Val Pellice; dopo aver visitato Campiglione, Bibiana e Fenile si recò per la Pasqua a Bricherasio; nella successiva domenica in Albis 9 aprile, dopo aver celebrato la Messa e predicato in questa parrocchia, fu assalito da alcuni eretici nella piazza del paese e ucciso; tumulato a Savigliano, il suo corpo ebbe una prima traslazione nel 1468 e dal 1832 è conservato nella chiesa domenicana di Racconigi (Cuneo). Precursore dell’apostolato per l’unione dei fratelli separati, fu dichiarato martire nel 1375 da Papa Gregorio XI e proclamato beato con la conferma dell’antico culto da papa Pio IX il 4 dicembre 1856, fissando la sua festa per l’Ordine Domenicano e per le diocesi di Torino e Pinerolo al 9 aprile. L'Ordine Domenicano lo ricorda il 3 febbraio.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Latiano, Brindisi, 10 Febbraio 1841 - Valle di Pompei, 5 Ottobre 1926
Inviato poi a Napoli per studiarvi Diritto, nel quale si laureò, vi perdette la fede e si irretì nelle oscure pratiche dello spiritismo.
Ma i richiami della coscienza e il saggio consiglio di un vero amico, lo condussero ai piedi del Padre Radente, dotto e santo Domenicano, che rianimò in quell’anima lo slanciò per le vie dell’eroismo cristiano, animando in lui la propagazione della devozione al S. Rosario, da cui poi è sbocciato il Santuario di Pompei.
Fu ancora Padre Radente che lo aggregò al Terz’Ordine di San Domenico, di cui il Longo visse tutto lo spirito. Unitosi in matrimonio ad un’altra anima eletta, la Contessa De Fusco, per cinquant’anni vissero insieme in angelica unione di anima, solo consacrati ad un santo ideale.
Sostenuto dal miracoloso intervento di Maria, e da un' ardentissima fede, nel 1876 Longo poté far sorgere Pompei, la città del miracolo, con le grandiose opere di beneficenza alimentate dai prodigi della Vergine. Fino all’ultimo egli scrisse, pregò, lavorò instancabile per la sua dolce Regina e Signora.
Etimologia: Bartolo = figlio del valoroso, dall'aramaico
Martirologio Romano: A Pompei presso Napoli, Beato Bartolomeo Longo: avvocato dedito al culto mariano e all’istruzione cristiana dei contadini e dei fanciulli, fondò, con l’aiuto della pia moglie, il santuario del Rosario a Pompei e la Congregazione delle Suore che porta lo stesso titolo. La Madonna del Rosario ha un culto molto antico; si risale all’epoca dell’istituzione dei domenicani (XII secolo), i quali furono i maggiori propagatori del culto del S. Rosario.
La devozione della recita del rosario, chiamato anche ‘Salterio’, ebbe larga diffusione per la facilità con cui si poteva pregare; fu chiamato il Vangelo dei poveri, che in massima parte non sapevano leggere, perché dava il modo di poter pregare e nello stesso tempo meditare i misteri cristiani, senza la necessità di leggere un testo.
I misteri contemplati nella recita del Rosario sono ora venti, cinque gaudiosi, cinque della luce, cinque dolorosi, cinque gloriosi; per ogni mistero si recita un Padre Nostro, dieci Ave Maria e un Gloria al Padre; alla fine dei cinque misteri si conclude con la preghiera del Salve Regina.
Alla protezione della Vergine del Rosario, fu attribuita la vittoria della flotta cristiana sui turchi musulmani, avvenuta a Lepanto nel 1571.
A seguito di ciò, il papa San Pio V (1504-1572), istituì dal 1572 la festa del Santo Rosario, alla prima domenica di ottobre, che poi dal 1913 è stata spostata al 7 ottobre.
Il culto per il S. Rosario ebbe un’ulteriore diffusione dopo le apparizioni di Lourdes del 1858, dove la Vergine raccomandò la pratica di questa devozione.
La Madonna del Rosario, ebbe nei secoli una vasta gamma di raffigurazioni artistiche, quadri, affreschi, statue, di solito seduta in trono con il Bambino in braccio, in atto di mostrare o dare la corona del Rosario; la più conosciuta è quella che oltre quanto detto, si vede la corona data a S. Caterina da Siena e a San Domenico Guzman, inginocchiati ai lati del trono.
Ed è uno di questi quadri che ha dato vita alla devozione tutta mariana di Pompei; a questo punto bisogna parlare dell’iniziatore di questo culto, il Beato Bartolo Longo.
L’avvocato Bartolo Longo nacque a Latiano (Brindisi) il 10 febbraio 1841, di temperamento esuberante, da giovane si dedicò al ballo, alla scherma ed alla musica; intraprese gli studi superiori in forma privata a Lecce; dopo l’Unità d’Italia, nel 1863, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza nell’Università di Napoli.
Fu conquistato dallo spirito anticlericale che in quegli anni dominava nell’Ateneo napoletano, al punto da partecipare a manifestazioni contro il clero e il Papa.
Dubbioso sulla religione, si lasciò attrarre dallo spiritismo, allora molto praticato a Napoli, fino a diventarne un sacerdote che celebrava i riti imitando quelli della Chiesa.
Per sua buona sorte era legato da una solida amicizia con il prof. Vincenzo Pepe, suo compaesano e uomo religiosissimo, il quale saputo del suo tormento interiore lo avvicinò, convincendolo ad avere contatti con il dotto domenicano padre Radente, che con i suoi consigli e la sua dottrina, lo ricondusse alla fede cattolica e alle pratiche religiose.
Intanto il 12 dicembre 1864 si era laureato in Diritto, ritornò al paese natio e prese a dedicarsi ad una vita piena di carità e opere assistenziali; rinunziò al matrimonio, ricordando le parole del venerabile Emanuele Ribera redentorista: “Il Signore vuole da te grandi cose, sei destinato a compiere un’alta missione”.
Superati gli indugi, abbandonò la professione di avvocato, facendo voto di castità e ritornò a Napoli per dedicarsi in un campo più vasto alle opere di beneficenza; qui incontrò il beato padre Ludovico da Casoria, francescano, e Santa Caterina Volpicelli, due figure eminenti della santità cattolica dell’Ottocento napoletano, entrambi fondatori di Opere assistenziali e Congregazioni religiose, i quali lo consigliarono e indirizzarono ad una santa amicizia con la contessa Marianna De Fusco.
Da qui il Beato Bartolo Longo ebbe una svolta decisiva per la sua vita, divenne compagno inseparabile nelle opere caritatevoli della contessa, che era vedova, inoltre divenne istitutore dei suoi figli e amministratore dei vasti beni.
La loro convivenza diede adito a parecchi pettegolezzi, pur avendo il beneplacito dell’arcivescovo di Napoli Cardinale Guglielmo Sanfelice; dopo un’udienza accordata loro da Papa Leone XIII, il quale sollecitava una soluzione confacente, decisero di sposarsi nell’aprile 1885, con il proposito però di vivere come buoni amici, in amore fraterno, come avevano fatto fino allora.
La contessa De Fusco era proprietaria di terreni ed abitazioni nel territorio di Pompei e Bartolo Longo, come amministratore si recava spesso nella Valle; vedendo l’ignoranza religiosa in cui vivevano i contadini sparsi nella campagne, prese ad insegnare loro il catechismo, a pregare e specialmente a recitare il rosario.
Una pia suora, Maria Concetta de Litala, gli donò una vecchia tela raffigurante la Madonna del Rosario, molto rovinata; restauratala alla meglio, Bartolo Longo decise di portarla nella Valle di Pompei e lui stesso racconta, che nel tratto finale, poggiò il quadro per trasportarlo, su un carro, che faceva la spola dalla periferia della città alla campagna, trasportando letame, che allora veniva usato come concime nei campi.
Il 13 febbraio 1876, il quadro venne esposto nella piccola chiesetta parrocchiale, da quel giorno la Madonna elargì con abbondanza grazie e miracoli; la folla di pellegrini e devoti aumentò a tal punto che si rendeva necessario costruire una chiesa più grande.
Bartolo Longo su consiglio anche del vescovo di Nola, Formisano che era l’Ordinario del luogo, iniziò il 9 maggio 1876 la costruzione del tempio che terminò nel 1887. Il quadro della Madonna, dopo essere stato opportunamente restaurato, venne sistemato su un trono splendido; l’immagine poi verrà anche incoronata con un diadema d’oro, ornato da più di 700 pietre preziose e benedetto da Papa Leone XIII.
La costruzione venne finanziata da innumerevoli offerte di denaro, proveniente da tante Associazioni del Rosario, sparse in tutta Italia, in breve divenne centro di grande spiritualità come lo è tuttora, fu elevata al grado di Santuario, centro del Sacramento della Confessione di milioni di fedeli, che si accostano alla santa Comunione in tutto l’anno.
Il Beato Bartolo Longo istituì per le opere sociali, un orfanotrofio femminile, affidandone la cura alle suore Domenicane Figlie del Rosario di Pompei, da lui fondate; ancora realizzò l’Istituto dei Figli dei Carcerati in controtendenza alle teorie di Lombroso, secondo cui i figli dei criminali sono per istinto destinati a delinquere; chiamò a dirigerli i Fratelli delle Scuole Cristiane.
Fondò nel 1884 il periodico “Il Rosario e la Nuova Pompei” che ancora oggi si stampa in centinaia di migliaia di copie, diffuse in tutto il mondo; la stampa era affidata alla tipografia da lui fondata per dare un avvenire ai suoi orfanelli; altre opere annesse sono asili, scuole, ospizi per anziani, ospedale, laboratori, Casa del pellegrino.
Il Santuario fu ampliato nel 1933-39, con la costruzione di un massiccio campanile alto 80 metri, un poco isolato dal tempio, con 11 campane di cui la più grande è di 50 quintali, con ascensore interno per la visita panoramica fino alla cima, dove c’è una grande croce luminosa di sette metri, enormi statue in bronzo, alte 5-6 metri ciascuna, sono esterne al campanile posizionate a vari livelli di altezza.
Nel 1893 Bartolo Longo offrì al Papa Leone XIII la proprietà del Santuario e di tutte le opere pompeiane, qualche anno più tardi rinunziò anche all’amministrazione che il papa gli aveva rimasta; l’interno è a croce latina, tutta lavorata in marmo, ori, mosaici dorati, quadri ottocenteschi, con immensa cripta, il trono della Vergine circondato da colonne, sulla crociera vi è l’enorme cupola di 57 metri tutta affrescata.
Bartolo Longo in un pubblico discorso, lasciò le onorificenze ricevute, ai suoi orfani e la raccomandazione di essere sepolto nel santuario vicino alla sua Madonna; morì il 5 ottobre del 1926 e come suo desiderio fu sepolto nella cripta, in cui riposa anche la contessa De Fusco. Aveva trovato una zona paludosa e malsana, a causa dello straripamento del vicino fiume Sarno, abbandonata praticamente dal 1659, nonostante l’antica storia di Pompei, città di più di 20.000 abitanti nell’epoca romana, distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 24 agosto 79 d.C.
Alla sua morte lasciò una città ripopolata, salubre, tutta ruotante attorno al Santuario e alle sue numerose Opere, a cui poi si affiancò il turismo per i ritrovati scavi della città sepolta.
È sua l’iniziativa della Supplica, da lui compilata, alla Madonna del Rosario di Pompei che si recita solennemente e con gran concorso di fedeli, l’8 maggio e la prima domenica di ottobre.
Bartolo Longo è stato beatificato il 26 ottobre 1980 da Papa Giovanni Paolo II. Il Santuario è Basilica Pontificia e come Loreto è sede di un vescovo (prelatura) con giurisdizione su Pompei.
Papa Giovanni Paolo II vi si è recato in pellegrinaggio all’inizio del suo pontificato, nel 1979 e una seconda volta nel compimento dei suoi 25 anni di pontificato nel 2003, a concludere ai piedi di Maria l’anno del Rosario da lui indetto.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Inviato poi a Napoli per studiarvi Diritto, nel quale si laureò, vi perdette la fede e si irretì nelle oscure pratiche dello spiritismo.
Ma i richiami della coscienza e il saggio consiglio di un vero amico, lo condussero ai piedi del Padre Radente, dotto e santo Domenicano, che rianimò in quell’anima lo slanciò per le vie dell’eroismo cristiano, animando in lui la propagazione della devozione al S. Rosario, da cui poi è sbocciato il Santuario di Pompei.
Fu ancora Padre Radente che lo aggregò al Terz’Ordine di San Domenico, di cui il Longo visse tutto lo spirito. Unitosi in matrimonio ad un’altra anima eletta, la Contessa De Fusco, per cinquant’anni vissero insieme in angelica unione di anima, solo consacrati ad un santo ideale.
Sostenuto dal miracoloso intervento di Maria, e da un' ardentissima fede, nel 1876 Longo poté far sorgere Pompei, la città del miracolo, con le grandiose opere di beneficenza alimentate dai prodigi della Vergine. Fino all’ultimo egli scrisse, pregò, lavorò instancabile per la sua dolce Regina e Signora.
Etimologia: Bartolo = figlio del valoroso, dall'aramaico
Martirologio Romano: A Pompei presso Napoli, Beato Bartolomeo Longo: avvocato dedito al culto mariano e all’istruzione cristiana dei contadini e dei fanciulli, fondò, con l’aiuto della pia moglie, il santuario del Rosario a Pompei e la Congregazione delle Suore che porta lo stesso titolo. La Madonna del Rosario ha un culto molto antico; si risale all’epoca dell’istituzione dei domenicani (XII secolo), i quali furono i maggiori propagatori del culto del S. Rosario.
La devozione della recita del rosario, chiamato anche ‘Salterio’, ebbe larga diffusione per la facilità con cui si poteva pregare; fu chiamato il Vangelo dei poveri, che in massima parte non sapevano leggere, perché dava il modo di poter pregare e nello stesso tempo meditare i misteri cristiani, senza la necessità di leggere un testo.
I misteri contemplati nella recita del Rosario sono ora venti, cinque gaudiosi, cinque della luce, cinque dolorosi, cinque gloriosi; per ogni mistero si recita un Padre Nostro, dieci Ave Maria e un Gloria al Padre; alla fine dei cinque misteri si conclude con la preghiera del Salve Regina.
Alla protezione della Vergine del Rosario, fu attribuita la vittoria della flotta cristiana sui turchi musulmani, avvenuta a Lepanto nel 1571.
A seguito di ciò, il papa San Pio V (1504-1572), istituì dal 1572 la festa del Santo Rosario, alla prima domenica di ottobre, che poi dal 1913 è stata spostata al 7 ottobre.
Il culto per il S. Rosario ebbe un’ulteriore diffusione dopo le apparizioni di Lourdes del 1858, dove la Vergine raccomandò la pratica di questa devozione.
La Madonna del Rosario, ebbe nei secoli una vasta gamma di raffigurazioni artistiche, quadri, affreschi, statue, di solito seduta in trono con il Bambino in braccio, in atto di mostrare o dare la corona del Rosario; la più conosciuta è quella che oltre quanto detto, si vede la corona data a S. Caterina da Siena e a San Domenico Guzman, inginocchiati ai lati del trono.
Ed è uno di questi quadri che ha dato vita alla devozione tutta mariana di Pompei; a questo punto bisogna parlare dell’iniziatore di questo culto, il Beato Bartolo Longo.
L’avvocato Bartolo Longo nacque a Latiano (Brindisi) il 10 febbraio 1841, di temperamento esuberante, da giovane si dedicò al ballo, alla scherma ed alla musica; intraprese gli studi superiori in forma privata a Lecce; dopo l’Unità d’Italia, nel 1863, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza nell’Università di Napoli.
Fu conquistato dallo spirito anticlericale che in quegli anni dominava nell’Ateneo napoletano, al punto da partecipare a manifestazioni contro il clero e il Papa.
Dubbioso sulla religione, si lasciò attrarre dallo spiritismo, allora molto praticato a Napoli, fino a diventarne un sacerdote che celebrava i riti imitando quelli della Chiesa.
Per sua buona sorte era legato da una solida amicizia con il prof. Vincenzo Pepe, suo compaesano e uomo religiosissimo, il quale saputo del suo tormento interiore lo avvicinò, convincendolo ad avere contatti con il dotto domenicano padre Radente, che con i suoi consigli e la sua dottrina, lo ricondusse alla fede cattolica e alle pratiche religiose.
Intanto il 12 dicembre 1864 si era laureato in Diritto, ritornò al paese natio e prese a dedicarsi ad una vita piena di carità e opere assistenziali; rinunziò al matrimonio, ricordando le parole del venerabile Emanuele Ribera redentorista: “Il Signore vuole da te grandi cose, sei destinato a compiere un’alta missione”.
Superati gli indugi, abbandonò la professione di avvocato, facendo voto di castità e ritornò a Napoli per dedicarsi in un campo più vasto alle opere di beneficenza; qui incontrò il beato padre Ludovico da Casoria, francescano, e Santa Caterina Volpicelli, due figure eminenti della santità cattolica dell’Ottocento napoletano, entrambi fondatori di Opere assistenziali e Congregazioni religiose, i quali lo consigliarono e indirizzarono ad una santa amicizia con la contessa Marianna De Fusco.
Da qui il Beato Bartolo Longo ebbe una svolta decisiva per la sua vita, divenne compagno inseparabile nelle opere caritatevoli della contessa, che era vedova, inoltre divenne istitutore dei suoi figli e amministratore dei vasti beni.
La loro convivenza diede adito a parecchi pettegolezzi, pur avendo il beneplacito dell’arcivescovo di Napoli Cardinale Guglielmo Sanfelice; dopo un’udienza accordata loro da Papa Leone XIII, il quale sollecitava una soluzione confacente, decisero di sposarsi nell’aprile 1885, con il proposito però di vivere come buoni amici, in amore fraterno, come avevano fatto fino allora.
La contessa De Fusco era proprietaria di terreni ed abitazioni nel territorio di Pompei e Bartolo Longo, come amministratore si recava spesso nella Valle; vedendo l’ignoranza religiosa in cui vivevano i contadini sparsi nella campagne, prese ad insegnare loro il catechismo, a pregare e specialmente a recitare il rosario.
Una pia suora, Maria Concetta de Litala, gli donò una vecchia tela raffigurante la Madonna del Rosario, molto rovinata; restauratala alla meglio, Bartolo Longo decise di portarla nella Valle di Pompei e lui stesso racconta, che nel tratto finale, poggiò il quadro per trasportarlo, su un carro, che faceva la spola dalla periferia della città alla campagna, trasportando letame, che allora veniva usato come concime nei campi.
Il 13 febbraio 1876, il quadro venne esposto nella piccola chiesetta parrocchiale, da quel giorno la Madonna elargì con abbondanza grazie e miracoli; la folla di pellegrini e devoti aumentò a tal punto che si rendeva necessario costruire una chiesa più grande.
Bartolo Longo su consiglio anche del vescovo di Nola, Formisano che era l’Ordinario del luogo, iniziò il 9 maggio 1876 la costruzione del tempio che terminò nel 1887. Il quadro della Madonna, dopo essere stato opportunamente restaurato, venne sistemato su un trono splendido; l’immagine poi verrà anche incoronata con un diadema d’oro, ornato da più di 700 pietre preziose e benedetto da Papa Leone XIII.
La costruzione venne finanziata da innumerevoli offerte di denaro, proveniente da tante Associazioni del Rosario, sparse in tutta Italia, in breve divenne centro di grande spiritualità come lo è tuttora, fu elevata al grado di Santuario, centro del Sacramento della Confessione di milioni di fedeli, che si accostano alla santa Comunione in tutto l’anno.
Il Beato Bartolo Longo istituì per le opere sociali, un orfanotrofio femminile, affidandone la cura alle suore Domenicane Figlie del Rosario di Pompei, da lui fondate; ancora realizzò l’Istituto dei Figli dei Carcerati in controtendenza alle teorie di Lombroso, secondo cui i figli dei criminali sono per istinto destinati a delinquere; chiamò a dirigerli i Fratelli delle Scuole Cristiane.
Fondò nel 1884 il periodico “Il Rosario e la Nuova Pompei” che ancora oggi si stampa in centinaia di migliaia di copie, diffuse in tutto il mondo; la stampa era affidata alla tipografia da lui fondata per dare un avvenire ai suoi orfanelli; altre opere annesse sono asili, scuole, ospizi per anziani, ospedale, laboratori, Casa del pellegrino.
Il Santuario fu ampliato nel 1933-39, con la costruzione di un massiccio campanile alto 80 metri, un poco isolato dal tempio, con 11 campane di cui la più grande è di 50 quintali, con ascensore interno per la visita panoramica fino alla cima, dove c’è una grande croce luminosa di sette metri, enormi statue in bronzo, alte 5-6 metri ciascuna, sono esterne al campanile posizionate a vari livelli di altezza.
Nel 1893 Bartolo Longo offrì al Papa Leone XIII la proprietà del Santuario e di tutte le opere pompeiane, qualche anno più tardi rinunziò anche all’amministrazione che il papa gli aveva rimasta; l’interno è a croce latina, tutta lavorata in marmo, ori, mosaici dorati, quadri ottocenteschi, con immensa cripta, il trono della Vergine circondato da colonne, sulla crociera vi è l’enorme cupola di 57 metri tutta affrescata.
Bartolo Longo in un pubblico discorso, lasciò le onorificenze ricevute, ai suoi orfani e la raccomandazione di essere sepolto nel santuario vicino alla sua Madonna; morì il 5 ottobre del 1926 e come suo desiderio fu sepolto nella cripta, in cui riposa anche la contessa De Fusco. Aveva trovato una zona paludosa e malsana, a causa dello straripamento del vicino fiume Sarno, abbandonata praticamente dal 1659, nonostante l’antica storia di Pompei, città di più di 20.000 abitanti nell’epoca romana, distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 24 agosto 79 d.C.
Alla sua morte lasciò una città ripopolata, salubre, tutta ruotante attorno al Santuario e alle sue numerose Opere, a cui poi si affiancò il turismo per i ritrovati scavi della città sepolta.
È sua l’iniziativa della Supplica, da lui compilata, alla Madonna del Rosario di Pompei che si recita solennemente e con gran concorso di fedeli, l’8 maggio e la prima domenica di ottobre.
Bartolo Longo è stato beatificato il 26 ottobre 1980 da Papa Giovanni Paolo II. Il Santuario è Basilica Pontificia e come Loreto è sede di un vescovo (prelatura) con giurisdizione su Pompei.
Papa Giovanni Paolo II vi si è recato in pellegrinaggio all’inizio del suo pontificato, nel 1979 e una seconda volta nel compimento dei suoi 25 anni di pontificato nel 2003, a concludere ai piedi di Maria l’anno del Rosario da lui indetto.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Savigliano, Cuneo, 1420 – Cervere, Cuneo, 21 aprile 1466
Nato, come il Beato Antonio Pavoni, a Savigliano, manifestò giovanissimo un raro fervore per la vita religiosa e una forte passione per lo studio. Fu docente alla facoltà teologica di Torino, priore di Savigliano e inquisitore della fede per il Piemonte e la Liguria.
Il 21 aprile 1466 cinque valdesi lo aggredirono e lo uccisero a colpi di spada mentre si stava recando a Cervere, nei pressi di Fossano.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Cervere presso Fossano in Piemonte, beato Bartolomeo Cerveri, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, trafitto dalle lance, confermò con la morte la fede cattolica, per la quale aveva strenuamente combattuto.
L’Ordine di San Domenico, fondato per la difesa della fede, non venne mai meno alla sua gloriosa missione. Tra il XIV ed il XV secolo l’Italia settentrionale era infestata da mille errori, ma i figli di San Domenico si dimostrarono sempre pronti a morire piuttosto che vedere intaccata la retta fede. Il convento di Savigliano, nel cuneese, diede alla Chiesa in tale contesto storico tre Beati martiri: Antonio Pavoni, Pietro Cambiani e Bartolomeo Cerveri, nonché il confessore Aimone Taparelli.
Oggetto della presente scheda agiografica, nell’anniversario del suo martirio, è il Beato Bartolomeo Cerveri. Egli nacque nel 1420 a Savigliano da una nobile famiglia. Suo padre era infatti Signore di Cuffia, Cervere e Rosano. Entrò giovanissimo nella locale prioria domenicana e sin dal principio dimostrò grande impegno nell’apprendimento della scienza sacra e nell’esercizio delle virtù. Venne allora mandato a proseguire gli studi all’università di Torino dove, caso unico negli annali della scuola, l8 maggio 1452 conseguì contemporaneamente la licenza, il dottorato e l’assunzione a docente universitario. Per ben due volte venne eletto priore del convento di Savigliano, del quale fece ampliare la chiesa. Fu inoltre direttore dei monasteri femminili di Savigliano e di Revello. Nel 1451 venne poi nominato inquisitore della fede per il Piemonte e la Liguria, compito pericoloso dato l’elevato numero di eretici, ma dal quale ottenne buoni frutti con la parola e la fama di santità, piuttosto che con i discutibili metodi “forti” in uso a quel tempo.
La sua attività non tardò comunque ad attirargli l’odio degli eretici ed egli divenne consapevole di essere ormai chiamato a dare la vita per testimoniare la propria fede. Bartolomeo parve inoltre essere stato avvertito in modo soprannaturale della fine che lo attendeva, quando il 21 aprile 1466 si incamminò verso Cervere con i confratelli fra Giovanni Boscato e Gian Piero Riccardi per il consueto lavoro apostolico. Fece innanzitutto un’accurata e devota confessione ad uno dei confratelli e poi, quasi scherzando, gli confidò che quella sarebbe stata la prima ed ultima volta che si sarebbe recato a Cervere, di cui tra l’altro il suo casato portava il nome: “Mi chiamo Bartolomeo da Cervere e mai vi ho messo piede, oggi vi andrò come Inquisitore per lasciarvi la vita”. Lasciata dunque Bra, a circa un chilometro da Cervere presso un avvallamento, che poi prese il nome di “la cumba dla mort”, i tre religiosi vennero circondati da cinque eretici, che ferirono gravemente uno di loro e colpirono mortalmente al ventre Bartolomeo con vari colpi di lancia. Il terzo confratello riuscì invece fortunatamente a mettersi in salvo. Il martire spirò pregando per i suoi assassini.
Vari documenti attestano concordemente che alla sua morte seguirono parecchi fatti miracolosi. Si narra che al momento stesso dell’eccidio, i saviglianesi videro il sole verso oriente, cioè in direzione di Cervere, mentre essendo sul far della sera esso avrebbe dovuto ormai tramontare ad occidente. Sul luogo del delitto, ove oggi sorge una cappella in suo onore, crebbe un albero i cui rami e le cui fronde assunsero la conformazione di una croce.
Merita infine ricordare ancora un episodio inspiegabile, cioè che dal corpo del martire non fuoriuscì alcuna goccia di sangue sino a quando, quattro mesi dopo, i saviglianesi ed i domenicani giunsero nella chiesa di Cervere per riavere il suo corpo. Solo allora, dunque, fuoriuscirono rivoli di sangue dalle numerose ferite, tra lo stupore generale.
Giunta a Savigliano, la salma fu sepolta con grandi onori, ottenne numerose grazie ed il martire iniziò ad essere invocato contro la folgore e la grandine. Nel 1802, con la soppressione del convento saviglianese, si rese necessario traslare nuovamente a Cervere le sue reliquie, ove ancora oggi riposano in un’urna sotto l’altar maggiore della chiesa parrocchiale. Il pontefice Beato Pio IX il 22 settembre 1853 confermò il culto “ab immemorabili” tributato all’inquisitore piemontese.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nato, come il Beato Antonio Pavoni, a Savigliano, manifestò giovanissimo un raro fervore per la vita religiosa e una forte passione per lo studio. Fu docente alla facoltà teologica di Torino, priore di Savigliano e inquisitore della fede per il Piemonte e la Liguria.
Il 21 aprile 1466 cinque valdesi lo aggredirono e lo uccisero a colpi di spada mentre si stava recando a Cervere, nei pressi di Fossano.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Cervere presso Fossano in Piemonte, beato Bartolomeo Cerveri, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, trafitto dalle lance, confermò con la morte la fede cattolica, per la quale aveva strenuamente combattuto.
L’Ordine di San Domenico, fondato per la difesa della fede, non venne mai meno alla sua gloriosa missione. Tra il XIV ed il XV secolo l’Italia settentrionale era infestata da mille errori, ma i figli di San Domenico si dimostrarono sempre pronti a morire piuttosto che vedere intaccata la retta fede. Il convento di Savigliano, nel cuneese, diede alla Chiesa in tale contesto storico tre Beati martiri: Antonio Pavoni, Pietro Cambiani e Bartolomeo Cerveri, nonché il confessore Aimone Taparelli.
Oggetto della presente scheda agiografica, nell’anniversario del suo martirio, è il Beato Bartolomeo Cerveri. Egli nacque nel 1420 a Savigliano da una nobile famiglia. Suo padre era infatti Signore di Cuffia, Cervere e Rosano. Entrò giovanissimo nella locale prioria domenicana e sin dal principio dimostrò grande impegno nell’apprendimento della scienza sacra e nell’esercizio delle virtù. Venne allora mandato a proseguire gli studi all’università di Torino dove, caso unico negli annali della scuola, l8 maggio 1452 conseguì contemporaneamente la licenza, il dottorato e l’assunzione a docente universitario. Per ben due volte venne eletto priore del convento di Savigliano, del quale fece ampliare la chiesa. Fu inoltre direttore dei monasteri femminili di Savigliano e di Revello. Nel 1451 venne poi nominato inquisitore della fede per il Piemonte e la Liguria, compito pericoloso dato l’elevato numero di eretici, ma dal quale ottenne buoni frutti con la parola e la fama di santità, piuttosto che con i discutibili metodi “forti” in uso a quel tempo.
La sua attività non tardò comunque ad attirargli l’odio degli eretici ed egli divenne consapevole di essere ormai chiamato a dare la vita per testimoniare la propria fede. Bartolomeo parve inoltre essere stato avvertito in modo soprannaturale della fine che lo attendeva, quando il 21 aprile 1466 si incamminò verso Cervere con i confratelli fra Giovanni Boscato e Gian Piero Riccardi per il consueto lavoro apostolico. Fece innanzitutto un’accurata e devota confessione ad uno dei confratelli e poi, quasi scherzando, gli confidò che quella sarebbe stata la prima ed ultima volta che si sarebbe recato a Cervere, di cui tra l’altro il suo casato portava il nome: “Mi chiamo Bartolomeo da Cervere e mai vi ho messo piede, oggi vi andrò come Inquisitore per lasciarvi la vita”. Lasciata dunque Bra, a circa un chilometro da Cervere presso un avvallamento, che poi prese il nome di “la cumba dla mort”, i tre religiosi vennero circondati da cinque eretici, che ferirono gravemente uno di loro e colpirono mortalmente al ventre Bartolomeo con vari colpi di lancia. Il terzo confratello riuscì invece fortunatamente a mettersi in salvo. Il martire spirò pregando per i suoi assassini.
Vari documenti attestano concordemente che alla sua morte seguirono parecchi fatti miracolosi. Si narra che al momento stesso dell’eccidio, i saviglianesi videro il sole verso oriente, cioè in direzione di Cervere, mentre essendo sul far della sera esso avrebbe dovuto ormai tramontare ad occidente. Sul luogo del delitto, ove oggi sorge una cappella in suo onore, crebbe un albero i cui rami e le cui fronde assunsero la conformazione di una croce.
Merita infine ricordare ancora un episodio inspiegabile, cioè che dal corpo del martire non fuoriuscì alcuna goccia di sangue sino a quando, quattro mesi dopo, i saviglianesi ed i domenicani giunsero nella chiesa di Cervere per riavere il suo corpo. Solo allora, dunque, fuoriuscirono rivoli di sangue dalle numerose ferite, tra lo stupore generale.
Giunta a Savigliano, la salma fu sepolta con grandi onori, ottenne numerose grazie ed il martire iniziò ad essere invocato contro la folgore e la grandine. Nel 1802, con la soppressione del convento saviglianese, si rese necessario traslare nuovamente a Cervere le sue reliquie, ove ancora oggi riposano in un’urna sotto l’altar maggiore della chiesa parrocchiale. Il pontefice Beato Pio IX il 22 settembre 1853 confermò il culto “ab immemorabili” tributato all’inquisitore piemontese.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Breganze, 1200 - Vicenza, 1270
Appartenne all'antica famiglia di Breganze e da Vicenza fu mandato a studiare a Padova. Entrò giovanissimo nell'Ordine dei Predicatori, quando San Domenico era ancora in vita.
Predicò in varie città dell'Emilia e della Lombardia spesso straziate dalle fazioni e rovinate dalle eresie.
Papa Gregorio IX lo nominò maestro del Sacro Palazzo, mentre Papa Innocenzo IV lo volle con sé al Concilio di Lione, nominandolo, nel 1253, vescovo di Limassol nell'isola di Cipro.
Papa Alessandro IV, nel 1255, lo trasferì alla diocesi di Vicenza, da dove, costretto ad allontanarsi da Ezzelino da Romano, fu inviato come legato in Inghilterra.
Di ritorno si recò a Parigi, dal Re, che gli regalò una spina della Corona del Salvatore.
Tornato a Vicenza vi fece costruire una chiesa detta della Sacra Corona, dove fu venerata la sacra spina, oltre a un Convento Domenicano.
Ha scritto 430 opere, tra sermoni e opere di mistica. Morì nella sua Vicenza nel 1270, venendo sepolto nella chiesa di Santa Corona. Papa Pio VI l'11 settembre 1793 ne ha confermato il culto proclamandolo Beato. (Avvenire)
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Vicenza, commemorazione del Beato Bartolomeo di Breganze, vescovo, dell’Ordine dei Predicatori, che in questa città istituì la Milizia di Gesù Cristo a difesa della fede cattolica e della libertà della Chiesa.
Bartolomeo appartenne all’antichissima e illustre famiglia di Breganze. Entrò giovanissimo nell’Ordine dei Predicatori, con ancora in vita il Santo Padre Domenico, di cui fu fervente imitatore. Fu, ben presto, messo a capo di diversi Conventi che governò con grande saggezza, attirando molte vocazioni.
Si dedicò con attivissimo zelo alla sacra predicazione portando, nelle varie città straziate dalle fazioni e rovinate dalle eresie e dai vizi, la pace e il buon costume.
Papa Gregorio IX lo nominò Maestro del Sacro Palazzo, mentre Papa Innocenzo IV lo volle con sé al Concilio di Lione, nominandolo, nel 1253, Vescovo di Limassol nell’isola di Cipro. Papa Alessandro IV, nel 1255, lo trasferì alla Diocesi di Vicenza, da dove, costretto ad allontanarsi da Ezzelino da Romano, fu inviato come Legato in Inghilterra.
Di ritorno si recò a Parigi, dal Re Sole Luigi, che bramava una sua visita, in ricordo del conforto che aveva ricevuto in Terra Santa, al tempo della Crociata, che Bartolomeo seguì come Legato del Pontefice. In segno di gratitudine il Re regalò a Bartolomeo una spina della Corona del Salvatore.
Tornato a Vicenza egli vi fece costruire una chiesa detta della Sacra Corona, dove fu venerata la sacra spina, oltre ad un Convento Domenicano.
Il restante dei suoi anni e delle sue fatiche, furono tutte dedicate alla sua diletta Vicenza. Ha scritto 430 opere, tra sermoni e opere di mistica. Morì nella sua Vicenza nel 1270, venendo sepolto nella chiesa di Santa Corona. Papa Pio VI l’11 settembre 1793 ha confermato il culto. L'Ordine Domenicano lo ricorda il 27 ottobre.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Appartenne all'antica famiglia di Breganze e da Vicenza fu mandato a studiare a Padova. Entrò giovanissimo nell'Ordine dei Predicatori, quando San Domenico era ancora in vita.
Predicò in varie città dell'Emilia e della Lombardia spesso straziate dalle fazioni e rovinate dalle eresie.
Papa Gregorio IX lo nominò maestro del Sacro Palazzo, mentre Papa Innocenzo IV lo volle con sé al Concilio di Lione, nominandolo, nel 1253, vescovo di Limassol nell'isola di Cipro.
Papa Alessandro IV, nel 1255, lo trasferì alla diocesi di Vicenza, da dove, costretto ad allontanarsi da Ezzelino da Romano, fu inviato come legato in Inghilterra.
Di ritorno si recò a Parigi, dal Re, che gli regalò una spina della Corona del Salvatore.
Tornato a Vicenza vi fece costruire una chiesa detta della Sacra Corona, dove fu venerata la sacra spina, oltre a un Convento Domenicano.
Ha scritto 430 opere, tra sermoni e opere di mistica. Morì nella sua Vicenza nel 1270, venendo sepolto nella chiesa di Santa Corona. Papa Pio VI l'11 settembre 1793 ne ha confermato il culto proclamandolo Beato. (Avvenire)
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Vicenza, commemorazione del Beato Bartolomeo di Breganze, vescovo, dell’Ordine dei Predicatori, che in questa città istituì la Milizia di Gesù Cristo a difesa della fede cattolica e della libertà della Chiesa.
Bartolomeo appartenne all’antichissima e illustre famiglia di Breganze. Entrò giovanissimo nell’Ordine dei Predicatori, con ancora in vita il Santo Padre Domenico, di cui fu fervente imitatore. Fu, ben presto, messo a capo di diversi Conventi che governò con grande saggezza, attirando molte vocazioni.
Si dedicò con attivissimo zelo alla sacra predicazione portando, nelle varie città straziate dalle fazioni e rovinate dalle eresie e dai vizi, la pace e il buon costume.
Papa Gregorio IX lo nominò Maestro del Sacro Palazzo, mentre Papa Innocenzo IV lo volle con sé al Concilio di Lione, nominandolo, nel 1253, Vescovo di Limassol nell’isola di Cipro. Papa Alessandro IV, nel 1255, lo trasferì alla Diocesi di Vicenza, da dove, costretto ad allontanarsi da Ezzelino da Romano, fu inviato come Legato in Inghilterra.
Di ritorno si recò a Parigi, dal Re Sole Luigi, che bramava una sua visita, in ricordo del conforto che aveva ricevuto in Terra Santa, al tempo della Crociata, che Bartolomeo seguì come Legato del Pontefice. In segno di gratitudine il Re regalò a Bartolomeo una spina della Corona del Salvatore.
Tornato a Vicenza egli vi fece costruire una chiesa detta della Sacra Corona, dove fu venerata la sacra spina, oltre ad un Convento Domenicano.
Il restante dei suoi anni e delle sue fatiche, furono tutte dedicate alla sua diletta Vicenza. Ha scritto 430 opere, tra sermoni e opere di mistica. Morì nella sua Vicenza nel 1270, venendo sepolto nella chiesa di Santa Corona. Papa Pio VI l’11 settembre 1793 ha confermato il culto. L'Ordine Domenicano lo ricorda il 27 ottobre.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Treviso, 1240 - 1304
(Papa dal 27/10/1303 al 07/07/1304)
Domenicano, apprezzato per la sua umiltà e la sua pietà, divenuto Provinciale della Lombardia, riuscì a mettere pace tra i Domenicani e la città di Parma.
Eletto nel capitolo di Strasburgo, promosse una tregua tra Edoardo I d'Inghilterra e Filippo il Bello.
Nominato cardinale da Bonifacio VIII, non riuscì ad evitare che questi emanasse la Bolla che vietava agli ordini mendicanti di predicare e confessare fuori dai propri conventi.
Nonostante ciò, si mantenne fedele a Bonifacio VIII durante il triste periodo di Anagni.
Una volta Papa entrò di fermare la lotta tra Filippo il Bello e i Colonna.
Accortosi che l'opera di pacificazione era difficile in Roma, si trasferì a Perugia dove morì dopo una vita dedicata a comporre i dissidi che laceravano il suo secolo.
Etimologia: Benedetto = che augura il bene, dal latino
Martirologio Romano: A Perugia, transito del Beato Benedetto XI, Papa, dell’Ordine dei Predicatori, che, benevolo e mite, nemico delle contese e amante della pace, nel breve tempo del suo pontificato promosse la concordia nella Chiesa, il rinnovamento della disciplina e la crescita della devozione religiosa.
Treviso, la diocesi che dette alla Chiesa S. Pio X, è la patria di un altro Papa, elevato agli onori degli altari: Benedetto XI.
Come S. Pio X, anche Benedetto XI, per l'anagrafe Niccolò Boccasini, nato a Treviso nel 1240, proveniva da modestissima famiglia.
Sua madre faceva la lavandaia nel vicino convento dei domenicani e questa sua mansione favorì l'ingresso del figlio nel giovane ordine di S. Domenico.
Indossato l'abito religioso a diciassette anni, Niccolò completò gli studi a Milano.
Ordinato sacerdote, fece ritorno a Treviso dove svolse il compito di insegnante nel proprio convento.
Si distinse per mitezza di carattere, purezza di vita, umiltà e pietà.
Eletto nel 1286 superiore provinciale della vasta regione lombarda, dieci anni dopo fu chiamato a succedere a Stefano di Besancon nella carica di generale dell'Ordine.
Poco dopo il Boccasini, figlio di un'umile lavandaia trevigiana, riuscì a realizzare una difficile tregua d'armi tra il re d'Inghilterra, Edoardo I, e il re di Francia, Filippo il Bello.
Questa sua missione di pace, coronata dall'insperato successo, valse al generale dei domenicani il cappello cardinalizio, accordatogli da Papa Bonifacio VIII, che intese con questa nomina premiare anche tutto l'ordine domenicano, per la sua adesione al pontefice.
Il cardinale Boccasini era ad Anagni accanto a Bonifacio VIII quando questi venne colpito dallo schiaffo dell'emissario di Filippo il Bello, Guglielmo di Nogaret.
Morto Bonifacio VIII, i cardinali, riuniti in conclave a Roma, il 22 ottobre 1303 gli diedero come successore proprio il cardinale Boccasini, uomo conciliante e il più indicato a mettere riparo all'increscioso conflitto tra il papato e il re di Francia.
Il nuovo pontefice, che assunse il nome di Benedetto XI, rispose alle attese.
Pur mostrandosi duro con l'esecutore materiale del sacrilego gesto (rinnovò la scomunica al Nogaret e a Sciarra Colonna), sciolse il re dalle censure in cui era incorso.
Benedetto XI alla residenza romana preferì quella di Perugia, per tenersi lontano dai tumulti e dalle insidie, e dedicarsi al pacifico governo della Chiesa.
Ma anche qui pare sia stato raggiunto dall'odio dei suoi nemici: sentendosi venir meno dopo aver assaggiato un fico fresco, probabilmente iniettato di veleno, fece spalancare le porte del palazzo per concedere un'ultima udienza e benedizione ai fedeli.
Tra gli atti del suo breve pontificato (22 ottobre 1303 - 7 luglio 1304), c'è il decreto che fa obbligo a ogni cristiano di confessarsi almeno una volta all'anno.
(Autore: Piero Bargellini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
(Papa dal 27/10/1303 al 07/07/1304)
Domenicano, apprezzato per la sua umiltà e la sua pietà, divenuto Provinciale della Lombardia, riuscì a mettere pace tra i Domenicani e la città di Parma.
Eletto nel capitolo di Strasburgo, promosse una tregua tra Edoardo I d'Inghilterra e Filippo il Bello.
Nominato cardinale da Bonifacio VIII, non riuscì ad evitare che questi emanasse la Bolla che vietava agli ordini mendicanti di predicare e confessare fuori dai propri conventi.
Nonostante ciò, si mantenne fedele a Bonifacio VIII durante il triste periodo di Anagni.
Una volta Papa entrò di fermare la lotta tra Filippo il Bello e i Colonna.
Accortosi che l'opera di pacificazione era difficile in Roma, si trasferì a Perugia dove morì dopo una vita dedicata a comporre i dissidi che laceravano il suo secolo.
Etimologia: Benedetto = che augura il bene, dal latino
Martirologio Romano: A Perugia, transito del Beato Benedetto XI, Papa, dell’Ordine dei Predicatori, che, benevolo e mite, nemico delle contese e amante della pace, nel breve tempo del suo pontificato promosse la concordia nella Chiesa, il rinnovamento della disciplina e la crescita della devozione religiosa.
Treviso, la diocesi che dette alla Chiesa S. Pio X, è la patria di un altro Papa, elevato agli onori degli altari: Benedetto XI.
Come S. Pio X, anche Benedetto XI, per l'anagrafe Niccolò Boccasini, nato a Treviso nel 1240, proveniva da modestissima famiglia.
Sua madre faceva la lavandaia nel vicino convento dei domenicani e questa sua mansione favorì l'ingresso del figlio nel giovane ordine di S. Domenico.
Indossato l'abito religioso a diciassette anni, Niccolò completò gli studi a Milano.
Ordinato sacerdote, fece ritorno a Treviso dove svolse il compito di insegnante nel proprio convento.
Si distinse per mitezza di carattere, purezza di vita, umiltà e pietà.
Eletto nel 1286 superiore provinciale della vasta regione lombarda, dieci anni dopo fu chiamato a succedere a Stefano di Besancon nella carica di generale dell'Ordine.
Poco dopo il Boccasini, figlio di un'umile lavandaia trevigiana, riuscì a realizzare una difficile tregua d'armi tra il re d'Inghilterra, Edoardo I, e il re di Francia, Filippo il Bello.
Questa sua missione di pace, coronata dall'insperato successo, valse al generale dei domenicani il cappello cardinalizio, accordatogli da Papa Bonifacio VIII, che intese con questa nomina premiare anche tutto l'ordine domenicano, per la sua adesione al pontefice.
Il cardinale Boccasini era ad Anagni accanto a Bonifacio VIII quando questi venne colpito dallo schiaffo dell'emissario di Filippo il Bello, Guglielmo di Nogaret.
Morto Bonifacio VIII, i cardinali, riuniti in conclave a Roma, il 22 ottobre 1303 gli diedero come successore proprio il cardinale Boccasini, uomo conciliante e il più indicato a mettere riparo all'increscioso conflitto tra il papato e il re di Francia.
Il nuovo pontefice, che assunse il nome di Benedetto XI, rispose alle attese.
Pur mostrandosi duro con l'esecutore materiale del sacrilego gesto (rinnovò la scomunica al Nogaret e a Sciarra Colonna), sciolse il re dalle censure in cui era incorso.
Benedetto XI alla residenza romana preferì quella di Perugia, per tenersi lontano dai tumulti e dalle insidie, e dedicarsi al pacifico governo della Chiesa.
Ma anche qui pare sia stato raggiunto dall'odio dei suoi nemici: sentendosi venir meno dopo aver assaggiato un fico fresco, probabilmente iniettato di veleno, fece spalancare le porte del palazzo per concedere un'ultima udienza e benedizione ai fedeli.
Tra gli atti del suo breve pontificato (22 ottobre 1303 - 7 luglio 1304), c'è il decreto che fa obbligo a ogni cristiano di confessarsi almeno una volta all'anno.
(Autore: Piero Bargellini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Scheda del gruppo a cui appartiene il Beato Bernardo de Roquefort:
"Beati Guglielmo Arnaud e 10 compagni Martiri di Avignonet"
+ Avignonet, Francia, 29 maggio 1242
È un volto dell'Inquisizione molto diverso da quello che siamo abituati a sentire citato quello mostrato dal domenicano Guglielmo Arnaud e dai suoi dieci compagni morti martiri il 29 maggio 1242 nella regione di Avignonet, vicino a Tolosa.
La loro vicenda si colloca storicamente nel periodo delle dispute con gli albigesi. Guglielmo e i suoi compagni erano il Tribunale dell'Inquisizione che Papa Gregorio IX aveva stabilito per affrontare la questione.
Nel giorno dell'Ascensione il governatore di Avignonet invitò i religiosi per un confronto con gli albigesi. Ma si rivelò una trappola: gli undici vennero percossi a morte. Le cronache raccontano che morirono cantando il Te Deum e proclamando quella fede che erano venuti a difendere.
Nel nome di questi martiri fiorirono miracoli e il loro culto si protrasse lungo i secoli. Fu infine Pio IX nel 1866 ad approvarlo ufficialmente. (Avvenire)
Martirologio Romano: Ad Avignonet vicino a Tolosa in Francia, beati Guglielmo Arnaud e dieci compagni, che, uniti nell’impegno di opporsi all’eresia dei catari, furono arrestati con l’inganno a motivo della loro fede in Cristo e dell’obbedienza alla Chiesa di Roma e morirono trafitti con la spada nella notte dell’Ascensione del Signore, mentre intonavano a una sola voce il Te Deum.
Agli albori del XIII secolo nella Francia meridionale, in particolare nella contea di Tolosa, la vita della Chiesa era turbata dal dilagare dell’eresia albigese. Papa Gregorio IX decise allora di intervenire in questa situazione che rischiava di degenerare: il 22 aprile 1234 nominò il domenicano Guglielmo Arnaud, oriundo di Montpellier, primo inquisitore nelle diocesi di Tolosa, Albi, Carcassone ed Agen.
Questi non tardò a mettersi all’opera, forse persino con eccessivo rigore, tanto da giungere a far disseppellire i cadaveri degli eretici per bruciarli sul rogo. Iniziò dunque ad incontrare serie difficoltà ed il conte di Tolosa, Raimondo VII, chiese al papa di porre un freno all’indomabile inquisitore, imponendo inoltre ai suoi sudditi di evitare qualsiasi contatto con il frate e ponendo delle guardie alle porte dei conventi.
Il 25 novembre 1225 tutti i frati domenicani furono cacciati dalla città e se allontanarono processionalmente cantando inni sacri.
Un anno dopo poterono fare ritorno al loro chiostro, ma l’odio nei loro confronti da parte degli eretici cresceva e talvolta provocava tumulti. Nel 1242, ormai convintosi che fosse bene farla finita, il balì di Avignonet, Raimondo d’Alfar, invitò i frati nel suo castello vicino a Tolosa col pretesto di instaurare con loro un nuovo rapporto di amicizia basato su propositi di conciliazione.
In realtà era solo un inganno volto a cattirarli: li fece infatti rinchiudere in una grande sala del castello e nel pieno della notte ordinò che fossero trucidati. I religiosi non si fecero intimorire ed andarono incontro a Cristo, affrontando per suo amore il martirio e cantando nell’attesa il Te Deum. Era il 29 maggio, quell’anno vigilia dell’Ascensione.
Tra gli undici martiri che versarono il loro sangue vi era anche il domenicano Bernardo di Roquefort, del qualle però nulla sappiamo. Anche la sua tomba ci è ignota, ma la sua festa veniva celebrata annualmente nell’anniversario della morte insieme ai suoi confratelli Guglielmo Arnaud e Garcia d’Aure.
Il 30 settembre 1809 l’allora arcivescovo di Tolosa, personaggio contraddistintosi per la sua costante mancanza di fedeltà alla Chiesa di Roma, fece rimuovere dalla chiesa di Avignonet un quadro che raffigurava gli undici marti con tanto di aureola. Esso fu poi ricollocato al suo posto, ma scomparse nuovamente nel 1861. Nonostante queste peripezie il loro processo di canonizzazione, iniziato sin dal 1700 ad opera dei domenicani, durante il lungo pontificato del Beato Pio IX giunse ad una svolta positiva ed il 1° settembre 1886 il culto di Guglielmo Arnaud, Bernardo di Roquefort e dei 10 loro compagni venne ufficialmente confermato dalla Santa Sede.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
"Beati Guglielmo Arnaud e 10 compagni Martiri di Avignonet"
+ Avignonet, Francia, 29 maggio 1242
È un volto dell'Inquisizione molto diverso da quello che siamo abituati a sentire citato quello mostrato dal domenicano Guglielmo Arnaud e dai suoi dieci compagni morti martiri il 29 maggio 1242 nella regione di Avignonet, vicino a Tolosa.
La loro vicenda si colloca storicamente nel periodo delle dispute con gli albigesi. Guglielmo e i suoi compagni erano il Tribunale dell'Inquisizione che Papa Gregorio IX aveva stabilito per affrontare la questione.
Nel giorno dell'Ascensione il governatore di Avignonet invitò i religiosi per un confronto con gli albigesi. Ma si rivelò una trappola: gli undici vennero percossi a morte. Le cronache raccontano che morirono cantando il Te Deum e proclamando quella fede che erano venuti a difendere.
Nel nome di questi martiri fiorirono miracoli e il loro culto si protrasse lungo i secoli. Fu infine Pio IX nel 1866 ad approvarlo ufficialmente. (Avvenire)
Martirologio Romano: Ad Avignonet vicino a Tolosa in Francia, beati Guglielmo Arnaud e dieci compagni, che, uniti nell’impegno di opporsi all’eresia dei catari, furono arrestati con l’inganno a motivo della loro fede in Cristo e dell’obbedienza alla Chiesa di Roma e morirono trafitti con la spada nella notte dell’Ascensione del Signore, mentre intonavano a una sola voce il Te Deum.
Agli albori del XIII secolo nella Francia meridionale, in particolare nella contea di Tolosa, la vita della Chiesa era turbata dal dilagare dell’eresia albigese. Papa Gregorio IX decise allora di intervenire in questa situazione che rischiava di degenerare: il 22 aprile 1234 nominò il domenicano Guglielmo Arnaud, oriundo di Montpellier, primo inquisitore nelle diocesi di Tolosa, Albi, Carcassone ed Agen.
Questi non tardò a mettersi all’opera, forse persino con eccessivo rigore, tanto da giungere a far disseppellire i cadaveri degli eretici per bruciarli sul rogo. Iniziò dunque ad incontrare serie difficoltà ed il conte di Tolosa, Raimondo VII, chiese al papa di porre un freno all’indomabile inquisitore, imponendo inoltre ai suoi sudditi di evitare qualsiasi contatto con il frate e ponendo delle guardie alle porte dei conventi.
Il 25 novembre 1225 tutti i frati domenicani furono cacciati dalla città e se allontanarono processionalmente cantando inni sacri.
Un anno dopo poterono fare ritorno al loro chiostro, ma l’odio nei loro confronti da parte degli eretici cresceva e talvolta provocava tumulti. Nel 1242, ormai convintosi che fosse bene farla finita, il balì di Avignonet, Raimondo d’Alfar, invitò i frati nel suo castello vicino a Tolosa col pretesto di instaurare con loro un nuovo rapporto di amicizia basato su propositi di conciliazione.
In realtà era solo un inganno volto a cattirarli: li fece infatti rinchiudere in una grande sala del castello e nel pieno della notte ordinò che fossero trucidati. I religiosi non si fecero intimorire ed andarono incontro a Cristo, affrontando per suo amore il martirio e cantando nell’attesa il Te Deum. Era il 29 maggio, quell’anno vigilia dell’Ascensione.
Tra gli undici martiri che versarono il loro sangue vi era anche il domenicano Bernardo di Roquefort, del qualle però nulla sappiamo. Anche la sua tomba ci è ignota, ma la sua festa veniva celebrata annualmente nell’anniversario della morte insieme ai suoi confratelli Guglielmo Arnaud e Garcia d’Aure.
Il 30 settembre 1809 l’allora arcivescovo di Tolosa, personaggio contraddistintosi per la sua costante mancanza di fedeltà alla Chiesa di Roma, fece rimuovere dalla chiesa di Avignonet un quadro che raffigurava gli undici marti con tanto di aureola. Esso fu poi ricollocato al suo posto, ma scomparse nuovamente nel 1861. Nonostante queste peripezie il loro processo di canonizzazione, iniziato sin dal 1700 ad opera dei domenicani, durante il lungo pontificato del Beato Pio IX giunse ad una svolta positiva ed il 1° settembre 1886 il culto di Guglielmo Arnaud, Bernardo di Roquefort e dei 10 loro compagni venne ufficialmente confermato dalla Santa Sede.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Garrigue ? - Bucher, 1230
Nato a Garrigue, nella diocesi di Nimes, Bertrando fu uno dei primi sedici discepoli di San Domenico nel suo apostolato in Linguadoca e tra i primi a vestire il bianco abito di predicatore. Fondò, nel 1217, il convento di Saint-Jacques a Parigi. Nel 1221 fu designato primo provinciale di Provenza.
Il Beato Giordano di Sassonia lo descrive così: «Compagno di San Domenico nei viaggi, nella santità e nel fervore».
Molti suoi atteggiamenti riflettevano anche nel tratto esterno il comportamento di maestro Domenico che si era proposto di imitare e che aveva seguito nei suoi viaggi. Morì nel 1230 nel monastero cistercense di Bouchet, dove fu sepolto.
Il suo corpo fu traslato dai Domenicani di Orange nel 1414 e fu da loro venerato fino al 1561 quando fu dato alle fiamme durante le guerre di religione. Leone XIII, il 14 luglio 1881, ha concesso la memoria liturgica all'Ordine e alle diocesi di Valence e Nimes, confermando il culto. (Avvenire)
Martirologio Romano: Mel monastero cistercense di Bouchet vicino a Orange nella Provenza in Francia, commemorazione di San Bertrando de Garrigues, sacerdote, che fu tra i primi discepoli di San Domenico e cercò sempre di imitare l’esempio del maestro.
Bertrando detto da Garrigue, nome del suo paese natale, nella Diocesi di Nimes, fu uno dei primi sedici compagni e discepoli di San Domenico nel suo apostolato in Linguadoca, e tra i primi a vestire il bianco Abito di Predicatore. Amò e fu riamato dal Santo Patriarca di tenerissimo affetto e fu suo studio costante di imitarne tutte le virtù.
Anima di grande penitenza e di singolare innocenza, nella sua profonda umiltà, non cessava dal riconoscere, piangendo, le proprie colpe, ma quando San Domenico lo esortò ad effondere le proprie lacrime per i peccatori, e non per se stesso, tutti i suoi gemiti e le sue preghiere furono per le anime.
Spesso il santo fondatore prendeva con se nei suoi viaggi il diletto Bertrando e questi fu così felice testimone, non solo del santo conversare del suo Padre, ma anche dei miracoli con cui Dio l’onorava.
Una volta, andando verso Parigi, si accompagnarono con alcuni pellegrini tedeschi che offrirono loro per quattro giorni di che rifocillarsi; allora Domenico ottenne da Dio di farsi intendere da quei pellegrini per parlare loro di cose sante.
Ingiunse poi a Bertrando di non rivelare tal cosa a nessuno, perché, disse, “ci prenderebbero per santi, mentre non siamo che poveri peccatori”.
Bertrando fu il primo Priore del primo Convento dell’Ordine, quello di Tolosa, nel 1216. Nel 1217 fondò insieme a Padre Mannes il Convento di Parigi e fu eletto, nel Capitolo del 1221, Provinciale della Provincia di Provenza.
Morì nel 1230 nel Monastero Cistercense di Bouchet, dove fu sepolto. Il suo corpo fu traslato dai Domenicani di Orange nel 1414 e fu da loro venerato fino al 1561 quando fu dato alle fiamme durante le guerre di religione.
Papa Leone XIII il 14 luglio 1881 ha concesso la memoria liturgica all’Ordine e alle diocesi di Valence e Nimes, confermando il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nato a Garrigue, nella diocesi di Nimes, Bertrando fu uno dei primi sedici discepoli di San Domenico nel suo apostolato in Linguadoca e tra i primi a vestire il bianco abito di predicatore. Fondò, nel 1217, il convento di Saint-Jacques a Parigi. Nel 1221 fu designato primo provinciale di Provenza.
Il Beato Giordano di Sassonia lo descrive così: «Compagno di San Domenico nei viaggi, nella santità e nel fervore».
Molti suoi atteggiamenti riflettevano anche nel tratto esterno il comportamento di maestro Domenico che si era proposto di imitare e che aveva seguito nei suoi viaggi. Morì nel 1230 nel monastero cistercense di Bouchet, dove fu sepolto.
Il suo corpo fu traslato dai Domenicani di Orange nel 1414 e fu da loro venerato fino al 1561 quando fu dato alle fiamme durante le guerre di religione. Leone XIII, il 14 luglio 1881, ha concesso la memoria liturgica all'Ordine e alle diocesi di Valence e Nimes, confermando il culto. (Avvenire)
Martirologio Romano: Mel monastero cistercense di Bouchet vicino a Orange nella Provenza in Francia, commemorazione di San Bertrando de Garrigues, sacerdote, che fu tra i primi discepoli di San Domenico e cercò sempre di imitare l’esempio del maestro.
Bertrando detto da Garrigue, nome del suo paese natale, nella Diocesi di Nimes, fu uno dei primi sedici compagni e discepoli di San Domenico nel suo apostolato in Linguadoca, e tra i primi a vestire il bianco Abito di Predicatore. Amò e fu riamato dal Santo Patriarca di tenerissimo affetto e fu suo studio costante di imitarne tutte le virtù.
Anima di grande penitenza e di singolare innocenza, nella sua profonda umiltà, non cessava dal riconoscere, piangendo, le proprie colpe, ma quando San Domenico lo esortò ad effondere le proprie lacrime per i peccatori, e non per se stesso, tutti i suoi gemiti e le sue preghiere furono per le anime.
Spesso il santo fondatore prendeva con se nei suoi viaggi il diletto Bertrando e questi fu così felice testimone, non solo del santo conversare del suo Padre, ma anche dei miracoli con cui Dio l’onorava.
Una volta, andando verso Parigi, si accompagnarono con alcuni pellegrini tedeschi che offrirono loro per quattro giorni di che rifocillarsi; allora Domenico ottenne da Dio di farsi intendere da quei pellegrini per parlare loro di cose sante.
Ingiunse poi a Bertrando di non rivelare tal cosa a nessuno, perché, disse, “ci prenderebbero per santi, mentre non siamo che poveri peccatori”.
Bertrando fu il primo Priore del primo Convento dell’Ordine, quello di Tolosa, nel 1216. Nel 1217 fondò insieme a Padre Mannes il Convento di Parigi e fu eletto, nel Capitolo del 1221, Provinciale della Provincia di Provenza.
Morì nel 1230 nel Monastero Cistercense di Bouchet, dove fu sepolto. Il suo corpo fu traslato dai Domenicani di Orange nel 1414 e fu da loro venerato fino al 1561 quando fu dato alle fiamme durante le guerre di religione.
Papa Leone XIII il 14 luglio 1881 ha concesso la memoria liturgica all’Ordine e alle diocesi di Valence e Nimes, confermando il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Schede dei Gruppi a cui appartiene:
“Beati 498 Martiri Spagnoli Beatificati nel 2007”
Ulteriore scheda: “Martiri della Guerra di Spagna”
Castanedo de Luarda, Spagna, 19 aprile 1866 - Madrid, Spagna, 12 agosto 1936
Bonaventura Garcìa Paredes nacque il 19 aprile 1866 in Asturia (Spagna), a Castanedo de Luarda, in una semplice famiglia di pastori, i cui forti principi cristiani fecero maturare nel giovane la vocazione religiosa. Aiutava il padre nel pascolo delle pecore e frequentava la prima classe nella scuola parrocchiale, quando conobbe l’Ordine Domenicano durante una missione popolare nel suo paese.
I frati intuirono che il giovane possedeva doti non ordinarie e, nei due anni successivi, gli fecero frequentare la Scuola Apostolica Domenicana di Curias. Iniziò quindi il noviziato e, dopo un breve periodo in famiglia a causa di un problema di salute, proseguì gli studi a Toledo, abitando nella cella che era stata del martire San Melchor Garcìa Sampedro.
Il 30 agosto 1883 ricevette l’abito, quattro anni dopo fece la professione solenne. Prese il nome di Bonaventura di San Ludovico Bertran.
Frequentò i corsi di teologia ad Avila, studiando in particolare la Summa di San Tommaso d’Aquino. Passò all’Università di Salamanca, poi a Valencia e a Madrid.
Il 25 luglio 1891, nella cappella del palazzo episcopale di Avila, venne ordinato sacerdote. Nei vari corsi universitari che frequentò ebbe sempre i massimi voti. Ottenne il dottorato in filosofia e lettere, con tesi su s. Tommaso e l’estetica moderna, e in diritto civile.
Trentenne fu mandato nelle isole Filippine, a Manila, per completare gli studi, poi, tornato in patria, ad Avila, iniziò ad insegnare ed a pubblicare alcuni articoli. Nel 1901 fu eletto priore del convento di San Tommaso.
Ebbe quindi l’incarico di scrivere il volume dedicato a Papa Leone XIII per l’Historia Ecclesiastica iniziata dal P. Rivas e aprì una scuola a Segovia. Il 14 maggio 1910 fu eletto superiore della Provincia di Manila, la più numerosa dell’Ordine, che contava seicento frati. Animato dallo spirito missionario, si preoccupò costantemente della formazione dei nuovi frati. Visitò la Cina, il Giappone, il Vietnam, dove eresse scuole e ospedali. Fondò la rivista “Missiones Dominicanas”, per far conoscere le fatiche dei missionari.
A Manila progettò e costruì la nuova sede della curia provinciale. Nel 1911, a trecento anni dalla fondazione, diede inizio all’ampliamento della Università di San Tommaso in Spagna. Costruì inoltre il Centro Studi Teologici di New Orleans.
Al termine dei quattro anni di provincialato fu, da Papa Pio X, riconfermato nell’incarico perché proseguisse il suo intenso apostolato. Nel 1917 diede mano alla costruzione della casa del Rosario di Madrid di cui poi divenne superiore. Viveva in quella casa anche il b. Manuel Alvarez che riceverà, nel 1936, anch’egli la corona del martirio. Era un punto di riferimento per tutto l’Ordine e il 22 maggio 1926 fu eletto Maestro Generale, nonostante le sue suppliche d’esserne esonerato.
Alla prima benedizione come Maestro, erano presenti alcuni futuri compagni di martirio. Chiese la collaborazione di tutti, mettendo la preghiera a fondamento del nuovo, gravoso, compito. Si trasferì quindi nella sua nuova dimora, la città eterna.
Come guida di tutta la congregazione il suo impegno non poteva certo conoscere rallentamenti. Ad un anno dall’elezione assunse, nei confronti di tutte le monache e le suore legate all’Ordine, un provvedimento importante. Ognuna di esse, per diritto, poteva firmare con la sigla O.P. Tutti erano chiamati a testimoniare la fede nel nome del s. Padre Domenico, perché, come in una sola grande famiglia, “batte in tutti i cuori domenicani, lo stesso amore per il bene comune dell’Ordine”. Nominò quindi le commissioni per adattare le Costituzioni, sia dei frati che del ramo femminile, al nuovo diritto canonico.
Intanto, nella sua amata Spagna veniva proclamata la Repubblica (1930), dopo la caduta del dittatore Primo de Rivera. Il governo era però debole e, per reprimere le agitazioni operaie in Asturia e in Catalogna, fu chiamata dal Marocco la Legione Straniera, comandata da Francisco Franco. Nel 1936 ci furono libere elezioni ampiamente vinte dal Fronte popolare che era però diviso al suo interno (era composto da anarchici, comunisti, socialisti e repubblicani). In questo clima ebbe il sopravvento, con un colpo di stato, Francisco Franco. Scoppiò la guerra civile che vide giungere nel paese moltissimi volontari antifascisti da tutta Europa mentre, dall’Italia e dalla Germania, arrivava il sostegno opposto.
I morti furono numerosissimi, tra i quali molti sacerdoti e molte suore, vittime di una cultura ideologica anticlericale.
Mentre giungevano anche le tristi notizie delle persecuzioni religiose in Messico, dopo alcune udienze private con Papa Pio XI, P. Bonaventura tornò in Spagna, consapevole di quanto fosse rischioso. Ai primi di agosto fu prelevato dal convento di Ocana e condotto a Madrid dove fu ucciso il 12 agosto 1936. Il figlio del pastore, che era stato guida di tutto l’Ordine dei Predicatori, come il Buon Pastore pronto a dare la vita per le sue pecore, testimoniava una fiduciosa rassegnazione alla volontà di Dio. Il Beato Bonaventura è stato beatificato, insieme a numerosi altri compagni, il 28 ottobre 2007.
(Autore: Daniele Bolognini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
“Beati 498 Martiri Spagnoli Beatificati nel 2007”
Ulteriore scheda: “Martiri della Guerra di Spagna”
Castanedo de Luarda, Spagna, 19 aprile 1866 - Madrid, Spagna, 12 agosto 1936
Bonaventura Garcìa Paredes nacque il 19 aprile 1866 in Asturia (Spagna), a Castanedo de Luarda, in una semplice famiglia di pastori, i cui forti principi cristiani fecero maturare nel giovane la vocazione religiosa. Aiutava il padre nel pascolo delle pecore e frequentava la prima classe nella scuola parrocchiale, quando conobbe l’Ordine Domenicano durante una missione popolare nel suo paese.
I frati intuirono che il giovane possedeva doti non ordinarie e, nei due anni successivi, gli fecero frequentare la Scuola Apostolica Domenicana di Curias. Iniziò quindi il noviziato e, dopo un breve periodo in famiglia a causa di un problema di salute, proseguì gli studi a Toledo, abitando nella cella che era stata del martire San Melchor Garcìa Sampedro.
Il 30 agosto 1883 ricevette l’abito, quattro anni dopo fece la professione solenne. Prese il nome di Bonaventura di San Ludovico Bertran.
Frequentò i corsi di teologia ad Avila, studiando in particolare la Summa di San Tommaso d’Aquino. Passò all’Università di Salamanca, poi a Valencia e a Madrid.
Il 25 luglio 1891, nella cappella del palazzo episcopale di Avila, venne ordinato sacerdote. Nei vari corsi universitari che frequentò ebbe sempre i massimi voti. Ottenne il dottorato in filosofia e lettere, con tesi su s. Tommaso e l’estetica moderna, e in diritto civile.
Trentenne fu mandato nelle isole Filippine, a Manila, per completare gli studi, poi, tornato in patria, ad Avila, iniziò ad insegnare ed a pubblicare alcuni articoli. Nel 1901 fu eletto priore del convento di San Tommaso.
Ebbe quindi l’incarico di scrivere il volume dedicato a Papa Leone XIII per l’Historia Ecclesiastica iniziata dal P. Rivas e aprì una scuola a Segovia. Il 14 maggio 1910 fu eletto superiore della Provincia di Manila, la più numerosa dell’Ordine, che contava seicento frati. Animato dallo spirito missionario, si preoccupò costantemente della formazione dei nuovi frati. Visitò la Cina, il Giappone, il Vietnam, dove eresse scuole e ospedali. Fondò la rivista “Missiones Dominicanas”, per far conoscere le fatiche dei missionari.
A Manila progettò e costruì la nuova sede della curia provinciale. Nel 1911, a trecento anni dalla fondazione, diede inizio all’ampliamento della Università di San Tommaso in Spagna. Costruì inoltre il Centro Studi Teologici di New Orleans.
Al termine dei quattro anni di provincialato fu, da Papa Pio X, riconfermato nell’incarico perché proseguisse il suo intenso apostolato. Nel 1917 diede mano alla costruzione della casa del Rosario di Madrid di cui poi divenne superiore. Viveva in quella casa anche il b. Manuel Alvarez che riceverà, nel 1936, anch’egli la corona del martirio. Era un punto di riferimento per tutto l’Ordine e il 22 maggio 1926 fu eletto Maestro Generale, nonostante le sue suppliche d’esserne esonerato.
Alla prima benedizione come Maestro, erano presenti alcuni futuri compagni di martirio. Chiese la collaborazione di tutti, mettendo la preghiera a fondamento del nuovo, gravoso, compito. Si trasferì quindi nella sua nuova dimora, la città eterna.
Come guida di tutta la congregazione il suo impegno non poteva certo conoscere rallentamenti. Ad un anno dall’elezione assunse, nei confronti di tutte le monache e le suore legate all’Ordine, un provvedimento importante. Ognuna di esse, per diritto, poteva firmare con la sigla O.P. Tutti erano chiamati a testimoniare la fede nel nome del s. Padre Domenico, perché, come in una sola grande famiglia, “batte in tutti i cuori domenicani, lo stesso amore per il bene comune dell’Ordine”. Nominò quindi le commissioni per adattare le Costituzioni, sia dei frati che del ramo femminile, al nuovo diritto canonico.
Intanto, nella sua amata Spagna veniva proclamata la Repubblica (1930), dopo la caduta del dittatore Primo de Rivera. Il governo era però debole e, per reprimere le agitazioni operaie in Asturia e in Catalogna, fu chiamata dal Marocco la Legione Straniera, comandata da Francisco Franco. Nel 1936 ci furono libere elezioni ampiamente vinte dal Fronte popolare che era però diviso al suo interno (era composto da anarchici, comunisti, socialisti e repubblicani). In questo clima ebbe il sopravvento, con un colpo di stato, Francisco Franco. Scoppiò la guerra civile che vide giungere nel paese moltissimi volontari antifascisti da tutta Europa mentre, dall’Italia e dalla Germania, arrivava il sostegno opposto.
I morti furono numerosissimi, tra i quali molti sacerdoti e molte suore, vittime di una cultura ideologica anticlericale.
Mentre giungevano anche le tristi notizie delle persecuzioni religiose in Messico, dopo alcune udienze private con Papa Pio XI, P. Bonaventura tornò in Spagna, consapevole di quanto fosse rischioso. Ai primi di agosto fu prelevato dal convento di Ocana e condotto a Madrid dove fu ucciso il 12 agosto 1936. Il figlio del pastore, che era stato guida di tutto l’Ordine dei Predicatori, come il Buon Pastore pronto a dare la vita per le sue pecore, testimoniava una fiduciosa rassegnazione alla volontà di Dio. Il Beato Bonaventura è stato beatificato, insieme a numerosi altri compagni, il 28 ottobre 2007.
(Autore: Daniele Bolognini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
sec. XIII
Il Beato Bonviso di Piacenza era sacerdote e dottore in legge. Fu il primo piacentino a vestire l’abito domenicano nel 1217.
Il Beato Bonviso, dopo aver deciso di diventare domenicano, ricevette il vestito dell’ordine proprio dalle mani del patriarca San Domenico, di cui divenne intimo amico e compagno di viaggio.
Dopo la morte del fondatore fu proprio il Beato Bonviso a testimoniare le sante gesta di Domenico.
Il Beato Bonviso fu mandato da San Domenico a predicare a Piacenza e numerosi uomini si convertirono e divennero domenicani.
Nel 1220, ritornato in città accompagnato da alcuni confratelli, ottenne la chiesa di Sant’Andrea al Borgo.
In quella sede vi rimase per un breve periodo, in quanto, grazie ad alcuni lasciti e finanziamenti di alcuni concittadini ottenne dal vescovo la possibilità di costruire la chiesa e il convento di San Giovanni in Canale.
Quella fu la sede piacentina dell’ordine domenicano fino alla soppressione del 1810. Inoltre sempre in quella sede fu istituito il tribunale dell’inquisizione.
Del Beato Bonviso da Piacenza esiste una sola immagine, un ovale (olio su tela) del 1880 per la chiesa di Vigolo Valnure.
Il dipinto non si sa se è stato realizzato da Emilio Perinetti o da Francesco Ghittoni.
Nel calendario liturgico della diocesi di Piacenza e Bobbio non esiste alcuna festa in memoria del beato Bonviso.
Tutti i santi della diocesi sono festeggiati in un’unica data il 5 novembre, pertanto è da ritenere che in quella data venga ricordato anche il Beato Bonviso.
Il Beato Bonviso, dopo aver deciso di diventare domenicano, ricevette il vestito dell’ordine proprio dalle mani del patriarca San Domenico, di cui divenne intimo amico e compagno di viaggio.
Dopo la morte del fondatore fu proprio il Beato Bonviso a testimoniare le sante gesta di Domenico.
Il Beato Bonviso fu mandato da San Domenico a predicare a Piacenza e numerosi uomini si convertirono e divennero domenicani.
Nel 1220, ritornato in città accompagnato da alcuni confratelli, ottenne la chiesa di Sant’Andrea al Borgo.
In quella sede vi rimase per un breve periodo, in quanto, grazie ad alcuni lasciti e finanziamenti di alcuni concittadini ottenne dal vescovo la possibilità di costruire la chiesa e il convento di San Giovanni in Canale.
Quella fu la sede piacentina dell’ordine domenicano fino alla soppressione del 1810. Inoltre sempre in quella sede fu istituito il tribunale dell’inquisizione.
Del Beato Bonviso da Piacenza esiste una sola immagine, un ovale (olio su tela) del 1880 per la chiesa di Vigolo Valnure.
Il dipinto non si sa se è stato realizzato da Emilio Perinetti o da Francesco Ghittoni.
Nel calendario liturgico della diocesi di Piacenza e Bobbio non esiste alcuna festa in memoria del beato Bonviso.
Tutti i santi della diocesi sono festeggiati in un’unica data il 5 novembre, pertanto è da ritenere che in quella data venga ricordato anche il Beato Bonviso.
(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
sec. XIII – 1293
Il Beato Carino Pietro da Balsamo, fratello converso dell’Ordine Domenicano, fuggito alla giustizia dopo l’omicidio di San Pietro da Verona, fu trasformato dalla grazia divina, quando, ormai sfinito e ammalato si confessò a Forlì presso il priore del vicino convento dei Domenicani.
Carino da uomo crudele, avaro e senza scrupoli che era, fu trasformato dalla Misericordia divina: trascorse la vita in preghiera, nella penitenza e nel lavoro, piangendo il suo delitto, ed ebbe come padre spirituale il Beato Giacomo Salomoni da Venezia.
Morì sicuramente a Forlì nel 1293, ma non si conosce con sicurezza la data della morte.
Il regolare processo per il riconoscimento del culto ad immemorabili iniziò nel 1822 a Forlì, ma la morte di Pio VII e la scomparsa dei molti atti del processo arrestarono l’iter della causa.
Il Beato Carino è sepolto nella cattedrale di Forlì, dal cui capitolo, nel 1934, Balsamo ottenne la reliquia del santo capo, alla cui festa di accoglienza partecipò anche il Beato Schuster.
La memoria liturgica del Beato è il 28 aprile, giorno di questa ultima traslazione.
(Autore: Don Damiano Marco Grenci - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Il Beato Carino Pietro da Balsamo, fratello converso dell’Ordine Domenicano, fuggito alla giustizia dopo l’omicidio di San Pietro da Verona, fu trasformato dalla grazia divina, quando, ormai sfinito e ammalato si confessò a Forlì presso il priore del vicino convento dei Domenicani.
Carino da uomo crudele, avaro e senza scrupoli che era, fu trasformato dalla Misericordia divina: trascorse la vita in preghiera, nella penitenza e nel lavoro, piangendo il suo delitto, ed ebbe come padre spirituale il Beato Giacomo Salomoni da Venezia.
Morì sicuramente a Forlì nel 1293, ma non si conosce con sicurezza la data della morte.
Il regolare processo per il riconoscimento del culto ad immemorabili iniziò nel 1822 a Forlì, ma la morte di Pio VII e la scomparsa dei molti atti del processo arrestarono l’iter della causa.
Il Beato Carino è sepolto nella cattedrale di Forlì, dal cui capitolo, nel 1934, Balsamo ottenne la reliquia del santo capo, alla cui festa di accoglienza partecipò anche il Beato Schuster.
La memoria liturgica del Beato è il 28 aprile, giorno di questa ultima traslazione.
(Autore: Don Damiano Marco Grenci - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Cracovia, Polonia, 1180 c. - Wroclaw, 17 luglio 1242
Nacque in Slesia probabilmente nel 1180, passò la giovinezza a Cracovia. Nel 1220 accompagnò insieme a San Giacinto, il vescovo di Cracovia Ivo Odrowaz a Roma.
Lì conobbe san Domenico Guzman e assistette alla miracolosa resurrezione di un giovane operata dallo stesso Domenico.Giacinto e Ceslao decisero di entrare nell'ordine dei Predicatori, e furono mandati in Polonia per erigere nuove fondazioni.
Durante il viaggio di ritorno si fermò a Praga dove fondò la casa domenicana presso la chiesa di San Clemente, prima di fare ritorno a Cracovia.
Nel 1232 Ceslao diventò padre provinciale della Polonia. Girò per altri quattro anni per tutta la Slesia e la Polonia fondando case, finché nel 1236 si dimise e, tornò a Wroclaw, dove nel 1241 fu partecipe della liberazione della città dall'assedio dei tartari.
Morì il 17 luglio 1242 e fu sepolto nella chiesa di Sant'Adalberto. (Avvenire)
Lì conobbe san Domenico Guzman e assistette alla miracolosa resurrezione di un giovane operata dallo stesso Domenico.Giacinto e Ceslao decisero di entrare nell'ordine dei Predicatori, e furono mandati in Polonia per erigere nuove fondazioni.
Durante il viaggio di ritorno si fermò a Praga dove fondò la casa domenicana presso la chiesa di San Clemente, prima di fare ritorno a Cracovia.
Nel 1232 Ceslao diventò padre provinciale della Polonia. Girò per altri quattro anni per tutta la Slesia e la Polonia fondando case, finché nel 1236 si dimise e, tornò a Wroclaw, dove nel 1241 fu partecipe della liberazione della città dall'assedio dei tartari.
Morì il 17 luglio 1242 e fu sepolto nella chiesa di Sant'Adalberto. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Breslavia in Slesia, nell’odierna Polonia, Beato Cesláo, sacerdote tra i primi frati dell’Ordine dei Predicatori, che operò per il regno di Dio in Slesia e altre regioni della Polonia.
Nacque in Slesia probabilmente nel 1180, passò la giovinezza a Cracovia in una Polonia che ripresasi dalle invasioni mongole, ricresceva in quel cristianesimo introdotto due secoli prima dal re Miecislao I e che avrebbe poi avuto la grande fioritura sotto il re Casimiro il Grande.
I suoi studi iniziati a Cracovia proseguirono nelle Università di Parigi e Bologna, le maggiori in quell’epoca; fu ordinato sacerdote dal vescovo Vincenzo Kadlubek di Cracovia, nel cui ambiente aveva maturato la sua cultura intellettuale e spirituale, giacché era uno dei primi, gli fu affidata la Collegiata di Sandomierz.
Nel 1220 si presentò la grande occasione della sua vita, fu destinato ad accompagnare insieme a San Giacinto, il vescovo di Cracovia Ivo Odrowaz a Roma, lì conobbe San Domenico Guzman e assisté alla miracolosa resurrezione del giovane Napoleone nipote del cardinale Stefano, operata dallo stesso San Domenico.
Allora Giacinto e Ceslao decisero di entrare nell’ordine dei Predicatori, furono così inviati a Bologna dove rimasero per un certo tempo, nel 1221 i suoi superiori di Bologna mandarono Ceslao insieme ad altri monaci in Polonia per erigere nuove fondazioni.
Durante il viaggio di ritorno si fermò a Praga dove fondò la casa domenicana presso la chiesa di San Clemente, giunto a Cracovia vi operò per molti anni presso la chiesa della SS. Trinità, nel monastero da poco fondato da altri confratelli nel 1222.
Da lì passò a Wroclaw dove rimase per sette anni come superiore diventando nel 1232 padre provinciale della Polonia.
Girò per altri quattro anni per tutta la Slesia e la Polonia fondando case, finché nel 1236 si dimise, costretto dall’esaurimento delle forze, da tutte le cariche, tornò a Wroclaw, dove nel 1241 fu partecipe della liberazione della città dall’assedio dei tartari.
Morì il 17 luglio 1242 e fu sepolto nella chiesa di Sant'Adalberto.
Papa Clemente XI confermò il culto il 27 agosto 1712 e Papa Benedetto XIV nel 1748 fissò il giorno della sua celebrazione al 20 luglio.
L'Ordine Domenicano lo ricorda il 17 luglio mentre il Martyrologium Romanum lo indica al 15 luglio.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nacque in Slesia probabilmente nel 1180, passò la giovinezza a Cracovia in una Polonia che ripresasi dalle invasioni mongole, ricresceva in quel cristianesimo introdotto due secoli prima dal re Miecislao I e che avrebbe poi avuto la grande fioritura sotto il re Casimiro il Grande.
I suoi studi iniziati a Cracovia proseguirono nelle Università di Parigi e Bologna, le maggiori in quell’epoca; fu ordinato sacerdote dal vescovo Vincenzo Kadlubek di Cracovia, nel cui ambiente aveva maturato la sua cultura intellettuale e spirituale, giacché era uno dei primi, gli fu affidata la Collegiata di Sandomierz.
Nel 1220 si presentò la grande occasione della sua vita, fu destinato ad accompagnare insieme a San Giacinto, il vescovo di Cracovia Ivo Odrowaz a Roma, lì conobbe San Domenico Guzman e assisté alla miracolosa resurrezione del giovane Napoleone nipote del cardinale Stefano, operata dallo stesso San Domenico.
Allora Giacinto e Ceslao decisero di entrare nell’ordine dei Predicatori, furono così inviati a Bologna dove rimasero per un certo tempo, nel 1221 i suoi superiori di Bologna mandarono Ceslao insieme ad altri monaci in Polonia per erigere nuove fondazioni.
Durante il viaggio di ritorno si fermò a Praga dove fondò la casa domenicana presso la chiesa di San Clemente, giunto a Cracovia vi operò per molti anni presso la chiesa della SS. Trinità, nel monastero da poco fondato da altri confratelli nel 1222.
Da lì passò a Wroclaw dove rimase per sette anni come superiore diventando nel 1232 padre provinciale della Polonia.
Girò per altri quattro anni per tutta la Slesia e la Polonia fondando case, finché nel 1236 si dimise, costretto dall’esaurimento delle forze, da tutte le cariche, tornò a Wroclaw, dove nel 1241 fu partecipe della liberazione della città dall’assedio dei tartari.
Morì il 17 luglio 1242 e fu sepolto nella chiesa di Sant'Adalberto.
Papa Clemente XI confermò il culto il 27 agosto 1712 e Papa Benedetto XIV nel 1748 fissò il giorno della sua celebrazione al 20 luglio.
L'Ordine Domenicano lo ricorda il 17 luglio mentre il Martyrologium Romanum lo indica al 15 luglio.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Il Beato Corradino Bornati nasce nel 1397 da un’antica famiglia bresciana. A diciassettenne anni il padre lo manda a Padova, per studi in giurisprudenza. Le istanze del giovane sono tuttavia altre e dopo alcuni anni, tornato a Brescia, sceglie di farsi domenicano. Su sollecitazione dei superiori, approfondisce lo studio della teologia e si impegna come predicatore.
Preposto al convento di Brescia, vi rimane fino al 1426, quando viene destinato a Bologna, per fare opera riformatrice nel convento di S. Domenico. Eletto priore, riconduce i confratelli alla stretta osservanza. Secondo alcune fonti, Avrebbe rifiutato la dignità cardinalizia offertagli da papa Martino V. Colpito da pestilenza, miore il primo novembre 1429.
In una stagione di delicate controversie per gli ordini mendicanti, Corradino Bornati incarna la tendenza rigorista. Come in uso al tempo, a scopo penitenziale, indossa il cilicio. Secondo i contemporanei, ha il carisma di visioni e doti taumaturgiche. Presto il popolo lo considera santo. È documentato come nel 1582 l'arcivescovo san Carlo Borromeo, in visita pastorale a Brescia, abbia ordinato la rimozione di un altare innalzato alla memoria di Corradino dalla chiesa di S. Domenico, probabilmente mancando pronunciamenti ufficiali da parte vaticana. Un nipote di Corradino, Virgilio, diventò in anni successivi piuttosto celebre come viaggiatore e intellettuale al servizio della Serenissima.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
"Beati Martiri Spagnoli Domenicani d'Aragona"
"Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001"
"Martiri della Guerra di Spagna"
La Vecilla, Spagna, 7 febbraio 1907 - Cuart de Poblet, Spagna, 29 agosto 1936
Martirologio Romano: A Valencia in Spagna, Beato Costantino Fernández Álvarez, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, durante la persecuzione, portò a compimento il suo combattimento per la fede.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
"Beati Martiri Spagnoli Domenicani d'Aragona"
"Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001"
"Martiri della Guerra di Spagna"
La Vecilla, Spagna, 7 febbraio 1907 - Cuart de Poblet, Spagna, 29 agosto 1936
Martirologio Romano: A Valencia in Spagna, Beato Costantino Fernández Álvarez, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, durante la persecuzione, portò a compimento il suo combattimento per la fede.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Santa Coloma de Gerona, 1291 - Gerona, 1341
A 15 anni entrò nell'Ordine a Gerona. Dopo gli anni di formazione si dedicò prima all'insegnamento e poi fu incaricato di fondare un convento a Castillon de Ampurias. Nel 1331 ritornò a Gerona.
Qui nel giardino del convento si costruì una grotta in cui ritirarsi a pregare nella solitudine. Fu predicatore, maestro dei novizi, uomo di intensa vita interiore e la straordinaria efficacia della sua preghiera gli meritò ovunque fama di santità.
Martirologio Romano: A Gerona nella Catalogna in Spagna, Beato Dalmazio Moner, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, insigne amante della solitudine e del silenzio.
Dalmazio Moner, nato a Santa Coloma de Gerona nel 1291, da nobile famiglia catalana, studiò a Gerona e a Montpellier. Nel tempo trascorso a Gerona si affezionò talmente ai Domenicani che, terminati gli studi e tornato in Patria, nel 1314, chiese ed ottenne di vestire il sacro l’Abito.
Di lui possiamo ben dire che fu un eroe della penitenza e dell’umiltà. Nonostante la profonda dottrina non volle mai accettare nessun grado, titolo o dignità, volendo impiegare la sacra scienza solo in bene delle anime.
Devotissimo di Santa Maria Maddalena, domandò al Maestro Generale dì trasferirsi a Marsiglia, dove, nella vicina San Massimino, i Domenicani custodiscono la grotta in cui la grande penitente pianse e pregò, al fine di, incitato dall’esempio della santa, darsi a una vita ancor più austera.
Fu anima di rara innocenza ed ebbe grande familiarità con gli angeli, tanto che era additato come il “Frate che parla con l’angelo”, ottenendo anche per gli altri la visibile protezione degli spiriti celesti.
Ebbe il dono dei miracoli, della profezia e della scrutazione dei cuori e cosi poté giovare moltissimo alle anime. Trascorsi tre anni alla Grotta di Santa Maria Maddalena, fu richiamato al suo Convento di Gerona.
Qui, nel vivo masso, si fece scavare una grotta che gli ricordasse quella della sua cara santa, e dove, col permesso dei superiori, passò gli ultimi quattro anni della sua vita, intervenendo però sempre agli atti comuni del Convento. In questa grotta, il 24 settembre 1341, avvenne la sua beata morte, che fu seguita da molti miracoli.
Le sue reliquie si conservano nella chiesa conventuale della sua città. Papa Innocenzo XIII il 13 agosto 1721 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
A 15 anni entrò nell'Ordine a Gerona. Dopo gli anni di formazione si dedicò prima all'insegnamento e poi fu incaricato di fondare un convento a Castillon de Ampurias. Nel 1331 ritornò a Gerona.
Qui nel giardino del convento si costruì una grotta in cui ritirarsi a pregare nella solitudine. Fu predicatore, maestro dei novizi, uomo di intensa vita interiore e la straordinaria efficacia della sua preghiera gli meritò ovunque fama di santità.
Martirologio Romano: A Gerona nella Catalogna in Spagna, Beato Dalmazio Moner, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, insigne amante della solitudine e del silenzio.
Dalmazio Moner, nato a Santa Coloma de Gerona nel 1291, da nobile famiglia catalana, studiò a Gerona e a Montpellier. Nel tempo trascorso a Gerona si affezionò talmente ai Domenicani che, terminati gli studi e tornato in Patria, nel 1314, chiese ed ottenne di vestire il sacro l’Abito.
Di lui possiamo ben dire che fu un eroe della penitenza e dell’umiltà. Nonostante la profonda dottrina non volle mai accettare nessun grado, titolo o dignità, volendo impiegare la sacra scienza solo in bene delle anime.
Devotissimo di Santa Maria Maddalena, domandò al Maestro Generale dì trasferirsi a Marsiglia, dove, nella vicina San Massimino, i Domenicani custodiscono la grotta in cui la grande penitente pianse e pregò, al fine di, incitato dall’esempio della santa, darsi a una vita ancor più austera.
Fu anima di rara innocenza ed ebbe grande familiarità con gli angeli, tanto che era additato come il “Frate che parla con l’angelo”, ottenendo anche per gli altri la visibile protezione degli spiriti celesti.
Ebbe il dono dei miracoli, della profezia e della scrutazione dei cuori e cosi poté giovare moltissimo alle anime. Trascorsi tre anni alla Grotta di Santa Maria Maddalena, fu richiamato al suo Convento di Gerona.
Qui, nel vivo masso, si fece scavare una grotta che gli ricordasse quella della sua cara santa, e dove, col permesso dei superiori, passò gli ultimi quattro anni della sua vita, intervenendo però sempre agli atti comuni del Convento. In questa grotta, il 24 settembre 1341, avvenne la sua beata morte, che fu seguita da molti miracoli.
Le sue reliquie si conservano nella chiesa conventuale della sua città. Papa Innocenzo XIII il 13 agosto 1721 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Finale? - Reggio Emilia, 1484
Nacque dalla nobile famiglia dei Furcheri a Finale, in Liguria. Ancora bambino fu miracolosamente liberato dalle mani di un folle che lo aveva rapito.
Appena adolescente, vincendo la resistenza dei parenti che non potevano rassegnarsi a perderlo, vestì l'abito da domenicano. Studiò con assiduità e amore la Sacra Scrittura, da cui seppe trarre una pura e sostanziosa dottrina in vista di un'efficace predicazione.
Infaticabile evangelizzò la Liguria e la Lombardia, dove contribuì a diffondere la verità cristiana. Ma la divina parola la volle innanzi tutto incarnare in se stesso, con la santità di vita. Fu priore nella natia Finale.
Appartenente alla corrente di riforma dell'Ordine, la introdusse nel convento di Reggio Emilia per ordine di Pio II.
Negli ultimi anni si ritirò nel convento di Reggio Emilia per immergersi sempre più nel vivo contatto con Dio e prepararsi al suo abbraccio, che avvenne nel 1484. Scrisse molte opere pregiate. I suoi resti riposano nella chiesa di San Domenico a Reggio Emilia.
Il Beato Papa Pio IX il 4 agosto 1848 ha confermato il culto proclamando Daminano beato. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Reggio Emilia, Beato Damiano Furcheri, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, insigne araldo del Vangelo.
Damiano nacque dalla nobile famiglia dei Furcheri a Finale, in Liguria. Ancora bambino fu miracolosamente liberato dalle mani di un folle che lo aveva rapito. Appena adolescente, vincendo la resistenza dei parenti che non potevano rassegnarsi a perderlo, vestì l’Abito Gusmano che onorò con lo splendore della dottrina e della santità.
Studiò con assiduità ed amore le divine Scritture, da cui seppe trarre la pura e sostanziosa dottrina di cui fu intessuta la sua potente e fruttuosissima predicazione.
Evangelizzò infaticabile la Liguria e la Lombardia, tutto acceso dal desiderio di rischiarare le anime con la luce della verità.
Ma la divina parola la volle innanzi tutto incarnare in se stesso, con la santità della vita. Spesso si sentiva prorompere in questa ardente espressione: “Rinunzia a te stesso e segui il tuo Redentore”.
Per tradurla in pratica il suo mezzo infallibile fu la preghiera, intima e fervente, alla quale si applicò con ardore sempre crescente.
Negli ultimi anni si ritirò nel convento di Reggio Emilia per immergersi sempre più nel vivo contatto con Dio e prepararsi al suo abbraccio, che avvenne nel 1484.
Scrisse molte opere pregiate.
I suoi resti riposano nella chiesa di San Domenico a Reggio Emilia.
Il Beato Papa Pio IX il 4 agosto 1848 ha confermato il culto, stabilendo la memoria annuale al 26 ottobre.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nacque dalla nobile famiglia dei Furcheri a Finale, in Liguria. Ancora bambino fu miracolosamente liberato dalle mani di un folle che lo aveva rapito.
Appena adolescente, vincendo la resistenza dei parenti che non potevano rassegnarsi a perderlo, vestì l'abito da domenicano. Studiò con assiduità e amore la Sacra Scrittura, da cui seppe trarre una pura e sostanziosa dottrina in vista di un'efficace predicazione.
Infaticabile evangelizzò la Liguria e la Lombardia, dove contribuì a diffondere la verità cristiana. Ma la divina parola la volle innanzi tutto incarnare in se stesso, con la santità di vita. Fu priore nella natia Finale.
Appartenente alla corrente di riforma dell'Ordine, la introdusse nel convento di Reggio Emilia per ordine di Pio II.
Negli ultimi anni si ritirò nel convento di Reggio Emilia per immergersi sempre più nel vivo contatto con Dio e prepararsi al suo abbraccio, che avvenne nel 1484. Scrisse molte opere pregiate. I suoi resti riposano nella chiesa di San Domenico a Reggio Emilia.
Il Beato Papa Pio IX il 4 agosto 1848 ha confermato il culto proclamando Daminano beato. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Reggio Emilia, Beato Damiano Furcheri, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, insigne araldo del Vangelo.
Damiano nacque dalla nobile famiglia dei Furcheri a Finale, in Liguria. Ancora bambino fu miracolosamente liberato dalle mani di un folle che lo aveva rapito. Appena adolescente, vincendo la resistenza dei parenti che non potevano rassegnarsi a perderlo, vestì l’Abito Gusmano che onorò con lo splendore della dottrina e della santità.
Studiò con assiduità ed amore le divine Scritture, da cui seppe trarre la pura e sostanziosa dottrina di cui fu intessuta la sua potente e fruttuosissima predicazione.
Evangelizzò infaticabile la Liguria e la Lombardia, tutto acceso dal desiderio di rischiarare le anime con la luce della verità.
Ma la divina parola la volle innanzi tutto incarnare in se stesso, con la santità della vita. Spesso si sentiva prorompere in questa ardente espressione: “Rinunzia a te stesso e segui il tuo Redentore”.
Per tradurla in pratica il suo mezzo infallibile fu la preghiera, intima e fervente, alla quale si applicò con ardore sempre crescente.
Negli ultimi anni si ritirò nel convento di Reggio Emilia per immergersi sempre più nel vivo contatto con Dio e prepararsi al suo abbraccio, che avvenne nel 1484.
Scrisse molte opere pregiate.
I suoi resti riposano nella chiesa di San Domenico a Reggio Emilia.
Il Beato Papa Pio IX il 4 agosto 1848 ha confermato il culto, stabilendo la memoria annuale al 26 ottobre.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Abbiamo informazioni scarse su questo beato. Il culto non è mai stato confermato dalla Santa Sede.
Si racconta che, colpito dalla notizia del martirio del Beato Antonio Neryot si decidesse di entrare nell'Ordine Domenicano, desideroso del martirio. Fece gli studi all’università di Parigi e si laureò nel 1500.
Tornato in patria, il capitolo generale dell’ordine, tenuto a Pavia, lo nominò reggente dello studio generale della città.
In questo incarico gravoso, non abbandonò mai la sacra predicazione.
Fu provinciale della provincia di San Pietro martire con carica elettiva dal 1513.
Nello stesso anno fu scelto come confessore da Carlo III di Savoia.
Morì a Piombino, mentre tornava dal capitolo generale di Napoli, il 4 luglio 1515.
(Autore: Don Marco Grenci - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Si racconta che, colpito dalla notizia del martirio del Beato Antonio Neryot si decidesse di entrare nell'Ordine Domenicano, desideroso del martirio. Fece gli studi all’università di Parigi e si laureò nel 1500.
Tornato in patria, il capitolo generale dell’ordine, tenuto a Pavia, lo nominò reggente dello studio generale della città.
In questo incarico gravoso, non abbandonò mai la sacra predicazione.
Fu provinciale della provincia di San Pietro martire con carica elettiva dal 1513.
Nello stesso anno fu scelto come confessore da Carlo III di Savoia.
Morì a Piombino, mentre tornava dal capitolo generale di Napoli, il 4 luglio 1515.
(Autore: Don Marco Grenci - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati 22 Martiri di Nagasaki”
“Beati Martiri Giapponesi" Beatificati nel 1867-1989-2008
1592 - 1628
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, Beati Antonio da San Bonaventura, dell’Ordine dei Frati Minori, Domenico Castellet, dell’Ordine dei Predicatori, sacerdoti, e venti compagni, martiri, alcuni dei quali laici e molti bambini: tutti subirono il martirio per Cristo con la spada o sul rogo.
Nato in Catalogna, entrò giovanissimo nel convento di Barcellona.
Nel 1615 raggiunse le Filippine dove per sei anni profuse le sue energie per l'evangelizzazione delle popolazioni locali.
Nel 1621 si trasferì in Giappone e svolse con entusiasmo il suo apostolato, nonostante fa persecuzione anticristiana.
Entrava persino nelle prigioni per confortare i destinati al martirio.
Nel giugno del 1628 fu scoperto e condotto nelle carceri di Omura:
la prigionia, sebbene dura, era consolata dalla facoltà concessagli di celebrare ogni giorno la Santa Messa e di distribuire la comunione.
L'8 settembre del 1628 partecipò alla gloria del martirio, insieme ad altri ventidue compagni, venendo arso vivo.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
“Beati 22 Martiri di Nagasaki”
“Beati Martiri Giapponesi" Beatificati nel 1867-1989-2008
1592 - 1628
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, Beati Antonio da San Bonaventura, dell’Ordine dei Frati Minori, Domenico Castellet, dell’Ordine dei Predicatori, sacerdoti, e venti compagni, martiri, alcuni dei quali laici e molti bambini: tutti subirono il martirio per Cristo con la spada o sul rogo.
Nato in Catalogna, entrò giovanissimo nel convento di Barcellona.
Nel 1615 raggiunse le Filippine dove per sei anni profuse le sue energie per l'evangelizzazione delle popolazioni locali.
Nel 1621 si trasferì in Giappone e svolse con entusiasmo il suo apostolato, nonostante fa persecuzione anticristiana.
Entrava persino nelle prigioni per confortare i destinati al martirio.
Nel giugno del 1628 fu scoperto e condotto nelle carceri di Omura:
la prigionia, sebbene dura, era consolata dalla facoltà concessagli di celebrare ogni giorno la Santa Messa e di distribuire la comunione.
L'8 settembre del 1628 partecipò alla gloria del martirio, insieme ad altri ventidue compagni, venendo arso vivo.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
sec. XIII
Martirologio Romano: In Aragona, in Spagna, Beati Domenico e Gregorio, Sacerdoti dell’Ordine dei Predicatori, che, viaggiando insieme senza oro né argento e mendicando ogni giorno il cibo, annunciavano a tutti la parola di Dio.
Martirologio Romano: In Aragona, in Spagna, Beati Domenico e Gregorio, Sacerdoti dell’Ordine dei Predicatori, che, viaggiando insieme senza oro né argento e mendicando ogni giorno il cibo, annunciavano a tutti la parola di Dio.
Beati Domenico e Gregorio
Mentre rimangono testimonianze certe sul culto coevo verso questi due domenicani, ben poco sappiamo della loro vita. Non conosciamo né la data di nascita né quella di morte.
Il Lumen domus del convento domenicano di Saragozza li fa risalire al secolo d'oro dell'Ordine e li dice figli di quel convento. Con esso convengono, più o meno, il breviario domenicano, secondo il quale «circa finem saeculi decimi tertii floruere», il cappuccino J. Corella che pone la loro vita al principio del sec. XIV, e le relazioni dei periti sull'antichità delle immagini e delle nicchie contenenti le urne, che risalgono al sec. XIV-XV.
Il Corella dice che «dall'anno 1300 all'anno della peste universale del 1348 percorsero il regno della corona di Aragona, predicando la penitenza ai fedeli, senza lasciar luogo, per scabroso o incolto che fosse. Salirono allora a predicare nel contado di Ribagorza i venerabili padri Domenico e Gregorio, uomini santi e apostolici, a cui la tirannia del tempo, con l'antichità di 360 e più anni, portò via i cognomi».
Un giorno, mentre si recavano da Besians a Perarrua, si levò una terribile tempesta: rifugiatisi sotto una rupe ne rimasero travolti essendosi questa staccata dal monte per la violenza dell'uragano. I loro corpi, venuti prodigiosamente alla luce, furono trasportati e tumulati nella chiesa di Besians.
A Besians, Perarrua e Ribagorza, soprattutto, si cominciò a venerarli come santi e a farne solenne commemorazione il 25 aprile, in occasione delle litanie maggiori, e il 4 agosto, perché le loro urne stavano ai lati dell'altare di San Domenico nella chiesa di Besians.
Dagli atti del processo risulta che il vescovo di Barbastro nel 1624 fece la visita al loro sepolcro e che il 19 novembre 1698 venne compiuta la solenne traslazione dei loro corpi.
Il processo, iniziato nel 1835 nella diocesi di Barbastro e nella provincia domenicana di Aragona, fu portato a Roma nel 1842.
Pio IX approvò il culto ab immemorabili il 17 agosto 1854 e nel 1855 concesse all'Ordine di poterne celebrare la Messa e l'Ufficio il 26 aprile.
(Autore: Sadoc M. Bertucci - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Il Lumen domus del convento domenicano di Saragozza li fa risalire al secolo d'oro dell'Ordine e li dice figli di quel convento. Con esso convengono, più o meno, il breviario domenicano, secondo il quale «circa finem saeculi decimi tertii floruere», il cappuccino J. Corella che pone la loro vita al principio del sec. XIV, e le relazioni dei periti sull'antichità delle immagini e delle nicchie contenenti le urne, che risalgono al sec. XIV-XV.
Il Corella dice che «dall'anno 1300 all'anno della peste universale del 1348 percorsero il regno della corona di Aragona, predicando la penitenza ai fedeli, senza lasciar luogo, per scabroso o incolto che fosse. Salirono allora a predicare nel contado di Ribagorza i venerabili padri Domenico e Gregorio, uomini santi e apostolici, a cui la tirannia del tempo, con l'antichità di 360 e più anni, portò via i cognomi».
Un giorno, mentre si recavano da Besians a Perarrua, si levò una terribile tempesta: rifugiatisi sotto una rupe ne rimasero travolti essendosi questa staccata dal monte per la violenza dell'uragano. I loro corpi, venuti prodigiosamente alla luce, furono trasportati e tumulati nella chiesa di Besians.
A Besians, Perarrua e Ribagorza, soprattutto, si cominciò a venerarli come santi e a farne solenne commemorazione il 25 aprile, in occasione delle litanie maggiori, e il 4 agosto, perché le loro urne stavano ai lati dell'altare di San Domenico nella chiesa di Besians.
Dagli atti del processo risulta che il vescovo di Barbastro nel 1624 fece la visita al loro sepolcro e che il 19 novembre 1698 venne compiuta la solenne traslazione dei loro corpi.
Il processo, iniziato nel 1835 nella diocesi di Barbastro e nella provincia domenicana di Aragona, fu portato a Roma nel 1842.
Pio IX approvò il culto ab immemorabili il 17 agosto 1854 e nel 1855 concesse all'Ordine di poterne celebrare la Messa e l'Ufficio il 26 aprile.
(Autore: Sadoc M. Bertucci - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Randazzo, 1450 - Monte Cerignone, 21 dicembre 1521
Nasce a Randazzo, in Sicilia, nel 1450 dalla nobile famiglia Spadafora, oriunda di Costantinopoli, così chiamata perché aveva la dignità di portare la spada sguainata davanti all'imperatore.
Domenico entra nell'Ordine Domenicano, nel convento di Santa Zita a Palermo.
Inviato a Padova per gli studi, conseguito il dottorato, torna in Sicilia.
Frattanto gli abitanti di Monte Cerignone, nello Stato di Urbino, avendo in grande venerazione una cappelletta con una miracolosa immagine della Madonna e desiderando innalzarle una chiesa con religiosi che si dedicassero alla cura spirituale della popolazione, pensano ai Domenicani.
Per la nuova fondazione viene scelto Domenico.
Nel 1491 sorgono così la chiesa e il convento che il religioso guiderà fino alla morte, il 21 dicembre 1521. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Montecerignone nelle Marche, Beato Domenico Spadafora, Sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che si adoperò attivamente nel ministero della predicazione. Domenico Spadafora, nacque a Randazzo nel 1450, dalla nobilissima e antichissima famiglia Spadafora, oriunda di Costantinopoli, così chiamata perché aveva la dignità di portare la spada sguainata davanti all’Imperatore.
Domenico, disprezzata ogni umana grandezza, deciso ad onorare e servire il Signore dei Signori entrò nell’Ordine Domenicano, nel fiorentissimo Convento di Santa Zita a Palermo, fondato da Pietro Geremia.
Inviato allo Studio di Padova per compiervi gli studi, se mirabili furono i suoi progressi nella scienza, più mirabili furono quelli nell’acquisto delle solide virtù.
Conseguito il dottorato, e tornato in Patria, la sua santità e il suo sapere non poterono restare nascosti e il Maestro Generale lo chiamò accanto a sé come suo Socio.
Frattanto gli abitanti di Monte Cerignone, nello Stato di Urbino, avendo in grande venerazione in una cappelletta una miracolosa immagine della Madonna, e desiderando innalzarle una chiesa con religiosi che la ufficiassero e si dedicassero alla cura spirituale delle popolazioni circostanti, pensarono ai Domenicani.
Si rivolsero perciò al Maestro Generale per ottenere dei padri che iniziassero l’opera si vantaggiosa alle anime per la gloria della Vergine, a cui l’Ordine professa speciale devozione.
La loro richiesta fu accolta, e per la nuova fondazione fu scelto Domenico.
Nel 1491 sorsero così la chiesa e il Convento di cui egli fu guida sapiente fino alla morte. Nella fervente comunità fiorirono le leggi e lo spirito dell’Ordine, con immensa edificazione dei popoli circostanti.
Da tutto il Montefeltro si ricorreva a Domenico come a un santo, e come tale fu venerato dopo morte, avvenuta il 21 dicembre 1521.
Sepolto nella chiesa conventuale, il suo corpo, nel 1545, è stato trovato incorrotto.
Dal 1677 è venerato nella chiesa di Santa Maria in Reclauso a Monte Cerignone.
Papa Benedetto XV il 12 gennaio 1912 ha confermato il culto. Se ne fa memoria oggi anniversario della traslazione delle reliquie avvenuta nel 1677.
(Autore: Franco Mariani)
Cronologia della vita del Beato Domenico Spadafora da Randazzo
1450 - Nasce Beato Domenico Spadafora a Randazzo in Sicilia dai Conti Spadafora. Viene educato dai Padri Domenicani.
Si forma nell'Ordine Domenicano conseguendo brillantemente il titolo di maestro di teologia. Passa per proseguire gli studi a Palermo e veste l'abito religioso nel convento di Santa Zita. Per la vivacità della mente e per l'impegno nella vita monastica viene inviato a Perugia poi a Padova.
1479 - Viene consacrato sacerdote e ottiene il titolo di Baccelliere. Ritorna poi a Palermo.
1487 - Partecipa a Venezia al Capitolo Generale e dopo aver sostenuto una pubblica dissertazione diventa Maestro di Teologia. Il Padre Generale dell'Ordine, Giocchino Torriani, se lo sceglie come collaboratore e lo associa nella riforma dell'Ordine. Partecipa in Francia al Capitolo di Mans.
1491 - Il 15 settembre il Beato Domenico Spadafora viene inviato a Montecerignone per costruire un convento e una chiesa che sarà dedicata alla Madonna delle Grazie, in località Fontebuona. Ma chi ha invitato nostro Beato? Il Vescovo di Montefeltro e la Comunità di Montecerignione chiedono una comunità di frati per l'educazione della gioventù. Padre Domenico con i compagni arriva con grande gioia.
Sui terreni ricevuti dal Comune inizia la costruzione della Chiesa che sarà terminata a luglio del 1498, e viene consacrata dal Vescovo di Senigallia.
Viene costruito il conventino con sei celle per i frati. La vita monastica è molto intensa: preghiera, digiuno, studio, mattutino nella notte e messa cantata ogni giorno.
Padre Domenico Spadafora per 30 anni rimane a Fontebuona animatore e formatore di religiosi che invia come San Domenico Guzman anche in altri conventi. La sua fama cresce con il tempo.
1492 - Il 14 giugno Domenico si dedicò subito alle pratiche per permesso pontificio, concesso da Alessandro VI, e quello dell'Ordine. Ottenuti i permessi con Rogito ricevette in dono dalla cittadinanza di Montecerignone alcune terre per la chiesa e il Convento.
1494 - Padre Domenico per esempio predicò la Quaresima a Montecerignone dove è stato il miracolo dei fiori.
1498 - Finalmente nella terza domenica di luglio la nuova Chiesa, dedicata a Santa Maria delle Grazie, fu consacrata dal Vescovo Mons. Marco Vigerio di Savona e Conte di Sinigallia.
1521 - Il 21 dicembre fa suonare la campanella che invita a Capitolo e tiene ai suoi confratelli un lungo discorso per esortarli allo studio e alla pratica della virtù. Si ritira in camera e si stende sul letto. Chiede i sacramenti e mentre i frati cantano la Salve Regina, al tramonto la sua anima vola in cielo, giorno come egli aveva predetto. Padre Tommaso da San Marino, superiore del convento,fa deporre la salma in chiesa a fianco dell'altare.
1545 - I fedeli costruiscono una bella cappella per custodire l'urna con il corpo del Beato Domenico. Grande sorpresa quando esumato dal sepolcro il corpo è ancora intatto ed emana un soavissimo profumo. Il fatto è attestato dal notaio Luigi Tontini. La devozione tra il popolo cresce a dismisura.
1653 - Il decreto pontificio di soppressione dei piccoli conventi colpisce, purtroppo, anche Montecerignone. Il covento è chiuso e malauguratamente i documenti e la biblioteca vengono dispersi. Un tentativo di furto da parte di un Domenicano di Randazzo viene sventato.
1677 - Il parroco Don Francesco Belfortini trasferisce il Corpo a Santa Maria in Reclauso dove viene costruita una cappella apposta. Sulla tomba si leggeva la scritta:
Siste viator, coelites quos nutriunt nemora, mente revolve,
B.Dominici Spataforae
Sanguine clari,
doctrina clarioris
sanctitate clarissimi ...
Domenico entra nell'Ordine Domenicano, nel convento di Santa Zita a Palermo.
Inviato a Padova per gli studi, conseguito il dottorato, torna in Sicilia.
Frattanto gli abitanti di Monte Cerignone, nello Stato di Urbino, avendo in grande venerazione una cappelletta con una miracolosa immagine della Madonna e desiderando innalzarle una chiesa con religiosi che si dedicassero alla cura spirituale della popolazione, pensano ai Domenicani.
Per la nuova fondazione viene scelto Domenico.
Nel 1491 sorgono così la chiesa e il convento che il religioso guiderà fino alla morte, il 21 dicembre 1521. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Montecerignone nelle Marche, Beato Domenico Spadafora, Sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che si adoperò attivamente nel ministero della predicazione. Domenico Spadafora, nacque a Randazzo nel 1450, dalla nobilissima e antichissima famiglia Spadafora, oriunda di Costantinopoli, così chiamata perché aveva la dignità di portare la spada sguainata davanti all’Imperatore.
Domenico, disprezzata ogni umana grandezza, deciso ad onorare e servire il Signore dei Signori entrò nell’Ordine Domenicano, nel fiorentissimo Convento di Santa Zita a Palermo, fondato da Pietro Geremia.
Inviato allo Studio di Padova per compiervi gli studi, se mirabili furono i suoi progressi nella scienza, più mirabili furono quelli nell’acquisto delle solide virtù.
Conseguito il dottorato, e tornato in Patria, la sua santità e il suo sapere non poterono restare nascosti e il Maestro Generale lo chiamò accanto a sé come suo Socio.
Frattanto gli abitanti di Monte Cerignone, nello Stato di Urbino, avendo in grande venerazione in una cappelletta una miracolosa immagine della Madonna, e desiderando innalzarle una chiesa con religiosi che la ufficiassero e si dedicassero alla cura spirituale delle popolazioni circostanti, pensarono ai Domenicani.
Si rivolsero perciò al Maestro Generale per ottenere dei padri che iniziassero l’opera si vantaggiosa alle anime per la gloria della Vergine, a cui l’Ordine professa speciale devozione.
La loro richiesta fu accolta, e per la nuova fondazione fu scelto Domenico.
Nel 1491 sorsero così la chiesa e il Convento di cui egli fu guida sapiente fino alla morte. Nella fervente comunità fiorirono le leggi e lo spirito dell’Ordine, con immensa edificazione dei popoli circostanti.
Da tutto il Montefeltro si ricorreva a Domenico come a un santo, e come tale fu venerato dopo morte, avvenuta il 21 dicembre 1521.
Sepolto nella chiesa conventuale, il suo corpo, nel 1545, è stato trovato incorrotto.
Dal 1677 è venerato nella chiesa di Santa Maria in Reclauso a Monte Cerignone.
Papa Benedetto XV il 12 gennaio 1912 ha confermato il culto. Se ne fa memoria oggi anniversario della traslazione delle reliquie avvenuta nel 1677.
(Autore: Franco Mariani)
Cronologia della vita del Beato Domenico Spadafora da Randazzo
1450 - Nasce Beato Domenico Spadafora a Randazzo in Sicilia dai Conti Spadafora. Viene educato dai Padri Domenicani.
Si forma nell'Ordine Domenicano conseguendo brillantemente il titolo di maestro di teologia. Passa per proseguire gli studi a Palermo e veste l'abito religioso nel convento di Santa Zita. Per la vivacità della mente e per l'impegno nella vita monastica viene inviato a Perugia poi a Padova.
1479 - Viene consacrato sacerdote e ottiene il titolo di Baccelliere. Ritorna poi a Palermo.
1487 - Partecipa a Venezia al Capitolo Generale e dopo aver sostenuto una pubblica dissertazione diventa Maestro di Teologia. Il Padre Generale dell'Ordine, Giocchino Torriani, se lo sceglie come collaboratore e lo associa nella riforma dell'Ordine. Partecipa in Francia al Capitolo di Mans.
1491 - Il 15 settembre il Beato Domenico Spadafora viene inviato a Montecerignone per costruire un convento e una chiesa che sarà dedicata alla Madonna delle Grazie, in località Fontebuona. Ma chi ha invitato nostro Beato? Il Vescovo di Montefeltro e la Comunità di Montecerignione chiedono una comunità di frati per l'educazione della gioventù. Padre Domenico con i compagni arriva con grande gioia.
Sui terreni ricevuti dal Comune inizia la costruzione della Chiesa che sarà terminata a luglio del 1498, e viene consacrata dal Vescovo di Senigallia.
Viene costruito il conventino con sei celle per i frati. La vita monastica è molto intensa: preghiera, digiuno, studio, mattutino nella notte e messa cantata ogni giorno.
Padre Domenico Spadafora per 30 anni rimane a Fontebuona animatore e formatore di religiosi che invia come San Domenico Guzman anche in altri conventi. La sua fama cresce con il tempo.
1492 - Il 14 giugno Domenico si dedicò subito alle pratiche per permesso pontificio, concesso da Alessandro VI, e quello dell'Ordine. Ottenuti i permessi con Rogito ricevette in dono dalla cittadinanza di Montecerignone alcune terre per la chiesa e il Convento.
1494 - Padre Domenico per esempio predicò la Quaresima a Montecerignone dove è stato il miracolo dei fiori.
1498 - Finalmente nella terza domenica di luglio la nuova Chiesa, dedicata a Santa Maria delle Grazie, fu consacrata dal Vescovo Mons. Marco Vigerio di Savona e Conte di Sinigallia.
1521 - Il 21 dicembre fa suonare la campanella che invita a Capitolo e tiene ai suoi confratelli un lungo discorso per esortarli allo studio e alla pratica della virtù. Si ritira in camera e si stende sul letto. Chiede i sacramenti e mentre i frati cantano la Salve Regina, al tramonto la sua anima vola in cielo, giorno come egli aveva predetto. Padre Tommaso da San Marino, superiore del convento,fa deporre la salma in chiesa a fianco dell'altare.
1545 - I fedeli costruiscono una bella cappella per custodire l'urna con il corpo del Beato Domenico. Grande sorpresa quando esumato dal sepolcro il corpo è ancora intatto ed emana un soavissimo profumo. Il fatto è attestato dal notaio Luigi Tontini. La devozione tra il popolo cresce a dismisura.
1653 - Il decreto pontificio di soppressione dei piccoli conventi colpisce, purtroppo, anche Montecerignone. Il covento è chiuso e malauguratamente i documenti e la biblioteca vengono dispersi. Un tentativo di furto da parte di un Domenicano di Randazzo viene sventato.
1677 - Il parroco Don Francesco Belfortini trasferisce il Corpo a Santa Maria in Reclauso dove viene costruita una cappella apposta. Sulla tomba si leggeva la scritta:
Siste viator, coelites quos nutriunt nemora, mente revolve,
B.Dominici Spataforae
Sanguine clari,
doctrina clarioris
sanctitate clarissimi ...
Dalla morte la devozione e la venerazione al Padre Domenico hanno costanti testimonianze anche di numerose grazie, ma solo agli inizi di questo secolo si pensò ad iniziare il Processo informativo per ottenere il riconoscimento ufficiale.
1892 - Avvenuta la costruzione dell'apposita Cappella in onore del Beato Domenico Spadafora.
1912 - Fu concluso il Processo, diremmo oggi l'inchiesta diocesana, e fu presentato alla Congregazione dei Riti a Roma.
Lo stesso 1912 furono emanate nuove disposizioni e la domanda di Beatificazione di Domenico Spadafora fu bloccata con scarsa speranza di essere accettata alla luce delle nuove disposizioni.
Poichè la domanda di riconoscimento del titolo di Beato fu inviata alla Congregazione prima che fossero emanate le nuove disposizioni, il Padre Generale dei Domenicani e il vescovo di Montefeltro, Mons. Raffaele Santi fecero istanza al Papa Benedetto XV, perchè la causa di Domenico Spadafora fosse trattata con le precedenti norme.
1921 - Il 14 gennaio il Papa accettò l'istanza, la causa fu ripresa e il nostro Padre Domenico Spadafora fu dichiarato ufficialmente Beato.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
1892 - Avvenuta la costruzione dell'apposita Cappella in onore del Beato Domenico Spadafora.
1912 - Fu concluso il Processo, diremmo oggi l'inchiesta diocesana, e fu presentato alla Congregazione dei Riti a Roma.
Lo stesso 1912 furono emanate nuove disposizioni e la domanda di Beatificazione di Domenico Spadafora fu bloccata con scarsa speranza di essere accettata alla luce delle nuove disposizioni.
Poichè la domanda di riconoscimento del titolo di Beato fu inviata alla Congregazione prima che fossero emanate le nuove disposizioni, il Padre Generale dei Domenicani e il vescovo di Montefeltro, Mons. Raffaele Santi fecero istanza al Papa Benedetto XV, perchè la causa di Domenico Spadafora fosse trattata con le precedenti norme.
1921 - Il 14 gennaio il Papa accettò l'istanza, la causa fu ripresa e il nostro Padre Domenico Spadafora fu dichiarato ufficialmente Beato.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
m. 1265
Martirologio Romano: A Santarém in Portogallo, Beato Egidio da Vaozela, sacerdote, che, docente di medicina a Parigi, abbandonò la sua vita di dissolutezze e, entrato nell’Ordine dei Predicatori, respinse tutte le tentazioni con le lacrime, la preghiera e i digiuni.
Nato nel 1190 a Vaozela in Portogallo da una nobile famiglia, Egidio fu presto avviato alla carriera ecclesiastica, cumulando diversi benefici e spendendone le rendite in una vita tutt'altro che religiosa. Studiò a Parigi medicina e, in questa attività, acquistò una notevole fama.
Nel 1220 o nel 1225 distribuì tutti i suoi averi ai familiari e ai poveri ed entrò nell'Ordine dei Frati Predicatori.
Compì i suoi studi filosofici e teologici e conobbe da vicino il Beato Giordano di Sassonia e Umberto de Romans.
Nel 1229 fece ritorno in patria dove si dedicò all'insegnamento e alla predicazione.
Nel 1233 fu eletto provinciale di Spagna, ufficio che ricoprì due volte. Ancora in vita acquistò fama di santità.
Morì a Santarem il 15 maggio 1265.
Benedetto XIV lo ha proclamato Beato il 9 maggio 1748.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Martirologio Romano: A Santarém in Portogallo, Beato Egidio da Vaozela, sacerdote, che, docente di medicina a Parigi, abbandonò la sua vita di dissolutezze e, entrato nell’Ordine dei Predicatori, respinse tutte le tentazioni con le lacrime, la preghiera e i digiuni.
Nato nel 1190 a Vaozela in Portogallo da una nobile famiglia, Egidio fu presto avviato alla carriera ecclesiastica, cumulando diversi benefici e spendendone le rendite in una vita tutt'altro che religiosa. Studiò a Parigi medicina e, in questa attività, acquistò una notevole fama.
Nel 1220 o nel 1225 distribuì tutti i suoi averi ai familiari e ai poveri ed entrò nell'Ordine dei Frati Predicatori.
Compì i suoi studi filosofici e teologici e conobbe da vicino il Beato Giordano di Sassonia e Umberto de Romans.
Nel 1229 fece ritorno in patria dove si dedicò all'insegnamento e alla predicazione.
Nel 1233 fu eletto provinciale di Spagna, ufficio che ricoprì due volte. Ancora in vita acquistò fama di santità.
Morì a Santarem il 15 maggio 1265.
Benedetto XIV lo ha proclamato Beato il 9 maggio 1748.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
*Beato Enrico Seuze (Susone) - Domenicano (25 Gennaio)
Uberlingen, Germania, 21 marzo 1295 - Ulm, 25 gennaio 1366
Nacque il 21 marzo di un anno tra il 1293 e il 1303 a Costanza e secondo notizie pervenutaci del 1512, ebbe come padre il nobile von Berg commerciante, di sentimenti non religiosi e come madre una Seuse di Uberlingen; Enrico prese il nome della madre. A tredici anni entrò in convento.
Ripresosi da un periodo di fede incerta, divenne famoso per la sua vita penitente, e insieme a Maestro Eckart e a Giovanni Taulero fu uno dei maestri della scuola di spiritualità domenicana «dei mistici renani».
Del suo intimo colloquio con l'«Eterna Sapienza» restano testimonianze nelle sue opere che - come il «Libro della Verità», il «Libro dell'Eterna Sapienza» e l'«Orologio della Sapienza» - hanno lasciato una notevole impronta nella spiritualità cristiana.
Fu instancabile predicatore del Nome di Gesù, che si era impresso sul petto con un ferro rovente.
Morì a Ulma, ma le sue reliquie furono disperse nel XVI secolo dai protestanti. Il suo culto fu confermato da Papa Gregorio XVI nel 1831. (Avv.)
Etimologia: Enrico = possente in patria, dal tedesco
Martirologio Romano: A Ulm nella Svevia in Germania, Beato Enrico Suso, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che sopportò pazientemente innumerevoli difficoltà e malattie, scrisse un trattato sull’eterna sapienza e predicò con assiduità il dolcissimo nome di Gesù.
Il 16 aprile 1831 Papa Gregorio XVI confermò con decreto, l’approvazione del culto del Beato Enrico Suso (Seuse) da secoli considerato tale dall’Ordine Domenicano, da filosofi, teologi e dalla Chiesa tedesca.
Nacque il 21 marzo di un anno tra il 1293 e il 1303 a Costanza e secondo notizie pervenutaci del 1512, ebbe come padre il nobile Von Berg commerciante, di sentimenti non religiosi e come madre una Seuse di Uberlingen donna piissima, Enrico prese il nome della madre.
A 13 anni entrò nel monastero dei domenicani di San Nicola sull’ isola di Costanza, dove perfezionò gli studi umanistici e seguì la vita regolare del monastero.
A 18 anni ebbe una visione della Sapienza eterna di cui divenne fervente apostolo, fu chiamato per questo Amandus, cominciò così una vita d’intensa preghiera, penitenza e unione con Dio, volle incidersi sul petto il monogramma IHS quale segno di totale appartenenza a Cristo.
Studiò filosofia in vari conventi e teologia nella casa principale di Colonia dove ebbe occasione di ascoltare “le dolci dottrine del santo Maestro Eckhart”.
Venne coinvolto nel processo per eresia che fu intentato contro Eckhart, fondatore della mistica speculativa tedesca, e dovette discolparsi anche lui davanti ad un capitolo dell’Ordine Domenicano tenutosi ad Anversa nel 1327.
Nel 1330 lasciò le sue pesanti penitenze e l’isolamento e si dedicò allo scrivere e al ministero delle anime, rivelando la sua dottrina e le sue esperienze spirituali.
Si spostò da Costanza alla Svizzera, alla Renania, all’Alsazia; e nel monastero delle domenicane di Toss, trovò in Elisabetta Stagel di Zurigo, una pia e saggia raccoglitrice dei suoi racconti e insegnamenti.
A seguito della lotta fra il papa avignonese Giovanni XXII e Lodovico il Bavaro, una parte dei domenicani lasciò Costanza e con essi Enrico Suso, era ancora esule quando nel 1343 imperversò la carestia e lui come priore dei frati esuli, dovette provvedere al necessario per tutti.
Nel 1348 rientrò a Costanza dove fu gravemente calunniato da una giovane donna, dovette trasferirsi in un altro convento e se pur gli fu riconosciuta la sua innocenza, non tornò più a Costanza.
Dal 1348 a Ulma continuò il suo ministero delle anime, nel 1362-63 redasse l’Exemplar che contiene la gran parte dei suoi scritti in tedesco. Morì il 25 gennaio 1366.
Grande filosofo tedesco, fu il discepolo più fedele del Maestro Eckhart, è considerato il più amabile dei mistici germanici e forse di tutti i mistici, dote che corrispondeva al suo carattere, egli vuole essere compreso dal cuore, Enrico Suso dice che l’altissimo grado di vita spirituale consiste nell’unione con Dio in visione, amore e gaudio inesprimibile, e compendia così l’unica via che conduce a Dio: deporre la forma creata, formarsi con Cristo, trasformarsi in Dio.
Scrisse il “Libriccino della verità”, il “Libriccino della Sapienza eterna”, l’”Horologium sapientae”, il “Libro delle lettere” con 11 epistole e altre opere ascetiche e religiose.
Fu nei Paesi d’Oltrealpe l’autore più letto prima dell’avvento dell’”Imitazione di Cristo”.
Il beato non fu sepolto nella comune fossa dei frati, ma deposto nella chiesa del convento di Ulma; fino al 1531 davanti alla sua tomba ardeva da secoli una lampada e una lapide attestava il culto a lui dedicato. Tanti santi si sono a lui ispirati nella ricerca della spiritualità eletta; è rappresentato in tantissime opere d’arte di artisti insigni, una sua statua fa parte del gruppo della Madonna del Rosario col Bambino posto sul campanile della Suso-Kirche in Ulma.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nacque il 21 marzo di un anno tra il 1293 e il 1303 a Costanza e secondo notizie pervenutaci del 1512, ebbe come padre il nobile von Berg commerciante, di sentimenti non religiosi e come madre una Seuse di Uberlingen; Enrico prese il nome della madre. A tredici anni entrò in convento.
Ripresosi da un periodo di fede incerta, divenne famoso per la sua vita penitente, e insieme a Maestro Eckart e a Giovanni Taulero fu uno dei maestri della scuola di spiritualità domenicana «dei mistici renani».
Del suo intimo colloquio con l'«Eterna Sapienza» restano testimonianze nelle sue opere che - come il «Libro della Verità», il «Libro dell'Eterna Sapienza» e l'«Orologio della Sapienza» - hanno lasciato una notevole impronta nella spiritualità cristiana.
Fu instancabile predicatore del Nome di Gesù, che si era impresso sul petto con un ferro rovente.
Morì a Ulma, ma le sue reliquie furono disperse nel XVI secolo dai protestanti. Il suo culto fu confermato da Papa Gregorio XVI nel 1831. (Avv.)
Etimologia: Enrico = possente in patria, dal tedesco
Martirologio Romano: A Ulm nella Svevia in Germania, Beato Enrico Suso, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che sopportò pazientemente innumerevoli difficoltà e malattie, scrisse un trattato sull’eterna sapienza e predicò con assiduità il dolcissimo nome di Gesù.
Il 16 aprile 1831 Papa Gregorio XVI confermò con decreto, l’approvazione del culto del Beato Enrico Suso (Seuse) da secoli considerato tale dall’Ordine Domenicano, da filosofi, teologi e dalla Chiesa tedesca.
Nacque il 21 marzo di un anno tra il 1293 e il 1303 a Costanza e secondo notizie pervenutaci del 1512, ebbe come padre il nobile Von Berg commerciante, di sentimenti non religiosi e come madre una Seuse di Uberlingen donna piissima, Enrico prese il nome della madre.
A 13 anni entrò nel monastero dei domenicani di San Nicola sull’ isola di Costanza, dove perfezionò gli studi umanistici e seguì la vita regolare del monastero.
A 18 anni ebbe una visione della Sapienza eterna di cui divenne fervente apostolo, fu chiamato per questo Amandus, cominciò così una vita d’intensa preghiera, penitenza e unione con Dio, volle incidersi sul petto il monogramma IHS quale segno di totale appartenenza a Cristo.
Studiò filosofia in vari conventi e teologia nella casa principale di Colonia dove ebbe occasione di ascoltare “le dolci dottrine del santo Maestro Eckhart”.
Venne coinvolto nel processo per eresia che fu intentato contro Eckhart, fondatore della mistica speculativa tedesca, e dovette discolparsi anche lui davanti ad un capitolo dell’Ordine Domenicano tenutosi ad Anversa nel 1327.
Nel 1330 lasciò le sue pesanti penitenze e l’isolamento e si dedicò allo scrivere e al ministero delle anime, rivelando la sua dottrina e le sue esperienze spirituali.
Si spostò da Costanza alla Svizzera, alla Renania, all’Alsazia; e nel monastero delle domenicane di Toss, trovò in Elisabetta Stagel di Zurigo, una pia e saggia raccoglitrice dei suoi racconti e insegnamenti.
A seguito della lotta fra il papa avignonese Giovanni XXII e Lodovico il Bavaro, una parte dei domenicani lasciò Costanza e con essi Enrico Suso, era ancora esule quando nel 1343 imperversò la carestia e lui come priore dei frati esuli, dovette provvedere al necessario per tutti.
Nel 1348 rientrò a Costanza dove fu gravemente calunniato da una giovane donna, dovette trasferirsi in un altro convento e se pur gli fu riconosciuta la sua innocenza, non tornò più a Costanza.
Dal 1348 a Ulma continuò il suo ministero delle anime, nel 1362-63 redasse l’Exemplar che contiene la gran parte dei suoi scritti in tedesco. Morì il 25 gennaio 1366.
Grande filosofo tedesco, fu il discepolo più fedele del Maestro Eckhart, è considerato il più amabile dei mistici germanici e forse di tutti i mistici, dote che corrispondeva al suo carattere, egli vuole essere compreso dal cuore, Enrico Suso dice che l’altissimo grado di vita spirituale consiste nell’unione con Dio in visione, amore e gaudio inesprimibile, e compendia così l’unica via che conduce a Dio: deporre la forma creata, formarsi con Cristo, trasformarsi in Dio.
Scrisse il “Libriccino della verità”, il “Libriccino della Sapienza eterna”, l’”Horologium sapientae”, il “Libro delle lettere” con 11 epistole e altre opere ascetiche e religiose.
Fu nei Paesi d’Oltrealpe l’autore più letto prima dell’avvento dell’”Imitazione di Cristo”.
Il beato non fu sepolto nella comune fossa dei frati, ma deposto nella chiesa del convento di Ulma; fino al 1531 davanti alla sua tomba ardeva da secoli una lampada e una lapide attestava il culto a lui dedicato. Tanti santi si sono a lui ispirati nella ricerca della spiritualità eletta; è rappresentato in tantissime opere d’arte di artisti insigni, una sua statua fa parte del gruppo della Madonna del Rosario col Bambino posto sul campanile della Suso-Kirche in Ulma.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
+ 1266
Filippo Carisi nacque a Carisio (Vercelli). Dapprima fu canonico del duomo di Vercelli. Nel 1219 lo troviamo a Bologna, dove dopo avere ascoltato San Domenico a predicare chiese di entrare tra i domenicani. Fondò un convento domenicano a Vercelli e divenne per tre volte provinciale della Lombardia.
Con il suo esempio e con la sua predicazione convertì molte anime.
Nel 1233 a Bologna fu designato dal priore e dai frati di San Niccolò come promotore o procuratore della causa di San Domenico.
Dal 6 al 15 agosto presentò ai commissari designati da Papa Gregorio IX i testimoni da lui scelti. Costoro deposero anche per un intero giorno.
La sera della prima udienza il beato Filippo redasse un questionario che servì come traccia per le deposizioni. Morì dopo il 1266. Era ricordato il 14 aprile.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Filippo Carisi nacque a Carisio (Vercelli). Dapprima fu canonico del duomo di Vercelli. Nel 1219 lo troviamo a Bologna, dove dopo avere ascoltato San Domenico a predicare chiese di entrare tra i domenicani. Fondò un convento domenicano a Vercelli e divenne per tre volte provinciale della Lombardia.
Con il suo esempio e con la sua predicazione convertì molte anime.
Nel 1233 a Bologna fu designato dal priore e dai frati di San Niccolò come promotore o procuratore della causa di San Domenico.
Dal 6 al 15 agosto presentò ai commissari designati da Papa Gregorio IX i testimoni da lui scelti. Costoro deposero anche per un intero giorno.
La sera della prima udienza il beato Filippo redasse un questionario che servì come traccia per le deposizioni. Morì dopo il 1266. Era ricordato il 14 aprile.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
"Beati Martiri Spagnoli Domenicani d'Aragona"
"Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001"
"Martiri della Guerra di Spagna"
Híjar, Spagna, 21 novembre 1881 - 2 agosto 1936
Martirologio Romano:
Nel villaggio di Híjar vicino a Teruel in Spagna, Beato Francesco Calvo Burillo, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che patì il martirio nel corso della medesima persecuzione contro la fede.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
"Beati Martiri Spagnoli Domenicani d'Aragona"
"Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001"
"Martiri della Guerra di Spagna"
Híjar, Spagna, 21 novembre 1881 - 2 agosto 1936
Martirologio Romano:
Nel villaggio di Híjar vicino a Teruel in Spagna, Beato Francesco Calvo Burillo, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che patì il martirio nel corso della medesima persecuzione contro la fede.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Gombreny (Spagna), 1812 - Vich, 2 aprile 1875
Nato a Gombreny (Spagna) da una famiglia di lanaioli, dopo alcuni anni trascorsi come seminarista nella diocesi di Vich, nel 1830 entrò nel convento domenicano di Gerona.
Nel 1835 fu costretto a lasciare il convento in seguito alle leggi antiecclesiastiche, ma per tutta la sua vita fu sempre fedele agli impegni della vita domenicana.
Nel 1836 fu ordinato sacerdote e 20 anni più tardi fondò le Suore Domenicane dell'Annunciazione.
Votatosi totalmente alla predicazione, annunciò instancabilmente il nome di Gesù in tutta la Catalogna.
Martirologio Romano: A Vic nella Catalogna in Spagna, Beato Francesco Coll, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che, ingiustamente espulso dal chiostro, perseverò tuttavia fermamente nella sua vocazione e predicò per tutta la regione il nome del Signore Gesù Cristo.
Francisco Coll y Guitart nacque a Gombreny, nella diocesi di Vic, in Spagna, il 18 Giugno 1812, decimo ed ultimo figlio di un cardatore di lana. Sin dai primi tempi della sua vita si dedicò all’educazione dei fanciulli, unendola alla propria formazione spirituale e sacerdotale nel seminario di Vic, dove era entrato nel 1823.
Per chiara ispirazione di Dio, si fece religioso nell’Ordine dei Predicatori vestendone l’abito nel convento di Gerona nel 1830: lì emise poi la sua professione solenne e ricevette il diaconato, finché, nel 1835, la chiusura forzata dei conventi, da parte del Governo, l’obbligò a vivere fuori convento, senza per altro rinunciare alla sua Professione Domenicana, ma anzi portandola a viverla con maggior intensità.
Previo consenso dei superiori, nel 1836, ricevette il presbiterato “col titolo di povertà”.
Per quarant’anni predicò intensamente in tutta la Catalogna, sia nelle missioni popolari di gruppo, che in quelle individuali, divenendo un importante strumento di rinnovamento religioso della società. La sua predicazione si fondava su una gran fedeltà al Vangelo, sul facile superamento delle circostanze avverse e sulla fede nella vita eterna.
Nominato, nel 1850, direttore del Terz’Ordine Secolare Domenicano ebbe nelle sue mani uno strumento giuridico per porre rimedio all’urgente necessità della sua epoca e della sua regione, ossia provvedere alla formazione cristiana delle giovani nei luoghi più poveri ed emarginati, fondando, nel 1856, la Congregazione delle Suore Domenicane dell’Annunziata.
Dal 1869 patì varie malattie, tra cui la cecità e la perdita delle facoltà mentali. Morì il 2 aprile 1875 a Vic. Il suo corpo è venerato nella casa madre della Congregazione da lui fondata. Papa Giovanni Paolo II il 29 aprile 1979 lo ha proclamato Beato.
Nel 1835 fu costretto a lasciare il convento in seguito alle leggi antiecclesiastiche, ma per tutta la sua vita fu sempre fedele agli impegni della vita domenicana.
Nel 1836 fu ordinato sacerdote e 20 anni più tardi fondò le Suore Domenicane dell'Annunciazione.
Votatosi totalmente alla predicazione, annunciò instancabilmente il nome di Gesù in tutta la Catalogna.
Martirologio Romano: A Vic nella Catalogna in Spagna, Beato Francesco Coll, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che, ingiustamente espulso dal chiostro, perseverò tuttavia fermamente nella sua vocazione e predicò per tutta la regione il nome del Signore Gesù Cristo.
Francisco Coll y Guitart nacque a Gombreny, nella diocesi di Vic, in Spagna, il 18 Giugno 1812, decimo ed ultimo figlio di un cardatore di lana. Sin dai primi tempi della sua vita si dedicò all’educazione dei fanciulli, unendola alla propria formazione spirituale e sacerdotale nel seminario di Vic, dove era entrato nel 1823.
Per chiara ispirazione di Dio, si fece religioso nell’Ordine dei Predicatori vestendone l’abito nel convento di Gerona nel 1830: lì emise poi la sua professione solenne e ricevette il diaconato, finché, nel 1835, la chiusura forzata dei conventi, da parte del Governo, l’obbligò a vivere fuori convento, senza per altro rinunciare alla sua Professione Domenicana, ma anzi portandola a viverla con maggior intensità.
Previo consenso dei superiori, nel 1836, ricevette il presbiterato “col titolo di povertà”.
Per quarant’anni predicò intensamente in tutta la Catalogna, sia nelle missioni popolari di gruppo, che in quelle individuali, divenendo un importante strumento di rinnovamento religioso della società. La sua predicazione si fondava su una gran fedeltà al Vangelo, sul facile superamento delle circostanze avverse e sulla fede nella vita eterna.
Nominato, nel 1850, direttore del Terz’Ordine Secolare Domenicano ebbe nelle sue mani uno strumento giuridico per porre rimedio all’urgente necessità della sua epoca e della sua regione, ossia provvedere alla formazione cristiana delle giovani nei luoghi più poveri ed emarginati, fondando, nel 1856, la Congregazione delle Suore Domenicane dell’Annunziata.
Dal 1869 patì varie malattie, tra cui la cecità e la perdita delle facoltà mentali. Morì il 2 aprile 1875 a Vic. Il suo corpo è venerato nella casa madre della Congregazione da lui fondata. Papa Giovanni Paolo II il 29 aprile 1979 lo ha proclamato Beato.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Francesco Coll y Guitart, pregate per noi.
Schede dei gruppi a cui appartiene:
"Beati 52 Martiri di Nagasaki"
"Beati Martiri Giapponesi" Beatificati nel 1867-1989-2008
1567 - 1622
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, Beati Sebastiano Kimura, della Compagnia di Gesù, Francesco Morales, dell’Ordine dei Predicatori, sacerdoti, e cinquanta compagni, martiri, che, sacerdoti, religiosi, coniugi, giovani, catechisti, vedove e bambini, morirono per Cristo su un colle davanti a una grande folla tra crudeli torture. Nato a Madrid, entrò nel convento domenicano di Valladolid.
Nel 1602 fu a capo del primo gruppo di cinque domenicani che mise piede in Giappone.
Grande fu l'accoglienza del popolo e dello stesso imperatore, che volle conoscerli subito.
Ma la gelosia dei bonzi fece credere che si sarebbero abbattuti sul paese grandi mali a causa dell'ingresso dei missionari, perciò l'imperatore iniziò a proibire ai suoi vassalli di convertirsi a Cristo.
Nel 1614 la persecuzione si intensificò: l'imperatore intimò a tutti i missionari cattolici di lasciare il paese sotto pena di morte.
Il Beato Francesco vi rimase insieme a molti altri confratelli esercitando un fecondissimo apostolato.
Nel 1619 fu arrestato e tenuto prigioniero fino al 10 settembre 1622, quando subì il martirio a Nagasaki insieme a 27 cristiani giapponesi e 25 missionari.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
"Beati 52 Martiri di Nagasaki"
"Beati Martiri Giapponesi" Beatificati nel 1867-1989-2008
1567 - 1622
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, Beati Sebastiano Kimura, della Compagnia di Gesù, Francesco Morales, dell’Ordine dei Predicatori, sacerdoti, e cinquanta compagni, martiri, che, sacerdoti, religiosi, coniugi, giovani, catechisti, vedove e bambini, morirono per Cristo su un colle davanti a una grande folla tra crudeli torture. Nato a Madrid, entrò nel convento domenicano di Valladolid.
Nel 1602 fu a capo del primo gruppo di cinque domenicani che mise piede in Giappone.
Grande fu l'accoglienza del popolo e dello stesso imperatore, che volle conoscerli subito.
Ma la gelosia dei bonzi fece credere che si sarebbero abbattuti sul paese grandi mali a causa dell'ingresso dei missionari, perciò l'imperatore iniziò a proibire ai suoi vassalli di convertirsi a Cristo.
Nel 1614 la persecuzione si intensificò: l'imperatore intimò a tutti i missionari cattolici di lasciare il paese sotto pena di morte.
Il Beato Francesco vi rimase insieme a molti altri confratelli esercitando un fecondissimo apostolato.
Nel 1619 fu arrestato e tenuto prigioniero fino al 10 settembre 1622, quando subì il martirio a Nagasaki insieme a 27 cristiani giapponesi e 25 missionari.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
Cordova 1644 - 1713
A 18 anni entrò nel convento di Scala Coeli, presso Cordova, costruito e santificato dal suo concittadino il Beato Alvaro. Ardente propagatore del Rosario, vivace predicatore, apostolo instancabile, ottenne dai contemporanei l'elogio di "San Vincenzo redivivo". Rifiutò umilmente le sedi vescovili di Alghero in Sardegna e di Cadice. Morì semplice religioso il 20 settembre 1713 a Cordova sua città natale.
Martirologio Romano: A Córdova in Spagna, Beato Francesco de Posadas, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che, insigne per penitenza, umiltà e carità, annunciò Cristo per quarant’anni in questa regione.
Francesco De Posadas nacque a Cordova, il 25 novembre 1644, dalla nobile famiglia decaduta di Orense, tanto che i suoi genitori, per vivere, facevano i fruttivendoli. Francesco prese il bianco Abito nella sua città natale, nel Convento fondato da Padre Alvaro.
Dette segni di santità fin dalla culla, in quanto, ancora in fasce, si asteneva dal prendere il latte tutti i venerdì e, appena balbettante, già pronunziava con gran sentimento il nome dolcissimo di Maria. Tanta ardente pietà crebbe con lui, e ancor fanciullo sapeva persuadere anche i grandi a praticare la virtù.
Erano questi i primi segni di quello zelo che tanto lo avrebbe distinto. Perso il babbo all’età di cinque anni, ancora giovanissimo, nel 1662, entrò nell’Ordine Domenicano, così rispondente ai suoi vivi desideri di apostolato.
Parve portasse radicato nel cuore l’ideale di Frate Predicatore e si può immaginare con quale ardore si preparasse alla sua missione.
Iniziato il sacro ministero, con l’obbedienza e la benedizione dei superiori, parve rivivere in lui San Vincenzo Ferreri.
Andò incontro non solo ai bisogni delle anime, predicando, insegnando, amministrando i Sacramenti, ma si sforzò ancora di più nel portare soccorso a ogni umana miseria.
Gli infermi, i poveri, i carcerati furono oggetto delle sue più tenere sollecitudini, e per loro si privava anche del necessario.
Come il suo glorioso Padre Domenico, ricusò i Vescovadi di Algesiras e di Radice, come pure ogni altro incarico onorifico nell’Ordine, per potersi spendere senza tregua a pro delle anime. Fu questa la sua nobilissima passione, e per quarant’anni si profuse in si sante fatiche.
Si spense beatamente nel suo convento di Cordova, il 20 settembre 1713. Dio onorò con i miracoli la sua tomba presso la chiesa cittadina di San Paolo.
Papa Pio VII il 20 settembre 1818 lo ha proclamato Beato.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Martirologio Romano: A Córdova in Spagna, Beato Francesco de Posadas, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che, insigne per penitenza, umiltà e carità, annunciò Cristo per quarant’anni in questa regione.
Francesco De Posadas nacque a Cordova, il 25 novembre 1644, dalla nobile famiglia decaduta di Orense, tanto che i suoi genitori, per vivere, facevano i fruttivendoli. Francesco prese il bianco Abito nella sua città natale, nel Convento fondato da Padre Alvaro.
Dette segni di santità fin dalla culla, in quanto, ancora in fasce, si asteneva dal prendere il latte tutti i venerdì e, appena balbettante, già pronunziava con gran sentimento il nome dolcissimo di Maria. Tanta ardente pietà crebbe con lui, e ancor fanciullo sapeva persuadere anche i grandi a praticare la virtù.
Erano questi i primi segni di quello zelo che tanto lo avrebbe distinto. Perso il babbo all’età di cinque anni, ancora giovanissimo, nel 1662, entrò nell’Ordine Domenicano, così rispondente ai suoi vivi desideri di apostolato.
Parve portasse radicato nel cuore l’ideale di Frate Predicatore e si può immaginare con quale ardore si preparasse alla sua missione.
Iniziato il sacro ministero, con l’obbedienza e la benedizione dei superiori, parve rivivere in lui San Vincenzo Ferreri.
Andò incontro non solo ai bisogni delle anime, predicando, insegnando, amministrando i Sacramenti, ma si sforzò ancora di più nel portare soccorso a ogni umana miseria.
Gli infermi, i poveri, i carcerati furono oggetto delle sue più tenere sollecitudini, e per loro si privava anche del necessario.
Come il suo glorioso Padre Domenico, ricusò i Vescovadi di Algesiras e di Radice, come pure ogni altro incarico onorifico nell’Ordine, per potersi spendere senza tregua a pro delle anime. Fu questa la sua nobilissima passione, e per quarant’anni si profuse in si sante fatiche.
Si spense beatamente nel suo convento di Cordova, il 20 settembre 1713. Dio onorò con i miracoli la sua tomba presso la chiesa cittadina di San Paolo.
Papa Pio VII il 20 settembre 1818 lo ha proclamato Beato.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Domenicani d'Aragona”
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001”
“Martiri della Guerra di Spagna”
Híjar, Spagna, 29 marzo 1912 - 29 agosto 1936
Martirologio Romano: Nel villaggio di Híjar presso Teruel sempre in Spagna, Beato Francesco Monzón Romeo, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che nella stessa persecuzione confermò con il sangue la sua fedeltà al Signore.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
“Beati Martiri Spagnoli Domenicani d'Aragona”
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001”
“Martiri della Guerra di Spagna”
Híjar, Spagna, 29 marzo 1912 - 29 agosto 1936
Martirologio Romano: Nel villaggio di Híjar presso Teruel sempre in Spagna, Beato Francesco Monzón Romeo, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che nella stessa persecuzione confermò con il sangue la sua fedeltà al Signore.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Scheda del gruppo a cui appartiene il Beato Garcia d’Aure: “Beati Guglielmo Arnaud e 10 compagni Martiri di Avignonet”
+ Avignonet, Francia, 29 maggio 1242
È un volto dell'Inquisizione molto diverso da quello che siamo abituati a sentire citato quello mostrato dal domenicano Guglielmo Arnaud e dai suoi dieci compagni morti martiri il 29 maggio 1242 nella regione di Avignonet, vicino a Tolosa. La loro vicenda si colloca storicamente nel periodo delle dispute con gli albigesi.
Guglielmo e i suoi compagni erano il Tribunale dell'Inquisizione che papa Gregorio IX aveva stabilito per affrontare la questione.
Nel giorno dell'Ascensione il governatore di Avignonet invitò i religiosi per un confronto con gli albigesi, ma si rivelò una trappola: gli undici vennero percossi a morte. Le cronache raccontano che morirono cantando il Te Deum e proclamando quella fede che erano venuti a difendere.
Nel nome di questi martiri fiorirono miracoli e il loro culto si protrasse lungo i secoli. Fu infine Pio IX nel 1866 ad approvarlo ufficialmente. (Dal giornale: Avvenire)
Martirologio Romano: Ad Avignonet vicino a Tolosa in Francia, Beati Guglielmo Arnaud e dieci compagni, che, uniti nell’ impegno di opporsi all’ eresia dei catari, furono arrestati con l’ inganno a motivo della loro fede in Cristo e dell’ obbedienza alla Chiesa di Roma e morirono trafitti con la spada nella notte dell’ Ascensione del Signore, mentre intonavano a una sola voce il Te Deum.
Agli albori del XIII secolo nella Francia meridionale, in particolare nella contea di Tolosa, la vita della Chiesa era turbata dal dilagare dell’ eresia albigese. Papa Gregorio IX decise allora di intervenire in questa situazione che rischiava di degenerare: il 22 aprile 1234 nominò il domenicano Guglielmo Arnaud, oriundo di Montpellier, primo inquisitore nelle diocesi di Tolosa, Albi, Carcassone ed Agen.
Questi non tardò a mettersi all’opera, forse persino con eccessivo rigore, tanto da giungere a far disseppellire i cadaveri degli eretici per bruciarli sul rogo.
Iniziò dunque ad incontrare serie difficoltà ed il conte di Tolosa, Raimondo VII, chiese al papa di porre un freno all’indomabile inquisitore, imponendo inoltre ai suoi sudditi di evitare qualsiasi contatto con il frate e ponendo delle guardie alle porte dei conventi.
Il 25 novembre 1225 tutti i frati domenicani furono cacciati dalla città e si allontanarono processionalmente cantando inni sacri. Un anno dopo poterono fare ritorno al loro chiostro, ma l’odio nei loro confronti da parte degli eretici cresceva e talvolta provocava tumulti.
Nel 1242, ormai convintosi che fosse bene farla finita, il balì di Avignonet, Raimondo d’Alfar, invitò i frati nel suo castello vicino a Tolosa col pretesto di instaurare con loro un nuovo rapporto di amicizia basato su propositi di conciliazione.
In realtà era solo un inganno volto a cattirarli: li fece infatti rinchiudere in una grande sala del castello e nel pieno della notte ordinò che fossero trucidati. I religiosi non si fecero intimorire ed andarono incontro a Cristo, affrontando per suo amore il martirio e cantando nell’attesa il Te Deum.
Era il 29 maggio, quell’anno vigilia dell’Ascensione.
Tra gli undici martiri che versarono il loro sangue vi era anche Garcia d’Aure, converso domenicano, nativo della diocesi di Comminges.
Insieme al confratello Guglielmo Arnaud, sin dopo la morte fu oggetto di venerazione: la loro tomba fu nella chiesa di San Romano presso il loro monastero di Tolosa. Dal 1381 i loro resti trovarono degna collocazione nella cappella di San Nicola sempre in detta chiesa, ma furono dispersi durante la Rivoluzione Francese. Ogni anno si celebrava la loro festa nell’anniversario della morte insieme al loro confratello Bernardo di Rochefort.
Il 30 settembre 1809 l’allora arcivescovo di Tolosa, personaggio contraddistintosi per la sua costante mancanza di fedeltà alla Chiesa di Roma, fece rimuovere dalla chiesa di Avignonet un quadro che raffigurava gli undici marti con tanto di aureola. Esso fu poi ricollocato al suo posto, ma scomparse nuovamente nel 1861.
Nonostante queste peripezie il loro processo di canonizzazione, iniziato sin dal 1700 ad opera dei domenicani, durante il lungo pontificato del Beato Pio IX giunse ad una svolta positiva ed il 1° settettembre 1886 il culto di Guglielmo Arnaud, Garcia d’Aure e dei 10 loro compagni venne ufficialmente confermato dalla Santa Sede.
In particolare i carnefici infierirono contro Guglielmo, al quale mozzarono la lingua.
Scheda del gruppo a cui appartiene
+ Avignonet, Francia, 29 maggio 1242
Ecco i nomi degli undici gloriosi martiri:
* Guglielmo Arnaud (emessi i voti religiosi a Tolosa, divenne il braccio destro dell’inquisitore Pietro Seila, compagno di San Domenico);
+ Avignonet, Francia, 29 maggio 1242
È un volto dell'Inquisizione molto diverso da quello che siamo abituati a sentire citato quello mostrato dal domenicano Guglielmo Arnaud e dai suoi dieci compagni morti martiri il 29 maggio 1242 nella regione di Avignonet, vicino a Tolosa. La loro vicenda si colloca storicamente nel periodo delle dispute con gli albigesi.
Guglielmo e i suoi compagni erano il Tribunale dell'Inquisizione che papa Gregorio IX aveva stabilito per affrontare la questione.
Nel giorno dell'Ascensione il governatore di Avignonet invitò i religiosi per un confronto con gli albigesi, ma si rivelò una trappola: gli undici vennero percossi a morte. Le cronache raccontano che morirono cantando il Te Deum e proclamando quella fede che erano venuti a difendere.
Nel nome di questi martiri fiorirono miracoli e il loro culto si protrasse lungo i secoli. Fu infine Pio IX nel 1866 ad approvarlo ufficialmente. (Dal giornale: Avvenire)
Martirologio Romano: Ad Avignonet vicino a Tolosa in Francia, Beati Guglielmo Arnaud e dieci compagni, che, uniti nell’ impegno di opporsi all’ eresia dei catari, furono arrestati con l’ inganno a motivo della loro fede in Cristo e dell’ obbedienza alla Chiesa di Roma e morirono trafitti con la spada nella notte dell’ Ascensione del Signore, mentre intonavano a una sola voce il Te Deum.
Agli albori del XIII secolo nella Francia meridionale, in particolare nella contea di Tolosa, la vita della Chiesa era turbata dal dilagare dell’ eresia albigese. Papa Gregorio IX decise allora di intervenire in questa situazione che rischiava di degenerare: il 22 aprile 1234 nominò il domenicano Guglielmo Arnaud, oriundo di Montpellier, primo inquisitore nelle diocesi di Tolosa, Albi, Carcassone ed Agen.
Questi non tardò a mettersi all’opera, forse persino con eccessivo rigore, tanto da giungere a far disseppellire i cadaveri degli eretici per bruciarli sul rogo.
Iniziò dunque ad incontrare serie difficoltà ed il conte di Tolosa, Raimondo VII, chiese al papa di porre un freno all’indomabile inquisitore, imponendo inoltre ai suoi sudditi di evitare qualsiasi contatto con il frate e ponendo delle guardie alle porte dei conventi.
Il 25 novembre 1225 tutti i frati domenicani furono cacciati dalla città e si allontanarono processionalmente cantando inni sacri. Un anno dopo poterono fare ritorno al loro chiostro, ma l’odio nei loro confronti da parte degli eretici cresceva e talvolta provocava tumulti.
Nel 1242, ormai convintosi che fosse bene farla finita, il balì di Avignonet, Raimondo d’Alfar, invitò i frati nel suo castello vicino a Tolosa col pretesto di instaurare con loro un nuovo rapporto di amicizia basato su propositi di conciliazione.
In realtà era solo un inganno volto a cattirarli: li fece infatti rinchiudere in una grande sala del castello e nel pieno della notte ordinò che fossero trucidati. I religiosi non si fecero intimorire ed andarono incontro a Cristo, affrontando per suo amore il martirio e cantando nell’attesa il Te Deum.
Era il 29 maggio, quell’anno vigilia dell’Ascensione.
Tra gli undici martiri che versarono il loro sangue vi era anche Garcia d’Aure, converso domenicano, nativo della diocesi di Comminges.
Insieme al confratello Guglielmo Arnaud, sin dopo la morte fu oggetto di venerazione: la loro tomba fu nella chiesa di San Romano presso il loro monastero di Tolosa. Dal 1381 i loro resti trovarono degna collocazione nella cappella di San Nicola sempre in detta chiesa, ma furono dispersi durante la Rivoluzione Francese. Ogni anno si celebrava la loro festa nell’anniversario della morte insieme al loro confratello Bernardo di Rochefort.
Il 30 settembre 1809 l’allora arcivescovo di Tolosa, personaggio contraddistintosi per la sua costante mancanza di fedeltà alla Chiesa di Roma, fece rimuovere dalla chiesa di Avignonet un quadro che raffigurava gli undici marti con tanto di aureola. Esso fu poi ricollocato al suo posto, ma scomparse nuovamente nel 1861.
Nonostante queste peripezie il loro processo di canonizzazione, iniziato sin dal 1700 ad opera dei domenicani, durante il lungo pontificato del Beato Pio IX giunse ad una svolta positiva ed il 1° settettembre 1886 il culto di Guglielmo Arnaud, Garcia d’Aure e dei 10 loro compagni venne ufficialmente confermato dalla Santa Sede.
In particolare i carnefici infierirono contro Guglielmo, al quale mozzarono la lingua.
Scheda del gruppo a cui appartiene
+ Avignonet, Francia, 29 maggio 1242
Ecco i nomi degli undici gloriosi martiri:
* Guglielmo Arnaud (emessi i voti religiosi a Tolosa, divenne il braccio destro dell’inquisitore Pietro Seila, compagno di San Domenico);
* Bernardo di Roquefort (anch’egli domenicano);
* Garcia d’Aure (converso domenicano, nativo della diocesi di Comminges);
* Stefano di Saint-Thibery (già abate, poi frate minore);
* Raimondo Carbonius (frate minore);
* Raimondo di Cortisan (detto “lo Scrittore”, canonico di Tolosa ed arcidiacono di Lézat);
* Bernardo (chierico dell’arcidiacono Raimondo, appartenente al clero della cattedrale di Tolosa);
* Pietro d’Arnaud (notaio dell’inquisizione);
* Fortanerio (chierico, cursore dell’inquisizione);
* Ademaro (chierico, cursore dell’inquisizione);
* il priore di Avignonet (monaco professo di Cluse, il cui nome purtroppo non ci è stato tramandato).
Assai articolata è la storia del culto che in tempi e luoghi diversi venne tributato a questi martiri. I domenicani Guglielmo Arnaud e Garcia d’Aure sin dopo la morte furono oggetto di venerazione: la loro tomba fu nella chiesa di San Romano presso il loro monastero di Tolosa. Dal 1381 i loro resti trovarono degna collocazione nella cappella di San Nicola sempre in detta chiesa, ma furono dispersi durante la Rivoluzione Francese. Ogni anno si celebrava la loro festa nell’anniversario della morte insieme al loro confratello Bernardo di Rochefort.
Stefano di Saint-Thibery e Raimondo Carboni, frati minori, trovarono sepoltura nella chiesa del loro ordine presso Tolosa, in due tombe separate e corredate da iscrizioni. Nel 1619 ebbe luogo una ricognizione delle loro spoglie.
L’arcidiacono di Lézat ed il suo chierico Bernardo furono inumati a Tolosa nel chiostro della cattedrale di Santo Stefano, presso il muro della chiesa. Nel 1647 il capitolo compì una ricognizione dei loro corpi ed in seguito vennero traslati nella cappella di Sant’Alessio interna alla cattedrale stessa, cappella oggi dedicata a San Paolo. Il 30 settembre 1809 l’allora arcivescovo di Tolosa, personaggio contraddistintosi per la sua costante mancanza di fedeltà alla Chiesa di Roma, fece rimuovere dalla chiesa di Avignonet un quadro che raffigurava gli undici marti con tanto di aureola.
Assai articolata è la storia del culto che in tempi e luoghi diversi venne tributato a questi martiri. I domenicani Guglielmo Arnaud e Garcia d’Aure sin dopo la morte furono oggetto di venerazione: la loro tomba fu nella chiesa di San Romano presso il loro monastero di Tolosa. Dal 1381 i loro resti trovarono degna collocazione nella cappella di San Nicola sempre in detta chiesa, ma furono dispersi durante la Rivoluzione Francese. Ogni anno si celebrava la loro festa nell’anniversario della morte insieme al loro confratello Bernardo di Rochefort.
Stefano di Saint-Thibery e Raimondo Carboni, frati minori, trovarono sepoltura nella chiesa del loro ordine presso Tolosa, in due tombe separate e corredate da iscrizioni. Nel 1619 ebbe luogo una ricognizione delle loro spoglie.
L’arcidiacono di Lézat ed il suo chierico Bernardo furono inumati a Tolosa nel chiostro della cattedrale di Santo Stefano, presso il muro della chiesa. Nel 1647 il capitolo compì una ricognizione dei loro corpi ed in seguito vennero traslati nella cappella di Sant’Alessio interna alla cattedrale stessa, cappella oggi dedicata a San Paolo. Il 30 settembre 1809 l’allora arcivescovo di Tolosa, personaggio contraddistintosi per la sua costante mancanza di fedeltà alla Chiesa di Roma, fece rimuovere dalla chiesa di Avignonet un quadro che raffigurava gli undici marti con tanto di aureola.
Esso fu poi ricollocato al suo posto, ma scomparse nuovamente nel 1861. Nonostante queste peripezie il loro processo di canonizzazione, iniziato sin dal 1700 ad opera dei domenicani, durante il lungo pontificato del Beato Pio IX giunse ad una svolta positiva ed il 1° settettembre 1886 il culto di Guglielmo Arnaud e dei suoi 11 compagni venne ufficialmente confermato dalla Santa Sede.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Orleans, 1832 - Roma, 1916
Avvertendo già da seminarista il richiamo alla vita religiosa, professò in privato i voti ed entrò nel Terz'Ordine. Nel 1856, il giorno dopo la sua ordinazione sacerdotale, entrò nel noviziato di Flavigny, fondato da R. Lacordaire.
A partire dal 1859, servì l'Ordine in diversi uffici: maestro dei novizi, priore in molti conventi, priore della provincia di Tolosa per due volte, assistente generale, procuratore dell'Ordine e infine nel 1904 venne eletto Maestro dell'Ordine, destando grande meraviglia per l'età avanzata e per la salute cagionevole. Fu l'uomo della Provvidenza per la restaurazione materiale e spirituale della Famiglia domenicana nel mondo: il suo programma fu quello di restaurare tutte le cose in Domenico, iniziando dallo studio e dalla preghiera.
Martirologio Romano: A Roma presso Santa Sabina sull’Aventino, Beato Giacinto (Enrico) Cormier, sacerdote, che, Maestro Generale, governò con prudenza l’Ordine dei Predicatori, promovendo notevolmente gli studi di teologia e di spiritualità.
Nato a Orleans l'8 dicembre 1832, nel giorno dedicato all'Immacolata Concezione della Vergine Maria Enrico ebbe un'infanzia serena quantunque fosse rimasto presto orfano; il padre morì accidentalmente, in seguito austioni riportate cadendo mentre trasportava una lampada. Fu quindi la madre, donna intelligente accorta e attiva, ad occuparsi dell'educazione dei figli. Dopo aver ricevuto la prima Comunione e la Cresima, nell'ottobre del 1845 Enrico entrò nel Seminario minore La Chapelle dove manifestò la sua indole dolce e simpatica, fu studioso, ma senza eccedere, e rivelò una natura d'artista, portata al canto al disegno, alla poesia, una certa noncuranza per l'avvenire.
La morte precoce del fratello Eugenio, a cui Enrico si sentiva particolarmente legato lo ricondusse alla realtà della sofferenza facendogli abbandonare la sua spensieratezza. Nell'ottobre del 1851 si iscrisse al Seminario maggiore con la determinazione di intraprendere un cammino di fedeltà allo studio, all'orazione, all'esame di coscienza, all'Eucarestia, alla confessione e alla direzione spirituale. Il Rettore e suo padre spirituale M. Bènech, lo sprona a diventare uomo di orazione:" Non dell'orazione che si fa a ore stabilite, per obbedire alla regola… ma di quell'orazione che, cominciata al mattino, si prolunga tutto il giorno quanto è possibile, orazione per la quale si dimora in una santa unione con Dio, si ascolta la sua parola, si parla a propria volta per domandargli le grazie". L'anima generosa di Enrico aveva sete di questa intimità ininterrotta con Dio che lo porterà a prendere in considerazione la chiamata alla vita religiosa e, dietro suggerimento del padre spirituale, la possibilità di abbracciare l'Ordine di San Domenico, che da poco era stato restaurato in Francia dal P. Lacordaire. Sarà però P. Jandel, uno dei primi compagni del Lacordaire, divenuto nel 1850 maestro generale dell'Ordine, ad accogliere e poi a seguire la formazione religiosa di questa eccezionale vocazione domenicana. Ricevette l'abito di San Domenico e il nome di fra Giacinto il 29 giugno 1856 nel noviziato della Provincia francese dei domenicani. Nonostante la giovane età Enrico era stato ordinato sacerdote in eterno il 17 maggio dal Vescovo d'Orleans che sapeva di dover far dono all'Ordine domenicano di una delle sue migliori speranze, notevole non solo per intelligenza, ma per pietà e zelo apostolico.
Enrico aveva conseguito il grado di baccelliere in teologia confutando la Vita di Gesù di D. Strauss, quest'opera avrebbe ispirato la scuola modernista che fra Giacinto affronterà con determinazione quando ricoprirà l'incarico di maestro dei Frati Predicatori. Gli anni di formazione religiosa furono segnati dalla sofferenza per la precarietà della salute e da un profondo abbandono in Dio e nei superiori che si manifestarono attenti premurosi nel mettere il giovane religioso nelle condizioni migliori per una ripresa. Enrico ripeteva frequentemente "Jacta super Dominum curam tuam"; la sua vita era già pienamente centrata in Cristo come esprime la sua invocazione: "Mio Gesù, cambiate tutto, guarite tutto, trasformate tutto in voi, affinchè tutto per voi si volga alla gloria della Santissima Trinità". Nonostante la sua salute non fosse migliorata, fra' Giacinto fece la professione solenne il 23 maggio 1859 a Santa Sabina nelle mani di P. Jandel, che, desideroso di ammettere definitivamente ai voti il suo discepolo migliore ( già suo segretario e sottomaestro dei novizi), aveva chiesto consiglio a Pio IX il quale approvava dicendo: "Che abbia almeno la consolazione di morire professo". P. Cormier esultava di gioia e meditava sull'impegno di fedeltà fino alla morte; convinto che si può avanzare verso il cielo solo nel quotidiano e che non è possibile realizzare la propria perfezione lontano dai luoghi dove si è mandati o in una regola diversa dalla propria. Scriveva: "Osserverò la mia regola in tutti gli incarichi, in tutti i luoghi che il Signore mi assegnerà e che sono altrettanti portici della sua casa, cioè del cielo".
D'ora in poi la sua vita sarà a servizio dell'Ordine: maestro dei novizi , priore provinciale di Tolosa, socio del maestro generale, sempre mostrò una fiducia assoluta e una perfetta obbedienza, ma secondo lo stile domenicano cioè prendendo le iniziative che derivavano dal suo incarico e offrendo lui stesso i suggerimenti che gli sembravano utili, agiva con semplicità senza dissimulare i difetti che pensava di avere. Si impegnò a ridare alla vita domenicana il suo splendore primitivo che la faceva capace di mostrare l'esempio di una santità cercata in comune secondo l'ideale di San Domenico. Si prodigò, quindi, nell'aiutare i fratelli nella vita spirituale, nell'esercizio delle virtù teologali e nella fedeltà al quotidiano e alle osservanze. Fu chiamato anche ad interessarsi delle Congregazioni religiose che si ispiravano al carisma domenicano, anzi ne fondò una: le domenicane Infermiere, fu anche per loro maestro di formazione religiosa. In lui rifulse in modo eminente la grazia della prudenza. Eletto 76º maestro generale dell'Ordine dei Frati Predicatori all'età di 72 anni, ricco di esperienza di governo, ma soprattutto di profonda vita interiore, in un periodo molto difficile per la Chiesa e per il mondo, P. Cormier si profuse nella carità della verità, convinto com'era che "Donare la verità è la più bella carità". Seppe con cura paterna tenere il suo Ordine ben unito e saldo nella fedeltà alla Chiesa e a San Domenico. Raccomanderà ai suoi fratelli di non aver vergogna di appartenere a una "scuola tradizionale". "Dichiarerete senza tentennare che per voi, la scuola tradizionale non è una scuola, è la Chiesa: il progresso stesso in essa è tradizionale". Per rispondere all'invito e ai bisogni della Chiesa (Leone XIII aveva invitato a riprendere lo studio della scolastica e in particolare di S. Tommaso d'Aquino) e per dare al suo Ordine nuovo impulso si adoperò con tenacia all'erezione dell'Università San Tommaso conosciuta sotto il nome di Angelicum. Voleva uno studium generalissimum che potesse accogliere studenti di tutto l'Ordine e in cui si insegnasse la dottrina del Dottore angelico.
Fra' Giacinto morì il 17 dicembre 1916, nel momento in cui, nella Chiesa della Minerva, l'Ordine dei Frati Predicatori celebrava il settimo centenario della sua approvazione.
La vita di P. Cormier avrebbe potuto passare inosservata, infatti non ebbe nulla di miracoloso, "la sua è una santità del quotidiano – ingrato, silenzioso, monotono – e, particolarmente, della fedeltà al giorno per giorno della vita religiosa. La vita cristiana è fatta di queste piccole cose, ma può divenire grande ed eroica". Furono la sua fedeltà e la sua prudenza soprannaturale che impressionarono i contemporanei: i papi da Pio IX a Pio X, i suoi superiori e confratelli, nonché i suoi penitenti tanto che ancora in vita godette fama di santità. Giovanni Paolo II il 20 novembre del 1994 beatificandolo e decretandone la memoria il 21 maggio lo ha indicato a tutti come modello, guida, testimone, intercessore nel cammino verso Cristo Gesù, figlio di Dio e unico Salvatore del mondo. Il suo corpo incorrotto riposa a Roma presso la chiesa dei Santi Domenico e Sisto.
Tra i figli più degni che l’Ordine Domenicano ha avuto e che ha brillato di mite e candida luce, e che è stato per questo dalla Chiesa coronato con il titolo di Beato, c’è Padre Giacinto Cormier.
Nato a Orleans nel 1832, in seminario egli sentì la vocazione domenicana e, appena ordinato sacerdote, tra le lacrime del suo Vescovo, nel 1856, partì per il Noviziato di Flavigny.
Formò subito l’incanto dei superiori e dei novizi, i quali si contendevano la gioia di poter servire la messa del Padre Giacinto, che all’altare pareva un angelo.
Repentini e improvvisi fiotti di sangue fecero temere seriamente per la sua salute.
L’allora Maestro Generale, Padre Jandel, che non voleva perdere quella preziosa perla domenicana, decise di portarselo con se a Roma.
Il male persistette, ma Papa Pio IX dette l’ordine di farlo professare lo stesso: “Se non potrà vivere religioso, disse il Beato Pontefice, abbia almeno la consolazione di morire Professo!”.
Il Signore allora lo arricchì di tutti i doni, doni di natura e di grazia, e il più splendido è quella sua meravigliosa attitudine a comunicare ai fratelli gli inesauribili tesori del suo spirito.
Nominato subito Maestro dei Novizi, e successivamente Priore, riuscì a meraviglia in ogni ufficio.
Restaurata la Provincia di Tolosa, la più antica dell’Ordine, ne venne messo a capo.
Qui fu il principio di un immenso lavoro. Nel 1904 venne eletto Maestro Generale.
Volle “instaurare omnia in Dominico” seguito gioiosamente dai suoi figli. Il Collegio Angelico in Roma rimane la più espressiva delle sue opere.
Il 17 dicembre del 1916, mentre l’Ordine in festa celebrava alla Minerva il settimo centenario della conferma papale, spirò come un santo, in una cella del Convento di San Clemente in Roma.
É sepolto nella chiesa dei SS. Domenico e Sisto presso la Pontificia Università di San Tommaso, già Pontificio Ateneo “Angelicum”, che egli fondò nel 1909.
Chiamato da Papa San Pio X il “santo di Roma”, venne dichiarato Beato da Papa Giovanni Paolo II il 20 novembre 1994.
La memoria liturgica cade nell’anniversario della sua elezione a Maestro dell’Ordine.
Associazione dei devoti al Beato giacinto Maria Cormier
Nell´anno 1989 è tornato in Repubblica Ceca dal suo esilio Padre Jiří Maria Veselý. Ha tenuto qui varie conferenze su Padre Cormier ed ha intimato suoi ascoltatori alla venerazione verso detto Padre. Sotto il suo impulso la Suora Veronika Kamila Planer, III. ordine OP, ha dipinto cinque portreti del P. Cormier. Due (1993) si trovano oggi sulla Università Papale di San Tomaso – Angelico a Roma, il terzo (1996) è collocato nella capella del convento OP a Olomouc, il quarto (1996) si trova nella chiesa dei domenicani a Uherský Brod, e la quinta, la abbiamo a Brno.
Dopo la beatificazione di Giacinto Maria Cormier nell´anno 1994 ha portato Padre Veselý due custodie con reliquie del Beato. Una è stata donata alla pittrice Veronika Kamila Planer, l´altro poi al Padre Tomáš Bahounek, OP.
Le custodie di reliquie sono qui oggetto non soltanto di venerazione privata, ma pubblica.
Dal 1989 Padre Veselý esortava i suoi ascoltatori a fondare a Brno un centro di evangelizzazione e di istruzione con l´intenzione di chiamarlo, similmente come quello a Roma, Angelico. Desiderava di fare da questo Angelico di Brno un centro di rinnovazione spirituale, morale e culturale della società
In data di 5/10/1999 si sono radunati i Frati e le Suore di Brno per fondare la «Prima Associazione dei devoti al B. Giacinto Maria Cormier O.P. ». Da quel tempo s' incontrano regolarmente, dedicano le loro attività alla evangelizzazione, sopprattutto tramite l'arte, per mezzo della pubblica istruzione e servizi ai malati. La gestione viene eseguita da parte del Padre Tomáš Jiří Bahounek nello spirito del B. Cormier. Nello spazio di tempo degli anni 1994-1999 la detta comunità aveva ottenuto grandi grazie, espressamente per l´intercessione del Beato Giacinto Cormier OP (molte conversioni, casi di esaudimento nelle gravi difficoltà, grazie ampie nella vita di ogni giorno, due casi di vocazione alla vita consacrata, ecc.).
Questa Associazione d´amici del Beato Cormier conferma la comunità spontaneamente fondata e da tempo esistente. Nei suoi programmi entrano le intenzioni dei venerabili Padri (Innocenzo Venchi OP,Alfred Wilder OP, Alce Venturino OP, Stjepan Krasic OP a Jiří Maria Veselý OP), proclamate nella loro opera comune "Segno del tempo“, edita anche in lingua ceca (Casa Ed. JiMfa Třebíč 1997), i quali dimostrano la loro amicizia sincera verso il Beato Cormier e continuano qui a Brno nelle sue opere pie. Gli amici del B. Cormier hanno elaborato le Costituzioni della Associazione. In data di 16/3/2000 le Costituzioni sono state collaudate da parte del vescovo Mons. Vojtěch Cikrle sotto il N° della pratica Ep/1600/99. Con il Decreto N° Ep/1600/1/99 il vescovo di Brno ha concesso alla Associazione la soggettività giuridica ai sensi del can. 322, § 1 CIC. Dalla data di 21/4/2000 la Associazione è stata evidenziata ai sensi dela legge 308/1991 Registro Leggi della Rep. Ceca.
L´Associazione è aperta nello spirito ecumenico ai tutti i cristiani di buona volontà. Unisce soprattutto artisti e loro collaboratori, i quali vengono legati per mezzo della loro fede cristiana alla venerazione particolare verso il B. Giacinto Maria Cormier. L'associazione pratica regolarmente (1 volta alla settimana) la recita comune del S. Rosario, svolge le sue attività nell´ambito della cura per i malati, e si dedica alle attività creatrici prestando l'istruzione.
L'associazione pubblica la sua propria rivista dedicata alla vita spirituale, Rosa mystica. In media la rivista contiene 28 pagine. Esce 1 volta al mese in tiratura di 1000 esemplari. È destinata prima di tutto agli studenti.Il prezzo è volontario. La rivista viene apprezzata soprattutto da parte delle guide spirituali, dato che nella Repubblica ceca si tratta di rivista unica del genere, occupante si con la vita spirituale. Nella rivista vengono pubblicati articoli di prosa e poemi di giovani artisti cristiani.
Dai suoi mezzi finanziari la Associazione pubblica anche libri e li distribuisce gratis soprattutto fra gli studenti e ciò in quantità fra 1000 – 1500 esemplari. Finora ha pubblicato seguenti titoli:
Quale é il tuo destino (Jaký je tvůj osud), 170 pp, Gloria Rosice, 1999
Chiamerai il mio cuore (Zavoláš srdce mé), 96 pp, Olprint brno, 2000
L´avventura d´un angelo (Andělské dobrodružství), 250 pp, Gloria Rosice, 2000
Guida tascabile per il proprio destino (Kapesaní průvodce po vlastním osudu), Olprint Brno, 2001
Meditazioni loretane (Loretánské meditace), Gloria Rosice, 2001
Perché credo (Proč věřím) secondo S. Tommaso d´Aquino, Spiegazione della preghiera Padre nostro, 24 pp, Olprint Brno 2002
Le lettere da Lemberk (Dopisy z Lemberka), 80 pp, Olprint Brno, 2002
La nobiltà del rosario (Vznešenost růžence), 20 pp, Olprint Brno, 2003
Tre passi verso il cielo (Tři kroky do nebe), 116 pp, Olprint Brno, 2003
Grida della Regina del rosario (Volání Královny růžence), 48 pp, Olprint Brno, 2003
Dieci messaggi per te (Deset vzkazů pro tebe), 48 pp, Olprint Brno, 2004
Martino dell´amore, Messaggero della vita eterna, La vita di San Martino di Porres (Martin od lásky, Posel věčného života, Život sv. Martina de Porres), 68 pp, Brno 2004
Tutti i libri soppra elencati sono stati illustrati da parte della Suora Veronika Kamila Planer. Il retro d´ogni libro porta l´effigie di B. Giacinto Maria Cormier.
Discorso di Giovanni Paolo II ai Pellegrini convenuti a Roma per la Beatificazione di Padre Louis Stanislas Henri Marie Cormier Lunedì, 21 novembre 1994
Cari Fratelli nell’ Episcopato,
Cari amici dell’ Ordine di San Domenico,
Cari Fratelli e Sorelle,
1. È con gioia ed emozione che vi ritrovo all’indomani della Solennità di Cristo Re nel corso della quale mi è stato concesso di annoverare fra i beati Padre Hyacinthe-Marie Cormier, Madre Marie Poussepin, Suor Agnès de Jésus, Suor Eugénie Joubert e Frate Claudio Granzotto. Cinque nuove figure si presentano oggi ai nostri occhi, cinque adoratori di Cristo, che in epoche diverse e in circostanze molto differenti, hanno avuto un unico fine: dimostrare che la vita ha un senso solo se è donata a Dio, vissuta per Lui, con Lui e in Lui.
2. Come ho già fatto notare ieri, tre dei nuovi Beati appartengono alla grande famiglia dei Figli di San Domenico. Essi testimoniano, anche dopo la loro morte, la vitalità dell’ Ordine che, fondato più di sette secoli fa, non ha mai smesso di essere una luce per la Chiesa e un prezioso sostegno per i miei predecessori. Attraverso il ministero della predicazione, che è al centro dell’intuizione dei loro fondatori, i Domenicani hanno attraversato l’Europa e poi il mondo intero, annunciando la Buona Novella del Signore morto e risorto, l’unica in grado di riempire una vita umana.
La loro opera evangelizzatrice non sarebbe stata possibile senza un’intensa preparazione dell’intelletto alla scoperta e alla messa in luce delle Scritture in cui Dio si rivela e si comunica allo spirito umano. Non occorre sottolineare ancora la qualità del lavoro intellettivo fornito dai “frati predicatori”. È sufficiente ricordare i nomi di Alberto il Grande o di Tommaso d’Aquino, fra gli altri, per intuire fino a che punto lo “Splendore della Verità” possa illuminare un essere umano quando “lo Spirito si unisce al suo spirito” (cf. Rm 8, 16).
La semplice rievocazione di questi nomi prestigiosi costituisce oggi un appello per ciascuno di voi a ravvivare la fiamma e a trasmettere agli altri ciò che voi stessi avete ricevuto. L’insigne figura di Padre Cormier vi invita a far ciò in modo particolare, poiché voi conoscete il valore che attribuiva allo studio delle Sacre Scritture, che definiva a giusto titolo una “fonte di apostolato” (P. Cormier, Lettera del 27 settembre 1912). I suoi rapporti con padre Lagrange sono volti alla fondazione dell’Università dell’Angelicum, il che esorta a ribadire l’importanza di una buona formazione dell’intelletto cristiano. Sono lieto di menzionare a questo proposito l’opera di Padre Yves Congar, recentemente chiamato a entrare nel Collegio dei Cardinali. E non posso che far mie le riflessioni di uno dei Maestri dell’Ordine di questo secolo: nella nostra epoca, “bisogna compiere un serio sforzo per confrontare in mutua fecondità le conclusioni della scienza e della filosofia moderne con le intuizioni di San Tommaso” (P. de Couesnongle, Lettera del 22 dicembre 1975).
3. La necessità di un lavoro teologico serio - caritas veritatis - non ci farà mai dimenticare l’urgenza di un’azione decisa a favore del nostro prossimo. Lo ribadisco con forza: veritas caritatis; se c’è una “carità della verità”, c’è anche una “verità della carità”. E, in questo, le figure di Marie Poussepin, di Agnès di Langeac e di Suor Eugénie Joubert ci sono particolarmente preziose come testimonia, mie care sorelle, la vostra presenza questa mattina fra noi. Esse ricordano in particolare l’importanza della vita contemplativa e della preghiera che, accendendo di amore verso Dio un uomo o una donna, permette loro di amare i propri fratelli.
Avvertendo già da seminarista il richiamo alla vita religiosa, professò in privato i voti ed entrò nel Terz'Ordine. Nel 1856, il giorno dopo la sua ordinazione sacerdotale, entrò nel noviziato di Flavigny, fondato da R. Lacordaire.
A partire dal 1859, servì l'Ordine in diversi uffici: maestro dei novizi, priore in molti conventi, priore della provincia di Tolosa per due volte, assistente generale, procuratore dell'Ordine e infine nel 1904 venne eletto Maestro dell'Ordine, destando grande meraviglia per l'età avanzata e per la salute cagionevole. Fu l'uomo della Provvidenza per la restaurazione materiale e spirituale della Famiglia domenicana nel mondo: il suo programma fu quello di restaurare tutte le cose in Domenico, iniziando dallo studio e dalla preghiera.
Martirologio Romano: A Roma presso Santa Sabina sull’Aventino, Beato Giacinto (Enrico) Cormier, sacerdote, che, Maestro Generale, governò con prudenza l’Ordine dei Predicatori, promovendo notevolmente gli studi di teologia e di spiritualità.
Nato a Orleans l'8 dicembre 1832, nel giorno dedicato all'Immacolata Concezione della Vergine Maria Enrico ebbe un'infanzia serena quantunque fosse rimasto presto orfano; il padre morì accidentalmente, in seguito austioni riportate cadendo mentre trasportava una lampada. Fu quindi la madre, donna intelligente accorta e attiva, ad occuparsi dell'educazione dei figli. Dopo aver ricevuto la prima Comunione e la Cresima, nell'ottobre del 1845 Enrico entrò nel Seminario minore La Chapelle dove manifestò la sua indole dolce e simpatica, fu studioso, ma senza eccedere, e rivelò una natura d'artista, portata al canto al disegno, alla poesia, una certa noncuranza per l'avvenire.
La morte precoce del fratello Eugenio, a cui Enrico si sentiva particolarmente legato lo ricondusse alla realtà della sofferenza facendogli abbandonare la sua spensieratezza. Nell'ottobre del 1851 si iscrisse al Seminario maggiore con la determinazione di intraprendere un cammino di fedeltà allo studio, all'orazione, all'esame di coscienza, all'Eucarestia, alla confessione e alla direzione spirituale. Il Rettore e suo padre spirituale M. Bènech, lo sprona a diventare uomo di orazione:" Non dell'orazione che si fa a ore stabilite, per obbedire alla regola… ma di quell'orazione che, cominciata al mattino, si prolunga tutto il giorno quanto è possibile, orazione per la quale si dimora in una santa unione con Dio, si ascolta la sua parola, si parla a propria volta per domandargli le grazie". L'anima generosa di Enrico aveva sete di questa intimità ininterrotta con Dio che lo porterà a prendere in considerazione la chiamata alla vita religiosa e, dietro suggerimento del padre spirituale, la possibilità di abbracciare l'Ordine di San Domenico, che da poco era stato restaurato in Francia dal P. Lacordaire. Sarà però P. Jandel, uno dei primi compagni del Lacordaire, divenuto nel 1850 maestro generale dell'Ordine, ad accogliere e poi a seguire la formazione religiosa di questa eccezionale vocazione domenicana. Ricevette l'abito di San Domenico e il nome di fra Giacinto il 29 giugno 1856 nel noviziato della Provincia francese dei domenicani. Nonostante la giovane età Enrico era stato ordinato sacerdote in eterno il 17 maggio dal Vescovo d'Orleans che sapeva di dover far dono all'Ordine domenicano di una delle sue migliori speranze, notevole non solo per intelligenza, ma per pietà e zelo apostolico.
Enrico aveva conseguito il grado di baccelliere in teologia confutando la Vita di Gesù di D. Strauss, quest'opera avrebbe ispirato la scuola modernista che fra Giacinto affronterà con determinazione quando ricoprirà l'incarico di maestro dei Frati Predicatori. Gli anni di formazione religiosa furono segnati dalla sofferenza per la precarietà della salute e da un profondo abbandono in Dio e nei superiori che si manifestarono attenti premurosi nel mettere il giovane religioso nelle condizioni migliori per una ripresa. Enrico ripeteva frequentemente "Jacta super Dominum curam tuam"; la sua vita era già pienamente centrata in Cristo come esprime la sua invocazione: "Mio Gesù, cambiate tutto, guarite tutto, trasformate tutto in voi, affinchè tutto per voi si volga alla gloria della Santissima Trinità". Nonostante la sua salute non fosse migliorata, fra' Giacinto fece la professione solenne il 23 maggio 1859 a Santa Sabina nelle mani di P. Jandel, che, desideroso di ammettere definitivamente ai voti il suo discepolo migliore ( già suo segretario e sottomaestro dei novizi), aveva chiesto consiglio a Pio IX il quale approvava dicendo: "Che abbia almeno la consolazione di morire professo". P. Cormier esultava di gioia e meditava sull'impegno di fedeltà fino alla morte; convinto che si può avanzare verso il cielo solo nel quotidiano e che non è possibile realizzare la propria perfezione lontano dai luoghi dove si è mandati o in una regola diversa dalla propria. Scriveva: "Osserverò la mia regola in tutti gli incarichi, in tutti i luoghi che il Signore mi assegnerà e che sono altrettanti portici della sua casa, cioè del cielo".
D'ora in poi la sua vita sarà a servizio dell'Ordine: maestro dei novizi , priore provinciale di Tolosa, socio del maestro generale, sempre mostrò una fiducia assoluta e una perfetta obbedienza, ma secondo lo stile domenicano cioè prendendo le iniziative che derivavano dal suo incarico e offrendo lui stesso i suggerimenti che gli sembravano utili, agiva con semplicità senza dissimulare i difetti che pensava di avere. Si impegnò a ridare alla vita domenicana il suo splendore primitivo che la faceva capace di mostrare l'esempio di una santità cercata in comune secondo l'ideale di San Domenico. Si prodigò, quindi, nell'aiutare i fratelli nella vita spirituale, nell'esercizio delle virtù teologali e nella fedeltà al quotidiano e alle osservanze. Fu chiamato anche ad interessarsi delle Congregazioni religiose che si ispiravano al carisma domenicano, anzi ne fondò una: le domenicane Infermiere, fu anche per loro maestro di formazione religiosa. In lui rifulse in modo eminente la grazia della prudenza. Eletto 76º maestro generale dell'Ordine dei Frati Predicatori all'età di 72 anni, ricco di esperienza di governo, ma soprattutto di profonda vita interiore, in un periodo molto difficile per la Chiesa e per il mondo, P. Cormier si profuse nella carità della verità, convinto com'era che "Donare la verità è la più bella carità". Seppe con cura paterna tenere il suo Ordine ben unito e saldo nella fedeltà alla Chiesa e a San Domenico. Raccomanderà ai suoi fratelli di non aver vergogna di appartenere a una "scuola tradizionale". "Dichiarerete senza tentennare che per voi, la scuola tradizionale non è una scuola, è la Chiesa: il progresso stesso in essa è tradizionale". Per rispondere all'invito e ai bisogni della Chiesa (Leone XIII aveva invitato a riprendere lo studio della scolastica e in particolare di S. Tommaso d'Aquino) e per dare al suo Ordine nuovo impulso si adoperò con tenacia all'erezione dell'Università San Tommaso conosciuta sotto il nome di Angelicum. Voleva uno studium generalissimum che potesse accogliere studenti di tutto l'Ordine e in cui si insegnasse la dottrina del Dottore angelico.
Fra' Giacinto morì il 17 dicembre 1916, nel momento in cui, nella Chiesa della Minerva, l'Ordine dei Frati Predicatori celebrava il settimo centenario della sua approvazione.
La vita di P. Cormier avrebbe potuto passare inosservata, infatti non ebbe nulla di miracoloso, "la sua è una santità del quotidiano – ingrato, silenzioso, monotono – e, particolarmente, della fedeltà al giorno per giorno della vita religiosa. La vita cristiana è fatta di queste piccole cose, ma può divenire grande ed eroica". Furono la sua fedeltà e la sua prudenza soprannaturale che impressionarono i contemporanei: i papi da Pio IX a Pio X, i suoi superiori e confratelli, nonché i suoi penitenti tanto che ancora in vita godette fama di santità. Giovanni Paolo II il 20 novembre del 1994 beatificandolo e decretandone la memoria il 21 maggio lo ha indicato a tutti come modello, guida, testimone, intercessore nel cammino verso Cristo Gesù, figlio di Dio e unico Salvatore del mondo. Il suo corpo incorrotto riposa a Roma presso la chiesa dei Santi Domenico e Sisto.
Tra i figli più degni che l’Ordine Domenicano ha avuto e che ha brillato di mite e candida luce, e che è stato per questo dalla Chiesa coronato con il titolo di Beato, c’è Padre Giacinto Cormier.
Nato a Orleans nel 1832, in seminario egli sentì la vocazione domenicana e, appena ordinato sacerdote, tra le lacrime del suo Vescovo, nel 1856, partì per il Noviziato di Flavigny.
Formò subito l’incanto dei superiori e dei novizi, i quali si contendevano la gioia di poter servire la messa del Padre Giacinto, che all’altare pareva un angelo.
Repentini e improvvisi fiotti di sangue fecero temere seriamente per la sua salute.
L’allora Maestro Generale, Padre Jandel, che non voleva perdere quella preziosa perla domenicana, decise di portarselo con se a Roma.
Il male persistette, ma Papa Pio IX dette l’ordine di farlo professare lo stesso: “Se non potrà vivere religioso, disse il Beato Pontefice, abbia almeno la consolazione di morire Professo!”.
Il Signore allora lo arricchì di tutti i doni, doni di natura e di grazia, e il più splendido è quella sua meravigliosa attitudine a comunicare ai fratelli gli inesauribili tesori del suo spirito.
Nominato subito Maestro dei Novizi, e successivamente Priore, riuscì a meraviglia in ogni ufficio.
Restaurata la Provincia di Tolosa, la più antica dell’Ordine, ne venne messo a capo.
Qui fu il principio di un immenso lavoro. Nel 1904 venne eletto Maestro Generale.
Volle “instaurare omnia in Dominico” seguito gioiosamente dai suoi figli. Il Collegio Angelico in Roma rimane la più espressiva delle sue opere.
Il 17 dicembre del 1916, mentre l’Ordine in festa celebrava alla Minerva il settimo centenario della conferma papale, spirò come un santo, in una cella del Convento di San Clemente in Roma.
É sepolto nella chiesa dei SS. Domenico e Sisto presso la Pontificia Università di San Tommaso, già Pontificio Ateneo “Angelicum”, che egli fondò nel 1909.
Chiamato da Papa San Pio X il “santo di Roma”, venne dichiarato Beato da Papa Giovanni Paolo II il 20 novembre 1994.
La memoria liturgica cade nell’anniversario della sua elezione a Maestro dell’Ordine.
Associazione dei devoti al Beato giacinto Maria Cormier
Nell´anno 1989 è tornato in Repubblica Ceca dal suo esilio Padre Jiří Maria Veselý. Ha tenuto qui varie conferenze su Padre Cormier ed ha intimato suoi ascoltatori alla venerazione verso detto Padre. Sotto il suo impulso la Suora Veronika Kamila Planer, III. ordine OP, ha dipinto cinque portreti del P. Cormier. Due (1993) si trovano oggi sulla Università Papale di San Tomaso – Angelico a Roma, il terzo (1996) è collocato nella capella del convento OP a Olomouc, il quarto (1996) si trova nella chiesa dei domenicani a Uherský Brod, e la quinta, la abbiamo a Brno.
Dopo la beatificazione di Giacinto Maria Cormier nell´anno 1994 ha portato Padre Veselý due custodie con reliquie del Beato. Una è stata donata alla pittrice Veronika Kamila Planer, l´altro poi al Padre Tomáš Bahounek, OP.
Le custodie di reliquie sono qui oggetto non soltanto di venerazione privata, ma pubblica.
Dal 1989 Padre Veselý esortava i suoi ascoltatori a fondare a Brno un centro di evangelizzazione e di istruzione con l´intenzione di chiamarlo, similmente come quello a Roma, Angelico. Desiderava di fare da questo Angelico di Brno un centro di rinnovazione spirituale, morale e culturale della società
In data di 5/10/1999 si sono radunati i Frati e le Suore di Brno per fondare la «Prima Associazione dei devoti al B. Giacinto Maria Cormier O.P. ». Da quel tempo s' incontrano regolarmente, dedicano le loro attività alla evangelizzazione, sopprattutto tramite l'arte, per mezzo della pubblica istruzione e servizi ai malati. La gestione viene eseguita da parte del Padre Tomáš Jiří Bahounek nello spirito del B. Cormier. Nello spazio di tempo degli anni 1994-1999 la detta comunità aveva ottenuto grandi grazie, espressamente per l´intercessione del Beato Giacinto Cormier OP (molte conversioni, casi di esaudimento nelle gravi difficoltà, grazie ampie nella vita di ogni giorno, due casi di vocazione alla vita consacrata, ecc.).
Questa Associazione d´amici del Beato Cormier conferma la comunità spontaneamente fondata e da tempo esistente. Nei suoi programmi entrano le intenzioni dei venerabili Padri (Innocenzo Venchi OP,Alfred Wilder OP, Alce Venturino OP, Stjepan Krasic OP a Jiří Maria Veselý OP), proclamate nella loro opera comune "Segno del tempo“, edita anche in lingua ceca (Casa Ed. JiMfa Třebíč 1997), i quali dimostrano la loro amicizia sincera verso il Beato Cormier e continuano qui a Brno nelle sue opere pie. Gli amici del B. Cormier hanno elaborato le Costituzioni della Associazione. In data di 16/3/2000 le Costituzioni sono state collaudate da parte del vescovo Mons. Vojtěch Cikrle sotto il N° della pratica Ep/1600/99. Con il Decreto N° Ep/1600/1/99 il vescovo di Brno ha concesso alla Associazione la soggettività giuridica ai sensi del can. 322, § 1 CIC. Dalla data di 21/4/2000 la Associazione è stata evidenziata ai sensi dela legge 308/1991 Registro Leggi della Rep. Ceca.
L´Associazione è aperta nello spirito ecumenico ai tutti i cristiani di buona volontà. Unisce soprattutto artisti e loro collaboratori, i quali vengono legati per mezzo della loro fede cristiana alla venerazione particolare verso il B. Giacinto Maria Cormier. L'associazione pratica regolarmente (1 volta alla settimana) la recita comune del S. Rosario, svolge le sue attività nell´ambito della cura per i malati, e si dedica alle attività creatrici prestando l'istruzione.
L'associazione pubblica la sua propria rivista dedicata alla vita spirituale, Rosa mystica. In media la rivista contiene 28 pagine. Esce 1 volta al mese in tiratura di 1000 esemplari. È destinata prima di tutto agli studenti.Il prezzo è volontario. La rivista viene apprezzata soprattutto da parte delle guide spirituali, dato che nella Repubblica ceca si tratta di rivista unica del genere, occupante si con la vita spirituale. Nella rivista vengono pubblicati articoli di prosa e poemi di giovani artisti cristiani.
Dai suoi mezzi finanziari la Associazione pubblica anche libri e li distribuisce gratis soprattutto fra gli studenti e ciò in quantità fra 1000 – 1500 esemplari. Finora ha pubblicato seguenti titoli:
Quale é il tuo destino (Jaký je tvůj osud), 170 pp, Gloria Rosice, 1999
Chiamerai il mio cuore (Zavoláš srdce mé), 96 pp, Olprint brno, 2000
L´avventura d´un angelo (Andělské dobrodružství), 250 pp, Gloria Rosice, 2000
Guida tascabile per il proprio destino (Kapesaní průvodce po vlastním osudu), Olprint Brno, 2001
Meditazioni loretane (Loretánské meditace), Gloria Rosice, 2001
Perché credo (Proč věřím) secondo S. Tommaso d´Aquino, Spiegazione della preghiera Padre nostro, 24 pp, Olprint Brno 2002
Le lettere da Lemberk (Dopisy z Lemberka), 80 pp, Olprint Brno, 2002
La nobiltà del rosario (Vznešenost růžence), 20 pp, Olprint Brno, 2003
Tre passi verso il cielo (Tři kroky do nebe), 116 pp, Olprint Brno, 2003
Grida della Regina del rosario (Volání Královny růžence), 48 pp, Olprint Brno, 2003
Dieci messaggi per te (Deset vzkazů pro tebe), 48 pp, Olprint Brno, 2004
Martino dell´amore, Messaggero della vita eterna, La vita di San Martino di Porres (Martin od lásky, Posel věčného života, Život sv. Martina de Porres), 68 pp, Brno 2004
Tutti i libri soppra elencati sono stati illustrati da parte della Suora Veronika Kamila Planer. Il retro d´ogni libro porta l´effigie di B. Giacinto Maria Cormier.
Discorso di Giovanni Paolo II ai Pellegrini convenuti a Roma per la Beatificazione di Padre Louis Stanislas Henri Marie Cormier Lunedì, 21 novembre 1994
Cari Fratelli nell’ Episcopato,
Cari amici dell’ Ordine di San Domenico,
Cari Fratelli e Sorelle,
1. È con gioia ed emozione che vi ritrovo all’indomani della Solennità di Cristo Re nel corso della quale mi è stato concesso di annoverare fra i beati Padre Hyacinthe-Marie Cormier, Madre Marie Poussepin, Suor Agnès de Jésus, Suor Eugénie Joubert e Frate Claudio Granzotto. Cinque nuove figure si presentano oggi ai nostri occhi, cinque adoratori di Cristo, che in epoche diverse e in circostanze molto differenti, hanno avuto un unico fine: dimostrare che la vita ha un senso solo se è donata a Dio, vissuta per Lui, con Lui e in Lui.
2. Come ho già fatto notare ieri, tre dei nuovi Beati appartengono alla grande famiglia dei Figli di San Domenico. Essi testimoniano, anche dopo la loro morte, la vitalità dell’ Ordine che, fondato più di sette secoli fa, non ha mai smesso di essere una luce per la Chiesa e un prezioso sostegno per i miei predecessori. Attraverso il ministero della predicazione, che è al centro dell’intuizione dei loro fondatori, i Domenicani hanno attraversato l’Europa e poi il mondo intero, annunciando la Buona Novella del Signore morto e risorto, l’unica in grado di riempire una vita umana.
La loro opera evangelizzatrice non sarebbe stata possibile senza un’intensa preparazione dell’intelletto alla scoperta e alla messa in luce delle Scritture in cui Dio si rivela e si comunica allo spirito umano. Non occorre sottolineare ancora la qualità del lavoro intellettivo fornito dai “frati predicatori”. È sufficiente ricordare i nomi di Alberto il Grande o di Tommaso d’Aquino, fra gli altri, per intuire fino a che punto lo “Splendore della Verità” possa illuminare un essere umano quando “lo Spirito si unisce al suo spirito” (cf. Rm 8, 16).
La semplice rievocazione di questi nomi prestigiosi costituisce oggi un appello per ciascuno di voi a ravvivare la fiamma e a trasmettere agli altri ciò che voi stessi avete ricevuto. L’insigne figura di Padre Cormier vi invita a far ciò in modo particolare, poiché voi conoscete il valore che attribuiva allo studio delle Sacre Scritture, che definiva a giusto titolo una “fonte di apostolato” (P. Cormier, Lettera del 27 settembre 1912). I suoi rapporti con padre Lagrange sono volti alla fondazione dell’Università dell’Angelicum, il che esorta a ribadire l’importanza di una buona formazione dell’intelletto cristiano. Sono lieto di menzionare a questo proposito l’opera di Padre Yves Congar, recentemente chiamato a entrare nel Collegio dei Cardinali. E non posso che far mie le riflessioni di uno dei Maestri dell’Ordine di questo secolo: nella nostra epoca, “bisogna compiere un serio sforzo per confrontare in mutua fecondità le conclusioni della scienza e della filosofia moderne con le intuizioni di San Tommaso” (P. de Couesnongle, Lettera del 22 dicembre 1975).
3. La necessità di un lavoro teologico serio - caritas veritatis - non ci farà mai dimenticare l’urgenza di un’azione decisa a favore del nostro prossimo. Lo ribadisco con forza: veritas caritatis; se c’è una “carità della verità”, c’è anche una “verità della carità”. E, in questo, le figure di Marie Poussepin, di Agnès di Langeac e di Suor Eugénie Joubert ci sono particolarmente preziose come testimonia, mie care sorelle, la vostra presenza questa mattina fra noi. Esse ricordano in particolare l’importanza della vita contemplativa e della preghiera che, accendendo di amore verso Dio un uomo o una donna, permette loro di amare i propri fratelli.
Voi ricordate la via indicata dalla Beata Marie Poussepin alle sue sorelle: il servizio nella parrocchia, l’istruzione dei giovani, la cura dei malati. Questo triplice obiettivo ci ricorda che non è necessario andare molto lontano per mettersi al servizio del prossimo. È innanzitutto nelle comunità parrocchiali che bisogna lavorare per la venuta del Regno di Dio. Bisogna trasmettere ai giovani la fede e l’amore della Chiesa. È vicino a voi, nel vostro paese, nella vostra strada, che bisogna continuare a servire i poveri affinché Dio sia “tutto in tutti” (1 Cor 15, 28). Religiosi e laici sono profondamente uniti in queste difficili, ma esaltanti missioni, in questo appello universale alla santità mediante la carità e l’umiltà di Cristo al servizio degli uomini, loro fratelli (cf. Lumen gentium, 42).
4. Carissimi Fratelli e Sorelle, insieme con tutta la Chiesa lodiamo e ringraziamo il Signore per i luminosi esempi di virtù e santità offerti dal Beato Claudio Granzotto. La sua vita è stata una splendida testimonianza della ricchezza e della gioia della vita consacrata. Dopo avere cercato Dio nel silenzio, nella preghiera e nella carità verso i poveri e gli ammalati, Fra Claudio ha saputo esprimere attraverso l’arte di scultore la profondità del suo animo francescano, innamorato dell’infinita bellezza divina.
Ai giovani il Beato Claudio indica l’impegno di ricercare la Verità evangelica e di viverla con il suo stesso entusiasmo, trovando in Cristo l’ispirazione, l’energia ed il coraggio di annunciarla agli uomini del nostro tempo. Agli artisti suggerisce lo spirito di servizio, con cui proporre l’inesauribile mistero dell’incarnazione di Cristo attraverso il linguaggio dell’arte. Agli infermi, infine, rivolge un messaggio di condivisione e di speranza, invitandoli ad offrire le proprie sofferenze, in unione al Crocifisso, per il bene della Chiesa e del mondo.
L’esempio e l’intercessione di questo umile figlio di Francesco d’Assisi incoraggi ciascuno a proseguire con fedeltà e costanza sulla via della santità, rispondendo generosamente all’universale chiamata alla santità e mettendo a frutto i doni ricevuti dal Signore.
5. Benedetto sia Dio che ci concede ogni giorno la grazia di vivere per Lui e la forza di seguirlo, come hanno fatto i Santi e i Beati! Affinché Egli vi accompagni tutti i giorni e vi aiuti a compiere la vostra missione, vi imparto di tutto cuore la mia benedizione apostolica.
A tutti la mia benedizione con l’augurio di un rinnovato impegno di vita cristiana sulle orme e con l’aiuto dei nuovi Beati.
Scritti sul Beato Marie Cormier
Beato Giacinto Maria Cormier "Governare e appartenere a Dio" (Spiritualità)
Guy-Thomas Bedouelle - Gilles Berceville - Giacinto Maria Cormier
Padre Giacinto Maria Cormier (1832-1916) è una delle figure più significative della recente storia dell´Ordine Domenicano.
76° Generale dell´Ordine, fondatore dell´Angelicum, è stato un vero maestro di formazione religiosa. Questo libro presenta la sua biografia, scritta dal Padre G. Bedouelle, e un’ antologia dei suoi scritti curata dal Padre G. Berceville. Il volume comprende 16 illustrazioni fuori testo. Il Martyrologium Romanum lo pone al 17 dicembre.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Ai giovani il Beato Claudio indica l’impegno di ricercare la Verità evangelica e di viverla con il suo stesso entusiasmo, trovando in Cristo l’ispirazione, l’energia ed il coraggio di annunciarla agli uomini del nostro tempo. Agli artisti suggerisce lo spirito di servizio, con cui proporre l’inesauribile mistero dell’incarnazione di Cristo attraverso il linguaggio dell’arte. Agli infermi, infine, rivolge un messaggio di condivisione e di speranza, invitandoli ad offrire le proprie sofferenze, in unione al Crocifisso, per il bene della Chiesa e del mondo.
L’esempio e l’intercessione di questo umile figlio di Francesco d’Assisi incoraggi ciascuno a proseguire con fedeltà e costanza sulla via della santità, rispondendo generosamente all’universale chiamata alla santità e mettendo a frutto i doni ricevuti dal Signore.
5. Benedetto sia Dio che ci concede ogni giorno la grazia di vivere per Lui e la forza di seguirlo, come hanno fatto i Santi e i Beati! Affinché Egli vi accompagni tutti i giorni e vi aiuti a compiere la vostra missione, vi imparto di tutto cuore la mia benedizione apostolica.
A tutti la mia benedizione con l’augurio di un rinnovato impegno di vita cristiana sulle orme e con l’aiuto dei nuovi Beati.
Scritti sul Beato Marie Cormier
Beato Giacinto Maria Cormier "Governare e appartenere a Dio" (Spiritualità)
Guy-Thomas Bedouelle - Gilles Berceville - Giacinto Maria Cormier
Padre Giacinto Maria Cormier (1832-1916) è una delle figure più significative della recente storia dell´Ordine Domenicano.
76° Generale dell´Ordine, fondatore dell´Angelicum, è stato un vero maestro di formazione religiosa. Questo libro presenta la sua biografia, scritta dal Padre G. Bedouelle, e un’ antologia dei suoi scritti curata dal Padre G. Berceville. Il volume comprende 16 illustrazioni fuori testo. Il Martyrologium Romanum lo pone al 17 dicembre.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati 52 Martiri di Nagasaki”
“Beati Martiri Giapponesi" Beatificati nel 1867-1989-2008”
1578 - 1622
Emblema: Palma
Nato in Aragona, nel 1594 entrò nel convento di Barcellona. Rinunciando all'insegnamento per cui era molto dotato, chiese di partire per le missioni nelle Filippine.
Dopo alcuni anni trascorsi a Manila, nel 1607 entrò in Giappone. Riuscì a rimanere in questo paese, nonostante che dal 1614 infuriasse una violenta persecuzione anticristiana.
Fra pericoli, stenti e gravi malattie, percorse con zelo apostolico molte province del Giappone amministrando i sacramenti e rianimando i cristiani intimoriti e apostati. Mentre si prodigava per il bene dei cristiani, un apostata lo tradì.
Fu catturato e condotto nel carcere di Nagasaki.
Qui fu accolto da altri numerosi confessori della fede con il canto del Te Deum.
Dopo un anno e quattro mesi di prigionia, subì insieme a loro il martirio il 10 settembre 1622: erano 27 cristiani giapponesi e 25 missionari.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
“Beati 52 Martiri di Nagasaki”
“Beati Martiri Giapponesi" Beatificati nel 1867-1989-2008”
1578 - 1622
Emblema: Palma
Nato in Aragona, nel 1594 entrò nel convento di Barcellona. Rinunciando all'insegnamento per cui era molto dotato, chiese di partire per le missioni nelle Filippine.
Dopo alcuni anni trascorsi a Manila, nel 1607 entrò in Giappone. Riuscì a rimanere in questo paese, nonostante che dal 1614 infuriasse una violenta persecuzione anticristiana.
Fra pericoli, stenti e gravi malattie, percorse con zelo apostolico molte province del Giappone amministrando i sacramenti e rianimando i cristiani intimoriti e apostati. Mentre si prodigava per il bene dei cristiani, un apostata lo tradì.
Fu catturato e condotto nel carcere di Nagasaki.
Qui fu accolto da altri numerosi confessori della fede con il canto del Te Deum.
Dopo un anno e quattro mesi di prigionia, subì insieme a loro il martirio il 10 settembre 1622: erano 27 cristiani giapponesi e 25 missionari.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
Schede dei Gruppi cui appartengono:
"Beati Martiri Spagnoli Domenicani d'Aragona" Beatificati nel 2001 - Senza data (Celebrazioni singole)
"Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia" Beatificati nel 2001 - Senza data (Celebrazioni singole)
"Santi, Beati e Servi di Dio" Martiri nella Guerra di Spagna Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)
† Puebla de Hijar, Spagna, verso il 25 novembre 1936
Giacinto Serrano Lopez nacque a Urrea de Gae'n (Spagna) il 30 luglio 1901, mentre Giacomo Meseguer Burillo nacque a Híjar (Teruel), Spagna, il 1° maggio 1885.
Martirologio Romano:
Nel villaggio di Puebla de Híjar vicino a Teruel in Spagna, Beato Giacinto Serrano López, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, fucilato durante la persecuzione contro la Chiesa. Insieme a lui si commemora il beato martire Giacomo Meseguer Burillo, sacerdote dello stesso Ordine, che a Barcellona, in un giorno rimasto ignoto, portò a termine la gloriosa prova per Cristo.
"Beati Martiri Spagnoli Domenicani d'Aragona" Beatificati nel 2001 - Senza data (Celebrazioni singole)
"Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia" Beatificati nel 2001 - Senza data (Celebrazioni singole)
"Santi, Beati e Servi di Dio" Martiri nella Guerra di Spagna Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)
† Puebla de Hijar, Spagna, verso il 25 novembre 1936
Giacinto Serrano Lopez nacque a Urrea de Gae'n (Spagna) il 30 luglio 1901, mentre Giacomo Meseguer Burillo nacque a Híjar (Teruel), Spagna, il 1° maggio 1885.
Martirologio Romano:
Nel villaggio di Puebla de Híjar vicino a Teruel in Spagna, Beato Giacinto Serrano López, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, fucilato durante la persecuzione contro la Chiesa. Insieme a lui si commemora il beato martire Giacomo Meseguer Burillo, sacerdote dello stesso Ordine, che a Barcellona, in un giorno rimasto ignoto, portò a termine la gloriosa prova per Cristo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Mantova - Mantova, 19 novembre 1338
Giacomo Benfatti nacque a Mantova intorno alla metà del secolo XIII. Entrato nell’Ordine domenicano, seppe coniugare una solida formazione teologica con un’intensa vita spirituale. Priore del convento cittadino, fu chiamato da Nicolò Boccasini, generale dell’Ordine - in seguito papa con il nome di Benedetto XI - come suo consigliere.
Nel 1304 divenne vescovo di Mantova. Vero pastore, promosse la fede cattolica, svolse una appassionata opera di pacificazione tra le famiglie cittadine e si prese cura, con grande senso di carità, dei poveri e dei sofferenti.
Morì a Mantova il 19 novembre 1332. Le sue spoglie sono venerate nel santuario della Beata Vergine Incoronata, annesso alla Cattedrale di Mantova.
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Mantova, beato Giacomo Benfatti, vescovo, dell’Ordine dei Predicatori, che, dopo aver riportato la pace in città, soccorse il popolo colpito dalla peste e dalla fame.
La difficile successione di Papa Bonifacio VIII, il grande e tempestoso Pontefice del tempo di Dante, toccò al mite cardinale Niccolò Boccasino, eletto nel 1303 col nome di Benedetto XI.
Pontificò soltanto per pochi mesi, e forse per questo Dante non ebbe parole di rimprovero per il nuovo Pontefice, sotto il quale sfumò la speranza degli esuli Bianchi, tra i quali era anche Dante, di rientrare a Firenze con le armi, approfittando della scomunica lanciata contro i loro avversari, i Guelfi Neri.
Dopo Benedetto XI, il francese Clemente V lasciò la derelitta sposa di Cristo in balia del Re Filippo il Bello, e non si mosse da Avignone, dando inizio alla tristemente famosa " servitù di Babilonia ". Dante lo definì " pastor senza legge ", condannandolo tra i simoniaci.
Niccolò Boccasino era stato frate domenicano, ed era Maestro Generale dell'Ordine quando fu eletto Cardinale e, poco dopo, Papa.
Egli amò circondarsi di domenicani, e anche il Cardinale Niccolò da Prato, inviato come paciere a Firenze nel 1304, era un domenicano.
Domenicano era stato anche il consigliere intimo del Cardinal Boccasino, Giacomo Benfatti, o Benefatti, oggi venerato come Beato.
Egli era mantovano, uscito da una nobile famiglia, e all'anima devota unì la tempra dello studioso, addottorandosi maestro di Teologia all'Università di Parigi.
Non per favoritismo, ma per doveroso omaggio ai suoi meriti, soprattutto spirituali, Benedetto XI, nel suo breve pontificato, prese la saggia iniziativa di consacrare il proprio consigliere e amico Vescovo della città di Mantova.
Fu una scelta più che felice, anche se il Papa non ebbe il tempo di veder confermata la bontà dei suo giudizio.
Con la sua alta statura morale, la sua saggezza, la sua conoscenza degli uomini, il Vescovo Benfatti avrebbe potuto vantare un non comune ascendente diplomatico e anche politico, del quale però non volle approfittare.
Si tenne anzi, deliberatamente al di fuori delle più spinose questioni del tempo, e soprattutto delle accanite contese che allora dividevano le maggiori città italiane, e che si potevano ricondurre, in sostanza, al contrasto tra vecchia nobiltà e nuova borghesia. Tra le varie parti, Giacomo Benfatti preferì quella dei poveri, il cui unico colore era la miseria, e l'unica bandiera il bisogno.
E i poveri di Mantova, non per modo di dire, chiamarono il Vescovo loro padre.
Le cronache del tempo parlano anche, naturalmente, della sua attività ufficiale, come la presenza all'incoronazione di Enrico VII a Milano e la partecipazione al Concilio di Vienne, nel Delfinato.
Ma la sostanza del suo episcopato, durato ventott'anni, fu soprattutto nella carità, che gli valse l'affetto del popolo da vivo, e il culto dopo la morte, intorno alle reliquie conservate nella bella cattedrale della città dei Gonzaga, ovile del Beato Giacomo Vescovo.
L'Ordine Domenicano lo ricorda il 19 novembre.
Giacomo Benfatti nacque a Mantova intorno alla metà del secolo XIII. Entrato nell’Ordine domenicano, seppe coniugare una solida formazione teologica con un’intensa vita spirituale. Priore del convento cittadino, fu chiamato da Nicolò Boccasini, generale dell’Ordine - in seguito papa con il nome di Benedetto XI - come suo consigliere.
Nel 1304 divenne vescovo di Mantova. Vero pastore, promosse la fede cattolica, svolse una appassionata opera di pacificazione tra le famiglie cittadine e si prese cura, con grande senso di carità, dei poveri e dei sofferenti.
Morì a Mantova il 19 novembre 1332. Le sue spoglie sono venerate nel santuario della Beata Vergine Incoronata, annesso alla Cattedrale di Mantova.
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Mantova, beato Giacomo Benfatti, vescovo, dell’Ordine dei Predicatori, che, dopo aver riportato la pace in città, soccorse il popolo colpito dalla peste e dalla fame.
La difficile successione di Papa Bonifacio VIII, il grande e tempestoso Pontefice del tempo di Dante, toccò al mite cardinale Niccolò Boccasino, eletto nel 1303 col nome di Benedetto XI.
Pontificò soltanto per pochi mesi, e forse per questo Dante non ebbe parole di rimprovero per il nuovo Pontefice, sotto il quale sfumò la speranza degli esuli Bianchi, tra i quali era anche Dante, di rientrare a Firenze con le armi, approfittando della scomunica lanciata contro i loro avversari, i Guelfi Neri.
Dopo Benedetto XI, il francese Clemente V lasciò la derelitta sposa di Cristo in balia del Re Filippo il Bello, e non si mosse da Avignone, dando inizio alla tristemente famosa " servitù di Babilonia ". Dante lo definì " pastor senza legge ", condannandolo tra i simoniaci.
Niccolò Boccasino era stato frate domenicano, ed era Maestro Generale dell'Ordine quando fu eletto Cardinale e, poco dopo, Papa.
Egli amò circondarsi di domenicani, e anche il Cardinale Niccolò da Prato, inviato come paciere a Firenze nel 1304, era un domenicano.
Domenicano era stato anche il consigliere intimo del Cardinal Boccasino, Giacomo Benfatti, o Benefatti, oggi venerato come Beato.
Egli era mantovano, uscito da una nobile famiglia, e all'anima devota unì la tempra dello studioso, addottorandosi maestro di Teologia all'Università di Parigi.
Non per favoritismo, ma per doveroso omaggio ai suoi meriti, soprattutto spirituali, Benedetto XI, nel suo breve pontificato, prese la saggia iniziativa di consacrare il proprio consigliere e amico Vescovo della città di Mantova.
Fu una scelta più che felice, anche se il Papa non ebbe il tempo di veder confermata la bontà dei suo giudizio.
Con la sua alta statura morale, la sua saggezza, la sua conoscenza degli uomini, il Vescovo Benfatti avrebbe potuto vantare un non comune ascendente diplomatico e anche politico, del quale però non volle approfittare.
Si tenne anzi, deliberatamente al di fuori delle più spinose questioni del tempo, e soprattutto delle accanite contese che allora dividevano le maggiori città italiane, e che si potevano ricondurre, in sostanza, al contrasto tra vecchia nobiltà e nuova borghesia. Tra le varie parti, Giacomo Benfatti preferì quella dei poveri, il cui unico colore era la miseria, e l'unica bandiera il bisogno.
E i poveri di Mantova, non per modo di dire, chiamarono il Vescovo loro padre.
Le cronache del tempo parlano anche, naturalmente, della sua attività ufficiale, come la presenza all'incoronazione di Enrico VII a Milano e la partecipazione al Concilio di Vienne, nel Delfinato.
Ma la sostanza del suo episcopato, durato ventott'anni, fu soprattutto nella carità, che gli valse l'affetto del popolo da vivo, e il culto dopo la morte, intorno alle reliquie conservate nella bella cattedrale della città dei Gonzaga, ovile del Beato Giacomo Vescovo.
L'Ordine Domenicano lo ricorda il 19 novembre.
(Fonte: Archivio Parrocchia)
Bevagna, 1220 - 1301
Entrò a 16 anni nell'Ordine a Spoleto. La solida formazione teologica ne fece un genuino "campione della fede" e gli consentì di sradicare dall'Umbria la risorta eresia nicolaitica.
Particolarmente ansioso della salvezza eterna, meritò di essere rassicurato dal Crocifisso che bagnandolo miracolosamente con il sangue gli disse: "Questo sangue sia per te segno di salvezza".
A Bevagna sempre in Umbria, beato Giacomo Bianconi, sacerdote dell’ Ordine dei Predicatori, che fondò in questo luogo un convento e confutò gli errori del nicolaismo.
Discepolo di Alberto Magno a Colonia, si trovò a Bevagna subito dopo il sacco, che ne aveva fatto il conte D'Aquino, per ordine di Federico Il, nel 1249.
Con opera illuminata e saggia, egli convinse i conterranei a far risorgere la patria. Nacquero così una serie di edifici pubblici e privati, tra cui il palazzo dei consoli, per opera del maestro Prode, che, nel 1270, eresse pure quello di Spello.
Il palazzo è tuttora sulla piazza di Bevagna, con la sua mole massiccia, ingentilita da bifore. Nel 1291 il Beato si fece assegnare dal comune la chiesa di San Giorgio, presso il palazzo stesso e vi fondò un convento di domenicani, rifacendo la chiesa, che poi prese il nome dei SS. Domenico e Giacomo.
La nascita di Giacomo Bianconi fu preceduta e accompagnata da segni miracolosi. Il più insolito fu l’ apparire di tre fulgidi astri nel cielo, ognuno dei quali portava la figura di un Domenicano, i quali brillarono non solo tutta la notte, ma anche la mattina seguente, giorno della sua nascita.
Al loro apparire alcuni fanciulli cominciarono a gridare: “A scuola, a scuola, perché già sono nati i maestri!”.
Ed infatti, in quel tempo, nacquero tre santi e dotti Domenicani: Giacomo da Bevagna, Ambrogio Sansedoni e Tommaso d’Aquino. Giacomo, ancora giovanetto, a sedici anni, vestì l’ Abito Domenicano nel convento di Spoleto.
I suoi passi nella santità e nella dottrina furono da gigante. La penitenza e l’adorazione furono le fonti genuine a cui attinse quel fuoco di carità che fece di lui uno dei più grandi apostoli e predicatori del suo tempo. Fondò il Convento di Bevagna, che governò più con gli esempi che con l’autorità.
Estinse nell’Umbria la setta dei Nicolaiti, che spargeva innominabili errori e ottenne con la sua santa parola l’abiura del suo capo. Ha scritto due opere: “Specchio dell’umanità di Gesù” e “Specchio dei peccatori o ultimo giudizio universale”.
Vicino a morire, si fece portare dell’acqua fresca per rallegrare con un ultimo miracolo i suoi confratelli. A una sua benedizione quell’acqua si cambiò in vino generoso e, quando tutti ebbero bevuto, dolcemente spirò.
Era il 15 agosto 1301. Il suo corpo riposa nella chiesa cittadina di San Giorgio.
In questa stessa chiesa egli fu sepolto nel 1302, in un'arca ornata con al centro lo stemma dei Bianconi, come ancora oggi si vede.
Nel 1629 - 30, fu beatificato da Urbano VIII; fu rifatto il chiostro del convento dei domenicani, che, più tardi (1640 - 41), fu decorato dallo Sguarzino con episodi della vita del Beato.
Naturalmente l'opera del Bianconi mirò prima di tutto a restaurare i costumi e la morale della sua gente, con azione pacificatrice tra guelfi e ghibellini (1256), creando altri istituti di carattere religiososociale.
Estirpò l'eresia dei Nicolaiti e ridusse al pentimento l'eretico Ottinello.
Fu priore del suo convento e di altri, tra cui Spoleto e Orvieto, dove ebbe per confratello S. Tommaso d'Aquino.
Gesù lo aveva rassicurato della sua eterna salute con una miracolosa aspersione del suo preziosissimo sangue. Papa Clemente X il 18 maggio 1672 ha confermato il culto.
Curiosità sullo “Scriptorium” … e
Nel Convento Domenicano fondato dal Beato Giacomo Bianconi, ricostruito sulla base delle indicazioni fornite dalla leggenda scritta da Magister Ventura da Bevagna, è in funzione un attrezzato Scriptorium, certamente una delle espressioni più qualificate della manifestazione.
Infatti, le pelli di agnello o di capra, una volta essiccate, vengono lavate e rammorbidite, per essere successivamente immerse in una poltiglia di acqua e calce.
Distese sullo "zampetto" vengono prima lavate della lana, poi di tutto il "carniccio"; dopodichè sono messe in tensione su appositi telai, ai quali sono fissate attraversi il procedimento dell' "imbrecciatura", un sistema che tutela la pelle dall'elevato rischio di rompersi.
Dopo essere state essiccate, le pelli - ormai pergamene - sono soggette alle operazioni di pomiciatura, piegatura, foratura e rigatura pronte per diventare fascicoli bianchi di libri, che gli scriptores della gaita utilizzano, confrontandosi con diverse tipologie grafiche.
Dopo essere stati scritti, i fascicoli passano sul tavolo del decoratore, che li completa con semplici lettere inizialidi diverso colore oppure con vere e proprie Historie miniate, o infine con ornamentazioni a motivi antropomorfi, zoomorfi, floreali e geometrici.
I vari fascicoli sono poi cuciti e protetti da apposite coperte, che ne garantiscono una lunga conservazione.
I frati domenicani della Gaita S. Pietro provvedono, inoltre, a preparare, sulla base di antiche ricette, inchiostri e colori ed utilizzano, come strumenti di lavoro, penne d'oca appositamente appuntite e "stil di piombo", corna di bue come calamai, pennelli di pelo di scoiattolo, mollica di pane, pietra pomice e zampetti di coniglio.
Tra i codici già realizzati si possono ammirare un esemplare della Leggenda del Beato Giacomo Bianconi, un volgarizzamento di Fabulae di Esopo e un Ordo Missae.
… e sull’ “Ars Spetiarioum”
La spezieria, oltre che dalla bottega, vale a dire dal locale adibito alla vendita di prodotti di uso quotidiano, ma anche di quelli di più occasionale impiego, è costituita da diversi laboratori nei quali vengono prodotti elisir, spezie, sostanze medicamentose, inchiostri e candele di cera.
La gamma dei prodotti in vendita presso lo Speziale di Bevagna e di alcune delle sue attrezzature è stata desunta da un inedito documento trecentesco di uno speziale Orvietano, che è conservato nel fondo notarile della sezione di Archivio di Stato di Orvieto, mentre le tecniche di distillazzione e di preparazione delle sostanze, nonchè i necessari contenitori sono stati ricostruiti sulla base dei trattati bassomedievali di alchimia (ad esempio il De Secretis Naturae di Raimondo Lullo), dei ritrovamenti archeologici e delle fonti iconografiche.
Ogni albarello contiene spezie, polveri, infusi, oli ed altre sostanze, la maggior parte delle quali viene prodotta nei due laboratori alla cui organizzazione sovraintende lo stesso speziale: nel primo un piccolo ambiente che si apre sulla destra della bottega, sono stati ricostruiti tre alambicchi, uno di vetro e due di rame, destinati alla produzione di acqua di miele, acqua di rose e di rosmarino, sostanze di base per la preparazione di diversi composti; nel retrobottega c'è il laboratorio più grande ove funzionano distillatori in coccio per l'estrazione di essenze di fiori, semi, erbe e spezie varie e distillatori in rame con raffreddamento ad acqua destinati alla preparazione delle sostanze alcoliche.
Collegata a questi ambienti è la Cereria ove si producono candele di pura cera d'api, che viene colata sugli stoppini di canapa pendenti da una ruota girevole fino a quando la candela non ha raggiunto le dimensioni desiderate.
Entrò a 16 anni nell'Ordine a Spoleto. La solida formazione teologica ne fece un genuino "campione della fede" e gli consentì di sradicare dall'Umbria la risorta eresia nicolaitica.
Particolarmente ansioso della salvezza eterna, meritò di essere rassicurato dal Crocifisso che bagnandolo miracolosamente con il sangue gli disse: "Questo sangue sia per te segno di salvezza".
A Bevagna sempre in Umbria, beato Giacomo Bianconi, sacerdote dell’ Ordine dei Predicatori, che fondò in questo luogo un convento e confutò gli errori del nicolaismo.
Discepolo di Alberto Magno a Colonia, si trovò a Bevagna subito dopo il sacco, che ne aveva fatto il conte D'Aquino, per ordine di Federico Il, nel 1249.
Con opera illuminata e saggia, egli convinse i conterranei a far risorgere la patria. Nacquero così una serie di edifici pubblici e privati, tra cui il palazzo dei consoli, per opera del maestro Prode, che, nel 1270, eresse pure quello di Spello.
Il palazzo è tuttora sulla piazza di Bevagna, con la sua mole massiccia, ingentilita da bifore. Nel 1291 il Beato si fece assegnare dal comune la chiesa di San Giorgio, presso il palazzo stesso e vi fondò un convento di domenicani, rifacendo la chiesa, che poi prese il nome dei SS. Domenico e Giacomo.
La nascita di Giacomo Bianconi fu preceduta e accompagnata da segni miracolosi. Il più insolito fu l’ apparire di tre fulgidi astri nel cielo, ognuno dei quali portava la figura di un Domenicano, i quali brillarono non solo tutta la notte, ma anche la mattina seguente, giorno della sua nascita.
Al loro apparire alcuni fanciulli cominciarono a gridare: “A scuola, a scuola, perché già sono nati i maestri!”.
Ed infatti, in quel tempo, nacquero tre santi e dotti Domenicani: Giacomo da Bevagna, Ambrogio Sansedoni e Tommaso d’Aquino. Giacomo, ancora giovanetto, a sedici anni, vestì l’ Abito Domenicano nel convento di Spoleto.
I suoi passi nella santità e nella dottrina furono da gigante. La penitenza e l’adorazione furono le fonti genuine a cui attinse quel fuoco di carità che fece di lui uno dei più grandi apostoli e predicatori del suo tempo. Fondò il Convento di Bevagna, che governò più con gli esempi che con l’autorità.
Estinse nell’Umbria la setta dei Nicolaiti, che spargeva innominabili errori e ottenne con la sua santa parola l’abiura del suo capo. Ha scritto due opere: “Specchio dell’umanità di Gesù” e “Specchio dei peccatori o ultimo giudizio universale”.
Vicino a morire, si fece portare dell’acqua fresca per rallegrare con un ultimo miracolo i suoi confratelli. A una sua benedizione quell’acqua si cambiò in vino generoso e, quando tutti ebbero bevuto, dolcemente spirò.
Era il 15 agosto 1301. Il suo corpo riposa nella chiesa cittadina di San Giorgio.
In questa stessa chiesa egli fu sepolto nel 1302, in un'arca ornata con al centro lo stemma dei Bianconi, come ancora oggi si vede.
Nel 1629 - 30, fu beatificato da Urbano VIII; fu rifatto il chiostro del convento dei domenicani, che, più tardi (1640 - 41), fu decorato dallo Sguarzino con episodi della vita del Beato.
Naturalmente l'opera del Bianconi mirò prima di tutto a restaurare i costumi e la morale della sua gente, con azione pacificatrice tra guelfi e ghibellini (1256), creando altri istituti di carattere religiososociale.
Estirpò l'eresia dei Nicolaiti e ridusse al pentimento l'eretico Ottinello.
Fu priore del suo convento e di altri, tra cui Spoleto e Orvieto, dove ebbe per confratello S. Tommaso d'Aquino.
Gesù lo aveva rassicurato della sua eterna salute con una miracolosa aspersione del suo preziosissimo sangue. Papa Clemente X il 18 maggio 1672 ha confermato il culto.
Curiosità sullo “Scriptorium” … e
Nel Convento Domenicano fondato dal Beato Giacomo Bianconi, ricostruito sulla base delle indicazioni fornite dalla leggenda scritta da Magister Ventura da Bevagna, è in funzione un attrezzato Scriptorium, certamente una delle espressioni più qualificate della manifestazione.
Infatti, le pelli di agnello o di capra, una volta essiccate, vengono lavate e rammorbidite, per essere successivamente immerse in una poltiglia di acqua e calce.
Distese sullo "zampetto" vengono prima lavate della lana, poi di tutto il "carniccio"; dopodichè sono messe in tensione su appositi telai, ai quali sono fissate attraversi il procedimento dell' "imbrecciatura", un sistema che tutela la pelle dall'elevato rischio di rompersi.
Dopo essere state essiccate, le pelli - ormai pergamene - sono soggette alle operazioni di pomiciatura, piegatura, foratura e rigatura pronte per diventare fascicoli bianchi di libri, che gli scriptores della gaita utilizzano, confrontandosi con diverse tipologie grafiche.
Dopo essere stati scritti, i fascicoli passano sul tavolo del decoratore, che li completa con semplici lettere inizialidi diverso colore oppure con vere e proprie Historie miniate, o infine con ornamentazioni a motivi antropomorfi, zoomorfi, floreali e geometrici.
I vari fascicoli sono poi cuciti e protetti da apposite coperte, che ne garantiscono una lunga conservazione.
I frati domenicani della Gaita S. Pietro provvedono, inoltre, a preparare, sulla base di antiche ricette, inchiostri e colori ed utilizzano, come strumenti di lavoro, penne d'oca appositamente appuntite e "stil di piombo", corna di bue come calamai, pennelli di pelo di scoiattolo, mollica di pane, pietra pomice e zampetti di coniglio.
Tra i codici già realizzati si possono ammirare un esemplare della Leggenda del Beato Giacomo Bianconi, un volgarizzamento di Fabulae di Esopo e un Ordo Missae.
… e sull’ “Ars Spetiarioum”
La spezieria, oltre che dalla bottega, vale a dire dal locale adibito alla vendita di prodotti di uso quotidiano, ma anche di quelli di più occasionale impiego, è costituita da diversi laboratori nei quali vengono prodotti elisir, spezie, sostanze medicamentose, inchiostri e candele di cera.
La gamma dei prodotti in vendita presso lo Speziale di Bevagna e di alcune delle sue attrezzature è stata desunta da un inedito documento trecentesco di uno speziale Orvietano, che è conservato nel fondo notarile della sezione di Archivio di Stato di Orvieto, mentre le tecniche di distillazzione e di preparazione delle sostanze, nonchè i necessari contenitori sono stati ricostruiti sulla base dei trattati bassomedievali di alchimia (ad esempio il De Secretis Naturae di Raimondo Lullo), dei ritrovamenti archeologici e delle fonti iconografiche.
Ogni albarello contiene spezie, polveri, infusi, oli ed altre sostanze, la maggior parte delle quali viene prodotta nei due laboratori alla cui organizzazione sovraintende lo stesso speziale: nel primo un piccolo ambiente che si apre sulla destra della bottega, sono stati ricostruiti tre alambicchi, uno di vetro e due di rame, destinati alla produzione di acqua di miele, acqua di rose e di rosmarino, sostanze di base per la preparazione di diversi composti; nel retrobottega c'è il laboratorio più grande ove funzionano distillatori in coccio per l'estrazione di essenze di fiori, semi, erbe e spezie varie e distillatori in rame con raffreddamento ad acqua destinati alla preparazione delle sostanze alcoliche.
Collegata a questi ambienti è la Cereria ove si producono candele di pura cera d'api, che viene colata sugli stoppini di canapa pendenti da una ruota girevole fino a quando la candela non ha raggiunto le dimensioni desiderate.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Ulma, Germania, 1407 - Bologna, 11 ottobre 1491
Il Beato Giacomo, originario di Ulma in Germania (1407), all'età di venticinque anni sostò a Bologna, tappa del suo pellegrinaggio verso Roma. Dopo alterne vicende, che lo videro soldato a Napoli e domestico a Capua, ritornò nella nostra città con le milizie del Duca di Milano. Visitando la Basilica di San Domenico si sentì attratto dalla vita religiosa e nel 1441 chiese di vestire l'abito dei fratelli conversi.
Lo spirito di preghiera e di mortificazione, l'umiltà profonda e il cordiale servizio al prossimo gli accreditarono la fama di santità ancor prima della sua morte.
Tra le sue devote consuetudini erano la recita del Pater noster, che diceva essergli più dolce del miele, e la preparazione alla Comunione Eucaristica in un'ininterrotta veglia notturna. Dotato di grande sensibilità artistica fu maestro nell'arte vetraria: a lui si attribuisce una delle grandi vetrate nella cappella dei Notai della Basilica di San Petronio.
Martirologio Romano: A Bologna, Beato Giacomo da Ulm Griesinger, religioso dell’Ordine dei Predicatori, che, sebbene analfabeta, fu un valente decoratore di vetrate e offrì a tutti per cinquant’anni un esempio di dedizione al lavoro e alla preghiera.
Giacomo, nato a Ulm nel 1407, ebbe fin da fanciullo nella sua famiglia, i Griesinger i più preziosi esempi di cristiana pietà. A 25 anni, con la benedizione dei genitori, dalle rive del Danubio, s’incamminò pellegrino verso Roma per venerarvi le tombe dei Santi Apostoli. Dopo varie peregrinazioni passò per Bologna, dove si fermò qualche tempo. Sua meta prediletta era la tomba di San Domenico e qui, durante le sue devote visite, sentì forte l’ispirazione d’abbracciare l’Ordine.
Sebbene non fosse del tutto incolto, chiese ed ottenne, nel 1441, di essere ammesso tra i fratelli conversi. Anima candida e sensibile, comprese e seppe attuare in pieno la sua santa vocazione. La sua orazione toccava l’estasi, e spesso lo si vedeva circondato di luce Ma sebbene il cuore fosse estraneo alla terra, le mani erano sempre pronte al lavoro e a rendere qualunque umile servizio con quell’amabile sorriso che dilata i cuori.
Fu provetto nell’arte di dipingere il vetro, tanto che di lui rimangono eccellenti lavori.
Si racconta che un giorno, mentre sorvegliava la cottura di alcuni vetri dipinti, il Priore gli comandò di andare alla cerca. Il Beato, senza aprire bocca, si recò a compiere l’obbedienza. Al suo ritorno invece di trovare i vetri inceneriti, com’era da prevedersi, li trovò cotti al punto giusto, riusciti a meraviglia.
Conservò sempre l’innocenza battesimale e, spirata l’anima benedetta, l’11 ottobre 1491, parve comunicato il suo candore anche al corpo, che risplendette di luce celeste. Papa Leone XII il 3 agosto 1825 ha confermato il culto.
Le sue reliquie, conservate in San Domenico a Bologna, nel 1965 furono trasferite in una pregiata urna sull’altare a lui dedicato.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Il Beato Giacomo, originario di Ulma in Germania (1407), all'età di venticinque anni sostò a Bologna, tappa del suo pellegrinaggio verso Roma. Dopo alterne vicende, che lo videro soldato a Napoli e domestico a Capua, ritornò nella nostra città con le milizie del Duca di Milano. Visitando la Basilica di San Domenico si sentì attratto dalla vita religiosa e nel 1441 chiese di vestire l'abito dei fratelli conversi.
Lo spirito di preghiera e di mortificazione, l'umiltà profonda e il cordiale servizio al prossimo gli accreditarono la fama di santità ancor prima della sua morte.
Tra le sue devote consuetudini erano la recita del Pater noster, che diceva essergli più dolce del miele, e la preparazione alla Comunione Eucaristica in un'ininterrotta veglia notturna. Dotato di grande sensibilità artistica fu maestro nell'arte vetraria: a lui si attribuisce una delle grandi vetrate nella cappella dei Notai della Basilica di San Petronio.
Martirologio Romano: A Bologna, Beato Giacomo da Ulm Griesinger, religioso dell’Ordine dei Predicatori, che, sebbene analfabeta, fu un valente decoratore di vetrate e offrì a tutti per cinquant’anni un esempio di dedizione al lavoro e alla preghiera.
Giacomo, nato a Ulm nel 1407, ebbe fin da fanciullo nella sua famiglia, i Griesinger i più preziosi esempi di cristiana pietà. A 25 anni, con la benedizione dei genitori, dalle rive del Danubio, s’incamminò pellegrino verso Roma per venerarvi le tombe dei Santi Apostoli. Dopo varie peregrinazioni passò per Bologna, dove si fermò qualche tempo. Sua meta prediletta era la tomba di San Domenico e qui, durante le sue devote visite, sentì forte l’ispirazione d’abbracciare l’Ordine.
Sebbene non fosse del tutto incolto, chiese ed ottenne, nel 1441, di essere ammesso tra i fratelli conversi. Anima candida e sensibile, comprese e seppe attuare in pieno la sua santa vocazione. La sua orazione toccava l’estasi, e spesso lo si vedeva circondato di luce Ma sebbene il cuore fosse estraneo alla terra, le mani erano sempre pronte al lavoro e a rendere qualunque umile servizio con quell’amabile sorriso che dilata i cuori.
Fu provetto nell’arte di dipingere il vetro, tanto che di lui rimangono eccellenti lavori.
Si racconta che un giorno, mentre sorvegliava la cottura di alcuni vetri dipinti, il Priore gli comandò di andare alla cerca. Il Beato, senza aprire bocca, si recò a compiere l’obbedienza. Al suo ritorno invece di trovare i vetri inceneriti, com’era da prevedersi, li trovò cotti al punto giusto, riusciti a meraviglia.
Conservò sempre l’innocenza battesimale e, spirata l’anima benedetta, l’11 ottobre 1491, parve comunicato il suo candore anche al corpo, che risplendette di luce celeste. Papa Leone XII il 3 agosto 1825 ha confermato il culto.
Le sue reliquie, conservate in San Domenico a Bologna, nel 1965 furono trasferite in una pregiata urna sull’altare a lui dedicato.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Venezia, 1231 - Forlì, 31 maggio 1314
Morto suo padre, sua madre si fece monaca, e lui a 17 anni, dopo aver distribuito ai poveri tutti i beni della sua famiglia, entrò nel convento domenicano nella nativa Venezia.
Esercitò il suo ministero per 45 anni a Forlì, dove per la sua carità fu chiamato "Padre dei poveri". Si distinse anche per il suo amore verso i malati, e per questo è invocato contro la malattia del cancro.
Martirologio Romano: A Forlì, Beato Giacomo Salomoni, sacerdote, che, adolescente, morto il padre e entrata la madre tra le monache cistercensi, distribuì i suoi beni ai poveri e, accolto nell’Ordine dei Predicatori, vi rifulse per quarantacinque anni come amico dei poveri e uomo di pace, dotato di insigni carismi.
Giacomo Salomoni, di nobilissima famiglia veneziana, rimase assai presto orfano di padre. La madre allora lo affidò alla virtuosissima nonna, decidendo di prendere il velo monacale in un monastero della città, detto delle Celesti. Il bimbo spesso visitava sua madre, e fatto giovinetto, sentì anche lui l’attrattiva per le cose nobili e sante. Così, distribuito ai poveri un cospicuo patrimonio, si fece, a diciassette anni, Frate Predicatore.
Ricevute con vivissima gioia le bianche lane, sua ambizione fu di seguire le orme del grande Patriarca Domenico.
Ebbe il culto della Regola, che per sessantasei anni osservò con inviolabile fedeltà. Anima contemplativa e assetata di silenzio, ottenne, nel 1269, di passare al Convento di Forlì, per vivervi sconosciuto e lontano dalla sua Patria.
Non ebbe il dono dell’eloquenza, ma sua cattedra fu il confessionale, dove svolse un fruttuosissimo apostolato per il quale aveva ricevuto da Dio doni veramente straordinari. Leggeva nelle anime, e per ognuna di loro le sue parole erano balsamo e vita.
Spesso, quando era in confessionale, si vedeva una colomba misteriosa posarsi sulla sua spalla. La sua preghiera era taumaturga e otteneva miracoli d’ogni genere. Nella tarda età sopportò una crudele piaga al petto, senza concedersi, né riposo, né dispense. Fu Priore in diversi Conventi, ma mori in quello di Forlì nel giorno e nell’ora da lui predetti, il 31 maggio 1314, portando in cielo intatta la stola battesimale.
I suoi funerali furono un trionfo e Forlì lo proclamò suo Patrono. Il culto fu approvato per Forlì nel 1526 e per Venezia nel 1617. Papa Gregorio XV il 22 settembre 1621 ha concesso a tutto l’Ordine la Messa e l’ufficio propri.
La splendida chiesa dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia, testimone della sua donazione giovanile al Signore, dal 1939 ne conserva gelosamente il corpo.
Morto suo padre, sua madre si fece monaca, e lui a 17 anni, dopo aver distribuito ai poveri tutti i beni della sua famiglia, entrò nel convento domenicano nella nativa Venezia.
Esercitò il suo ministero per 45 anni a Forlì, dove per la sua carità fu chiamato "Padre dei poveri". Si distinse anche per il suo amore verso i malati, e per questo è invocato contro la malattia del cancro.
Martirologio Romano: A Forlì, Beato Giacomo Salomoni, sacerdote, che, adolescente, morto il padre e entrata la madre tra le monache cistercensi, distribuì i suoi beni ai poveri e, accolto nell’Ordine dei Predicatori, vi rifulse per quarantacinque anni come amico dei poveri e uomo di pace, dotato di insigni carismi.
Giacomo Salomoni, di nobilissima famiglia veneziana, rimase assai presto orfano di padre. La madre allora lo affidò alla virtuosissima nonna, decidendo di prendere il velo monacale in un monastero della città, detto delle Celesti. Il bimbo spesso visitava sua madre, e fatto giovinetto, sentì anche lui l’attrattiva per le cose nobili e sante. Così, distribuito ai poveri un cospicuo patrimonio, si fece, a diciassette anni, Frate Predicatore.
Ricevute con vivissima gioia le bianche lane, sua ambizione fu di seguire le orme del grande Patriarca Domenico.
Ebbe il culto della Regola, che per sessantasei anni osservò con inviolabile fedeltà. Anima contemplativa e assetata di silenzio, ottenne, nel 1269, di passare al Convento di Forlì, per vivervi sconosciuto e lontano dalla sua Patria.
Non ebbe il dono dell’eloquenza, ma sua cattedra fu il confessionale, dove svolse un fruttuosissimo apostolato per il quale aveva ricevuto da Dio doni veramente straordinari. Leggeva nelle anime, e per ognuna di loro le sue parole erano balsamo e vita.
Spesso, quando era in confessionale, si vedeva una colomba misteriosa posarsi sulla sua spalla. La sua preghiera era taumaturga e otteneva miracoli d’ogni genere. Nella tarda età sopportò una crudele piaga al petto, senza concedersi, né riposo, né dispense. Fu Priore in diversi Conventi, ma mori in quello di Forlì nel giorno e nell’ora da lui predetti, il 31 maggio 1314, portando in cielo intatta la stola battesimale.
I suoi funerali furono un trionfo e Forlì lo proclamò suo Patrono. Il culto fu approvato per Forlì nel 1526 e per Venezia nel 1617. Papa Gregorio XV il 22 settembre 1621 ha concesso a tutto l’Ordine la Messa e l’ufficio propri.
La splendida chiesa dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia, testimone della sua donazione giovanile al Signore, dal 1939 ne conserva gelosamente il corpo.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Rivalto, 1260 c. - Piacenza, 19 agosto 1311
Dopo gli studi di filosofia a Parigi, ricevette l'abito nel convento di Santa Caterina a Pisa.
Dotato di straordinaria memoria (sapeva a mente breviario, messale, bibbia, e la seconda parte della Summa Theologiae di San Tommaso) mise al servizio di Dio la sua oratoria forbita e persuasiva.
I suoi sermoni di eccezionale pregio letterario lo collocarono tra i padri della lingua italiana.
A Pisa istituì la confraternita del SS. Salvatore per stimolare la pratica religiosa tra gli uomini. Morì a Piacenza.
Martirologio Romano: A Piacenza, Beato Giordano da Pisa, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che spiegava al popolo in lingua volgare alti concetti con grande semplicità.
Nacque probabilmente in Rivalto, castello della repubblica pisana, dalla famiglia Orlandini, secondo altri in Pisa stessa, dalla famiglia da Rivalto, verso il 1260. Dopo avere studiato a Parigi in quella celebre università, nel 1280 faceva ritorno a Pisa entrando tra i figli di San Domenico nel convento di Santa Caterina. Fatto il tirocinio, studiò a Pisa, a Bologna e nuovamente a Parigi dove dimorò probabilmente tra il 1285 e il 1288. In seguito viaggiò, predicando e studiando, in molte parti d'Europa.
Rientrato in patria, insegnò a Pisa, rivelandosi profondo filosofo e teologo, nonché Santo religioso, poi nello studio generale di S. Maria Novella di Firenze, il più importante centro di studi della provincia romana, di cui nel 1305 fu dichiarato lettore primario. Possedeva conoscenze assai vaste; fu detto che sapeva più cose lui solo che tutti i religiosi della provincia insieme!
Aveva letto gli autori antichi, studiato il greco e l'ebraico e gli erano familiari la filosofia e la teologia. Soprattutto conosceva perfettamente i libri sacri ed in particolare San Paolo, e sapeva a mente il Breviario, il Messale, gran parte della S. Scrittura e la Secunda di san Tommaso d'Aquino.
Persuaso che la scienza non basti, si dedicò con ogni sforzo al conseguimento delle virtù. Vero modello del predicatore, fece ascoltare la sua voce in molte parti d'Italia e forse, nel 1301, nella stessa Germania ove si recò per assistere al capitolo generale del suo Ordine, che si tenne a Colonia.
Predicò fino a cinque volte in un giorno, ora in una chiesa, ora in un'altra, all'interno o sulle piazze. Iniziava un sermone al mattino in una chiesa e, sopra lo stesso soggetto, lo continuava a metà del giorno su una piazza e lo terminava la sera in un'altra chiesa. Il popolo fiorentino, avido di udirlo, lo seguiva fedelmente ovunque, senza te- nere conto dei disagi che doveva affrontare.
Non contenti d'ascoltarlo, vari uditori raccolsero le sue prediche, talvolta trascrivendole ai piedi stessi del pulpito come uscivano dalle sue labbra, riassumendole.
Il suo genere di predicazione era quello inconfondibile degli uomini veramente apostolici: niente sottigliezze, niente ricercatezze, ma una parola evangelica e popolare, ove la verità e la profondità della dottrina sono unite alla semplicità, vivida e vigorosa, della forma.
Il Beato Giordano ebbe ancora un altro merito: quello della purezza con la quale si esprimeva nella lingua volgare.
Seguendo l'uso nuovo, che cominciava allora a diffondersi, egli aveva abbandonato il latino per predicare unicamente in lingua italiana. Le sue prediche, nonostante la semplicità tutta primitiva, sono ritenute un monumento prezioso della prosa volgare italiana del Trecento, purtroppo solo in parte dato alla stampa.
Ciò che a lui interessava era la conversione delle anime. E non mancarono interventi miracolosi da parte di Dio. Un giorno mentre predi- cava davanti ad un pubblico più numeroso del solito, una croce rossa apparve visibilmente impressa sulla sua fronte e tutti poterono contemplarla.
Una vera trasformazione si operò in Firenze; molte persone abbandonarono il vizio e si diedero alla virtù. Le donne, la cui condotta, dal punto di vista della modestia, lasciava molto a desiderare, cominciarono a comportarsi secondo la decenza cristiana; scomparvero le inimicizie e si ebbero molte pacificazioni tra Guelfi e Ghibellini.
Anche in Pisa, ove lo troviamo in seguito, raccolse gli stessi successi. Vi istituì i Disciplinati, la Confraternita del Santissimo Salvatore, detta del Crocione, che ancora oggi sussiste e conserva i suoi statuti primitivi, pieni di saggezza.
Dovette accettare di essere predicatore generale nel suo Ordine e poi definitore del convento pisano.
I superiori pensavano di chiamarlo ad uno degli incarichi più onorifici di quella epoca, quello di maestro nell'Università di Parigi. Il maestro generale Americo da Piacenza gli ordinò di partire per la Francia e salire sulla cattedra del famoso convento di S. Giacomo. Ma la Provvidenza aveva predisposto diversamente: giunto a Piacenza si ammalò gravemente e il 19 agosto 1311 moriva, assistito dallo stesso maestro generale.
La notizia della morte di Giordano suscitò molto dolore in Pisa e i maggiorenti della città si portarono a Piacenza per prenderne il corpo che fu subito oggetto della devozione popolare e la sua tomba divenne meta di pellegrinaggi.
Nel 1580 ebbe luogo la prima traslazione, nel 1686 la seconda ed una terza nel 1785.
Gregorio XVI ne approvò il culto nel 1833 e permise la festa nell'Ordine dei Frati Predicatori e nella diocesi di Pisa il 6 marzo.
(Autore: Antonino Silli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Dopo gli studi di filosofia a Parigi, ricevette l'abito nel convento di Santa Caterina a Pisa.
Dotato di straordinaria memoria (sapeva a mente breviario, messale, bibbia, e la seconda parte della Summa Theologiae di San Tommaso) mise al servizio di Dio la sua oratoria forbita e persuasiva.
I suoi sermoni di eccezionale pregio letterario lo collocarono tra i padri della lingua italiana.
A Pisa istituì la confraternita del SS. Salvatore per stimolare la pratica religiosa tra gli uomini. Morì a Piacenza.
Martirologio Romano: A Piacenza, Beato Giordano da Pisa, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che spiegava al popolo in lingua volgare alti concetti con grande semplicità.
Nacque probabilmente in Rivalto, castello della repubblica pisana, dalla famiglia Orlandini, secondo altri in Pisa stessa, dalla famiglia da Rivalto, verso il 1260. Dopo avere studiato a Parigi in quella celebre università, nel 1280 faceva ritorno a Pisa entrando tra i figli di San Domenico nel convento di Santa Caterina. Fatto il tirocinio, studiò a Pisa, a Bologna e nuovamente a Parigi dove dimorò probabilmente tra il 1285 e il 1288. In seguito viaggiò, predicando e studiando, in molte parti d'Europa.
Rientrato in patria, insegnò a Pisa, rivelandosi profondo filosofo e teologo, nonché Santo religioso, poi nello studio generale di S. Maria Novella di Firenze, il più importante centro di studi della provincia romana, di cui nel 1305 fu dichiarato lettore primario. Possedeva conoscenze assai vaste; fu detto che sapeva più cose lui solo che tutti i religiosi della provincia insieme!
Aveva letto gli autori antichi, studiato il greco e l'ebraico e gli erano familiari la filosofia e la teologia. Soprattutto conosceva perfettamente i libri sacri ed in particolare San Paolo, e sapeva a mente il Breviario, il Messale, gran parte della S. Scrittura e la Secunda di san Tommaso d'Aquino.
Persuaso che la scienza non basti, si dedicò con ogni sforzo al conseguimento delle virtù. Vero modello del predicatore, fece ascoltare la sua voce in molte parti d'Italia e forse, nel 1301, nella stessa Germania ove si recò per assistere al capitolo generale del suo Ordine, che si tenne a Colonia.
Predicò fino a cinque volte in un giorno, ora in una chiesa, ora in un'altra, all'interno o sulle piazze. Iniziava un sermone al mattino in una chiesa e, sopra lo stesso soggetto, lo continuava a metà del giorno su una piazza e lo terminava la sera in un'altra chiesa. Il popolo fiorentino, avido di udirlo, lo seguiva fedelmente ovunque, senza te- nere conto dei disagi che doveva affrontare.
Non contenti d'ascoltarlo, vari uditori raccolsero le sue prediche, talvolta trascrivendole ai piedi stessi del pulpito come uscivano dalle sue labbra, riassumendole.
Il suo genere di predicazione era quello inconfondibile degli uomini veramente apostolici: niente sottigliezze, niente ricercatezze, ma una parola evangelica e popolare, ove la verità e la profondità della dottrina sono unite alla semplicità, vivida e vigorosa, della forma.
Il Beato Giordano ebbe ancora un altro merito: quello della purezza con la quale si esprimeva nella lingua volgare.
Seguendo l'uso nuovo, che cominciava allora a diffondersi, egli aveva abbandonato il latino per predicare unicamente in lingua italiana. Le sue prediche, nonostante la semplicità tutta primitiva, sono ritenute un monumento prezioso della prosa volgare italiana del Trecento, purtroppo solo in parte dato alla stampa.
Ciò che a lui interessava era la conversione delle anime. E non mancarono interventi miracolosi da parte di Dio. Un giorno mentre predi- cava davanti ad un pubblico più numeroso del solito, una croce rossa apparve visibilmente impressa sulla sua fronte e tutti poterono contemplarla.
Una vera trasformazione si operò in Firenze; molte persone abbandonarono il vizio e si diedero alla virtù. Le donne, la cui condotta, dal punto di vista della modestia, lasciava molto a desiderare, cominciarono a comportarsi secondo la decenza cristiana; scomparvero le inimicizie e si ebbero molte pacificazioni tra Guelfi e Ghibellini.
Anche in Pisa, ove lo troviamo in seguito, raccolse gli stessi successi. Vi istituì i Disciplinati, la Confraternita del Santissimo Salvatore, detta del Crocione, che ancora oggi sussiste e conserva i suoi statuti primitivi, pieni di saggezza.
Dovette accettare di essere predicatore generale nel suo Ordine e poi definitore del convento pisano.
I superiori pensavano di chiamarlo ad uno degli incarichi più onorifici di quella epoca, quello di maestro nell'Università di Parigi. Il maestro generale Americo da Piacenza gli ordinò di partire per la Francia e salire sulla cattedra del famoso convento di S. Giacomo. Ma la Provvidenza aveva predisposto diversamente: giunto a Piacenza si ammalò gravemente e il 19 agosto 1311 moriva, assistito dallo stesso maestro generale.
La notizia della morte di Giordano suscitò molto dolore in Pisa e i maggiorenti della città si portarono a Piacenza per prenderne il corpo che fu subito oggetto della devozione popolare e la sua tomba divenne meta di pellegrinaggi.
Nel 1580 ebbe luogo la prima traslazione, nel 1686 la seconda ed una terza nel 1785.
Gregorio XVI ne approvò il culto nel 1833 e permise la festa nell'Ordine dei Frati Predicatori e nella diocesi di Pisa il 6 marzo.
(Autore: Antonino Silli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
*Beato Giordano di Sassonia – Domenicano (13 Febbraio)
Westfalia, 1175/1185 - Attalia, 13 febbraio 1237
Giordano di Sassonia, nato dai Conti di Ebernstein, fu l’immediato successore del glorioso Patriarca Domenico, dal quale ereditò la parola eloquente, la tenerezza del cuore e lo zelo appassionato per portare tutti gli uomini alla conoscenza e all’amore di Gesù Cristo.
Nel 1219, trovandosi a Parigi, già laureato nelle scienze sacre, fu conquistato dalla parola del Beato Padre Domenico, decidendo di vestire l’Abito di Frate Predicatore, il 12 febbraio 1220, mercoledì delle Ceneri, nel Convento di Saint Jacques.
Ma presto Dio chiamò a se il Santo Patriarca Domenico e Padre Giordano, senza più il suo padre e maestro venerato, nel Capitolo del 1222, per l’unanime consenso dei suoi confratelli domenicani, fu chiamato a succedergli.
Martirologio Romano: Vicino a Tolemaide, oggi Akko in Palestina, transito del Beato Giordano di Sassonia, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che, successore di san Domenico e suo imitatore, propagò con grandissimo impegno l’Ordine e morì in un naufragio.
Nato ca. l'a. 1175 (Aron) o verso il 1185 (Scheeben) a Burgherg presso Dassel (Westfalia), probabilmente da contadini, per le sue eccellenti doti si recò ancor giovane allo Studio parigino. Nel 1218 o prima era magister artium. Nell'estate 1219 incontrò sAN Domenico, di passaggio per Parigi, si confessò da lui e fu da lui esortato a ricevere il diaconato (Liloellus, n. 3).
Dopo qualche mese Giordano decise di farsi domenicano con il suo amico Enrico di Colonia. Già diacono e baccelliere in teologia, chiese l'abito domenicano il 12 febbraio 1220.
Qualche mese più tardi fu scelto quale delegato principale, dopo Matteo di Francia, del convento di Parigi, per assistere al primo capitolo generale dell'Ordine, - da celebrarsi nel maggio 1220 a Bologna.
Rientrato a Parigi riprese l'insegnamento e il ministero. Nel capitolo generale di Bologna del giugno 1221 fu nominato quantunque assente, provinciale della Lombardia, la più rigogliosa provincia del giovane Ordine dei Predicatori.
Questo ufficio affidato a Giordano è il più eloquente riconoscimento delle sue qualità personali e religiose. Da Parigi si mise in viaggio, via Besancon e Losanna, per giungere in Lombardia ove arrivò, come sembra, dopo la morte di San Domenico, avvenuta il 6 agosto 1221. Giordano risiedeva a Bologna, predicava e vigilava su conventi e frati. Lo spiacevole episodio dell'ossessione di un certo fra Bernardo, a Bologna, mosse Giordano ad introdurre il canto della Salve Regina dopo la Compieta; l'episodio risale all'anno 1221 e diede inizio a questa usanza liturgica quotidiana presso i Domenicani.
Nel capitolo tenutosi a Parigi per l'elezione del secondo maestro generale dell'Ordine ed al quale sembra sia stato presente, Giordano fu eletto il 23 maggio 1222.
Nel giugno 1223 installò nel monastero di Sant' Agnese a Bologna Diana d'Andalò e le sue compagne e le vestì dell'abito domenicano.
La rete dei viaggi del Beato si estese anche oltre; luoghi dei capitoli generali celebrati sotto di lui, ora a Bologna ora a Parigi, per visite a varie province. Così Giordano presiedette il primo capitolo della provincia di Germania a Magdeburgo nel settembre del 1227; fu presente alla morte di Enrico di Colonia nell'ottobre 1229; nel gennaio 1230 si trovava a Oxford e forse nel 1232 a Napoli.
Nel maggio 1233 eseguí la traslazione delle spoglie del fondatore dell'Ordine a Bologna. Ma non poté intervenire, per infermità, ai successivi capitoli del 1234 e 1235. Diresse però i capitoli generalissimi di Parigi (1228) e di Bologna (1236). Dopo queste assise visitò la provincia di Terra Santa.
Tornando in Europa, per il naufragio della nave dinanzi alla costa di Pamphilia, presso Attalia, Giordano con i compagni fra Gerardo e fra Giovanni, trovò la morte il 13 febbraio 1237, morte comunicata dal provinciale di Terra Santa, p. Filippo di Reims, ai penitenzieri della curia papale, fra Godefrido e fra Reginaldo, i quali la diffusero per l'Europa. Le tre salme, recuperate e trasportate nella chiesa domenicana ad Acri, furono ivi seppellite. S. Ludgarda ebbe una visione di Giordano in gloria in mezzo agli Apostoli e ai Profeti.
Di intelligenza viva, volontà nobile, cuore generoso e sempre pronto all'aiuto, Giordano ebbe l'arte perfetta di trattare uomini e affari. Egli plasmò piú di ogni altro, dopo il fondatore, lo spirito e la legislazione dei Predicatori. Inoltre fu propagatore felicissimo del suo Ordine, portando le case da trenta a trecento e il numero dei frati da ca. trecento a quattromila. Simpatia e successo particolari incontrò tra gli universitari, sia maestri, sia scolari.
A Parigi, una volta, diede l'abito a sessanta studenti e ad altri ancora a Vercelli, a Padova (Giovanni Buoncambi, Alberto Magno), a Bologna, ecc. Pubblicò le prime costituzioni domenicane; diede impulso al ministero della predicazione in Europa e nelle missioni e all'amministrazione dei sacramenti e tutelò il diritto di sepoltura nelle chiese domenicane. Per ordine di Gregorio IX dovette accettare dal 1231 le nomine di domenicani a inquisitori in Francia, Germania, Lombardia, Toscana, nel regno di Sicilia e in Spagna.
Rapporti spirituali e amministrativi lo legarono ai papi, alla regina Bianca di Francia, a vescovi e pastori d'anime, a dotti come Roberto Grosseteste ed i maestri di Parigi e Bologna, nonché ad anime elette come Enrico di Colonia, le beate Diana e compagne domenicane a Bologna, s. Ludgarda cistercense in Aywières, le benedettine di Oeren-Treviri ed altre.
Il Beato Giordano fu il primo autore domenicano di notevole importanza. Anteriore al suo ingresso nell'Ordine è il Commentarius in Priscianum minorem e la Postilla super Apocalypsim, di quando era ancora baccelliere di teologia. V. inoltre i Sermones. Con il Li/Dellus Monumenta de principiis Ordinis Praedicatorum, Giordano divenne il primo storiografo di s. Domenico e del suo Ordine.
Le epistole dirette a conventi e anime elette, come alla b. Diana d'Andalò e compagne e alle benedettine di Oeren eccellono per stile chiaro ed espressivo senza ricercatezza, per notizie sui viaggi, di carattere amministrativo, religioso, personale e culturale.
La dottrina spirituale prende lo spunto dalla salda fede nella vita eterna, attraverso la conformità con Cristo, la prudenza delle mortificazioni, con cenni a Maria, a San Domenico, alla Chiesa e al Papa. L'Oratio ad S. Dominicum, la riafferma.
Dopo la sepoltura nella chiesa d'Acri, Giordano ebbe venerazione anche da parte musulmana. Gerardo di Frachet nelle Vitae fratrum (1259-60), dopo il libro su San Domenico, consacra un libro intero al "santo e degno di memoria padre nostro frate Jordano".
Tommaso da Modena a Treviso (1352 ca.) e Giovanni da Fiesole dipingono la bella figura del Beato Giordano, quest'ultimo nella Crocifissione delicapitolo di S. Marco a Firenze, seguiti dagli alberi genealogici dei secoli XV, XVI e XVII, dal, l'affresco di Federico Pacher (m. 1494) a Bolzano e dalle immagini del Klauber, Danzas, Bioller, van Bergen.
Grande lode gli dedica il cronista Giovanni Meyer (1466) terminante nella frase: "pater gloriosis coruscat miraculis et multis multa beneficia praestat".
Leone XII, il 10 maggio 1826, ne confermò il culto. La festa si celebra nell'Ordine Dominicano il 14 febbraio, nell'Ordine Teutonico il 13 febbraio.
(Autore: Angelo Walz – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giordano di Sassonia, nato dai Conti di Ebernstein, fu l’immediato successore del glorioso Patriarca Domenico, dal quale ereditò la parola eloquente, la tenerezza del cuore e lo zelo appassionato per portare tutti gli uomini alla conoscenza e all’amore di Gesù Cristo.
Nel 1219, trovandosi a Parigi, già laureato nelle scienze sacre, fu conquistato dalla parola del Beato Padre Domenico, decidendo di vestire l’Abito di Frate Predicatore, il 12 febbraio 1220, mercoledì delle Ceneri, nel Convento di Saint Jacques.
Ma presto Dio chiamò a se il Santo Patriarca Domenico e Padre Giordano, senza più il suo padre e maestro venerato, nel Capitolo del 1222, per l’unanime consenso dei suoi confratelli domenicani, fu chiamato a succedergli.
Martirologio Romano: Vicino a Tolemaide, oggi Akko in Palestina, transito del Beato Giordano di Sassonia, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che, successore di san Domenico e suo imitatore, propagò con grandissimo impegno l’Ordine e morì in un naufragio.
Nato ca. l'a. 1175 (Aron) o verso il 1185 (Scheeben) a Burgherg presso Dassel (Westfalia), probabilmente da contadini, per le sue eccellenti doti si recò ancor giovane allo Studio parigino. Nel 1218 o prima era magister artium. Nell'estate 1219 incontrò sAN Domenico, di passaggio per Parigi, si confessò da lui e fu da lui esortato a ricevere il diaconato (Liloellus, n. 3).
Dopo qualche mese Giordano decise di farsi domenicano con il suo amico Enrico di Colonia. Già diacono e baccelliere in teologia, chiese l'abito domenicano il 12 febbraio 1220.
Qualche mese più tardi fu scelto quale delegato principale, dopo Matteo di Francia, del convento di Parigi, per assistere al primo capitolo generale dell'Ordine, - da celebrarsi nel maggio 1220 a Bologna.
Rientrato a Parigi riprese l'insegnamento e il ministero. Nel capitolo generale di Bologna del giugno 1221 fu nominato quantunque assente, provinciale della Lombardia, la più rigogliosa provincia del giovane Ordine dei Predicatori.
Questo ufficio affidato a Giordano è il più eloquente riconoscimento delle sue qualità personali e religiose. Da Parigi si mise in viaggio, via Besancon e Losanna, per giungere in Lombardia ove arrivò, come sembra, dopo la morte di San Domenico, avvenuta il 6 agosto 1221. Giordano risiedeva a Bologna, predicava e vigilava su conventi e frati. Lo spiacevole episodio dell'ossessione di un certo fra Bernardo, a Bologna, mosse Giordano ad introdurre il canto della Salve Regina dopo la Compieta; l'episodio risale all'anno 1221 e diede inizio a questa usanza liturgica quotidiana presso i Domenicani.
Nel capitolo tenutosi a Parigi per l'elezione del secondo maestro generale dell'Ordine ed al quale sembra sia stato presente, Giordano fu eletto il 23 maggio 1222.
Nel giugno 1223 installò nel monastero di Sant' Agnese a Bologna Diana d'Andalò e le sue compagne e le vestì dell'abito domenicano.
La rete dei viaggi del Beato si estese anche oltre; luoghi dei capitoli generali celebrati sotto di lui, ora a Bologna ora a Parigi, per visite a varie province. Così Giordano presiedette il primo capitolo della provincia di Germania a Magdeburgo nel settembre del 1227; fu presente alla morte di Enrico di Colonia nell'ottobre 1229; nel gennaio 1230 si trovava a Oxford e forse nel 1232 a Napoli.
Nel maggio 1233 eseguí la traslazione delle spoglie del fondatore dell'Ordine a Bologna. Ma non poté intervenire, per infermità, ai successivi capitoli del 1234 e 1235. Diresse però i capitoli generalissimi di Parigi (1228) e di Bologna (1236). Dopo queste assise visitò la provincia di Terra Santa.
Tornando in Europa, per il naufragio della nave dinanzi alla costa di Pamphilia, presso Attalia, Giordano con i compagni fra Gerardo e fra Giovanni, trovò la morte il 13 febbraio 1237, morte comunicata dal provinciale di Terra Santa, p. Filippo di Reims, ai penitenzieri della curia papale, fra Godefrido e fra Reginaldo, i quali la diffusero per l'Europa. Le tre salme, recuperate e trasportate nella chiesa domenicana ad Acri, furono ivi seppellite. S. Ludgarda ebbe una visione di Giordano in gloria in mezzo agli Apostoli e ai Profeti.
Di intelligenza viva, volontà nobile, cuore generoso e sempre pronto all'aiuto, Giordano ebbe l'arte perfetta di trattare uomini e affari. Egli plasmò piú di ogni altro, dopo il fondatore, lo spirito e la legislazione dei Predicatori. Inoltre fu propagatore felicissimo del suo Ordine, portando le case da trenta a trecento e il numero dei frati da ca. trecento a quattromila. Simpatia e successo particolari incontrò tra gli universitari, sia maestri, sia scolari.
A Parigi, una volta, diede l'abito a sessanta studenti e ad altri ancora a Vercelli, a Padova (Giovanni Buoncambi, Alberto Magno), a Bologna, ecc. Pubblicò le prime costituzioni domenicane; diede impulso al ministero della predicazione in Europa e nelle missioni e all'amministrazione dei sacramenti e tutelò il diritto di sepoltura nelle chiese domenicane. Per ordine di Gregorio IX dovette accettare dal 1231 le nomine di domenicani a inquisitori in Francia, Germania, Lombardia, Toscana, nel regno di Sicilia e in Spagna.
Rapporti spirituali e amministrativi lo legarono ai papi, alla regina Bianca di Francia, a vescovi e pastori d'anime, a dotti come Roberto Grosseteste ed i maestri di Parigi e Bologna, nonché ad anime elette come Enrico di Colonia, le beate Diana e compagne domenicane a Bologna, s. Ludgarda cistercense in Aywières, le benedettine di Oeren-Treviri ed altre.
Il Beato Giordano fu il primo autore domenicano di notevole importanza. Anteriore al suo ingresso nell'Ordine è il Commentarius in Priscianum minorem e la Postilla super Apocalypsim, di quando era ancora baccelliere di teologia. V. inoltre i Sermones. Con il Li/Dellus Monumenta de principiis Ordinis Praedicatorum, Giordano divenne il primo storiografo di s. Domenico e del suo Ordine.
Le epistole dirette a conventi e anime elette, come alla b. Diana d'Andalò e compagne e alle benedettine di Oeren eccellono per stile chiaro ed espressivo senza ricercatezza, per notizie sui viaggi, di carattere amministrativo, religioso, personale e culturale.
La dottrina spirituale prende lo spunto dalla salda fede nella vita eterna, attraverso la conformità con Cristo, la prudenza delle mortificazioni, con cenni a Maria, a San Domenico, alla Chiesa e al Papa. L'Oratio ad S. Dominicum, la riafferma.
Dopo la sepoltura nella chiesa d'Acri, Giordano ebbe venerazione anche da parte musulmana. Gerardo di Frachet nelle Vitae fratrum (1259-60), dopo il libro su San Domenico, consacra un libro intero al "santo e degno di memoria padre nostro frate Jordano".
Tommaso da Modena a Treviso (1352 ca.) e Giovanni da Fiesole dipingono la bella figura del Beato Giordano, quest'ultimo nella Crocifissione delicapitolo di S. Marco a Firenze, seguiti dagli alberi genealogici dei secoli XV, XVI e XVII, dal, l'affresco di Federico Pacher (m. 1494) a Bolzano e dalle immagini del Klauber, Danzas, Bioller, van Bergen.
Grande lode gli dedica il cronista Giovanni Meyer (1466) terminante nella frase: "pater gloriosis coruscat miraculis et multis multa beneficia praestat".
Leone XII, il 10 maggio 1826, ne confermò il culto. La festa si celebra nell'Ordine Dominicano il 14 febbraio, nell'Ordine Teutonico il 13 febbraio.
(Autore: Angelo Walz – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
† 10 agosto 1410
Il Beato Giovanni di Gabriello o Gabriele Piccolomini è un domenicano che viene ricordato come un apostolo instancabile della pratica di devozione del Santissimo Rosario.
La tradizione narra che fu proprio Santa Caterina da Siena a volerlo apostolo del santo rosario. Si tramanda anche, che la Santa gli apparse in punto di morte nel giorno 10 agosto 1410.
Secondo Girolamo Gigli nel suo testo "Diario senese" si dice che il Beato Gabriele di Davino Piccolomini fu il padre del Beato Giovanni.
"Il Beato Giovanni di Gabrile – racconta il Gigli - fu uno di quei guadagnati a Dio ed alla Religione de’ Predicatori dalla serafica Santa Caterina.
Sotto la disciplina di questa gran Maestra tanto si approfittò che menò vita da Santo, onde i suoi religiosi, che hanno sì gran pratica della Santità l’onorano del Diadema solito apporsi a’ Beati".
Non esiste alcuna festa in suo onore, anche se in alcuni calendari era festeggiato nel giorno 10 agosto.
La tradizione narra che fu proprio Santa Caterina da Siena a volerlo apostolo del santo rosario. Si tramanda anche, che la Santa gli apparse in punto di morte nel giorno 10 agosto 1410.
Secondo Girolamo Gigli nel suo testo "Diario senese" si dice che il Beato Gabriele di Davino Piccolomini fu il padre del Beato Giovanni.
"Il Beato Giovanni di Gabrile – racconta il Gigli - fu uno di quei guadagnati a Dio ed alla Religione de’ Predicatori dalla serafica Santa Caterina.
Sotto la disciplina di questa gran Maestra tanto si approfittò che menò vita da Santo, onde i suoi religiosi, che hanno sì gran pratica della Santità l’onorano del Diadema solito apporsi a’ Beati".
Non esiste alcuna festa in suo onore, anche se in alcuni calendari era festeggiato nel giorno 10 agosto.
(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
m. 1619
Martirologio Romano: A Suzúta in Giappone, Beato Giovanni di San Domenico Martínez, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e Martire, che morì in carcere per Cristo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni di San Domenico Martinez, pregate per noi.
Martirologio Romano: A Suzúta in Giappone, Beato Giovanni di San Domenico Martínez, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e Martire, che morì in carcere per Cristo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni di San Domenico Martinez, pregate per noi.
Firenze 1355 - Buda 1419
Giovanni Banchini, o Bacchini, meglio noto come "Dominici" è stato uno dei protagonisti della vita ecclesiale a cavallo tra Trecento e Quattrocento. Fu il braccio destro del Beato Raimondo di Capua nella riforma dell'ordine domenicano. Era entrato a 17 anni tra i frati predicatori del convento di Santa Maria Novella a Firenze, città dove era nato nel 1355.
Coinvolse nella riforma il convento di San Domenico a Venezia e ne fondò uno di stratta osservanza a Fiesole.
Nel 1408 fu nominato arcivescovo di Ragusa e cardinale da Papa Gregorio XII.
Ne divenne consigliere tanto da convincerlo ad abdicare. C'erano al tempo due Papi e Giovanni portò al Concilio di Costanza la rinuncia di Gregorio; e la propria al cardinalato, che gli venne reso. Nel 1418 fu inviato in Boemia, Polonia e Ungheria dove si diffondevano eresie. Morì a Buda nel 1419. È Beato dal 1832. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Budapest in Ungheria, transito del Beato Giovanni Dominici, vescovo di Dubrovnik, che, al termine della Peste Nera, riportò nei conventi dei Predicatori in Italia l’osservanza della disciplina e, mandato in Boemia e in Ungheria per contrastare la predicazione di Giovanni Hus, morì in questa città.
Giovanni Banchini o Bacchini, detto “Dominici” entrò nell’Ordine Domenicano a diciassette anni, a Firenze, nel Convento di S. Maria Novella.
Ben presto s’infiammo di quello zelo che lo distinse in tutta la vita.
Fu il braccio destro del Beato Raimondo da Capua per il ritorno dell’Ordine ai suoi sacri ideali e, in Italia, egli fu il promotore principale della Riforma.
Nel 1395 iniziò l’opera restauratrice nel Convento di San Domenico di Venezia.
Da Venezia il sacro fuoco divampò di convento in convento, preparando la più promettente fioritura di santità e di apostolato, così come Domenico aveva voluto.
Per opera sua, nel 1406, sorse il Convento di stretta osservanza di San Domenico di Fiesole, che fu fabbrica di santi e di apostoli, tra i quali brilla Sant’Antonino Pierozzi.
Ambasciatore nel 1406 di Firenze nel presso il Pontefice, Papa Gregorio XII, ammirato dalle virtù del Dominici, lo nominò, nel 1408, Arcivescovo di Ragusa e Cardinale del titolo di San Sisto.
La Chiesa era allora afflitta dal doloroso Scisma d’Occidente e la cristianità, disorientata, non sapeva più quale fosse il vero Papa dei tre continenti. Giovanni Dominici si valse della stima e dell’affetto del Pontefice per indurlo ad abdicare.
Egli stesso portò al Concilio di Costanza (1414-1418) la rinunzia di Gregorio XII, rinunziando da parte sua al Cardinalato, ma i Padri gli resero la porpora.
Al nuovo Pontefice, Martino V, il Re Sigismondo, nel 1418, richiese il Beato per inviarlo quale Legato in Boemia, Polonia e Ungheria, dove serpeggiavano nefaste eresie.
Egli vi si portò col suo zelo di apostolo.
Una febbre ardente lo colse a Buda il 10 giugno 1419.
Si spense tra una festa di angeli. Le sue reliquie andarono disperse con la distruzione, nel 1541, della chiesa degli Eremiti di San Paolo, dove erano state deposte. Papa Gregorio XVI il 9 aprile 1832 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giovanni Banchini, o Bacchini, meglio noto come "Dominici" è stato uno dei protagonisti della vita ecclesiale a cavallo tra Trecento e Quattrocento. Fu il braccio destro del Beato Raimondo di Capua nella riforma dell'ordine domenicano. Era entrato a 17 anni tra i frati predicatori del convento di Santa Maria Novella a Firenze, città dove era nato nel 1355.
Coinvolse nella riforma il convento di San Domenico a Venezia e ne fondò uno di stratta osservanza a Fiesole.
Nel 1408 fu nominato arcivescovo di Ragusa e cardinale da Papa Gregorio XII.
Ne divenne consigliere tanto da convincerlo ad abdicare. C'erano al tempo due Papi e Giovanni portò al Concilio di Costanza la rinuncia di Gregorio; e la propria al cardinalato, che gli venne reso. Nel 1418 fu inviato in Boemia, Polonia e Ungheria dove si diffondevano eresie. Morì a Buda nel 1419. È Beato dal 1832. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Budapest in Ungheria, transito del Beato Giovanni Dominici, vescovo di Dubrovnik, che, al termine della Peste Nera, riportò nei conventi dei Predicatori in Italia l’osservanza della disciplina e, mandato in Boemia e in Ungheria per contrastare la predicazione di Giovanni Hus, morì in questa città.
Giovanni Banchini o Bacchini, detto “Dominici” entrò nell’Ordine Domenicano a diciassette anni, a Firenze, nel Convento di S. Maria Novella.
Ben presto s’infiammo di quello zelo che lo distinse in tutta la vita.
Fu il braccio destro del Beato Raimondo da Capua per il ritorno dell’Ordine ai suoi sacri ideali e, in Italia, egli fu il promotore principale della Riforma.
Nel 1395 iniziò l’opera restauratrice nel Convento di San Domenico di Venezia.
Da Venezia il sacro fuoco divampò di convento in convento, preparando la più promettente fioritura di santità e di apostolato, così come Domenico aveva voluto.
Per opera sua, nel 1406, sorse il Convento di stretta osservanza di San Domenico di Fiesole, che fu fabbrica di santi e di apostoli, tra i quali brilla Sant’Antonino Pierozzi.
Ambasciatore nel 1406 di Firenze nel presso il Pontefice, Papa Gregorio XII, ammirato dalle virtù del Dominici, lo nominò, nel 1408, Arcivescovo di Ragusa e Cardinale del titolo di San Sisto.
La Chiesa era allora afflitta dal doloroso Scisma d’Occidente e la cristianità, disorientata, non sapeva più quale fosse il vero Papa dei tre continenti. Giovanni Dominici si valse della stima e dell’affetto del Pontefice per indurlo ad abdicare.
Egli stesso portò al Concilio di Costanza (1414-1418) la rinunzia di Gregorio XII, rinunziando da parte sua al Cardinalato, ma i Padri gli resero la porpora.
Al nuovo Pontefice, Martino V, il Re Sigismondo, nel 1418, richiese il Beato per inviarlo quale Legato in Boemia, Polonia e Ungheria, dove serpeggiavano nefaste eresie.
Egli vi si portò col suo zelo di apostolo.
Una febbre ardente lo colse a Buda il 10 giugno 1419.
Si spense tra una festa di angeli. Le sue reliquie andarono disperse con la distruzione, nel 1541, della chiesa degli Eremiti di San Paolo, dove erano state deposte. Papa Gregorio XVI il 9 aprile 1832 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Mosso Santa Maria, Vercelli, 1205 circa - Montpellier, Francia, 30 novembre 1283
Nato nei primi anni del sec. XIII a Mosso Santa Maria (Vc), conseguita brillantemente la laurea in diritto romano e canonico a Parigi, insegnò a Parigi e poi a Vercelli. Qui nel 1229 entrò nell'Ordine dei Predicatori su consiglio del Beato Giordano di Sassonia e fondò un convento di cui fu anche priore. Ricoprì diversi incarichi e dal 1264 fu Maestro dell'Ordine.
In questa qualità provvide alla decorosa sistemazione della tomba di San Domenico. Fu operatore di pace tra le città italiane, legato papale in Francia e in Castiglia e consigliere di Papa Clemente IV. Religioso austero e paterno, attese al consolidamento dell'Ordine. Fu legato da profonda amicizia con San Tommaso d’Acquino, di cui venerò la memoria e seguì la dottrina. Fu sempre sereno nelle difficoltà della vita, convinto che Dio è onnipotente ed è nostro amico. Morì a Montpellier il 30 novembre 1283.
Martirologio Romano: A Montpellier in Provenza in Francia, Beato Giovanni da Vercelli Garbella, sacerdote, che, Maestro Generale dell’Ordine dei Predicatori, raccomandò intensamente nella predicazione la devozione al Nome di Gesù.
Giovanni Garbella nacque a Mosso Santa Maria, nei pressi di Vercelli in Piemonte, nel 1205 circa. Conseguì brillantemente la laurea in diritto romano e canonico a Parigi, ove insegnò, prima di far ritorno a Vercelli, sempre come insegnante.
Entrò nell’Ordine dei Frati Predicatori nel 1229, assumendo il nome di Giovanni da Vercelli, conquistato dalla persuasiva eloquenza del Beato Giordano di Sassonia, successore di San Domenico.
Ricevette la sua formazione religiosa nel convento di Bologna, ove sulla tomba del glorioso patriarca attinse un indomabile zelo ed una robusta santità, che fecero di lui una delle più belle e caratteristiche figure di domenicano.
La prudenza e la fermezza, l’energia e la più amabile moderazione, l’amore ardentissimo di Dio e delle anime, fecero sì che riuscisse ad adattarsi mirabilmente alle più delicate e difficili mansioni, dentro e fuori dell’Ordine. Fondò un convento in Vercelli, del quale fu priore. Papa Innocenzo IV ed i suoi successori nutrirono in lui illimitata fiducia e sin nella più tarda età gli affidarono importantissimi e spinosi incarichi. Fu Ambasciatore a Venezia, Genova, Pisa, Firenze, Bologna.
In quest’ultima città fu anche priore del convento domenicano. Legato Pontificio alle corti di Francia e Castiglia, fu consigliere di Papa Clemente IV. Intraprese una grande opera di pacificazione tra le repubbliche italiane ed i sovrani europei e fu uno dei più attivi organizzatori della Crociata.
Non gli mancò molto per essere chiamato ad ascendere al soglio pontificio, tanta era la stima di cui godeva universalmente.
Nel 1264 Giovanni fu eletto sesto maestro generale dell’Ordine dei Predicatori, ufficio in cui si distinse per diciannove anni, mantenendolo nel suo splendore e consolidando l’opera dei suoi predecessori.
In questa veste provvide alla decorosa sistemazione della tomba di San Domenico. Visitò continuamente le più lontane Provincie ed i suoi interminabili viaggi a piedi sono infatti rimasti leggendari. Giovanni era abbastanza piccolo di statura, infatti nella sua prima lettera ai confratelli si descrisse come un “povero ometto”, ma pieno di energia, instancabile nelle sue visite e nelle riforme dei monasteri domenicani d’Europa. Durante i suoi viaggi rispettò comenque sempre tutti i digiuni prescritti dalla Chiesa e dal suo ordine. Monumento imperituro della sua sapienza sono le 21 Lettere encicliche conservate negli Atti dei Capitoli Generali.
Quando fu eletto Papa nel 1271, il Beato Gregorio X incaricò Giovanni ed i suoi frati di farsi portatori di pace fra gli stati italiani in conflitto fra loro. Tre anni dopo gli fu commissionato uno schema per il secondo concilio di Lione, in cui conobbe Giovanni d’Ascoli, successore di San Bonaventura quale ministro generale dei francescani e poi papa con il nome di Nicola IV. Insieme scrissero una lettera indirizzata all’intero ordine dei frati. Successivamente la Santa Sede li inviò entrambi quali mediatori tra i sovrani Filippo III di Francia ed Alfonso X di Castiglia, occasione che permise a Giovanni di rivelarsi valido negoziatore e fautore di pace.
Da alcuni anni era ormai cessata l’Inquisizione seguita alla campagna di Simone di Montfort contro i catari. Papa Gregorio X scelse allora nuovamente Giovanni da Vercelli per curare la divulgazione del culto del nome di Gesù, soluzione che il concilio di Lione aveva individuato onde riparare all’eresia degli albigesi. In tal senso Giovanni indirizzò tutti i priori provinciali e si decise di erigere un altare dedicato al Santo Nome di Gesù in ogni chiesa domenicana e di attivarsi contro la blasfemia e la profanità. Nel 1278 inviò un ispettore in Inghilterra, ove alcuni frati stavano attaccando gli insegnamenti di San Tommaso d’Aquino, che era stato suo amico, e due anni dopo si recò personalmente ad Oxford per tenere un capito generale e difenderne la dottrina.
Più volte Giovanni rifiutò l’episcopato ed una curia a Roma, ma avrebbe desiderato rinunciare anche al generalato del suo ordine. Fu però indotto a mantenere tale incarico sino alla morte. Spirò il 30 novembre 1283 nel convento di Montpellier, in Francia. Le sue reliquie, deposte nella locale chiesa dei domenicani, furono disperse dagli eretici nel XVI secolo. Il Sommo Pontefice San Pio X il 7 settembre 1903 confermò il culto tributato “ab immemorabili” al Beato Giovanni da Vercelli. Ancora oggi è commemorato dal Martyrologium Romanum nell’anniversario della morte, mentre l’Ordine dei Predicatori lo festeggia al 1° dicembre.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nato nei primi anni del sec. XIII a Mosso Santa Maria (Vc), conseguita brillantemente la laurea in diritto romano e canonico a Parigi, insegnò a Parigi e poi a Vercelli. Qui nel 1229 entrò nell'Ordine dei Predicatori su consiglio del Beato Giordano di Sassonia e fondò un convento di cui fu anche priore. Ricoprì diversi incarichi e dal 1264 fu Maestro dell'Ordine.
In questa qualità provvide alla decorosa sistemazione della tomba di San Domenico. Fu operatore di pace tra le città italiane, legato papale in Francia e in Castiglia e consigliere di Papa Clemente IV. Religioso austero e paterno, attese al consolidamento dell'Ordine. Fu legato da profonda amicizia con San Tommaso d’Acquino, di cui venerò la memoria e seguì la dottrina. Fu sempre sereno nelle difficoltà della vita, convinto che Dio è onnipotente ed è nostro amico. Morì a Montpellier il 30 novembre 1283.
Martirologio Romano: A Montpellier in Provenza in Francia, Beato Giovanni da Vercelli Garbella, sacerdote, che, Maestro Generale dell’Ordine dei Predicatori, raccomandò intensamente nella predicazione la devozione al Nome di Gesù.
Giovanni Garbella nacque a Mosso Santa Maria, nei pressi di Vercelli in Piemonte, nel 1205 circa. Conseguì brillantemente la laurea in diritto romano e canonico a Parigi, ove insegnò, prima di far ritorno a Vercelli, sempre come insegnante.
Entrò nell’Ordine dei Frati Predicatori nel 1229, assumendo il nome di Giovanni da Vercelli, conquistato dalla persuasiva eloquenza del Beato Giordano di Sassonia, successore di San Domenico.
Ricevette la sua formazione religiosa nel convento di Bologna, ove sulla tomba del glorioso patriarca attinse un indomabile zelo ed una robusta santità, che fecero di lui una delle più belle e caratteristiche figure di domenicano.
La prudenza e la fermezza, l’energia e la più amabile moderazione, l’amore ardentissimo di Dio e delle anime, fecero sì che riuscisse ad adattarsi mirabilmente alle più delicate e difficili mansioni, dentro e fuori dell’Ordine. Fondò un convento in Vercelli, del quale fu priore. Papa Innocenzo IV ed i suoi successori nutrirono in lui illimitata fiducia e sin nella più tarda età gli affidarono importantissimi e spinosi incarichi. Fu Ambasciatore a Venezia, Genova, Pisa, Firenze, Bologna.
In quest’ultima città fu anche priore del convento domenicano. Legato Pontificio alle corti di Francia e Castiglia, fu consigliere di Papa Clemente IV. Intraprese una grande opera di pacificazione tra le repubbliche italiane ed i sovrani europei e fu uno dei più attivi organizzatori della Crociata.
Non gli mancò molto per essere chiamato ad ascendere al soglio pontificio, tanta era la stima di cui godeva universalmente.
Nel 1264 Giovanni fu eletto sesto maestro generale dell’Ordine dei Predicatori, ufficio in cui si distinse per diciannove anni, mantenendolo nel suo splendore e consolidando l’opera dei suoi predecessori.
In questa veste provvide alla decorosa sistemazione della tomba di San Domenico. Visitò continuamente le più lontane Provincie ed i suoi interminabili viaggi a piedi sono infatti rimasti leggendari. Giovanni era abbastanza piccolo di statura, infatti nella sua prima lettera ai confratelli si descrisse come un “povero ometto”, ma pieno di energia, instancabile nelle sue visite e nelle riforme dei monasteri domenicani d’Europa. Durante i suoi viaggi rispettò comenque sempre tutti i digiuni prescritti dalla Chiesa e dal suo ordine. Monumento imperituro della sua sapienza sono le 21 Lettere encicliche conservate negli Atti dei Capitoli Generali.
Quando fu eletto Papa nel 1271, il Beato Gregorio X incaricò Giovanni ed i suoi frati di farsi portatori di pace fra gli stati italiani in conflitto fra loro. Tre anni dopo gli fu commissionato uno schema per il secondo concilio di Lione, in cui conobbe Giovanni d’Ascoli, successore di San Bonaventura quale ministro generale dei francescani e poi papa con il nome di Nicola IV. Insieme scrissero una lettera indirizzata all’intero ordine dei frati. Successivamente la Santa Sede li inviò entrambi quali mediatori tra i sovrani Filippo III di Francia ed Alfonso X di Castiglia, occasione che permise a Giovanni di rivelarsi valido negoziatore e fautore di pace.
Da alcuni anni era ormai cessata l’Inquisizione seguita alla campagna di Simone di Montfort contro i catari. Papa Gregorio X scelse allora nuovamente Giovanni da Vercelli per curare la divulgazione del culto del nome di Gesù, soluzione che il concilio di Lione aveva individuato onde riparare all’eresia degli albigesi. In tal senso Giovanni indirizzò tutti i priori provinciali e si decise di erigere un altare dedicato al Santo Nome di Gesù in ogni chiesa domenicana e di attivarsi contro la blasfemia e la profanità. Nel 1278 inviò un ispettore in Inghilterra, ove alcuni frati stavano attaccando gli insegnamenti di San Tommaso d’Aquino, che era stato suo amico, e due anni dopo si recò personalmente ad Oxford per tenere un capito generale e difenderne la dottrina.
Più volte Giovanni rifiutò l’episcopato ed una curia a Roma, ma avrebbe desiderato rinunciare anche al generalato del suo ordine. Fu però indotto a mantenere tale incarico sino alla morte. Spirò il 30 novembre 1283 nel convento di Montpellier, in Francia. Le sue reliquie, deposte nella locale chiesa dei domenicani, furono disperse dagli eretici nel XVI secolo. Il Sommo Pontefice San Pio X il 7 settembre 1903 confermò il culto tributato “ab immemorabili” al Beato Giovanni da Vercelli. Ancora oggi è commemorato dal Martyrologium Romanum nell’anniversario della morte, mentre l’Ordine dei Predicatori lo festeggia al 1° dicembre.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Katzenthal 1752 - ? 1794
Martirologio Romano: All’ancora al largo di Rochefort sulla costa francese, Beato Giovanni Giorgio (Giacomo) Rhem, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, consegnato durante la persecuzione ad una sordida prigionia, invitava alla speranza i compagni di carcere atrocemente provati, finché lui stesso morì per Cristo, logorato da una malattia incurabile.
Giovanni Giorgio Rehm nacque nel 1752 a Katzenthal, nella regione dell’Alto Reno. All’età di vent’anni anni, a Parigi, vestì il Sacro Abito Domenicano prendendo il nome di Tommaso.
L’anno dopo emise la Professione Solenne nel Convento di Schelestad.
Nel 1791, al tempo della Rivoluzione Francese, rifiutò il giuramento scismatico imposto al clero e, distrutto il convento, si portò nel dipartimento di La Meurthe, dove continuò a predicare la fede cattolica.
Nel 1793 il comitato rivoluzionario lo mise in prigione a Nancy.
Poco dopo lo destinò con molti altri a Rochefort, presso La Rochelle, condannato alla deportazione. Dal mese di maggio a quello di agosto del 1794 rimase prigioniero in una nave, dove, estenuato da efferati maltrattamenti, trovò la morte l’11 agosto.
Fa parte di un gruppo di 64 sacerdoti e religiosi francesi, chiamati i “Deportés des Pontons”, beatificati da Papa Giovanni Paolo II il 10 ottobre 1995.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Martirologio Romano: All’ancora al largo di Rochefort sulla costa francese, Beato Giovanni Giorgio (Giacomo) Rhem, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, consegnato durante la persecuzione ad una sordida prigionia, invitava alla speranza i compagni di carcere atrocemente provati, finché lui stesso morì per Cristo, logorato da una malattia incurabile.
Giovanni Giorgio Rehm nacque nel 1752 a Katzenthal, nella regione dell’Alto Reno. All’età di vent’anni anni, a Parigi, vestì il Sacro Abito Domenicano prendendo il nome di Tommaso.
L’anno dopo emise la Professione Solenne nel Convento di Schelestad.
Nel 1791, al tempo della Rivoluzione Francese, rifiutò il giuramento scismatico imposto al clero e, distrutto il convento, si portò nel dipartimento di La Meurthe, dove continuò a predicare la fede cattolica.
Nel 1793 il comitato rivoluzionario lo mise in prigione a Nancy.
Poco dopo lo destinò con molti altri a Rochefort, presso La Rochelle, condannato alla deportazione. Dal mese di maggio a quello di agosto del 1794 rimase prigioniero in una nave, dove, estenuato da efferati maltrattamenti, trovò la morte l’11 agosto.
Fa parte di un gruppo di 64 sacerdoti e religiosi francesi, chiamati i “Deportés des Pontons”, beatificati da Papa Giovanni Paolo II il 10 ottobre 1995.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Salerno, 1190 - Firenze, 1242
Nato a Salerno da una nobile famiglia normanna, era già sacerdote e dottore in teologia, quando entrò nell'Ordine a Bologna attrattovi dalla predicazione del Beato Reginaldo.
Inviato da San Domenico a Firenze, vi fondò il convento di Santa Maria Novella, di cui fu priore.
Fu predicatore instancabile per la conversione degli eretici; il Papa lo incaricò di riformare il monastero benedettino di Sant’ Antimo.
Verso il 1230 fondò il primo monastero domenicano in Toscana a San Jacopo di Ripoli.
Ebbe la grazia di assistere al transito del Santo Padre Domenico.
Morì a Firenze.
Martirologio Romano: A Firenze, Beato Giovanni da Salerno, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che fondò il convento di Santa Maria Novella e lottò coraggiosamente contro gli eretici patarini.
Giovanni Quarna, nato a Salerno nel 1190, di nobile stirpe normanna, ricevette l’Abito dei Predicatori dalle mani del Santo Padre Domenico che ebbe, nel 1219, anche come guida e maestro.
Fu suo gran merito far tesoro di sì preziosi ammaestramenti, tanto che si poteva affermare che in lui era passato lo spirito di Domenico.
Il Padre lo mandò insieme a dodici compagni a propagare l’Ordine in Toscana, e sebbene Giovanni fosse il più giovane, fu messo alla testa di tutti, a dimostrazione di quanta stima avesse per lui Domenico.
Il drappello si fermò a Firenze il 20 novembre 1221 presso Santa Maria Novella.
In breve Giovanni fu padrone dei cuori.
Il popolo accorreva in gran numero ad ascoltarlo.
I peccatori si convertivano, e in tutti ci fu un risveglio e un rifiorire della vita cristiana, tanto che i cittadini vollero fra loro nuovi Predicatori.
Per incarico di Papa Gregorio IX riformò il monastero benedettino di Sant’Antimo.
Verso il 1230 fondò a San Jacopo di Ripoli la prima comunità femminile Domenicana in Toscana.
Quando Giovanni ebbe notizia dell’ultima malattia del fondatore si affrettò ad accorrere a Bologna, potendo così ricevere l’ultima sua benedizione.
Ritornato a Firenze, riprese con ardore la sacra predicazione.
Combatté strenuamente gli eretici paterini che infestavano la città e, dopo aver attirato all’Ordine molte e scelte vocazioni, nel 1242 si addormentò nel Signore. Papa Pio VI il 2 aprile 1783 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nato a Salerno da una nobile famiglia normanna, era già sacerdote e dottore in teologia, quando entrò nell'Ordine a Bologna attrattovi dalla predicazione del Beato Reginaldo.
Inviato da San Domenico a Firenze, vi fondò il convento di Santa Maria Novella, di cui fu priore.
Fu predicatore instancabile per la conversione degli eretici; il Papa lo incaricò di riformare il monastero benedettino di Sant’ Antimo.
Verso il 1230 fondò il primo monastero domenicano in Toscana a San Jacopo di Ripoli.
Ebbe la grazia di assistere al transito del Santo Padre Domenico.
Morì a Firenze.
Martirologio Romano: A Firenze, Beato Giovanni da Salerno, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che fondò il convento di Santa Maria Novella e lottò coraggiosamente contro gli eretici patarini.
Giovanni Quarna, nato a Salerno nel 1190, di nobile stirpe normanna, ricevette l’Abito dei Predicatori dalle mani del Santo Padre Domenico che ebbe, nel 1219, anche come guida e maestro.
Fu suo gran merito far tesoro di sì preziosi ammaestramenti, tanto che si poteva affermare che in lui era passato lo spirito di Domenico.
Il Padre lo mandò insieme a dodici compagni a propagare l’Ordine in Toscana, e sebbene Giovanni fosse il più giovane, fu messo alla testa di tutti, a dimostrazione di quanta stima avesse per lui Domenico.
Il drappello si fermò a Firenze il 20 novembre 1221 presso Santa Maria Novella.
In breve Giovanni fu padrone dei cuori.
Il popolo accorreva in gran numero ad ascoltarlo.
I peccatori si convertivano, e in tutti ci fu un risveglio e un rifiorire della vita cristiana, tanto che i cittadini vollero fra loro nuovi Predicatori.
Per incarico di Papa Gregorio IX riformò il monastero benedettino di Sant’Antimo.
Verso il 1230 fondò a San Jacopo di Ripoli la prima comunità femminile Domenicana in Toscana.
Quando Giovanni ebbe notizia dell’ultima malattia del fondatore si affrettò ad accorrere a Bologna, potendo così ricevere l’ultima sua benedizione.
Ritornato a Firenze, riprese con ardore la sacra predicazione.
Combatté strenuamente gli eretici paterini che infestavano la città e, dopo aver attirato all’Ordine molte e scelte vocazioni, nel 1242 si addormentò nel Signore. Papa Pio VI il 2 aprile 1783 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Caccamo, 1426/30 - 14 novembre 1511
Giovanni Licci fu discepolo e continuatore di Pietro Geremia nell'opera della restaurazione della vita regolare nei conventi Domenicani di Sicilia. Nacque nel 1426 a Caccamo; la madre morì nel darlo alla luce e lui venne da una zia. Giunto ai quindici anni, essendosi recato a Palermo, entrò nella Chiesa di Santa Zita, tenuta dai Domenicani, per confessarsi.
Qui incontrò padre Geremia, il quale, scorgendo in quel giovane la divina chiamata, lo invitò ad entrare nell'Ordine.
Giovanni si fece molto onore nello studio e Dio gli fece il dono di saperla esporre con tanta forza da riuscire a convertire i più induriti peccatori. Fondò nel suo paese natale un Convento di cui fu il primo priore.
Compiva con la più grande semplicità i più strepitosi miracoli. Dopo la sua morte, avvenuta il 14 novembre 1511, i ventiquattro ceri accesi intorno al suo cadavere arsero senza consumarsi.
Martirologio Romano: A Cáccamo in Sicilia, Beato Giovanni Liccio, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che, insigne per la sua instancabile carità verso il prossimo, per l’impegno nella propagazione della preghiera del Rosario e per l’osservanza della disciplina, riposò a centoundici anni nel Signore.
Giovanni Licci fu discepolo e continuatore di Pietro Geremia nell’opera della restaurazione della vita regolare nei conventi Domenicani di Sicilia.
La mamma morì nel darlo alla luce, nel 1426 a Caccamo, e suo padre, forse per avarizia, lo fece allevare da una sua sorella col succo di melegrane. Così il bimbo cominciò assai presto quella rara astinenza che sempre praticò, senza che ne venisse accorciata la lunga vita.
Giovanni visse nell’innocenza e nel fervore, amatissimo della preghiera e del digiuno, che era stato suo primo nutrimento.
Giunto ai quindici anni, essendosi recato a Palermo, entrò nella Chiesa di Santa Zita, tenuta dai Domenicani, per confessarsi.
La Provvidenza lo condusse ai piedi di Padre Geremia, il quale, scorgendo in quel candido giovinetto la divina chiamata, lo invitò ad entrare nell’Ordine.
Giovanni si fece molto onore nell’acquisto della scienza, e Dio gli fece il dono di saperla esporre con tanta forza e unzione, tanto che intorno al suo pulpito si vedevano i più induriti peccatori sciogliersi in lacrime.
Fu amatissimo della Madonna e fervente propagatore del suo Rosario.
Fondò nel suo paese natale un Convento di cui fu il primo Priore, e dove fece fiorire in santo fervore la vita regolare e apostolica, con immenso beneficio di quelle popolazioni. Compiva con la più grande semplicità i più strepitosi miracoli.
Dopo la sua morte, avvenuta il 14 novembre 1511, i ventiquattro ceri accesi intorno al suo cadavere arsero senza consumarsi. Compì molti miracoli.
E’ invocato per i mal di testa. Papa Benedetto XIV il 25 aprile 1753 ha confermato il culto. E’ stato il primo domenicano di Sicilia ad essere iscritto nell’elenco dei Beati.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giovanni Licci fu discepolo e continuatore di Pietro Geremia nell'opera della restaurazione della vita regolare nei conventi Domenicani di Sicilia. Nacque nel 1426 a Caccamo; la madre morì nel darlo alla luce e lui venne da una zia. Giunto ai quindici anni, essendosi recato a Palermo, entrò nella Chiesa di Santa Zita, tenuta dai Domenicani, per confessarsi.
Qui incontrò padre Geremia, il quale, scorgendo in quel giovane la divina chiamata, lo invitò ad entrare nell'Ordine.
Giovanni si fece molto onore nello studio e Dio gli fece il dono di saperla esporre con tanta forza da riuscire a convertire i più induriti peccatori. Fondò nel suo paese natale un Convento di cui fu il primo priore.
Compiva con la più grande semplicità i più strepitosi miracoli. Dopo la sua morte, avvenuta il 14 novembre 1511, i ventiquattro ceri accesi intorno al suo cadavere arsero senza consumarsi.
Martirologio Romano: A Cáccamo in Sicilia, Beato Giovanni Liccio, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che, insigne per la sua instancabile carità verso il prossimo, per l’impegno nella propagazione della preghiera del Rosario e per l’osservanza della disciplina, riposò a centoundici anni nel Signore.
Giovanni Licci fu discepolo e continuatore di Pietro Geremia nell’opera della restaurazione della vita regolare nei conventi Domenicani di Sicilia.
La mamma morì nel darlo alla luce, nel 1426 a Caccamo, e suo padre, forse per avarizia, lo fece allevare da una sua sorella col succo di melegrane. Così il bimbo cominciò assai presto quella rara astinenza che sempre praticò, senza che ne venisse accorciata la lunga vita.
Giovanni visse nell’innocenza e nel fervore, amatissimo della preghiera e del digiuno, che era stato suo primo nutrimento.
Giunto ai quindici anni, essendosi recato a Palermo, entrò nella Chiesa di Santa Zita, tenuta dai Domenicani, per confessarsi.
La Provvidenza lo condusse ai piedi di Padre Geremia, il quale, scorgendo in quel candido giovinetto la divina chiamata, lo invitò ad entrare nell’Ordine.
Giovanni si fece molto onore nell’acquisto della scienza, e Dio gli fece il dono di saperla esporre con tanta forza e unzione, tanto che intorno al suo pulpito si vedevano i più induriti peccatori sciogliersi in lacrime.
Fu amatissimo della Madonna e fervente propagatore del suo Rosario.
Fondò nel suo paese natale un Convento di cui fu il primo Priore, e dove fece fiorire in santo fervore la vita regolare e apostolica, con immenso beneficio di quelle popolazioni. Compiva con la più grande semplicità i più strepitosi miracoli.
Dopo la sua morte, avvenuta il 14 novembre 1511, i ventiquattro ceri accesi intorno al suo cadavere arsero senza consumarsi. Compì molti miracoli.
E’ invocato per i mal di testa. Papa Benedetto XIV il 25 aprile 1753 ha confermato il culto. E’ stato il primo domenicano di Sicilia ad essere iscritto nell’elenco dei Beati.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati 52 Martiri di Nagasaki”
“Beati Martiri Giapponesi Beatificati nel 1867-1989-2008”
1580 - 1622
Emblema: Palma
Nato a Villarejo de Salvanez vicino Toledo, entrato nell'Ordine si trasferì in Giappone nel 1607, dove fu vicario provinciale.
Fondò i conventi a Meaco e a Ozaca.
Venne arrestato insieme al suo catechista Alessio il 17 agosto 1621.
Ricevette la palma del martirio il 10 settembre 1622 sulla collina di Nagasaki con altri cinquantuno cristiani, tra cui i domenicani Angelo Orsucci e Giacinto Orfanell.
Prima di morire predicò ai Giapponesi circostanti, esortandoli a convertirsi a Gesù Cristo.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
“Beati 52 Martiri di Nagasaki”
“Beati Martiri Giapponesi Beatificati nel 1867-1989-2008”
1580 - 1622
Emblema: Palma
Nato a Villarejo de Salvanez vicino Toledo, entrato nell'Ordine si trasferì in Giappone nel 1607, dove fu vicario provinciale.
Fondò i conventi a Meaco e a Ozaca.
Venne arrestato insieme al suo catechista Alessio il 17 agosto 1621.
Ricevette la palma del martirio il 10 settembre 1622 sulla collina di Nagasaki con altri cinquantuno cristiani, tra cui i domenicani Angelo Orsucci e Giacinto Orfanell.
Prima di morire predicò ai Giapponesi circostanti, esortandoli a convertirsi a Gesù Cristo.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
Bergamo, 1180 - 1244
Ricevette da San Domenico l'abito e da lui fu designato priore di Brescia. Alla morte di San Domenico ebbe la visione della sua entrata in paradiso. Fu inquisitore della fede e legato pontificio. La sua perspicace prudenza gli consentì una provvidenziale opera pacificatrice tra le popolazioni dell'alta Italia e l'imperatore Federico II. Papa Gregorio IX gli affidò la diocesi di Brescia, in cui fu pastore sollecito anche del bene temporale dei suoi figli.
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Nel territorio di Astino nella Val Camonica in Lombardia, Beato Guala, vescovo di Brescia, dell’Ordine dei Predicatori, che, al tempo dell’imperatore Federico II, si adoperò con saggezza per la pace della Chiesa e della società civile e fu condannato all’esilio.
Guala entrò nel 1219 nell’Ordine dei Predicatori già sacerdote, quando era ancora in vita il Patriarca Domenico, il quale l’ebbe carissimo per la rara santità della vita, e a cui affidò il governo del Convento di Brescia.
Messo sul candelabro, Guala fu luce, non solo dei suoi confratelli, ma anche di tutti i cittadini dai quali fu grandemente amato e venerato. Le sue più tenere sollecitudini erano per i poveri, ma ebbe sommamente a cuore il bene di ogni classe di persone.
Tante virtù non sfuggirono al Pontefice Gregorio IX il quale gli affidò delicati e importanti incarichi. Fu prima Inquisitore della Fede e poi Legato del Papa per comporre la pace tra i popoli dell’Alta Italia.
In quest’opera di pacificazione, che in quel tempo ebbe tanta parte nell’apostolato dei Predicatori, Guala riuscì mirabilmente.
Specialmente nella riconciliazione dell’Imperatore Federico con i Lombardi. Rimasta Brescia priva del suo Vescovo, Papa Gregorio IX, nel 1229 lo destinò a quella sede.
Egli accettò a malincuore, ma per cinque anni dovette star lontano dalla città, lacerata dalle fazioni.
Nel lungo esilio fu ospite dei Vallombrosani, presso Bergamo, dove pianse, pregò, studiò. Finalmente poté rientrare a Brescia tra il giubilo dei suoi figli, dei quali fu padre amorosissimo e solerte pastore.
Il suo ultimo atto episcopale fu la posa della prima pietra della chiesa di Santo Stefano in Bergamo, e qui, il 3 settembre 1244, presso i Vallombrosani fu chiamato al premio eterno.
Guala in una celebre visione vide il San Domenico entrare nella gloria celeste. Papa Pio IX il 1 ottobre 1868 ha confermato il culto. Dal 1869 le sue reliquie sono conservate nel Monastero Domenicano Matris Domini di Bergamo.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
Ricevette da San Domenico l'abito e da lui fu designato priore di Brescia. Alla morte di San Domenico ebbe la visione della sua entrata in paradiso. Fu inquisitore della fede e legato pontificio. La sua perspicace prudenza gli consentì una provvidenziale opera pacificatrice tra le popolazioni dell'alta Italia e l'imperatore Federico II. Papa Gregorio IX gli affidò la diocesi di Brescia, in cui fu pastore sollecito anche del bene temporale dei suoi figli.
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Nel territorio di Astino nella Val Camonica in Lombardia, Beato Guala, vescovo di Brescia, dell’Ordine dei Predicatori, che, al tempo dell’imperatore Federico II, si adoperò con saggezza per la pace della Chiesa e della società civile e fu condannato all’esilio.
Guala entrò nel 1219 nell’Ordine dei Predicatori già sacerdote, quando era ancora in vita il Patriarca Domenico, il quale l’ebbe carissimo per la rara santità della vita, e a cui affidò il governo del Convento di Brescia.
Messo sul candelabro, Guala fu luce, non solo dei suoi confratelli, ma anche di tutti i cittadini dai quali fu grandemente amato e venerato. Le sue più tenere sollecitudini erano per i poveri, ma ebbe sommamente a cuore il bene di ogni classe di persone.
Tante virtù non sfuggirono al Pontefice Gregorio IX il quale gli affidò delicati e importanti incarichi. Fu prima Inquisitore della Fede e poi Legato del Papa per comporre la pace tra i popoli dell’Alta Italia.
In quest’opera di pacificazione, che in quel tempo ebbe tanta parte nell’apostolato dei Predicatori, Guala riuscì mirabilmente.
Specialmente nella riconciliazione dell’Imperatore Federico con i Lombardi. Rimasta Brescia priva del suo Vescovo, Papa Gregorio IX, nel 1229 lo destinò a quella sede.
Egli accettò a malincuore, ma per cinque anni dovette star lontano dalla città, lacerata dalle fazioni.
Nel lungo esilio fu ospite dei Vallombrosani, presso Bergamo, dove pianse, pregò, studiò. Finalmente poté rientrare a Brescia tra il giubilo dei suoi figli, dei quali fu padre amorosissimo e solerte pastore.
Il suo ultimo atto episcopale fu la posa della prima pietra della chiesa di Santo Stefano in Bergamo, e qui, il 3 settembre 1244, presso i Vallombrosani fu chiamato al premio eterno.
Guala in una celebre visione vide il San Domenico entrare nella gloria celeste. Papa Pio IX il 1 ottobre 1868 ha confermato il culto. Dal 1869 le sue reliquie sono conservate nel Monastero Domenicano Matris Domini di Bergamo.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
+ 1237-1238
Di nobile discendenza, era parente prossimo, se non figlio di un marchese di Monferrato che l’imperatore mandò in legazione nel reame di Arles e a cui affidò la Quarta crociata. Guglielmo abbracciò la vita ecclesiastica.
Recatosi a Roma nel 1217 per celebrare la quaresima, fu ospitato dal cardinale di Ostia Ugolino, erede dello spirito di Innocenzo III, collaboratore del vivente Papa Onorio III e futuro Papa Gregorio IX.
Qui vi conobbe San Domenico, che frequentava assiduamente il cardinale e rimase conquistato dal suo modo di fare: ne nacque una cordiale amicizia. Essi amavano intrattenersi su argomenti spirituali, sulla propria salvezza e su quella del prossimo.
Mai Guglielmo si era incontrato con un uomo così religioso, tra tanti di vita regolare con i quali era venuto in contatto. Soprattutto mai ne aveva visto un altro divorato, come Domenico, dalla sete delle anime.
A sua volta San Domenico predilesse quel giovane e gli aprì il cuore. Era uno dei tratti caratteristici del suo temperamento, questa confidenza affettuosa che istintivamente lo portava verso i giovani dal cuore puro e dalla generosità sorgiva. Domenico sapeva attrarli verso di sé senza mai opprimerli con la sua personalità, ma condividendo gli alti ideali di cui egli stesso viveva. E confidò a Guglielmo la sua nostalgia per le missioni tra i pagani e per il ministero immediato.
Certo, istituendo il suo Ordine, preparando una generazione di autentici apostoli, indirettamente lavorava alla salvezza delle anime: ma come avvertiva la pena di non poter personalmente attendere all’apostolato! Domenico voleva senz’altro ricominciare a predicare e soprattutto ai pagani.
Guglielmo lo capiva perfettamente: anch’egli lo desiderava e decise di seguirlo. Solo si rendeva conto dell’impreparazione intellettuale. Presero allora questa decisione: Guglielmo si sarebbe subito recato a Parigi e dopo due anni, terminata la teologia, avrebbe raggiunto Domenico.
Questi, avendo nel frattempo organizzato il suo Ordine, sarebbe insieme partito alla volta della Prussia e delle regioni del Nord per convertire i pagani. In quel periodo Domenico pare abbia lasciato crescere la barba, come conviene ai missionari.
Guglielmo partì alla volta di Parigi dove nel 1219 ricevette presso Saint-Jacques dalle mani di San Domenico l’abito dei predicatori. Guglielmo seppe far tesoro degli studi teologici e trascorsi i due anni previsti si affiancò a San Domenico nel ministero di salvezza, diventando suo confratello e, per quasi un anno, suo principale compagno di viaggio.
Lasciata Parigi si diressero a Bologna passando per il Sempione o il Gran San Bernardo. In seguito lo accompagnò da Bologna a Firenze e da qui a Viterbo per incontrare Papa Onorio III. Il Papà affidò a San Domenico un incarico a Roma e il Beato Guglielmo lo accompagnò nuovamente, assistendo a diversi miracoli operati dal Santo.
Il Beato Guglielmo accompagnò San Domenico per più di un anno nei suoi viaggi, in cui compiva ogni giorno tappe di quaranta o cinquanta chilometri, sempre a piedi nudi, senza alcun riguardo nel vitto, spesso accontentandosi del tozzo di pane mendicato di porta in porta. Alla sera si ritiravano in qualche ospizio brulicante di poveri pellegrini.
Ma San Domenico, anziché coricarsi, andava in Chiesa a pregare, almeno fino a mattutino e quando finalmente cedeva al sonno si gettava vestito su un po’ di paglia e mai su un letto.
Il Beato Guglielmo fu legato dall’amicizia con San Domenico, amicizia fatta di ammirazione e di rispetto, di comunanza di ideali, di sforzi condivisi lungo la medesima strada.
Il Beato Guglielmo ottenne dal Papa che l’Ordine dei Predicatori fosse esentato da qualsiasi compenso per gli atti emessi dalla cancelleria.
Sul finire del 1220 il Papa inviò a Parigi il Beato Guglielmo di Monferrato con lettere indirizzate all’Università di Parigi, ai benedettini e ai domenicani di Parigi.
Nel 1233 fu presente a Bologna all’apertura della tomba di San Domenico: fu presente a quando sollevato il coperchio furono avvolti da un intenso e soavissimo profumo, nonostante che il corpo di Domenico fosse ridotto alle sole ossa.
Quel profumo, diverso per natura e intensità da ogni altro profumo, rimase a lungo nella fossa, sulle mani e sugli oggetti venuti a contatto con le reliquie del Santo e si avvertì ripetutamente per oltre un anno nella Chiesa. Guglielmo depose anche per la causa di beatificazione di San Domenico.
In seguito predicò in Piemonte poi partì per le missioni d’Oriente ove si impegnò a fondo per l’unione della Chiesa greca con la Chiesa Cattolica.
Morì verso il 1237-1238. Era festeggiato il 16 giugno.
(Fonte: www.villaschiari.it)
Di nobile discendenza, era parente prossimo, se non figlio di un marchese di Monferrato che l’imperatore mandò in legazione nel reame di Arles e a cui affidò la Quarta crociata. Guglielmo abbracciò la vita ecclesiastica.
Recatosi a Roma nel 1217 per celebrare la quaresima, fu ospitato dal cardinale di Ostia Ugolino, erede dello spirito di Innocenzo III, collaboratore del vivente Papa Onorio III e futuro Papa Gregorio IX.
Qui vi conobbe San Domenico, che frequentava assiduamente il cardinale e rimase conquistato dal suo modo di fare: ne nacque una cordiale amicizia. Essi amavano intrattenersi su argomenti spirituali, sulla propria salvezza e su quella del prossimo.
Mai Guglielmo si era incontrato con un uomo così religioso, tra tanti di vita regolare con i quali era venuto in contatto. Soprattutto mai ne aveva visto un altro divorato, come Domenico, dalla sete delle anime.
A sua volta San Domenico predilesse quel giovane e gli aprì il cuore. Era uno dei tratti caratteristici del suo temperamento, questa confidenza affettuosa che istintivamente lo portava verso i giovani dal cuore puro e dalla generosità sorgiva. Domenico sapeva attrarli verso di sé senza mai opprimerli con la sua personalità, ma condividendo gli alti ideali di cui egli stesso viveva. E confidò a Guglielmo la sua nostalgia per le missioni tra i pagani e per il ministero immediato.
Certo, istituendo il suo Ordine, preparando una generazione di autentici apostoli, indirettamente lavorava alla salvezza delle anime: ma come avvertiva la pena di non poter personalmente attendere all’apostolato! Domenico voleva senz’altro ricominciare a predicare e soprattutto ai pagani.
Guglielmo lo capiva perfettamente: anch’egli lo desiderava e decise di seguirlo. Solo si rendeva conto dell’impreparazione intellettuale. Presero allora questa decisione: Guglielmo si sarebbe subito recato a Parigi e dopo due anni, terminata la teologia, avrebbe raggiunto Domenico.
Questi, avendo nel frattempo organizzato il suo Ordine, sarebbe insieme partito alla volta della Prussia e delle regioni del Nord per convertire i pagani. In quel periodo Domenico pare abbia lasciato crescere la barba, come conviene ai missionari.
Guglielmo partì alla volta di Parigi dove nel 1219 ricevette presso Saint-Jacques dalle mani di San Domenico l’abito dei predicatori. Guglielmo seppe far tesoro degli studi teologici e trascorsi i due anni previsti si affiancò a San Domenico nel ministero di salvezza, diventando suo confratello e, per quasi un anno, suo principale compagno di viaggio.
Lasciata Parigi si diressero a Bologna passando per il Sempione o il Gran San Bernardo. In seguito lo accompagnò da Bologna a Firenze e da qui a Viterbo per incontrare Papa Onorio III. Il Papà affidò a San Domenico un incarico a Roma e il Beato Guglielmo lo accompagnò nuovamente, assistendo a diversi miracoli operati dal Santo.
Il Beato Guglielmo accompagnò San Domenico per più di un anno nei suoi viaggi, in cui compiva ogni giorno tappe di quaranta o cinquanta chilometri, sempre a piedi nudi, senza alcun riguardo nel vitto, spesso accontentandosi del tozzo di pane mendicato di porta in porta. Alla sera si ritiravano in qualche ospizio brulicante di poveri pellegrini.
Ma San Domenico, anziché coricarsi, andava in Chiesa a pregare, almeno fino a mattutino e quando finalmente cedeva al sonno si gettava vestito su un po’ di paglia e mai su un letto.
Il Beato Guglielmo fu legato dall’amicizia con San Domenico, amicizia fatta di ammirazione e di rispetto, di comunanza di ideali, di sforzi condivisi lungo la medesima strada.
Il Beato Guglielmo ottenne dal Papa che l’Ordine dei Predicatori fosse esentato da qualsiasi compenso per gli atti emessi dalla cancelleria.
Sul finire del 1220 il Papa inviò a Parigi il Beato Guglielmo di Monferrato con lettere indirizzate all’Università di Parigi, ai benedettini e ai domenicani di Parigi.
Nel 1233 fu presente a Bologna all’apertura della tomba di San Domenico: fu presente a quando sollevato il coperchio furono avvolti da un intenso e soavissimo profumo, nonostante che il corpo di Domenico fosse ridotto alle sole ossa.
Quel profumo, diverso per natura e intensità da ogni altro profumo, rimase a lungo nella fossa, sulle mani e sugli oggetti venuti a contatto con le reliquie del Santo e si avvertì ripetutamente per oltre un anno nella Chiesa. Guglielmo depose anche per la causa di beatificazione di San Domenico.
In seguito predicò in Piemonte poi partì per le missioni d’Oriente ove si impegnò a fondo per l’unione della Chiesa greca con la Chiesa Cattolica.
Morì verso il 1237-1238. Era festeggiato il 16 giugno.
(Fonte: www.villaschiari.it)
Tagilde ? - Amarante, 1259
Gonzalo o Gundisalvo, sacerdote della diocesi portoghese di Braga, e abate di San Payo-de-Riba-Vizela, attratto dai luoghi santi partì per Roma e la Palestina dove soggiornò per 14 anni. Ritornato in patria, a causa di una prepotenza, non poté riassumere l'ufficio lasciato, allora si ritirò nella solitudine invocando l'aiuto da Maria SS.
La Vergine gli indicò di entrare nell'Ordine in cui si recitava il suo Ufficio, ricevette così l'abito domenicano dal Beato Pietro Gonzales. Si dedicò con frutto alla predicazione, confermata da strepitosi miracoli. Morì nei pressi di Amarante.
Martirologio Romano: Ad Amarante in Portogallo, Beato Gonsalvo, sacerdote: originario di Braga, dopo un lungo pellegrinaggio in Terra Santa entrò nell’Ordine dei Predicatori; quindi, ritiratosi in un eremo, fece costruire un ponte e fu di giovamento ai suoi seguaci con la preghiera e la predicazione.
Il breviario domenicano, definisce il Beato Gundisalvo “illustre specchio dei pellegrini, degli anacoreti e dei predicatori”. Nato da illustre famiglia, fu iniziato al Sacerdozio dal suo Vescovo, l’Arcivescovo di Braga, il quale ben presto gli affidò in cura la chiesa di San Pelagio su Viscella.
Desideroso di visitare i luoghi della Terra Santa, santificati dalla presenza di Gesù, vi si recò col permesso del suo Arcivescovo, lasciando l’amato gregge alle cure di un vicario.
Ritornato dopo molto tempo il vicario lo respinse come un intruso e Gundisalvo, senza un lamento, si ritirò in solitudine presso Amarante, per vivervi da anacoreta.
Dopo un po’ chiese alla Madonna un segno del divino beneplacito e la Vergine gli apparve ingiungendogli di farsi religioso in quell’Ordine dove il suo Piccolo Ufficio si cominciava e si chiudeva con l’Ave Maria. Gundisalvo, docile, si mise in cammino e guidato dalla Provvidenza bussò alla porta dei Frati Predicatori di Guimares dove comprese che era quello l’Ordine indicato dalla Madonna.
Vestito il Santo Abito e finito il Noviziato fu dai superiori mandato di nuovo in Amarante dove evangelizzò instancabile quelle popolazioni.
Riuscì pure, per utilità dei poveri viandanti, a far costruire un ponte sul fiume Tago, che scorreva rapido e pericoloso in quei pressi.
Morì consunto dagli anni e dalle fatiche, adagiato sulla paglia, circondato dal suo popolo, accorso a ricevere un’ultima benedizione.
La Madonna venne a prenderlo in una festa di angeli per condurlo in Cielo. Il suo corpo si trova in una cappella cittadina. Papa Clemente X il 10 luglio 1671 ha concesso la Messa e l’Ufficio propri, già permessi dal 1560 per il solo Portogallo.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Gundisalvo, pregate per noi.
Gonzalo o Gundisalvo, sacerdote della diocesi portoghese di Braga, e abate di San Payo-de-Riba-Vizela, attratto dai luoghi santi partì per Roma e la Palestina dove soggiornò per 14 anni. Ritornato in patria, a causa di una prepotenza, non poté riassumere l'ufficio lasciato, allora si ritirò nella solitudine invocando l'aiuto da Maria SS.
La Vergine gli indicò di entrare nell'Ordine in cui si recitava il suo Ufficio, ricevette così l'abito domenicano dal Beato Pietro Gonzales. Si dedicò con frutto alla predicazione, confermata da strepitosi miracoli. Morì nei pressi di Amarante.
Martirologio Romano: Ad Amarante in Portogallo, Beato Gonsalvo, sacerdote: originario di Braga, dopo un lungo pellegrinaggio in Terra Santa entrò nell’Ordine dei Predicatori; quindi, ritiratosi in un eremo, fece costruire un ponte e fu di giovamento ai suoi seguaci con la preghiera e la predicazione.
Il breviario domenicano, definisce il Beato Gundisalvo “illustre specchio dei pellegrini, degli anacoreti e dei predicatori”. Nato da illustre famiglia, fu iniziato al Sacerdozio dal suo Vescovo, l’Arcivescovo di Braga, il quale ben presto gli affidò in cura la chiesa di San Pelagio su Viscella.
Desideroso di visitare i luoghi della Terra Santa, santificati dalla presenza di Gesù, vi si recò col permesso del suo Arcivescovo, lasciando l’amato gregge alle cure di un vicario.
Ritornato dopo molto tempo il vicario lo respinse come un intruso e Gundisalvo, senza un lamento, si ritirò in solitudine presso Amarante, per vivervi da anacoreta.
Dopo un po’ chiese alla Madonna un segno del divino beneplacito e la Vergine gli apparve ingiungendogli di farsi religioso in quell’Ordine dove il suo Piccolo Ufficio si cominciava e si chiudeva con l’Ave Maria. Gundisalvo, docile, si mise in cammino e guidato dalla Provvidenza bussò alla porta dei Frati Predicatori di Guimares dove comprese che era quello l’Ordine indicato dalla Madonna.
Vestito il Santo Abito e finito il Noviziato fu dai superiori mandato di nuovo in Amarante dove evangelizzò instancabile quelle popolazioni.
Riuscì pure, per utilità dei poveri viandanti, a far costruire un ponte sul fiume Tago, che scorreva rapido e pericoloso in quei pressi.
Morì consunto dagli anni e dalle fatiche, adagiato sulla paglia, circondato dal suo popolo, accorso a ricevere un’ultima benedizione.
La Madonna venne a prenderlo in una festa di angeli per condurlo in Cielo. Il suo corpo si trova in una cappella cittadina. Papa Clemente X il 10 luglio 1671 ha concesso la Messa e l’Ufficio propri, già permessi dal 1560 per il solo Portogallo.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Gundisalvo, pregate per noi.
Tarentaise, 1224 - Roma, 1276
(Papa dal 22/02/1276 al 22/06/1276)
Nato in Savoia, Pietro di Tarantasia entrò poco dopo i 15 anni nel convento di San Giacomo a Parigi, dove conseguì il magistero in teologia e insegnò brillantemente meritandosi il titolo di “doctor famosissimus”.
Fu due volte priore provinciale di Francia. Nel 1272 è arcivescovo di Lione, e l'anno successivo fu creato cardinale. Nel 1276 venne eletto Papa. Nel suo brevissimo pontificato esplicò un'attività prodigiosa soprattutto nel tentativo di realizzare l'unione con le Chiese separate da Roma.
Martirologio Romano: A Roma in Laterano, beato Innocenzo V, papa, che, dell’Ordine dei Predicatori, insegnò a Parigi la sacra teologia e, ottenuta suo malgrado la sede episcopale di Lione, diresse qui insieme a San Bonaventura un Concilio Ecumenico per l’unità tra i Latini e separati; elevato, infine, alla cattedra di Pietro, esercitò il ruolo di pontefice solo per breve tempo, mostrato alla Chiesa di Roma piuttosto che dato.
Pietro di Tarentaise prese il nome di Innocenzo quando fu eletto Papa. Entrò nell’Ordine ancora fanciullo. Fece grandi progressi nella santità, nel sapere e nella dottrina, tanto da succedere a San Tommaso d’Aquino nella Cattedra di Teologia all’Università di Parigi. Per quasi trent’anni visse al Convento di S. Giacomo di Parigi e, per due volte, fu Provinciale di Francia. Nominato nel 1272 Arcivescovo di Lione, rinunziò alla nomina per lavorare attivamente alla preparazione del Concilio di Lione, riunito nel 1274 da Papa Gregorio X, e al quale doveva intervenire anche San Tommaso d’Aquino. Durante questo Concilio morì San Bonaventura e fu il Cardinale Pietro di Tarentaise che ne intesse l’elogio funebre, strappando lacrime a tutta quella augusta assemblea.
Terminato il Concilio, Pietro dovette seguire il Papa. Durante il viaggio si adoperò a mettere pace tra i Guelfi e i Ghibellini. Morto Gregorio X, durante la sosta ad Arezzo, nel Conclave del gennaio 1276, che si tenne in quella città presso il convento di San Domenico, Pietro fu eletto Papa il giorno 21.
Il novello Pontefice si accinse subito a pacificare l’Italia e si rivolse ai Principi e ai prelati greci e latini per indurli a brandire le armi per riscattare la Terra Santa. Ai confratelli, radunati in Capitolo, scrisse un’affettuosa lettera nella quale ricordava di aver goduto con loro le delizie della santa povertà. Ma mentre la Chiesa e l’Ordine si aspettavano tanto da lui, in quel medesimo anno in cui fu eletto, dopo pochi mesi, il 22 giugno, mori.
Il suo corpo, sepolto nella Basilica del Laterano, andò disperso nel terremoto del XVIII° secolo. Papa Leone XIII il 14 marzo 1898 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Marian)
Lo fanno Papa ad Arezzo, dove appena undici giorni prima è morto Gregorio X. È noto come Pietro di Tarantasia, dal nome della regione nativa, in Savoia. Entrato nell’Ordine domenicano, ha studiato teologia a Parigi da un futuro santo, il tedesco Alberto Magno; e lì studiavano altri due futuri santi italiani: Tommaso d’Aquino, domenicano; e Bonaventura da Bagnoregio, francescano.
Maestro di teologia a sua volta, e predicatore famoso, Pietro di Tarantasia nel 1272 viene nominato arcivescovo di Lione e poi cardinale da Gregorio X, con l’incarico di preparare il secondo Concilio lionese del 1274. Nell’assemblea presieduta dal Pontefice (con più di 500 tra vescovi e abati) una delle figure di punta è lui, insieme a Bonaventura. Ma questi muore a Concilio aperto; Pietro celebra la sua Messa funebre, e un altro lutto rattrista il Concilio: Tommaso d’Aquino muore durante il viaggio verso Lione.
L’assemblea affronta il problema dell’usura, decretando la scomunica degli strozzini e di chi affitta loro i locali. Accoglie una delegazione non cristiana, venuta dal regno dei Tartari; e Pietro di Tarantasia battezza due delegati. Si occupa della disciplina negli Ordini religiosi e dell’elezione del Papa. Inoltre, davanti al Papa e al Concilio, il Patriarca di Costantinopoli, e i vescovi arrivati con lui, cantano il Credo cattolico, rinnegano lo scisma del 1054 e riconoscono il primato del Papa. È il momento più alto del Concilio. Ma resterà un momento.
Terminati i lavori nel luglio 1274, Gregorio X si ammala, e viene curato da un medico che è anche cardinale: il portoghese Pietro Ispano (che più tardi sarà Papa col nome di Giovanni XXI). Poi si avvia verso l’Italia. Ma non rivedrà più la sua sede romana: muore ad Arezzo il 10 gennaio del 1276. Undici giorni dopo, ecco il successore: è Pietro di Tarantasia, che prende il nome di Innocenzo V. Per l’elezione, i cardinali si sono chiusi in un luogo isolato: nel “conclave”, appunto, come ha deciso il Concilio di Lione con la costituzione Ubi periculum. E come si farà nei secoli successivi.
Papa Innocenzo V raggiunge subito la Sede romana, con un programma ispirato al Concilio: rafforzare la pace con l’Oriente, disciplinare gli Ordini religiosi, togliere Gerusalemme ai Turchi. Ma in Oriente la pace religiosa di Lione viene subito respinta: nemici come prima. Poi, come tanti altri Pontefici prima e dopo, Innocenzo è capo della Chiesa, ma anche sovrano di un territorio. E come capo della Chiesa cerca l’amicizia e l’aiuto dell’imperatore Michele per la crociata. Ma come capo di uno Stato deve invece proteggere e favorire il peggior nemico di Michele: Carlo d’Angiò re di Sicilia; malfido personaggio, ma anche il solo in Italia che abbia un esercito capace di difendere i territori del Papa. O di aggredirli, al caso.
Uomo di mediazione, Innocenzo si impegna per pacificare le città italiane divise tra guelfi e ghibellini, e ottiene alcuni buoni risultati in Toscana. Poi rifiuta l’appoggio a una coalizione di prìncipi d’Europa e di Grecia contro l’imperatore Michele. E anzi resta fiducioso nella pacificazione tra le Chiese, inviando istruzioni a Costantinopoli per la predicazione e la liturgia. Questa lettera è datata 25 maggio 1276: il 22 giugno lui è già morto.
Viene seppellito in San Giovanni in Laterano, ma i resti andranno poi dispersi. Nel 1898 Leone XIII gli riconoscerà il titolo di Beato.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Innocenzo V, pregate per noi.
(Papa dal 22/02/1276 al 22/06/1276)
Nato in Savoia, Pietro di Tarantasia entrò poco dopo i 15 anni nel convento di San Giacomo a Parigi, dove conseguì il magistero in teologia e insegnò brillantemente meritandosi il titolo di “doctor famosissimus”.
Fu due volte priore provinciale di Francia. Nel 1272 è arcivescovo di Lione, e l'anno successivo fu creato cardinale. Nel 1276 venne eletto Papa. Nel suo brevissimo pontificato esplicò un'attività prodigiosa soprattutto nel tentativo di realizzare l'unione con le Chiese separate da Roma.
Martirologio Romano: A Roma in Laterano, beato Innocenzo V, papa, che, dell’Ordine dei Predicatori, insegnò a Parigi la sacra teologia e, ottenuta suo malgrado la sede episcopale di Lione, diresse qui insieme a San Bonaventura un Concilio Ecumenico per l’unità tra i Latini e separati; elevato, infine, alla cattedra di Pietro, esercitò il ruolo di pontefice solo per breve tempo, mostrato alla Chiesa di Roma piuttosto che dato.
Pietro di Tarentaise prese il nome di Innocenzo quando fu eletto Papa. Entrò nell’Ordine ancora fanciullo. Fece grandi progressi nella santità, nel sapere e nella dottrina, tanto da succedere a San Tommaso d’Aquino nella Cattedra di Teologia all’Università di Parigi. Per quasi trent’anni visse al Convento di S. Giacomo di Parigi e, per due volte, fu Provinciale di Francia. Nominato nel 1272 Arcivescovo di Lione, rinunziò alla nomina per lavorare attivamente alla preparazione del Concilio di Lione, riunito nel 1274 da Papa Gregorio X, e al quale doveva intervenire anche San Tommaso d’Aquino. Durante questo Concilio morì San Bonaventura e fu il Cardinale Pietro di Tarentaise che ne intesse l’elogio funebre, strappando lacrime a tutta quella augusta assemblea.
Terminato il Concilio, Pietro dovette seguire il Papa. Durante il viaggio si adoperò a mettere pace tra i Guelfi e i Ghibellini. Morto Gregorio X, durante la sosta ad Arezzo, nel Conclave del gennaio 1276, che si tenne in quella città presso il convento di San Domenico, Pietro fu eletto Papa il giorno 21.
Il novello Pontefice si accinse subito a pacificare l’Italia e si rivolse ai Principi e ai prelati greci e latini per indurli a brandire le armi per riscattare la Terra Santa. Ai confratelli, radunati in Capitolo, scrisse un’affettuosa lettera nella quale ricordava di aver goduto con loro le delizie della santa povertà. Ma mentre la Chiesa e l’Ordine si aspettavano tanto da lui, in quel medesimo anno in cui fu eletto, dopo pochi mesi, il 22 giugno, mori.
Il suo corpo, sepolto nella Basilica del Laterano, andò disperso nel terremoto del XVIII° secolo. Papa Leone XIII il 14 marzo 1898 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Marian)
Lo fanno Papa ad Arezzo, dove appena undici giorni prima è morto Gregorio X. È noto come Pietro di Tarantasia, dal nome della regione nativa, in Savoia. Entrato nell’Ordine domenicano, ha studiato teologia a Parigi da un futuro santo, il tedesco Alberto Magno; e lì studiavano altri due futuri santi italiani: Tommaso d’Aquino, domenicano; e Bonaventura da Bagnoregio, francescano.
Maestro di teologia a sua volta, e predicatore famoso, Pietro di Tarantasia nel 1272 viene nominato arcivescovo di Lione e poi cardinale da Gregorio X, con l’incarico di preparare il secondo Concilio lionese del 1274. Nell’assemblea presieduta dal Pontefice (con più di 500 tra vescovi e abati) una delle figure di punta è lui, insieme a Bonaventura. Ma questi muore a Concilio aperto; Pietro celebra la sua Messa funebre, e un altro lutto rattrista il Concilio: Tommaso d’Aquino muore durante il viaggio verso Lione.
L’assemblea affronta il problema dell’usura, decretando la scomunica degli strozzini e di chi affitta loro i locali. Accoglie una delegazione non cristiana, venuta dal regno dei Tartari; e Pietro di Tarantasia battezza due delegati. Si occupa della disciplina negli Ordini religiosi e dell’elezione del Papa. Inoltre, davanti al Papa e al Concilio, il Patriarca di Costantinopoli, e i vescovi arrivati con lui, cantano il Credo cattolico, rinnegano lo scisma del 1054 e riconoscono il primato del Papa. È il momento più alto del Concilio. Ma resterà un momento.
Terminati i lavori nel luglio 1274, Gregorio X si ammala, e viene curato da un medico che è anche cardinale: il portoghese Pietro Ispano (che più tardi sarà Papa col nome di Giovanni XXI). Poi si avvia verso l’Italia. Ma non rivedrà più la sua sede romana: muore ad Arezzo il 10 gennaio del 1276. Undici giorni dopo, ecco il successore: è Pietro di Tarantasia, che prende il nome di Innocenzo V. Per l’elezione, i cardinali si sono chiusi in un luogo isolato: nel “conclave”, appunto, come ha deciso il Concilio di Lione con la costituzione Ubi periculum. E come si farà nei secoli successivi.
Papa Innocenzo V raggiunge subito la Sede romana, con un programma ispirato al Concilio: rafforzare la pace con l’Oriente, disciplinare gli Ordini religiosi, togliere Gerusalemme ai Turchi. Ma in Oriente la pace religiosa di Lione viene subito respinta: nemici come prima. Poi, come tanti altri Pontefici prima e dopo, Innocenzo è capo della Chiesa, ma anche sovrano di un territorio. E come capo della Chiesa cerca l’amicizia e l’aiuto dell’imperatore Michele per la crociata. Ma come capo di uno Stato deve invece proteggere e favorire il peggior nemico di Michele: Carlo d’Angiò re di Sicilia; malfido personaggio, ma anche il solo in Italia che abbia un esercito capace di difendere i territori del Papa. O di aggredirli, al caso.
Uomo di mediazione, Innocenzo si impegna per pacificare le città italiane divise tra guelfi e ghibellini, e ottiene alcuni buoni risultati in Toscana. Poi rifiuta l’appoggio a una coalizione di prìncipi d’Europa e di Grecia contro l’imperatore Michele. E anzi resta fiducioso nella pacificazione tra le Chiese, inviando istruzioni a Costantinopoli per la predicazione e la liturgia. Questa lettera è datata 25 maggio 1276: il 22 giugno lui è già morto.
Viene seppellito in San Giovanni in Laterano, ma i resti andranno poi dispersi. Nel 1898 Leone XIII gli riconoscerà il titolo di Beato.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Innocenzo V, pregate per noi.
Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati 522 Martiri Spagnoli" Beatificati nel 2013 - Senza data
(Celebrazioni singole)
"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna" Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data
(Celebrazioni singole)
Santibáñez de Murias, Spagna, 15 gennaio 1877 - Bilbao, Spagna, 3 ottobre 1936
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
"Beati 522 Martiri Spagnoli" Beatificati nel 2013 - Senza data
(Celebrazioni singole)
"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna" Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data
(Celebrazioni singole)
Santibáñez de Murias, Spagna, 15 gennaio 1877 - Bilbao, Spagna, 3 ottobre 1936
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Vietnamiti” (Andrea Dung Lac e 116 compagni)
Martirologio Romano: Nella città di Nam Định nel Tonchino, ora Viet Nam, San Melchiorre García Sanpedro, vescovo dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, messo per Cristo sotto strettissima prigionia, fu fatto a pezzi per ordine dell’imperatore Tự Đức.
E' uno dei venticinque martiri uccisi nel Tonchino Centrale (Vietnam) durante la persecuzione scatenata contro i cristiani dal re Tu-Dùc (+1883) e beatificati da Pio XII il 29 aprile 1951. Melchiorre nacque a Cortes, villaggio della parrocchia di Santo Stefano di Cienfuegos, nella provincia di Oviedo, capitale delle Asturie (Spagna), da nobili, ma poveri genitori il 29 aprile 1821. Costoro erano tanto attaccati alle pratiche religiose da non permettere a nessuno dei familiari di andare a dormire senza che avessero prima recitato il Rosario.
Quando crebbe in età il santo fu felice d'intonarlo lui, di celebrare a suo modo la Messa alla presenza dei coetanei e di porgere ai poveri l'elemosina avuta per loro dai genitori.
A dodici anni Sampedro manifestò il desiderio di farsi sacerdote.
Frequentò con sacrificio il ginnasio a Bàrzana, distante tre chilometri da Arrojo, località del distretto di Quirós, dove i genitori avevano stabilito la loro dimora.
In seguito andò a studiare filosofia e teologia all'università di Oviedo (1835). Nei primi due anni, pur alloggiando in una misera pensione e dando ripetizioni private, non aveva denari a sufficienza per comperare i libri di testo. Doveva farseli imprestare dai compagni più generosi. La sua condizione migliorò quando fu nominato precettore del Collegio di San Giuseppe (1842) per l'esemplarità di vita. I suoi condiscepoli dicevano che era "un uomo di orazione".
Difatti si confessava tutte le settimane, faceva con frequenza la comunione, tutti i giorni prendeva parte alla Messa e recitava il rosario in ginocchio. Passava ore intere in adorazione davanti al SS. Sacramento o in preghiera davanti all'altare della Madonna.
Il santo non fu mai visto adirato con nessuno. Per le sue belle qualità e per il suo tratto gentile si cattivava la stima e l'affetto di tutti. Amante del silenzio, era piuttosto taciturno e poco espansivo. Quando lasciò il collegio di San Giuseppe per farsi domenicano, fu rimpianto perché "modesto, grave e nello stesso tempo affabile, studioso, devoto".
Al padre, che lo rimproverava dell'abbandono della famiglia, rispose: "Io devo lavorare la parte della vigna che il Signore mi destina", tant'era convinto della volontà di Dio nei suoi riguardi. Egli anelava alle missioni per la probabilità del martirio.
Nel collegio di San Giuseppe, salendo un giorno le scale, non aveva detto ad un suo amico: "Quando avrò la fortuna di salire i gradini di un patibolo e morire per la fede in Cristo"?
I genitori, che avevano contratto dei debiti per sottrarre il figlio al servizio militare, speravano nella sua resipiscenza.
E veramente era già stato proposto come sostituto per la cattedra di logica nell'Università, e una illustre famiglia si era offerta a ottenergli un benefizio di patronato laico nello stesso distretto di Quirós, ma il santo non si lasciò smuovere né da simili lusinghe, né dalle lacrime della madre, né dalle minacce del padre.
Persino alcuni zelanti sacerdoti lo biasimarono della decisione presa, ma egli, rassicurato dal proprio direttore spirituale, propose di partire per il convento domenicano di Ocana a costo di qualsiasi opposizione.
Prima di dare l'addio al mondo Melchiorre si recò in pellegrinaggio al Santuario di Nostra Signora di Alba. Al momento di separarsi dai familiari il padre gli disse: "Perché ci abbandoni? Non puoi lavorare anche qui nella vigna del Signore?". "È vero - gli ripose il figlio - dovunque si può servire il Signore, ma io devo rispondere al suo appello che mi chiama a lavorare una parte speciale della sua vigna".
Rivestì l'abito dei Frati Predicatori nel 1845 a Ocana. Agli occhi del suo maestro di noviziato egli apparve come "un angelo" perché "quantunque fosse entrato in religione dopo che aveva già compiuto gli studi superiori, era mortificato, ubbidiente e sottomesso come se fosse stato educato nel chiostro fin dalla sua fanciullezza". Fu perciò ammesso alla professione solenne senza difficoltà nel 1846 e all'ordinazione sacerdotale l'anno successivo.
Nel 1848 il santo fu mandato nelle Filippine con quattro confratelli, ma quando giunse a Manila ebbe la dolorosa sorpresa di vedersi destinato dai superiori a insegnare filosofia nell'università di San Tommaso.
Avrebbe dunque dovuto rinunziare alle sue aspirazioni all'apostolato e al martirio? Ne parlò al consiglio di Provincia il quale accolse il suo desiderio di andare a predicare il Vangelo nel Tonchino Orientale sotto la guida del Vicario Apostolico, Mons. Girolamo Hermosilla (+ 1 novembre 1861), futuro martire insieme con Mons. Valentino Berrio-Ochoa, il P. Pietro Almató e il catechista Giuseppe Khang.
Benché non avesse che vent'otto anni e godesse di buona salute, dovette incontrare serie difficoltà nello studio del tonchinese per la mancanza di memoria. Poco tempo dopo il suo arrivo a Doung-Xuyèn fu decretata l'erezione del Vicariato Apostolico del Tonchino Centrale alle dipendenze di Mons. Domenico Marti, al quale fu dato come coadiutore, con diritto di successione, il B. Giuseppe Diaz Sanjurjo (+ 20 luglio 1857), allora rettore del seminario indigeno di Cao-Xà.
A prenderne il posto fu chiamato P. Sampedro il quale diede splendida prova delle sue qualità. Il suo direttore spirituale, Mons. Ilario Alcàzar, coadiutore di Mons. Hermosilla, nell'inviare alla Congregazione di Propaganda Fide la relazione del martirio di lui, ne mise in risalto il grande amore alla mortificazione e alla preghiera.
Ai lunghi digiuni prescritti dalla regola, egli ne aggiungeva degli altri con sanguinose flagellazioni fino a tanto che il confessore glieli limitò per riguardo alla salute. Nonostante il gran caldo che faceva nel Tonchino portava il cilicio e usava sempre indumenti di lana. Benché soffrisse abitualmente d'insonnia, concedeva pochissimo tempo al riposo per attendere alla predicazione del Vangelo, alle confessioni e alla preghiera. Tutti i giorni recitava il rosario intero. Eppure, nella sua umiltà, si professava un miserabile peccatore e si meravigliava che Dio non lo castigasse per le sue ingratitudini.
I superiori nel 1852 dessero P. Sampedro Vicario Provinciale. Nel tempo che occupò questa carica egli fece stampare libri e opuscoli da diffondere anche tra gli infedeli. Si deve a questo suo zelo la conversione di un villaggio composto da cinquecento persone, che sorgeva vicino a Cao-Xà, e la predicazione della fede in altri tre o quattro villaggi circonvicini. Nell'ultimo anno di vita ebbe vomiti di sangue, dovuti forse allo sforzo fatto nella proclamazione della parola di Dio.
Per la difficoltà di provvedere al bene spirituale dei fedeli del Tonchino Centrale e per l'incombente persecuzione del re Tu-Dùc, Mons. Sanjurjo ottenne da Pio IX la facoltà di eleggersi un coadiutore, con diritto di successione.
La sua scelta cadde sopra il P. Sampedro (1855), che ordinò vescovo a Bùi-Chu alla presenza di una moltitudine di fedeli e di autorità civili e religiose. Per oltre due anni il neo-eletto potè visitare le cristianità ed esercitare il ministero di notte perché era stato promesso un premio vistoso a chi lo avesse fatto imprigionare. La persecuzione per alcuni anni si susseguì tra bonaccia e tormenta finché nel 1857 si fece implacabile e continuò senza interruzione fino al 1862.
Durante i periodi di calma i cristiani vivevano con un certo sollievo, i sacerdoti lavoravano con sufficiente libertà, ma i missionari europei dovevano essere cauti se non volevano cadere nelle mani dei mandarini. A chi ne scopriva uno venivano regalate 300 once d'argento.
Quando Mons. Sanjurjo cadde nelle mani dei persecutori (1857), Mons. Sampedro mandò un messo al Procuratore della Missione in Cina perché informasse gli ambasciatori della Francia e della Spagna sulle precarie condizioni dei cattolici nel Tonchino, e li supplicasse di adoperarsi perché la pace vi fosse ristabilita.
In realtà furono inviate delle navi francesi e spagnuole nelle acque del Tonchino, ma quando vi giunsero Mons. Sanjurjo era già morto. Alla loro vista i mandarini s'inferocirono ancora di più, e ordinarono che fossero abbattute le chiese e le case dei missionari.
Prevedendo prossima la propria fine, Mons. Sampedro ottenne da Pio IX la facoltà di eleggersi un Coadiutore, con diritto di successione, nella persona di P. Valentino Berrio-Ochoa, giunto da tre mesi nella missione. Lo ordinò vescovo nel 1858 non in chiesa, ma nella casa di un buon cristiano. Meno di un mese dopo il Santo fu fatto prigioniero a Kièn-Lao, nella notte tra il 7 e l'8 luglio 1858, mentre fuggiva per fiumi e per campi.
Bramava tanto la gloria del martirio che si sarebbe consegnato spontaneamente nelle mani dei mandarini se il suo coadiutore non lo avesse dissuaso.
A motivo dell'irremovibile fermezza nel professare la fede cattolica, e per averla predicata tra il popolo per 9 anni, fu condannato a morte. Il mandarino generale ordinò che, prima della decapitazione, all'imputato fossero tagliate le gambe e le braccia perché era accusato pure di avere chiamato una nave straniera e di essere stato il capo dei ribelli al re.
Il 28 luglio 1858 Mons. Sampedro fu condotto al luogo del martirio legato con una grossa catena e scortato da una ventina di carnefici che tenevano in mano la spada sguainata. Il santo vi si recò sereno, recitando il breviario, si lasciò spogliare e legare mani e piedi ai pali solidamente conficcati nel terreno in maniera da avere il corpo ben teso. L'ordine dell'esecuzione capitale fu dato dal mandarino dall'alto di un elefante.
Il martire invocò continuamente il nome di Gesù mentre il carnefice gli amputava gli arti con un'ascia senza taglio. Difatti ci vollero ben 12 colpi per troncargli una gamba e 15 per mozzargli la testa.
Gli arti del giustiziato ed il suo tronco, privo di viscere, furono gettati in una fossa che fu ricoperta di terra e fatta calpestare da un elefante.
La testa, dopo essere stata esposta per due giorni alla porta meridionale della città, fu frantumata e gettata nel mare.
Le reliquie del santo sono venerate nella cattedrale di Oviedo (Spagna). Giovanni Paolo II lo canonizzò il 19 giugno 1988 con altri 116 martiri del Vietnam.
(Autore: Guido Pettinati - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
“Santi Martiri Vietnamiti” (Andrea Dung Lac e 116 compagni)
Martirologio Romano: Nella città di Nam Định nel Tonchino, ora Viet Nam, San Melchiorre García Sanpedro, vescovo dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, messo per Cristo sotto strettissima prigionia, fu fatto a pezzi per ordine dell’imperatore Tự Đức.
E' uno dei venticinque martiri uccisi nel Tonchino Centrale (Vietnam) durante la persecuzione scatenata contro i cristiani dal re Tu-Dùc (+1883) e beatificati da Pio XII il 29 aprile 1951. Melchiorre nacque a Cortes, villaggio della parrocchia di Santo Stefano di Cienfuegos, nella provincia di Oviedo, capitale delle Asturie (Spagna), da nobili, ma poveri genitori il 29 aprile 1821. Costoro erano tanto attaccati alle pratiche religiose da non permettere a nessuno dei familiari di andare a dormire senza che avessero prima recitato il Rosario.
Quando crebbe in età il santo fu felice d'intonarlo lui, di celebrare a suo modo la Messa alla presenza dei coetanei e di porgere ai poveri l'elemosina avuta per loro dai genitori.
A dodici anni Sampedro manifestò il desiderio di farsi sacerdote.
Frequentò con sacrificio il ginnasio a Bàrzana, distante tre chilometri da Arrojo, località del distretto di Quirós, dove i genitori avevano stabilito la loro dimora.
In seguito andò a studiare filosofia e teologia all'università di Oviedo (1835). Nei primi due anni, pur alloggiando in una misera pensione e dando ripetizioni private, non aveva denari a sufficienza per comperare i libri di testo. Doveva farseli imprestare dai compagni più generosi. La sua condizione migliorò quando fu nominato precettore del Collegio di San Giuseppe (1842) per l'esemplarità di vita. I suoi condiscepoli dicevano che era "un uomo di orazione".
Difatti si confessava tutte le settimane, faceva con frequenza la comunione, tutti i giorni prendeva parte alla Messa e recitava il rosario in ginocchio. Passava ore intere in adorazione davanti al SS. Sacramento o in preghiera davanti all'altare della Madonna.
Il santo non fu mai visto adirato con nessuno. Per le sue belle qualità e per il suo tratto gentile si cattivava la stima e l'affetto di tutti. Amante del silenzio, era piuttosto taciturno e poco espansivo. Quando lasciò il collegio di San Giuseppe per farsi domenicano, fu rimpianto perché "modesto, grave e nello stesso tempo affabile, studioso, devoto".
Al padre, che lo rimproverava dell'abbandono della famiglia, rispose: "Io devo lavorare la parte della vigna che il Signore mi destina", tant'era convinto della volontà di Dio nei suoi riguardi. Egli anelava alle missioni per la probabilità del martirio.
Nel collegio di San Giuseppe, salendo un giorno le scale, non aveva detto ad un suo amico: "Quando avrò la fortuna di salire i gradini di un patibolo e morire per la fede in Cristo"?
I genitori, che avevano contratto dei debiti per sottrarre il figlio al servizio militare, speravano nella sua resipiscenza.
E veramente era già stato proposto come sostituto per la cattedra di logica nell'Università, e una illustre famiglia si era offerta a ottenergli un benefizio di patronato laico nello stesso distretto di Quirós, ma il santo non si lasciò smuovere né da simili lusinghe, né dalle lacrime della madre, né dalle minacce del padre.
Persino alcuni zelanti sacerdoti lo biasimarono della decisione presa, ma egli, rassicurato dal proprio direttore spirituale, propose di partire per il convento domenicano di Ocana a costo di qualsiasi opposizione.
Prima di dare l'addio al mondo Melchiorre si recò in pellegrinaggio al Santuario di Nostra Signora di Alba. Al momento di separarsi dai familiari il padre gli disse: "Perché ci abbandoni? Non puoi lavorare anche qui nella vigna del Signore?". "È vero - gli ripose il figlio - dovunque si può servire il Signore, ma io devo rispondere al suo appello che mi chiama a lavorare una parte speciale della sua vigna".
Rivestì l'abito dei Frati Predicatori nel 1845 a Ocana. Agli occhi del suo maestro di noviziato egli apparve come "un angelo" perché "quantunque fosse entrato in religione dopo che aveva già compiuto gli studi superiori, era mortificato, ubbidiente e sottomesso come se fosse stato educato nel chiostro fin dalla sua fanciullezza". Fu perciò ammesso alla professione solenne senza difficoltà nel 1846 e all'ordinazione sacerdotale l'anno successivo.
Nel 1848 il santo fu mandato nelle Filippine con quattro confratelli, ma quando giunse a Manila ebbe la dolorosa sorpresa di vedersi destinato dai superiori a insegnare filosofia nell'università di San Tommaso.
Avrebbe dunque dovuto rinunziare alle sue aspirazioni all'apostolato e al martirio? Ne parlò al consiglio di Provincia il quale accolse il suo desiderio di andare a predicare il Vangelo nel Tonchino Orientale sotto la guida del Vicario Apostolico, Mons. Girolamo Hermosilla (+ 1 novembre 1861), futuro martire insieme con Mons. Valentino Berrio-Ochoa, il P. Pietro Almató e il catechista Giuseppe Khang.
Benché non avesse che vent'otto anni e godesse di buona salute, dovette incontrare serie difficoltà nello studio del tonchinese per la mancanza di memoria. Poco tempo dopo il suo arrivo a Doung-Xuyèn fu decretata l'erezione del Vicariato Apostolico del Tonchino Centrale alle dipendenze di Mons. Domenico Marti, al quale fu dato come coadiutore, con diritto di successione, il B. Giuseppe Diaz Sanjurjo (+ 20 luglio 1857), allora rettore del seminario indigeno di Cao-Xà.
A prenderne il posto fu chiamato P. Sampedro il quale diede splendida prova delle sue qualità. Il suo direttore spirituale, Mons. Ilario Alcàzar, coadiutore di Mons. Hermosilla, nell'inviare alla Congregazione di Propaganda Fide la relazione del martirio di lui, ne mise in risalto il grande amore alla mortificazione e alla preghiera.
Ai lunghi digiuni prescritti dalla regola, egli ne aggiungeva degli altri con sanguinose flagellazioni fino a tanto che il confessore glieli limitò per riguardo alla salute. Nonostante il gran caldo che faceva nel Tonchino portava il cilicio e usava sempre indumenti di lana. Benché soffrisse abitualmente d'insonnia, concedeva pochissimo tempo al riposo per attendere alla predicazione del Vangelo, alle confessioni e alla preghiera. Tutti i giorni recitava il rosario intero. Eppure, nella sua umiltà, si professava un miserabile peccatore e si meravigliava che Dio non lo castigasse per le sue ingratitudini.
I superiori nel 1852 dessero P. Sampedro Vicario Provinciale. Nel tempo che occupò questa carica egli fece stampare libri e opuscoli da diffondere anche tra gli infedeli. Si deve a questo suo zelo la conversione di un villaggio composto da cinquecento persone, che sorgeva vicino a Cao-Xà, e la predicazione della fede in altri tre o quattro villaggi circonvicini. Nell'ultimo anno di vita ebbe vomiti di sangue, dovuti forse allo sforzo fatto nella proclamazione della parola di Dio.
Per la difficoltà di provvedere al bene spirituale dei fedeli del Tonchino Centrale e per l'incombente persecuzione del re Tu-Dùc, Mons. Sanjurjo ottenne da Pio IX la facoltà di eleggersi un coadiutore, con diritto di successione.
La sua scelta cadde sopra il P. Sampedro (1855), che ordinò vescovo a Bùi-Chu alla presenza di una moltitudine di fedeli e di autorità civili e religiose. Per oltre due anni il neo-eletto potè visitare le cristianità ed esercitare il ministero di notte perché era stato promesso un premio vistoso a chi lo avesse fatto imprigionare. La persecuzione per alcuni anni si susseguì tra bonaccia e tormenta finché nel 1857 si fece implacabile e continuò senza interruzione fino al 1862.
Durante i periodi di calma i cristiani vivevano con un certo sollievo, i sacerdoti lavoravano con sufficiente libertà, ma i missionari europei dovevano essere cauti se non volevano cadere nelle mani dei mandarini. A chi ne scopriva uno venivano regalate 300 once d'argento.
Quando Mons. Sanjurjo cadde nelle mani dei persecutori (1857), Mons. Sampedro mandò un messo al Procuratore della Missione in Cina perché informasse gli ambasciatori della Francia e della Spagna sulle precarie condizioni dei cattolici nel Tonchino, e li supplicasse di adoperarsi perché la pace vi fosse ristabilita.
In realtà furono inviate delle navi francesi e spagnuole nelle acque del Tonchino, ma quando vi giunsero Mons. Sanjurjo era già morto. Alla loro vista i mandarini s'inferocirono ancora di più, e ordinarono che fossero abbattute le chiese e le case dei missionari.
Prevedendo prossima la propria fine, Mons. Sampedro ottenne da Pio IX la facoltà di eleggersi un Coadiutore, con diritto di successione, nella persona di P. Valentino Berrio-Ochoa, giunto da tre mesi nella missione. Lo ordinò vescovo nel 1858 non in chiesa, ma nella casa di un buon cristiano. Meno di un mese dopo il Santo fu fatto prigioniero a Kièn-Lao, nella notte tra il 7 e l'8 luglio 1858, mentre fuggiva per fiumi e per campi.
Bramava tanto la gloria del martirio che si sarebbe consegnato spontaneamente nelle mani dei mandarini se il suo coadiutore non lo avesse dissuaso.
A motivo dell'irremovibile fermezza nel professare la fede cattolica, e per averla predicata tra il popolo per 9 anni, fu condannato a morte. Il mandarino generale ordinò che, prima della decapitazione, all'imputato fossero tagliate le gambe e le braccia perché era accusato pure di avere chiamato una nave straniera e di essere stato il capo dei ribelli al re.
Il 28 luglio 1858 Mons. Sampedro fu condotto al luogo del martirio legato con una grossa catena e scortato da una ventina di carnefici che tenevano in mano la spada sguainata. Il santo vi si recò sereno, recitando il breviario, si lasciò spogliare e legare mani e piedi ai pali solidamente conficcati nel terreno in maniera da avere il corpo ben teso. L'ordine dell'esecuzione capitale fu dato dal mandarino dall'alto di un elefante.
Il martire invocò continuamente il nome di Gesù mentre il carnefice gli amputava gli arti con un'ascia senza taglio. Difatti ci vollero ben 12 colpi per troncargli una gamba e 15 per mozzargli la testa.
Gli arti del giustiziato ed il suo tronco, privo di viscere, furono gettati in una fossa che fu ricoperta di terra e fatta calpestare da un elefante.
La testa, dopo essere stata esposta per due giorni alla porta meridionale della città, fu frantumata e gettata nel mare.
Le reliquie del santo sono venerate nella cattedrale di Oviedo (Spagna). Giovanni Paolo II lo canonizzò il 19 giugno 1988 con altri 116 martiri del Vietnam.
(Autore: Guido Pettinati - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati Martiri Giapponesi Beatificati nel 1867-1989-2008”
1563 - 1622
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, Beati martiri Ludovico Florès, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, Pietro de Zúñiga, sacerdote dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino, e tredici compagni marinai giapponesi, che sbarcati nel porto e subito arrestati a causa della loro fede cristiana, dopo vari supplizi, subirono tutti insieme un unico martirio.
Nato nei Paesi Bassi, emigrò con i genitori prima in Spagna e poi nel Messico.
Qui vestì l'abito dei Frati Predicatori.
Nel 1602, acceso di zelo per l'evangelizzazione dei non-cristiani, partì per le Filippine.
Dopo diciotto anni si trasferì in Giappone, sconvolto da una violenta persecuzione anticristiana.
Arrestato dopo poco tempo, ricevette la gloria del martirio a Nagasaki il 19 agosto 1622, venendo arso vivo.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
“Beati Martiri Giapponesi Beatificati nel 1867-1989-2008”
1563 - 1622
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, Beati martiri Ludovico Florès, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, Pietro de Zúñiga, sacerdote dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino, e tredici compagni marinai giapponesi, che sbarcati nel porto e subito arrestati a causa della loro fede cristiana, dopo vari supplizi, subirono tutti insieme un unico martirio.
Nato nei Paesi Bassi, emigrò con i genitori prima in Spagna e poi nel Messico.
Qui vestì l'abito dei Frati Predicatori.
Nel 1602, acceso di zelo per l'evangelizzazione dei non-cristiani, partì per le Filippine.
Dopo diciotto anni si trasferì in Giappone, sconvolto da una violenta persecuzione anticristiana.
Arrestato dopo poco tempo, ricevette la gloria del martirio a Nagasaki il 19 agosto 1622, venendo arso vivo.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Domenicani d'Aragona”
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001”
“Martiri della Guerra di Spagna”
Zaragoza, Spagna, 3 giugno 1882 - Valencia, Spagna, 25 agosto 1936.
Martirologio Romano: A Valencia in Spagna, Beato Luigi Urbano Lanaspa, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che affrontò la gloriosa prova per Cristo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Luigi Urbano Lanaspa, pregate per noi.
“Beati Martiri Spagnoli Domenicani d'Aragona”
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001”
“Martiri della Guerra di Spagna”
Zaragoza, Spagna, 3 giugno 1882 - Valencia, Spagna, 25 agosto 1936.
Martirologio Romano: A Valencia in Spagna, Beato Luigi Urbano Lanaspa, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che affrontò la gloriosa prova per Cristo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Luigi Urbano Lanaspa, pregate per noi.
1170 c. - Gumiel d’Izan 1236
Fratello del Santo Padre Domenico, fu uno dei suoi primi discepoli, ricevendo dalle sue mani l'abito nel 1215.
Fu suo instancabile collaboratore nella diffusione dell'Ordine e uno dei fondatori del convento di San Giacomo a Parigi nel 1217.
Nel 1219 San Domenico gli affidò la direzione spirituale del monastero di Madrid. Fu predicatore ardente, dolce umile e gioviale. Morì a Gumiel d'Izàn, nella cui chiesa di San Pietro se ne venera il corpo.
Martirologio Romano: A Caleruega nella Castiglia in Spagna, commemorazione del Beato Manno Guzmán, sacerdote, che fu fratello di San Domenico, suo collaboratore nel propagare l’Ordine dei Predicatori e saggio consigliere delle monache.
Il Beato Mannes fu fratello del glorioso Patriarca Domenico.
Anima di grande candore, inclinata al silenzio e al raccoglimento, fu chiamato “il contemplativo”.
Lavorò dapprima col suo santo e illustre fratello nelle contrade di Linguadoca per riportare gli eretici albigesi alla vera fede.
Alle fatiche e ai sudori, sull’esempio di San Domenico, aggiunse preghiere e penitenze note solo a Dio.
Appena fondato l’Ordine dei Predicatori fu uno dei primi a ricevere il Sacro Abito dalle mani di suo fratello, nel 1215, che imitò fedelmente nello spirito e nelle opere.
Fu da lui inviato, nel 1217, a Parigi nel convento di Prouille, divenendo uno dei fondatori del celebre Convento di San Giacomo.
A Parigi predicò con molto frutto, ma poi, in seguito, il Santo Patriarca lo destinò a Madrid per la direzione delle Monache dell’Ordine, che da poco avevano iniziato la vita regolare.
Il suo amore alla vita contemplativa, e l’esperienza delle vie di Dio, lo resero particolarmente atto a guidare quelle ferventi claustrali nelle vie della perfezione, secondo lo spirito dell’Ordine.
Trovandosi nel 1236 nella nativa Calaroga, a Gumiel d’Izan, a predicarvi la divina parola, si addormentò nel Signore, ricco di virtù e di meriti.
Fu sepolto a San Pietro di Gumiel, presso i Cistercensi, con sommo onore, e la sua tomba fu illustre per miracoli. Papa Gregorio XVI il 2 giugno 1834 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Mannes Guzman, pregate per noi.
Fratello del Santo Padre Domenico, fu uno dei suoi primi discepoli, ricevendo dalle sue mani l'abito nel 1215.
Fu suo instancabile collaboratore nella diffusione dell'Ordine e uno dei fondatori del convento di San Giacomo a Parigi nel 1217.
Nel 1219 San Domenico gli affidò la direzione spirituale del monastero di Madrid. Fu predicatore ardente, dolce umile e gioviale. Morì a Gumiel d'Izàn, nella cui chiesa di San Pietro se ne venera il corpo.
Martirologio Romano: A Caleruega nella Castiglia in Spagna, commemorazione del Beato Manno Guzmán, sacerdote, che fu fratello di San Domenico, suo collaboratore nel propagare l’Ordine dei Predicatori e saggio consigliere delle monache.
Il Beato Mannes fu fratello del glorioso Patriarca Domenico.
Anima di grande candore, inclinata al silenzio e al raccoglimento, fu chiamato “il contemplativo”.
Lavorò dapprima col suo santo e illustre fratello nelle contrade di Linguadoca per riportare gli eretici albigesi alla vera fede.
Alle fatiche e ai sudori, sull’esempio di San Domenico, aggiunse preghiere e penitenze note solo a Dio.
Appena fondato l’Ordine dei Predicatori fu uno dei primi a ricevere il Sacro Abito dalle mani di suo fratello, nel 1215, che imitò fedelmente nello spirito e nelle opere.
Fu da lui inviato, nel 1217, a Parigi nel convento di Prouille, divenendo uno dei fondatori del celebre Convento di San Giacomo.
A Parigi predicò con molto frutto, ma poi, in seguito, il Santo Patriarca lo destinò a Madrid per la direzione delle Monache dell’Ordine, che da poco avevano iniziato la vita regolare.
Il suo amore alla vita contemplativa, e l’esperienza delle vie di Dio, lo resero particolarmente atto a guidare quelle ferventi claustrali nelle vie della perfezione, secondo lo spirito dell’Ordine.
Trovandosi nel 1236 nella nativa Calaroga, a Gumiel d’Izan, a predicarvi la divina parola, si addormentò nel Signore, ricco di virtù e di meriti.
Fu sepolto a San Pietro di Gumiel, presso i Cistercensi, con sommo onore, e la sua tomba fu illustre per miracoli. Papa Gregorio XVI il 2 giugno 1834 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Mannes Guzman, pregate per noi.
Moncogno ? - Pesaro, 1498
Marco da Modena, nato a Moncogno nella prima metà del XV secolo dalla nobile famiglia degli Scalabrini, va annoverato tra i grandi predicatori che sorsero tra i Domenicani in quel secolo. Prese l'abito religioso nella sua città natale. Dotato di eloquenza persuasiva, predicò instancabilmente in diverse città d'Italia.
Fu priore del Convento di Pesaro, che guidò con fermezza ma anche saggezza, facendosì conoscere non solo tra i confratelli ma anche tra i fedeli. Una volta una donna si gettò ai suoi piedi supplicandolo di richiamare alla vita il suo bimbo appena morto.
Padre Marco si raccolse in preghiera e poi rispose alla donna di non desiderare che il figlio tornasse in vita, perché non sarebbe vissuto molto, incontrando una morte penosa.
Poiché la madre insisteva, con l'intercessione del Padre, ottenne da Dio quanto essa chiedeva, ma come le era stato predetto da Marco, il fanciullo giunto all'età di quattordici anni morì di peste.
Marco morì a Pesaro il 21 settembre 1498. Attualmente i suoi resti sono collocati nella chiesa di San Domenico a Modena. Pio IX ne ha confermato il culto nel 1857. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Pesaro, Beato Marco da Modena Scalabrini, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che riuscì a ricondurre molti fuorviati sulla via della giustizia.
Marco da Modena, nato a Moncogno nella prima metà del XV° secolo dalla nobile famiglia degli Scalabrini, va annoverato tra i grandi predicatori che sorsero tra i Domenicani in quel secolo. Prese il santo Abito nella sua città natale.
Fu anima di grande preghiera e di austera penitenza che lo disposero mirabilmente ad acquistare la sacra scienza. Ebbe il dono di una eloquenza persuasiva, che non diceva soltanto belle cose, ma andava diritta ai cuori e li piegava al bene.
Acceso del fuoco dello Spirito Santo predicò con immenso frutto nelle diverse città d’Italia, senza mai rallentare in questo sacro ministero tutto proprio dell’Ordine. Fu Priore del Convento di Pesaro, che governò da santo, unendo la fermezza alla più grande mansuetudine, facendosi, come dice nella Regola Sant’Agostino, “più amare che temere”. E si fece amare non solo dai suoi confratelli, ma anche dal popolo che ricorreva a lui con immensa fiducia.
Una volta una donna si gettò ai suoi piedi supplicandolo di richiamare alla vita il suo bimbo appena morto. Padre Marco si raccolse in preghiera e poi rispose alla donna di non desiderare che il figlio tornasse in vita, perché non sarebbe vissuto molto, incontrando una morte penosa con l’incertezza di andare salvo, se avesse continuato a vivere.
Insistendo la madre, con molte lacrime, con l’intercessione del Padre, ottenne da Dio quanto essa chiedeva, ma come le era stato predetto da Marco, il fanciullo giunto all’età di quattordici anni morì di peste con grande afflizione dei genitori.
Marco morì a Pesaro il 21 settembre 1498.
Il suo sepolcro, anche durante le varie traslazioni, è sempre stato illustrato da Dio con grandi prodigi. Attualmente i suoi resti sono collocati nella chiesa di San Domenico a Modena. Il Beato Papa Pio IX il 10 settembre 1857 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Fu priore del Convento di Pesaro, che guidò con fermezza ma anche saggezza, facendosì conoscere non solo tra i confratelli ma anche tra i fedeli. Una volta una donna si gettò ai suoi piedi supplicandolo di richiamare alla vita il suo bimbo appena morto.
Padre Marco si raccolse in preghiera e poi rispose alla donna di non desiderare che il figlio tornasse in vita, perché non sarebbe vissuto molto, incontrando una morte penosa.
Poiché la madre insisteva, con l'intercessione del Padre, ottenne da Dio quanto essa chiedeva, ma come le era stato predetto da Marco, il fanciullo giunto all'età di quattordici anni morì di peste.
Marco morì a Pesaro il 21 settembre 1498. Attualmente i suoi resti sono collocati nella chiesa di San Domenico a Modena. Pio IX ne ha confermato il culto nel 1857. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Pesaro, Beato Marco da Modena Scalabrini, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che riuscì a ricondurre molti fuorviati sulla via della giustizia.
Marco da Modena, nato a Moncogno nella prima metà del XV° secolo dalla nobile famiglia degli Scalabrini, va annoverato tra i grandi predicatori che sorsero tra i Domenicani in quel secolo. Prese il santo Abito nella sua città natale.
Fu anima di grande preghiera e di austera penitenza che lo disposero mirabilmente ad acquistare la sacra scienza. Ebbe il dono di una eloquenza persuasiva, che non diceva soltanto belle cose, ma andava diritta ai cuori e li piegava al bene.
Acceso del fuoco dello Spirito Santo predicò con immenso frutto nelle diverse città d’Italia, senza mai rallentare in questo sacro ministero tutto proprio dell’Ordine. Fu Priore del Convento di Pesaro, che governò da santo, unendo la fermezza alla più grande mansuetudine, facendosi, come dice nella Regola Sant’Agostino, “più amare che temere”. E si fece amare non solo dai suoi confratelli, ma anche dal popolo che ricorreva a lui con immensa fiducia.
Una volta una donna si gettò ai suoi piedi supplicandolo di richiamare alla vita il suo bimbo appena morto. Padre Marco si raccolse in preghiera e poi rispose alla donna di non desiderare che il figlio tornasse in vita, perché non sarebbe vissuto molto, incontrando una morte penosa con l’incertezza di andare salvo, se avesse continuato a vivere.
Insistendo la madre, con molte lacrime, con l’intercessione del Padre, ottenne da Dio quanto essa chiedeva, ma come le era stato predetto da Marco, il fanciullo giunto all’età di quattordici anni morì di peste con grande afflizione dei genitori.
Marco morì a Pesaro il 21 settembre 1498.
Il suo sepolcro, anche durante le varie traslazioni, è sempre stato illustrato da Dio con grandi prodigi. Attualmente i suoi resti sono collocati nella chiesa di San Domenico a Modena. Il Beato Papa Pio IX il 10 settembre 1857 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Forlì, 1317 - 1397
Entrato giovanissimo nell'Ordine Domenicano nel convento di Forlì, vi rifulse per la semplicità di vita, la rigorosa osservanza e per la carità verso i poveri.
Devotissimo della Vergine Maria, ne portava sempre con sé un'immagine, opera del pittore Vitale da Bologna, che la Fraternita locale del Terz' Ordine conserva ancora gelosamente.
Martirologio Romano: A Forlì, Beato Marcolino Amanni, sacerdote dell’ Ordine dei Predicatori, che visse tutta la vita in grande umiltà e semplicità, nel silenzio, nella solitudine, nel servizio dei poveri e nella cura dei fanciulli.
Il 1300 fu un periodo di decadenza per l’Ordine Domenicano, come del resto anche per gli altri Ordini.
Ne fu causa principale la peste nera che nei conventi e nei monasteri fece vittime senza numero, lasciando atterriti e scoraggiati i pochi superstiti, e aprendo l’adito alla mollezza e al disordine. Non mancarono però religiosi santi e ferventi i quali seppero efficacemente opporsi al rilassamento generale.
Sotto il soffio ispiratore di Santa Caterina da Siena, il Beato Raimondo da Capua, appena eletto Generale, nel 1380, chiamò a raccolta tutte le anime di buona volontà per far rinverdire l’orto piantato da San Domenico.
Tra i molti che risposero all’appello, brilla per la sua incantevole umiltà Marcolino Amanni. Egli vesti l’Abito santo nella sua città natale, Forlì, a soli dieci anni, acceso da un fervore superiore alla sua tenerissima età.
Il piccolo novizio fu additato presto come modello di ogni virtù, ma l’ala che fece così rapidamente salire la sua anima angelica fu la continua ricerca di Dio nell’orazione e nel raccoglimento.
E il Signore si fece trovare in una preghiera sublime che lo fece vivere più in cielo che in terra: solo il campanello della elevazione, alla consacrazione, durante la messa, lo riscuoteva dalle sue estasi.
Egli non brillò, né sulla cattedra, né sul pulpito. La sua azione fu silenziosa e nascosta.
Regola vivente, predicò con i suoi luminosissimi esempi di vita quotidiana, rappresentando quell’abbondanza di vita interiore che, secondo il pensiero di Domenico, deve essere la viva sorgente della predicazione apostolica.
L’unico ornamento della sua cella fu un quadro raffigurante la Madonna, per la quale ebbe sempre una speciale devozione. Morì nel febbraio del 1397.
Il suo corpo riposa nella cattedrale di Forlì.
Il suo culto è stato confermato da Papa Benedetto XIV il 9 maggio 1750.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Mantova, 1420 - Vigevano, 5 ottobre 1470
Entrò a 20 anni nel convento della nativa Mantova. Si rese celebre per la sua fervente predicazione, il cui tema centrale era la Passione di Gesù. La sua voce appassionata risuonò in Lombardia, Toscana, Liguria e Veneto, ottenendo la conversione di innumerevoli peccatori e guidando sulla via della perfezione molte anime tra cui la Beata Stefana Quinzani.
La sua carità fu tale che egli si offrì in schiavitù al posto di una giovane donna. A Vigevano dove era giunto per predicare, ricevette il premio del suo apostolato: l'incontro definitivo con Cristo, il 5 ottobre. Il suo corpo è venerato nella chiesa di s. Pietro martire a Vigevano, città che lo invoca come patrono.
Etimologia: Matteo = uomo di Dio, dall'ebraico
Martirologio Romano: A Vigevano in Lombardia, Beato Matteo (Giovanni Francesco) Carreri, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che fu nel suo tempo un incisivo ed eloquente predicatore della parola di Dio.
Gian Francesco Carreri, della nobilissima famiglia Carreri, va annoverato tra i religiosi che più strenuamente nel XV° secolo si affaticarono per la salute delle anime e per la riforma dell’Ordine. Cambiò il suo nome di battesimo in Matteo. Da fanciullo sembrò un angelo per la bellezza del corpo e per la bontà del cuore.
Non gli mancarono insidie e tentazioni, ma egli, con la grazia di Dio le superò tutte, riportando completa vittoria.
Desideroso di abbracciare la vita religiosa chiedeva al Signore di fargli conoscere la sua volontà, e un giorno, entrando nella chiesa di San Domenico di Mantova, rimase così soavemente colpito dalla devota salmodia dei frati, che subito decise di entrare nell’Ordine dei Predicatori.
Il suo noviziato fu uno dei più ferventi, e spesso il Padre Maestro doveva moderarne l’eccessivo ardore. La preghiera, lo studio, la penitenza furono i mezzi sicuri con cui si preparò alla sua portentosa predicazione. La Lombardia e la Toscana furono scosse dalla sua ardente parola e dai prodigi che l’accompagnavano.
Combatté senza posa la profanazione dei giorni festivi e i divertimenti illeciti. Portò uno spirito nuovo nei vari conventi, specialmente in quello di Soncino, in cui introdusse una riforma completa.
Curò molto il Terz’Ordine e vi fece sbocciare quel mirabile fiore di santità, che fu Luchina da Soncino. Bramò di gustare, prima di morire, qualche goccia della Passione del Salvatore, e l’ottenne. Il Crocifisso gli apparve e, trapassandogli il cuore con un acuto strale, lo assicurò del premio vicino.
La sua morte, avvenuta il 5 ottobre 1470 a Vigevano, fu seguita da moltissimi miracoli. Il suo corpo è venerato nella chiesa di San Pietro Martire. I vigevanesi nel 1482 hanno ottenuto da Papa Sisto IV di celebrare la memoria liturgica e, nel 1518, lo hanno proclamato Compatrono della città. Papa Benedetto XIV il 23 settembre 1742 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Entrò a 20 anni nel convento della nativa Mantova. Si rese celebre per la sua fervente predicazione, il cui tema centrale era la Passione di Gesù. La sua voce appassionata risuonò in Lombardia, Toscana, Liguria e Veneto, ottenendo la conversione di innumerevoli peccatori e guidando sulla via della perfezione molte anime tra cui la Beata Stefana Quinzani.
La sua carità fu tale che egli si offrì in schiavitù al posto di una giovane donna. A Vigevano dove era giunto per predicare, ricevette il premio del suo apostolato: l'incontro definitivo con Cristo, il 5 ottobre. Il suo corpo è venerato nella chiesa di s. Pietro martire a Vigevano, città che lo invoca come patrono.
Etimologia: Matteo = uomo di Dio, dall'ebraico
Martirologio Romano: A Vigevano in Lombardia, Beato Matteo (Giovanni Francesco) Carreri, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che fu nel suo tempo un incisivo ed eloquente predicatore della parola di Dio.
Gian Francesco Carreri, della nobilissima famiglia Carreri, va annoverato tra i religiosi che più strenuamente nel XV° secolo si affaticarono per la salute delle anime e per la riforma dell’Ordine. Cambiò il suo nome di battesimo in Matteo. Da fanciullo sembrò un angelo per la bellezza del corpo e per la bontà del cuore.
Non gli mancarono insidie e tentazioni, ma egli, con la grazia di Dio le superò tutte, riportando completa vittoria.
Desideroso di abbracciare la vita religiosa chiedeva al Signore di fargli conoscere la sua volontà, e un giorno, entrando nella chiesa di San Domenico di Mantova, rimase così soavemente colpito dalla devota salmodia dei frati, che subito decise di entrare nell’Ordine dei Predicatori.
Il suo noviziato fu uno dei più ferventi, e spesso il Padre Maestro doveva moderarne l’eccessivo ardore. La preghiera, lo studio, la penitenza furono i mezzi sicuri con cui si preparò alla sua portentosa predicazione. La Lombardia e la Toscana furono scosse dalla sua ardente parola e dai prodigi che l’accompagnavano.
Combatté senza posa la profanazione dei giorni festivi e i divertimenti illeciti. Portò uno spirito nuovo nei vari conventi, specialmente in quello di Soncino, in cui introdusse una riforma completa.
Curò molto il Terz’Ordine e vi fece sbocciare quel mirabile fiore di santità, che fu Luchina da Soncino. Bramò di gustare, prima di morire, qualche goccia della Passione del Salvatore, e l’ottenne. Il Crocifisso gli apparve e, trapassandogli il cuore con un acuto strale, lo assicurò del premio vicino.
La sua morte, avvenuta il 5 ottobre 1470 a Vigevano, fu seguita da moltissimi miracoli. Il suo corpo è venerato nella chiesa di San Pietro Martire. I vigevanesi nel 1482 hanno ottenuto da Papa Sisto IV di celebrare la memoria liturgica e, nel 1518, lo hanno proclamato Compatrono della città. Papa Benedetto XIV il 23 settembre 1742 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati 108 Martiri Polacchi”
Pelkinie, Polonia, 19 febbraio 1897 – Sluzew, Polonia, 6 settembre 1944
Il Beato Michal (al secolo Giovanni Czartoryski), sacerdote polacco dell'Ordine dei Frati Predicatori (Domenicani, nacque a Pelkinie (Jaroslaw) il 19 febbraio 1897 e morì a Sluzew il 6 settembre 1944.
Fu beatificato da Giovanni Paolo II a Varsavia (Polonia) il 13 giugno 1999 con altri 107 martiri polacchi.
Martirologio Romano:
A Varsavia in Polonia, Beato Michele Czartoryski, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, durante l’invasione della Polonia da parte di nemici di Dio, morì fucilato presso la parrocchia del luogo per non aver voluto rinnegare la fede.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
“Beati 108 Martiri Polacchi”
Pelkinie, Polonia, 19 febbraio 1897 – Sluzew, Polonia, 6 settembre 1944
Il Beato Michal (al secolo Giovanni Czartoryski), sacerdote polacco dell'Ordine dei Frati Predicatori (Domenicani, nacque a Pelkinie (Jaroslaw) il 19 febbraio 1897 e morì a Sluzew il 6 settembre 1944.
Fu beatificato da Giovanni Paolo II a Varsavia (Polonia) il 13 giugno 1999 con altri 107 martiri polacchi.
Martirologio Romano:
A Varsavia in Polonia, Beato Michele Czartoryski, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, durante l’invasione della Polonia da parte di nemici di Dio, morì fucilato presso la parrocchia del luogo per non aver voluto rinnegare la fede.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giovinazzo 1197 - Perugia 1256
Dalla città natale, Giovinazzo (Ba) si recò a Bologna per studiare. Qui fu attratto all'Ordine dalla parola vibrante di S. Domenico e divenne suo fedelissimo compagno nelle peregrinazioni apostoliche.
Per due volte fu provinciale della provincia romana, e fondò i conventi di Perugia e di Trani. Uomo colto e lungimirante, promosse lo studio della Sacra Scrittura e la compilazione delle Concordanze bibliche.
Morì a Perugia dove è sepolto nella chiesa di San Domenico.
Martirologio Romano: A Perugia, commemorazione del Beato Nicola Paglia, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che da San Domenico ricevette l’abito e l’incarico della predicazione.
Nato a Giovinazzo, in provincia di Bari nel 1197, Niccolò Paglia ricevette a Bologna, dove si era recato per gli studi universitari, l’Abito Domenicano dalle mani del Patriarca Domenico, che successivamente lo ebbe fedele compagno nei suoi viaggi apostolici. Di nobili genitori, fu allevato con molta cura.
Quando era ancor fanciullo gli apparve un angelo che gli ordinò di astenersi per sempre dalla carne, perché un giorno sarebbe entrato in un Ordine dove l’astinenza era legge perpetua.
Predicò in molte città d’Italia con immenso frutto e la sua ardente parola spesso era confermata da grandi miracoli.
Fondò i Conventi di Trani e di Perugia, dove si conserva il suo corpo con molta venerazione. Fu terzo Provinciale della Provincia Romana, che allora si estendeva dalla Toscana alla Sicilia, che resse con forza e soavità per ben due mandati, si da rendere gradito ogni suo comando.
Esortando un giorno i suoi religiosi alla vicendevole carità, confidò loro che gli era apparso, per chiedergli perdono, un religioso morto da poco, il quale gli era stato causa di non lievi dispiaceri.
Avendolo esortato a chiedere perdono a Dio e non a lui, il colpevole gli aveva risposto che il Signore esigeva da lui questa soddisfazione per usargli misericordia: “Vedi Fra Niccolò quanto sia grave e pericoloso offendere il prossimo, e quanto più il non placarlo dopo averlo offeso”.
Da Papa Gregorio IX ebbe l’incarico di visitare alcuni monasteri e di predicare la Crociata contro i Saraceni. Dopo lunghi anni di apostoliche fatiche si ritirò nel convento di Perugia.
Qui gli apparve Fra Raone Romano, caro amico dei suoi più bei giorni di vita religiosa, il quale gli annunziò, da parte della Madonna, la sua vicina morte, che avvenne nel 1256, e che fu Santa come tutta la sua vita. Papa Leone XII il 26 marzo 1828 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Dalla città natale, Giovinazzo (Ba) si recò a Bologna per studiare. Qui fu attratto all'Ordine dalla parola vibrante di S. Domenico e divenne suo fedelissimo compagno nelle peregrinazioni apostoliche.
Per due volte fu provinciale della provincia romana, e fondò i conventi di Perugia e di Trani. Uomo colto e lungimirante, promosse lo studio della Sacra Scrittura e la compilazione delle Concordanze bibliche.
Morì a Perugia dove è sepolto nella chiesa di San Domenico.
Martirologio Romano: A Perugia, commemorazione del Beato Nicola Paglia, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che da San Domenico ricevette l’abito e l’incarico della predicazione.
Nato a Giovinazzo, in provincia di Bari nel 1197, Niccolò Paglia ricevette a Bologna, dove si era recato per gli studi universitari, l’Abito Domenicano dalle mani del Patriarca Domenico, che successivamente lo ebbe fedele compagno nei suoi viaggi apostolici. Di nobili genitori, fu allevato con molta cura.
Quando era ancor fanciullo gli apparve un angelo che gli ordinò di astenersi per sempre dalla carne, perché un giorno sarebbe entrato in un Ordine dove l’astinenza era legge perpetua.
Predicò in molte città d’Italia con immenso frutto e la sua ardente parola spesso era confermata da grandi miracoli.
Fondò i Conventi di Trani e di Perugia, dove si conserva il suo corpo con molta venerazione. Fu terzo Provinciale della Provincia Romana, che allora si estendeva dalla Toscana alla Sicilia, che resse con forza e soavità per ben due mandati, si da rendere gradito ogni suo comando.
Esortando un giorno i suoi religiosi alla vicendevole carità, confidò loro che gli era apparso, per chiedergli perdono, un religioso morto da poco, il quale gli era stato causa di non lievi dispiaceri.
Avendolo esortato a chiedere perdono a Dio e non a lui, il colpevole gli aveva risposto che il Signore esigeva da lui questa soddisfazione per usargli misericordia: “Vedi Fra Niccolò quanto sia grave e pericoloso offendere il prossimo, e quanto più il non placarlo dopo averlo offeso”.
Da Papa Gregorio IX ebbe l’incarico di visitare alcuni monasteri e di predicare la Crociata contro i Saraceni. Dopo lunghi anni di apostoliche fatiche si ritirò nel convento di Perugia.
Qui gli apparve Fra Raone Romano, caro amico dei suoi più bei giorni di vita religiosa, il quale gli annunziò, da parte della Madonna, la sua vicina morte, che avvenne nel 1256, e che fu Santa come tutta la sua vita. Papa Leone XII il 26 marzo 1828 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Lecco, XIII sec. – Valtellina (Como), 26 dicembre 1277
Fu uno dei più illustri inquisitori domenicani del XIII secolo in Lombardia; in quel periodo buio della storia della Chiesa, dove sorsero tante eresie, inquinamenti della politica nelle controversie religiose, fanatismo, superstizione e soprattutto tanta violenza con torture di ogni specie e condanne a morte strazianti con il rogo, al punto che il termine Inquisizione, per secoli è stato simbolo di paura e obbrobrio, che facilmente viene imputato alla Chiesa ed ai suoi inquisitori dell’epoca.
L’Ordine Domenicano in particolare, fu chiamato ad ostacolare le eresie, esaminare le nuove teorie ed idee in materia di religione ed ortodossia della fede e fra loro vi furono confratelli dotti, che espletarono questo compito con discernimento e coscienza.
Alcuni di questi però pagarono con la vita, l’intolleranza che si era creata verso questa forma d’indagine o per affermare il proprio modo di vedere o di credere.
Fra questi martiri, il cui esempio più conosciuto è San Pietro da Verona, è da annoverare il beato Pagano di Lecco domenicano, nativo appunto di Lecco nel XIII secolo, si formò nel convento di Bergamo, soggiornando anche per un lungo periodo in quello di Rimini, dove espletò il suo apostolato; si dice che ricevette l’abito dell’Ordine a Padova dallo stesso San Domenico, ma ciò non è documentato.
Di certo si sa la sua attività di inquisitore, che svolse per mandato pontificio in Lombardia, Piemonte e Liguria, insieme ai confratelli Anselmo di Alessandria e Daniele di Giussano. Dalla sua residenza conventuale di Como, città dilaniata da scontri di fazioni civili, Pagano operò specialmente in Valtellina, condannando come eretico e portatore di eresia il nobile Corrado di Venosta, importante esponente politico-religioso.
Il 26 dicembre 1277, mentre lo conduceva prigioniero in altro luogo, venne assalito dai suoi complici a Mazzo di Valtellina e ferito a morte al capo ed al petto; insieme a lui furono uccisi due notai del tribunale e due guardie.
Il suo corpo fu trasportato a Colorina e il 31 dicembre ebbe onoranze funebri a Como, venendo sepolto nella chiesa domenicana di S. Giovanni in Pedemonte, dove restò fino al 1810.
Le sue reliquie furono poste nella Cappella dell’Episcopio; nel 1932 dopo una ricognizione delle stesse, vennero trasferite nella Cappella del Seminario Maggiore; parte delle reliquie si trovano a Colorina, a Lecco e nella chiesa dell’ospedale di questa città.
Il Capitolo Generale dei Frati Predicatori, tenuto a Milano nel 1278, ne raccomandò il culto come martire e di trascriverne i miracoli. Papa Nicolò III ne esaltò la dedizione per la fede, in due documenti del 1° giugno 1278 e il 29 novembre 1279.
Pagano di Lecco comunque non è da confondere con due domenicani omonimi, Pagano inquisitore in Lombardia e Pagano di Bergamo, autore di commenti biblici.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Fu uno dei più illustri inquisitori domenicani del XIII secolo in Lombardia; in quel periodo buio della storia della Chiesa, dove sorsero tante eresie, inquinamenti della politica nelle controversie religiose, fanatismo, superstizione e soprattutto tanta violenza con torture di ogni specie e condanne a morte strazianti con il rogo, al punto che il termine Inquisizione, per secoli è stato simbolo di paura e obbrobrio, che facilmente viene imputato alla Chiesa ed ai suoi inquisitori dell’epoca.
L’Ordine Domenicano in particolare, fu chiamato ad ostacolare le eresie, esaminare le nuove teorie ed idee in materia di religione ed ortodossia della fede e fra loro vi furono confratelli dotti, che espletarono questo compito con discernimento e coscienza.
Alcuni di questi però pagarono con la vita, l’intolleranza che si era creata verso questa forma d’indagine o per affermare il proprio modo di vedere o di credere.
Fra questi martiri, il cui esempio più conosciuto è San Pietro da Verona, è da annoverare il beato Pagano di Lecco domenicano, nativo appunto di Lecco nel XIII secolo, si formò nel convento di Bergamo, soggiornando anche per un lungo periodo in quello di Rimini, dove espletò il suo apostolato; si dice che ricevette l’abito dell’Ordine a Padova dallo stesso San Domenico, ma ciò non è documentato.
Di certo si sa la sua attività di inquisitore, che svolse per mandato pontificio in Lombardia, Piemonte e Liguria, insieme ai confratelli Anselmo di Alessandria e Daniele di Giussano. Dalla sua residenza conventuale di Como, città dilaniata da scontri di fazioni civili, Pagano operò specialmente in Valtellina, condannando come eretico e portatore di eresia il nobile Corrado di Venosta, importante esponente politico-religioso.
Il 26 dicembre 1277, mentre lo conduceva prigioniero in altro luogo, venne assalito dai suoi complici a Mazzo di Valtellina e ferito a morte al capo ed al petto; insieme a lui furono uccisi due notai del tribunale e due guardie.
Il suo corpo fu trasportato a Colorina e il 31 dicembre ebbe onoranze funebri a Como, venendo sepolto nella chiesa domenicana di S. Giovanni in Pedemonte, dove restò fino al 1810.
Le sue reliquie furono poste nella Cappella dell’Episcopio; nel 1932 dopo una ricognizione delle stesse, vennero trasferite nella Cappella del Seminario Maggiore; parte delle reliquie si trovano a Colorina, a Lecco e nella chiesa dell’ospedale di questa città.
Il Capitolo Generale dei Frati Predicatori, tenuto a Milano nel 1278, ne raccomandò il culto come martire e di trascriverne i miracoli. Papa Nicolò III ne esaltò la dedizione per la fede, in due documenti del 1° giugno 1278 e il 29 novembre 1279.
Pagano di Lecco comunque non è da confondere con due domenicani omonimi, Pagano inquisitore in Lombardia e Pagano di Bergamo, autore di commenti biblici.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Scheda del Gruppo a cui appartiene: “Servi di Dio Martiri in Algeria”
Algeri, Algeria, 8 maggio 1938 – Orano, Algeria, 1°
agosto 1996
Pierre Claverie, algerino di famiglia
francese, in gioventù avvertì il contrasto tra la mentalità colonialista in cui
era stato cresciuto e la necessità di guardare anche i musulmani come fratelli.
Entrato nell’Ordine domenicano, venne ordinato sacerdote nel 1965. Tornato in
Algeria dopo la guerra d’indipendenza, curò una serie d’iniziative per
approfondire la cultura araba, disponendosi all’ascolto verso tutti. Nel 1981
fu ordinato vescovo di Orano, dove proseguì la sua opera di dialogo e
d’incontro, mentre in Algeria cominciavano a essere uccisi uomini e donne,
cattolici e non. Il 1° agosto 1996, mentre era di ritorno da una celebrazione
in suffragio dei sette monaci di Nostra Signora dell’Atlante a Tibhirine, morì
a causa di una bomba collocata nel cortile del vescovado di Orano. Con lui morì
Mohammed, il suo autista, musulmano. Il 28 gennaio 2018 papa Francesco ha
autorizzato la promulgazione del decreto in cui monsignor Claverie, i sette
monaci di Tibhirine e altri dieci religiosi uccisi tra il 1994 e il 1996 sono
stati dichiarati ufficialmente martiri. Lo fanno saltare in aria, piazzando un
ordigno nel cortile del vescovado; naturalmente azionato a distanza, da
vigliacchi qual sono, per evitare ogni rischio. L’esplosione dilania anche un
giovane di fede musulmana, che ciò malgrado è molto amico del vescovo cattolico
e gli fa da autista: ancora una volta, dunque, sangue musulmano si mescola a
sangue cattolico, sempre che davanti al buon Dio abbia ancora senso una tal
distinzione, visto che sempre di sangue umano si tratta.
Siamo in Algeria, nel 1996 e, prima di questo musulmano, altri 150 mila suoi
fratelli di fede han perso la vita con morte violenta, mentre la serie dei 19
martiri della Chiesa d’Algeria nel periodo 1994/1996 (religiose, religiosi,
preti e fratelli, missionari, monaci), si chiude con lui, il vescovo Pierre
Claverie.
Di famiglia francese, trapiantata su suolo algerino da alcune generazioni, cioè un “pied noir”, come sono chiamati i francesi d’Algeria, nasce nel quartiere popolare di Bab el-Oued, ad Algeri, l’8 maggio 1938; respirando l’amore intenso, affettuoso, ricco di delicate sfumature dei suoi genitori, diventa un giovane e un uomo gioioso, generoso e straordinariamente predisposto per le relazioni umane, fino a diventare “martire delle relazioni con l’Islam”.
Dato che, però, è ormai assodato che santi non si nasce, ma lo si diventa, bisogna riconoscere che neanche Pierre fa eccezione. «Non eravamo razzisti, soltanto indifferenti, ignoravamo la maggioranza degli abitanti di questo paese… Ho potuto vivere ventotto anni in quella che io adesso chiamo una “bolla coloniale”, senza neanche vedere gli altri», scrive da uomo maturo, riconoscendo lo sforzo che ha dovuto fare per convertire la mentalità colonialista in cui vive la sua giovinezza, a contatto per forza di cose con i musulmani che gli vivono accanto, ma con la superiorità che gli deriva dalle sue origini francesi.
«Mi sono chiesto perché, durante tutta la mia infanzia, essendo cristiano - non più di certi altri -, frequentando le chiese - come certi altri -, ascoltando dei discorsi sull’amore del prossimo, mai ho sentito dire che l’Arabo fosse il mio prossimo», si lamenta quando ormai ha saputo fare «il grande passo verso l’altro».
Nel 1956 va a studiare matematica, fisica e chimica a Grenoble e questo non aiuta, anzi caso mai accentua la sua estraneità al mondo musulmano, anche perché la Francia non è per niente pronta ad accettare l’indipendenza che la “battaglia d’Algeri” sta cercando di ottenere. Eppure, proprio qui, «l’emergenza dell’altro, il riconoscimento dell’altro, l’aggiustamento all’altro diventano, per me, ossessioni» e comincia a nascere la sua vocazione religiosa, in risposta all’esigenza di «darsi fino in fondo».
Entra dai Domenicani e nel 1965 è ordinato prete, ma la sua “conversione” può dirsi completata solo due anni dopo, quando chiede e ottiene di tornare in Algeria, che ormai ha conquistato l’indipendenza, «per scoprire il mondo nel quale ero nato, ma che avevo ignorato. Ed è qui che è iniziata la mia vera avventura personale, una rinascita».
Di famiglia francese, trapiantata su suolo algerino da alcune generazioni, cioè un “pied noir”, come sono chiamati i francesi d’Algeria, nasce nel quartiere popolare di Bab el-Oued, ad Algeri, l’8 maggio 1938; respirando l’amore intenso, affettuoso, ricco di delicate sfumature dei suoi genitori, diventa un giovane e un uomo gioioso, generoso e straordinariamente predisposto per le relazioni umane, fino a diventare “martire delle relazioni con l’Islam”.
Dato che, però, è ormai assodato che santi non si nasce, ma lo si diventa, bisogna riconoscere che neanche Pierre fa eccezione. «Non eravamo razzisti, soltanto indifferenti, ignoravamo la maggioranza degli abitanti di questo paese… Ho potuto vivere ventotto anni in quella che io adesso chiamo una “bolla coloniale”, senza neanche vedere gli altri», scrive da uomo maturo, riconoscendo lo sforzo che ha dovuto fare per convertire la mentalità colonialista in cui vive la sua giovinezza, a contatto per forza di cose con i musulmani che gli vivono accanto, ma con la superiorità che gli deriva dalle sue origini francesi.
«Mi sono chiesto perché, durante tutta la mia infanzia, essendo cristiano - non più di certi altri -, frequentando le chiese - come certi altri -, ascoltando dei discorsi sull’amore del prossimo, mai ho sentito dire che l’Arabo fosse il mio prossimo», si lamenta quando ormai ha saputo fare «il grande passo verso l’altro».
Nel 1956 va a studiare matematica, fisica e chimica a Grenoble e questo non aiuta, anzi caso mai accentua la sua estraneità al mondo musulmano, anche perché la Francia non è per niente pronta ad accettare l’indipendenza che la “battaglia d’Algeri” sta cercando di ottenere. Eppure, proprio qui, «l’emergenza dell’altro, il riconoscimento dell’altro, l’aggiustamento all’altro diventano, per me, ossessioni» e comincia a nascere la sua vocazione religiosa, in risposta all’esigenza di «darsi fino in fondo».
Entra dai Domenicani e nel 1965 è ordinato prete, ma la sua “conversione” può dirsi completata solo due anni dopo, quando chiede e ottiene di tornare in Algeria, che ormai ha conquistato l’indipendenza, «per scoprire il mondo nel quale ero nato, ma che avevo ignorato. Ed è qui che è iniziata la mia vera avventura personale, una rinascita».
Il primo passo da fare per entrare in
questo mondo ancora per lui “nuovo” è possedere gli strumenti adeguati: Pierre
si getta subito nello studio della lingua araba, impara l’islamologia e la
cultura araba. La Chiesa algerina sta lavorando molto in quel periodo per
aiutare il Paese a vivere nella nuova dimensione dell’indipendenza e Pierre è
su questo fronte uno dei più attivi.
Nominato direttore del centro diocesano delle Glycines, in Algeri nel 1972, è l’animatore e il coordinatore di una serie di iniziative, dalla scuola linguistica per l’arabo dialettale e l’arabo classico, alla biblioteca ben fornita sul Maghreb e il mondo arabo, dalle sessioni d’islamologia alle rassegne stampa mensili.
Così, accanto ai preti e alle religiose, che si vogliono addentrare nel mondo algerino, studiano anche gli algerini che vogliono perfezionarsi in lingua araba: un ambiente in cui Pierre si trova pienamente a suo agio, aiutando due mondi a capirsi, ad apprezzarsi, a rispettarsi. «Scoprire l’altro, vivere insieme con l’altro, ascoltare l’altro, lasciarsi anche modellare dall’altro, non significa perdere la propria identità, rifiutare i propri valori; significa concepire un’umanità plurale, non esclusiva».
In questa Algeria «che era il mio paese, ma dove avevo vissuto da straniero tutta la mia gioventù», Pierre, oltre all’arabo, «impara soprattutto a parlare e comprendere il linguaggio del cuore, quello dell’amicizia fraterna attraverso cui comunicano religioni e razze».
Immediati i progressi che si notano in lui: la sua cordialità si fa più squisita e aumenta la sua disponibilità all’ascolto, come dimostra la porta del suo ufficio sempre aperta, e la possibilità di incontrarlo senza appuntamento e senza fare anticamera. Diventa, poco a poco, un ponte tra due religioni e due culture, un interlocutore prezioso e un tessitore di amicizie solide e durature con il mondo musulmano.
È forse anche per questo che nel 1981 viene nominato vescovo di Orano e l’ovazione degli amici musulmani nella cattedrale di Algeri, subito dopo la sua ordinazione episcopale, risuona ancora nelle orecchie e nel cuore di chi è presente quel giorno. La diocesi che gli è affidata è molto piccola: appena 1.500 cattolici su oltre 5 milioni di abitanti, con 10 parrocchie, 9 sacerdoti diocesani, 13 sacerdoti religiosi e 45 suore.
In continuo movimento da una zona all’altra, esercita un ministero di consolazione e di comunione, confortando, incoraggiando, visitando le comunità più isolate, mettendo in contatto i cristiani e la società algerina, perché, dice, «il dialogo è la sola possibilità di disarmare il fanatismo, in noi e nell’altro… perché è attraverso il dialogo che siamo chiamati a esprimere la nostra fede nell’amore di Dio, che avrà l’ultima parola su tutte le potenze di divisione e di morte».
Qualcosa in Algeria infatti sta mutando, con ondate di fanatismo e di intolleranza sempre più preoccupanti, che tuttavia non fanno mutare la strategia pastorale di Pierre Claverie, che continua a ripetere che «la parola d’ordine della mia fede è il dialogo; non per una tattica opportunista, ma perché è costitutivo della relazione di Dio con gli uomini e degli uomini tra di loro»; e anche se, come scrive, «non abbiamo ancora le parole per il dialogo, bisogna cominciare col vivere insieme, creare luoghi umani dove si mettano in comune le rispettive eredità culturali che fanno la grandezza di ognuno».
Il fanatismo fa i suoi primi martiri, uccidendo preti e religiose, spesso anziani, sempre inermi, tutti con alle spalle una vita di servizio disinteressato per l’Algeria. La reazione di Pierre è durissima, quasi rabbiosa: «Che prendano me come bersaglio, questo lo capirei... essendo vescovo, forse rappresento agli occhi di certe persone un’istituzione aborrita o pericolosa... ma attaccare questi anziani missionari, io non capisco».
Poi nel mirino finiscono gli algerini stessi, quelli che si battono per un’Algeria aperta e plurale; a cadere sono soprattutto scrittori, artisti, intellettuali, donne, poliziotti, tante persone umili che hanno rifiutato di piegarsi agli ordini dei gruppi armati, oltre a 99 imam che si sono rifiutati di giustificare la violenza.
La voce del vescovo Pierre tuona ancora, con lo stesso coraggio e la stessa veemenza: per esprimere loro solidarietà, ma soprattutto per denunciare la vigliaccheria degli assassini, il cinismo dei leaders islamici che li guidano o li comandano dai loro esili dorati di Londra, Bonn o Washington.
È pienamente cosciente del rischio che corre e a chi gli chiede perché resti ancora in Algeria ricorda che «La Chiesa adempie alla sua vocazione e alla sua missione quando è presente nelle divisioni che crocifiggono l’umanità nella sua carne e nella sua unità».
A chi, anche tra i confratelli, ha più di un dubbio che serva a qualcosa mettere a repentaglio la propria vita, ripete che «siamo qui come al capezzale di un amico, di un fratello malato, in silenzio, stringendogli la mano, asciugandogli la fronte», mentre spiega a chiare lettere che egli resta in Algeria «a causa di Gesù, perché è lui che sta soffrendo qui, in questa violenza che non risparmia nessuno, crocifisso di nuovo nella carne di migliaia d’innocenti», dal momento che «la parabola del chicco di grano che muore è l’asse centrale di tutta la mia vita cristiana».
Spiace dirlo, ma un uomo così bisogna a tutti i costi farlo esplodere, altrimenti davvero può insegnare agli uomini a dialogare tra loro. E ciò accade nella tarda serata del 1° agosto 1996, al ritorno da una celebrazione per i sette monaci trappisti del monastero di Tibhirine, in cui il vescovo, come al solito, ha tuonato contro i loro barbari uccisori.
Poche settimane prima aveva anche avuto il tempo di lasciare un messaggio al vecchio continente: «L’Europa cambierà volto: dovremo dunque vivere insieme e se possibile mantenere uno spazio che non sia monopolizzato da una religione, da una cultura, da un tipo di ideologia». Profetico, non vi sembra?
Nominato direttore del centro diocesano delle Glycines, in Algeri nel 1972, è l’animatore e il coordinatore di una serie di iniziative, dalla scuola linguistica per l’arabo dialettale e l’arabo classico, alla biblioteca ben fornita sul Maghreb e il mondo arabo, dalle sessioni d’islamologia alle rassegne stampa mensili.
Così, accanto ai preti e alle religiose, che si vogliono addentrare nel mondo algerino, studiano anche gli algerini che vogliono perfezionarsi in lingua araba: un ambiente in cui Pierre si trova pienamente a suo agio, aiutando due mondi a capirsi, ad apprezzarsi, a rispettarsi. «Scoprire l’altro, vivere insieme con l’altro, ascoltare l’altro, lasciarsi anche modellare dall’altro, non significa perdere la propria identità, rifiutare i propri valori; significa concepire un’umanità plurale, non esclusiva».
In questa Algeria «che era il mio paese, ma dove avevo vissuto da straniero tutta la mia gioventù», Pierre, oltre all’arabo, «impara soprattutto a parlare e comprendere il linguaggio del cuore, quello dell’amicizia fraterna attraverso cui comunicano religioni e razze».
Immediati i progressi che si notano in lui: la sua cordialità si fa più squisita e aumenta la sua disponibilità all’ascolto, come dimostra la porta del suo ufficio sempre aperta, e la possibilità di incontrarlo senza appuntamento e senza fare anticamera. Diventa, poco a poco, un ponte tra due religioni e due culture, un interlocutore prezioso e un tessitore di amicizie solide e durature con il mondo musulmano.
È forse anche per questo che nel 1981 viene nominato vescovo di Orano e l’ovazione degli amici musulmani nella cattedrale di Algeri, subito dopo la sua ordinazione episcopale, risuona ancora nelle orecchie e nel cuore di chi è presente quel giorno. La diocesi che gli è affidata è molto piccola: appena 1.500 cattolici su oltre 5 milioni di abitanti, con 10 parrocchie, 9 sacerdoti diocesani, 13 sacerdoti religiosi e 45 suore.
In continuo movimento da una zona all’altra, esercita un ministero di consolazione e di comunione, confortando, incoraggiando, visitando le comunità più isolate, mettendo in contatto i cristiani e la società algerina, perché, dice, «il dialogo è la sola possibilità di disarmare il fanatismo, in noi e nell’altro… perché è attraverso il dialogo che siamo chiamati a esprimere la nostra fede nell’amore di Dio, che avrà l’ultima parola su tutte le potenze di divisione e di morte».
Qualcosa in Algeria infatti sta mutando, con ondate di fanatismo e di intolleranza sempre più preoccupanti, che tuttavia non fanno mutare la strategia pastorale di Pierre Claverie, che continua a ripetere che «la parola d’ordine della mia fede è il dialogo; non per una tattica opportunista, ma perché è costitutivo della relazione di Dio con gli uomini e degli uomini tra di loro»; e anche se, come scrive, «non abbiamo ancora le parole per il dialogo, bisogna cominciare col vivere insieme, creare luoghi umani dove si mettano in comune le rispettive eredità culturali che fanno la grandezza di ognuno».
Il fanatismo fa i suoi primi martiri, uccidendo preti e religiose, spesso anziani, sempre inermi, tutti con alle spalle una vita di servizio disinteressato per l’Algeria. La reazione di Pierre è durissima, quasi rabbiosa: «Che prendano me come bersaglio, questo lo capirei... essendo vescovo, forse rappresento agli occhi di certe persone un’istituzione aborrita o pericolosa... ma attaccare questi anziani missionari, io non capisco».
Poi nel mirino finiscono gli algerini stessi, quelli che si battono per un’Algeria aperta e plurale; a cadere sono soprattutto scrittori, artisti, intellettuali, donne, poliziotti, tante persone umili che hanno rifiutato di piegarsi agli ordini dei gruppi armati, oltre a 99 imam che si sono rifiutati di giustificare la violenza.
La voce del vescovo Pierre tuona ancora, con lo stesso coraggio e la stessa veemenza: per esprimere loro solidarietà, ma soprattutto per denunciare la vigliaccheria degli assassini, il cinismo dei leaders islamici che li guidano o li comandano dai loro esili dorati di Londra, Bonn o Washington.
È pienamente cosciente del rischio che corre e a chi gli chiede perché resti ancora in Algeria ricorda che «La Chiesa adempie alla sua vocazione e alla sua missione quando è presente nelle divisioni che crocifiggono l’umanità nella sua carne e nella sua unità».
A chi, anche tra i confratelli, ha più di un dubbio che serva a qualcosa mettere a repentaglio la propria vita, ripete che «siamo qui come al capezzale di un amico, di un fratello malato, in silenzio, stringendogli la mano, asciugandogli la fronte», mentre spiega a chiare lettere che egli resta in Algeria «a causa di Gesù, perché è lui che sta soffrendo qui, in questa violenza che non risparmia nessuno, crocifisso di nuovo nella carne di migliaia d’innocenti», dal momento che «la parabola del chicco di grano che muore è l’asse centrale di tutta la mia vita cristiana».
Spiace dirlo, ma un uomo così bisogna a tutti i costi farlo esplodere, altrimenti davvero può insegnare agli uomini a dialogare tra loro. E ciò accade nella tarda serata del 1° agosto 1996, al ritorno da una celebrazione per i sette monaci trappisti del monastero di Tibhirine, in cui il vescovo, come al solito, ha tuonato contro i loro barbari uccisori.
Poche settimane prima aveva anche avuto il tempo di lasciare un messaggio al vecchio continente: «L’Europa cambierà volto: dovremo dunque vivere insieme e se possibile mantenere uno spazio che non sia monopolizzato da una religione, da una cultura, da un tipo di ideologia». Profetico, non vi sembra?
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei
Santi)
Giaculatoria - Beato Pierre-Lucien Claverie, pregate per noi.
Ruffia, Cuneo, 1320 circa - Susa, Torino, 2 febbraio 1365
Lasciata Ruffia (Cn) dove era nato da una famiglia della nobiltà piemontese, entrò nell'Ordine, praticando eroicamente la povertà, il rinnegamento di sé e applicandosi intensamente allo studio.
Fu inquisitore della fede a Torino e non risparmiò fatica per salvaguardare dall'eresia le popolazioni del Piemonte e della Liguria. Mentre era ospite a Susa dei Frati Minori, fu pugnalato dai valdesi il 2 febbraio, giorno della Presentazione del Signore.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Susa in Piemonte, Beato Pietro Cambiani da Ruffia, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che in odio alla Chiesa fu trucidato nel chiostro dai suoi avversari.
Un inquisitore barbaramente ucciso, se è un martire per la Chiesa cattolica, è considerato invece, dai più, la vittima di un fenomeno religioso, politico e sociale, circoscritto a un determinato periodo storico, di cui era evidentemente protagonista. Nati alla fine del XII secolo e, nel corso dei secoli, assai diversi nel loro funzionamento, a seconda degli stati in cui operavano, i tribunali inquisitori dovevano difendere la fede dalle eresie ma sovente erano strumentalizzati dai vari sovrani per il controllo del territorio.
D’altra parte anche i protestanti attuarono un sistema di difesa del proprio credo religioso. I fatti sanguinosi che genericamente e superficialmente identificano l’inquisizione in realtà sono stati meno numerosi di ciò che si crede e comunque si devono valutare nel complesso contesto in cui avvennero. Secoli sono passati, oggi sono altre le eresie da arginare, resta però l’esempio di alcuni uomini che si sono immolati, senza compromessi, a difesa dei fondamenti cattolici.
I Domenicani, da sempre a capo dell’Inquisizione, spesso etichettati come intransigenti, pagarono in alcuni casi un tributo di sangue. Il Beato Pietro Cambiani è il protomartire degli inquisitori piemontesi: al suo successore, Beato Antonio Pavoni, toccò la stessa sorte, la domenica in Albis del 1374 a Bricherasio, come pure al Beato Bartolomeo da Cervere nel 1466.
Pietro, di nobile famiglia, nacque a Ruffia (Cuneo), intorno all’anno 1320. A sedici anni abbandonò gli agi familiari per entrare tra i Domenicani di Savigliano dove studiò brillantemente la Sacra Scrittura, la Teologia e il Diritto. Eccellenti doti umane e dottrinarie gli valsero la fama di grande oratore. Ricercato per i preziosi consigli, il suo nome giunse a Roma, tanto che il Papa lo elesse, nel 1351, inquisitore generale per il Piemonte e la Liguria. Torino, che già assumeva le caratteristiche di una capitale, era la sede del tribunale e Pietro vi si stabilì. Nelle immediate vicinanze dell’antica chiesa di S. Domenico, aveva la sua dimora con annesse alcune stanze adibite a carcere speciale.
Il problema più grave per le gerarchie ecclesiastiche era rappresentato dai Valdesi. L’ispiratore era un mercante francese, Pietro Valdo, che nel 1173 aveva rinunciato ai suoi beni per praticare e predicare la povertà. Successivamente il movimento laicale, dividendosi in più correnti, conobbe un rapido sviluppo, raggiungendo anche alcune valli piemontesi. Nati pacificamente, i loro toni degenerarono in attacchi frontali all’autorità ecclesiastica, confutando il potere dei sacerdoti, l’utilità degli edifici di culto e delle indulgenze, negando la venerazione dei santi e il purgatorio.
Il Beato Pietro, dotto in scienza e dottrina, conoscendo bene il territorio maggiormente esposto al pericolo, era stato appositamente scelto come inquisitore. Piissimo, zelante nel suo ufficio, instancabile, per quattordici anni operò a Torino, in cui aveva sede il tribunale, e nelle valli della regione. Si spostava a piedi per le strade di montagna, sopportando fatiche enormi. Vista la gravosità del compito, chiedeva forza al Signore, fortificando il proprio spirito con preghiere, penitenze e digiuni. Convertì molti eretici e preservò interi paesi dall’abiura, con un ardore e un impegno eccezionali che però furono causa di molte inimicizie.
Il 2 febbraio 1365, celebrata la S. Messa della Presentazione del Signore nella chiesa francescana di Susa, due sconosciuti, probabilmente valdesi giunti dalle Valli di Lanzo, gli chiesero un colloquio appartato. Nel chiostro lo pugnalarono a morte per poi fuggire. L’omicidio suscitò grande emozione anche perché avvenuto in un edificio sacro, un vescovo dovette in seguito purificare il luogo del delitto. I Savoia, a una dura repressione, preferirono aumentare il presidio del territorio.
La fama del martirio di Pietro Cambiani fu tale che ne parlarono come cosa notissima Papa Gregorio XI nel 1375 e S. Vincenzo Ferreri nel 1403.
Qualche tempo dopo la sua morte circolava un’incisione in cui gli assassini era effigiati come demoni. Il corpo rimase a Susa fino al 7 novembre 1516, quando fu traslato solennemente nella chiesa torinese di S. Domenico.
Fu posto in cornu evangeli con un affresco che lo ritraeva, poi scomparso. Oggi le reliquie sono venerate nella navata di sinistra.
Papa Pio IX il 4 dicembre 1865, nel quinto centenario della morte, ne confermò il culto. La sua festa, anticamente al 7 novembre, è oggi fissata al 2 febbraio.
Preghiera
Per tuo amore, o Dio, il Beato Pietro da Ruffia
non esitò ad offrirti la propria vita.
Fa che in unione a Cristo anche noi ti offriamo
il sacrificio della nostra esistenza quotidiana.
Per Cristo Nostro Signore, amen.
(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Lasciata Ruffia (Cn) dove era nato da una famiglia della nobiltà piemontese, entrò nell'Ordine, praticando eroicamente la povertà, il rinnegamento di sé e applicandosi intensamente allo studio.
Fu inquisitore della fede a Torino e non risparmiò fatica per salvaguardare dall'eresia le popolazioni del Piemonte e della Liguria. Mentre era ospite a Susa dei Frati Minori, fu pugnalato dai valdesi il 2 febbraio, giorno della Presentazione del Signore.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Susa in Piemonte, Beato Pietro Cambiani da Ruffia, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che in odio alla Chiesa fu trucidato nel chiostro dai suoi avversari.
Un inquisitore barbaramente ucciso, se è un martire per la Chiesa cattolica, è considerato invece, dai più, la vittima di un fenomeno religioso, politico e sociale, circoscritto a un determinato periodo storico, di cui era evidentemente protagonista. Nati alla fine del XII secolo e, nel corso dei secoli, assai diversi nel loro funzionamento, a seconda degli stati in cui operavano, i tribunali inquisitori dovevano difendere la fede dalle eresie ma sovente erano strumentalizzati dai vari sovrani per il controllo del territorio.
D’altra parte anche i protestanti attuarono un sistema di difesa del proprio credo religioso. I fatti sanguinosi che genericamente e superficialmente identificano l’inquisizione in realtà sono stati meno numerosi di ciò che si crede e comunque si devono valutare nel complesso contesto in cui avvennero. Secoli sono passati, oggi sono altre le eresie da arginare, resta però l’esempio di alcuni uomini che si sono immolati, senza compromessi, a difesa dei fondamenti cattolici.
I Domenicani, da sempre a capo dell’Inquisizione, spesso etichettati come intransigenti, pagarono in alcuni casi un tributo di sangue. Il Beato Pietro Cambiani è il protomartire degli inquisitori piemontesi: al suo successore, Beato Antonio Pavoni, toccò la stessa sorte, la domenica in Albis del 1374 a Bricherasio, come pure al Beato Bartolomeo da Cervere nel 1466.
Pietro, di nobile famiglia, nacque a Ruffia (Cuneo), intorno all’anno 1320. A sedici anni abbandonò gli agi familiari per entrare tra i Domenicani di Savigliano dove studiò brillantemente la Sacra Scrittura, la Teologia e il Diritto. Eccellenti doti umane e dottrinarie gli valsero la fama di grande oratore. Ricercato per i preziosi consigli, il suo nome giunse a Roma, tanto che il Papa lo elesse, nel 1351, inquisitore generale per il Piemonte e la Liguria. Torino, che già assumeva le caratteristiche di una capitale, era la sede del tribunale e Pietro vi si stabilì. Nelle immediate vicinanze dell’antica chiesa di S. Domenico, aveva la sua dimora con annesse alcune stanze adibite a carcere speciale.
Il problema più grave per le gerarchie ecclesiastiche era rappresentato dai Valdesi. L’ispiratore era un mercante francese, Pietro Valdo, che nel 1173 aveva rinunciato ai suoi beni per praticare e predicare la povertà. Successivamente il movimento laicale, dividendosi in più correnti, conobbe un rapido sviluppo, raggiungendo anche alcune valli piemontesi. Nati pacificamente, i loro toni degenerarono in attacchi frontali all’autorità ecclesiastica, confutando il potere dei sacerdoti, l’utilità degli edifici di culto e delle indulgenze, negando la venerazione dei santi e il purgatorio.
Il Beato Pietro, dotto in scienza e dottrina, conoscendo bene il territorio maggiormente esposto al pericolo, era stato appositamente scelto come inquisitore. Piissimo, zelante nel suo ufficio, instancabile, per quattordici anni operò a Torino, in cui aveva sede il tribunale, e nelle valli della regione. Si spostava a piedi per le strade di montagna, sopportando fatiche enormi. Vista la gravosità del compito, chiedeva forza al Signore, fortificando il proprio spirito con preghiere, penitenze e digiuni. Convertì molti eretici e preservò interi paesi dall’abiura, con un ardore e un impegno eccezionali che però furono causa di molte inimicizie.
Il 2 febbraio 1365, celebrata la S. Messa della Presentazione del Signore nella chiesa francescana di Susa, due sconosciuti, probabilmente valdesi giunti dalle Valli di Lanzo, gli chiesero un colloquio appartato. Nel chiostro lo pugnalarono a morte per poi fuggire. L’omicidio suscitò grande emozione anche perché avvenuto in un edificio sacro, un vescovo dovette in seguito purificare il luogo del delitto. I Savoia, a una dura repressione, preferirono aumentare il presidio del territorio.
La fama del martirio di Pietro Cambiani fu tale che ne parlarono come cosa notissima Papa Gregorio XI nel 1375 e S. Vincenzo Ferreri nel 1403.
Qualche tempo dopo la sua morte circolava un’incisione in cui gli assassini era effigiati come demoni. Il corpo rimase a Susa fino al 7 novembre 1516, quando fu traslato solennemente nella chiesa torinese di S. Domenico.
Fu posto in cornu evangeli con un affresco che lo ritraeva, poi scomparso. Oggi le reliquie sono venerate nella navata di sinistra.
Papa Pio IX il 4 dicembre 1865, nel quinto centenario della morte, ne confermò il culto. La sua festa, anticamente al 7 novembre, è oggi fissata al 2 febbraio.
Preghiera
Per tuo amore, o Dio, il Beato Pietro da Ruffia
non esitò ad offrirti la propria vita.
Fa che in unione a Cristo anche noi ti offriamo
il sacrificio della nostra esistenza quotidiana.
Per Cristo Nostro Signore, amen.
(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
1600
c. - 1642
Nato probabilmente vicino Dublino,
divenne sacerdote domenicano nel 1627 in Spagna, dove aveva compiuto gli studi
teologici. Nel 1630 ritornò in patria, divenendo priore del convento di Naas.
Nel 1641, durante la ribellione contro gli invasori inglesi, si prodigò per
ospitare i senzatetto e per frenare l'ondata di violenza, salvando molte
persone dai tumulti. Nel febbraio del 1642 fu arrestato e condotto a Dublino.
Gli fu offerta la libertà a condizione del rinnegamento della propria fede; ma
egli disse: "io muoio da cattolico e da sacerdote domenicano". Fu
ucciso a Dublino, in St Stephen's Grenn, il 23 marzo 1642.
Emblema: Palma
È
presente nel Martirologio Romano. In località Naas vicino a Dublino in
Irlanda, beato Pietro Higgins, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire,
che, sotto il regno di Carlo I, fu impiccato senza processo per la sua fedeltà
alla Chiesa Romana.
I beati Terenzio-Alberto O’Brien e
Pietro Higgins nacquero entrambi in Irlanda nel 1601, ed entrambi entrarono
nell’Ordine Domenicano nel 1622. Soffrirono il martirio per la costante fedeltà
alla Chiesa di Cristo e al Papa. Ricusarono di riconoscere il Re d’Inghilterra
come capo della Chiesa.
Schede dei gruppi a cui appartengono:
“Beati Martiri Spagnoli Domenicani d'Aragona”
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001”
“Martiri della Guerra di Spagna”
+ Valencia, Spagna, 26 settembre 1936
Raffaele Pardo Molina,
cooperatore domenicano, nacque a Valencia (Spagna)
il 28 ottobre 1899, mentre Giuseppe Maria Vidal Segu, sacerdote professo, nacque a Secuita (Spagna) il 3 febbraio 1912.
Martirologio Romano:
Nello stesso luogo, Beato Raffaele Pardo Molina, religioso dell’Ordine dei Predicatori e martire, che morì durante la persecuzione contro la fede.
Insieme con lui si commemora anche il Beato martire Giuseppe Maria Vidal Segú, sacerdote del medesimo Ordine, che per la sua instancabile testimonianza di fede in Cristo fu accolto nella gloria a Barcellona.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
“Beati Martiri Spagnoli Domenicani d'Aragona”
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001”
“Martiri della Guerra di Spagna”
+ Valencia, Spagna, 26 settembre 1936
Raffaele Pardo Molina,
cooperatore domenicano, nacque a Valencia (Spagna)
il 28 ottobre 1899, mentre Giuseppe Maria Vidal Segu, sacerdote professo, nacque a Secuita (Spagna) il 3 febbraio 1912.
Martirologio Romano:
Nello stesso luogo, Beato Raffaele Pardo Molina, religioso dell’Ordine dei Predicatori e martire, che morì durante la persecuzione contro la fede.
Insieme con lui si commemora anche il Beato martire Giuseppe Maria Vidal Segú, sacerdote del medesimo Ordine, che per la sua instancabile testimonianza di fede in Cristo fu accolto nella gloria a Barcellona.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Capua (Ce), circa 1330 - Norimberga (Germania), 5 ottobre 1399
Della famiglia Delle Vigne, mentre era studente di diritto a Bologna, nel 1350 entrò nell'Ordine in quella città. Fu insegnante e priore in vari conventi italiani.
Su suggerimento della Madonna, Santa Caterina da Siena lo scelse come direttore spirituale, comunicandogli la sua ardente passione per la Chiesa e per il rinnovamento della vita religiosa.
Come provinciale di Lombardia e poi nel 1380 Maestro dell'Ordine si prodigò per restaurare la regolare osservanza tanto che fu considerato un secondo fondatore dell'Ordine. Lavorò anche per il ritorno del papa a Roma e per la soluzione dello scisma d'Occidente.
Martirologio Romano: A Norimberga nella Baviera, in Germania, Beato Raimondo delle Vigne, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che fu prudente guida spirituale di santa Caterina da Siena, di cui scrisse anche una biografia.
Ha studiato teologia dai Domenicani e poi giurisprudenza a Bologna. Sui trent’anni è direttore spirituale o insegnante in varie comunità: da Montepulciano a Roma, e più tardi a Siena, dove si fa anche infermiere e confortatore nella pestilenza del 1374.
Nello stesso anno, eccolo direttore spirituale e confessore di Caterina da Siena, già nota a pontefici, a sovrani di tutta Europa e alla gente qualsiasi, per il suo modo tutto nuovo di affrontare problemi come la crociata in Terrasanta, il ritorno dei papi a Roma e la riforma della Chiesa. E per il suo passare da visioni e colloqui soprannaturali alle terrene ruvidezze della politica.
Entusiasma e preoccupa, Caterina. Qualcuno giunge a sospettare l’eresia in questa ragazza “monaca in casa” – una terziaria domenicana, si direbbe oggi – che fa tutto da sola, battitrice libera, e con le lettere e i colloqui scrolla i troni e le cattedre, discute con governanti, entusiasma la gioventù senese.
La sua piena ortodossia è riconosciuta dal Capitolo generale domenicano riunito a Firenze nel maggio 1374, che poi le mette al fianco appunto fra Raimondo. Per quattro anni lui l’accompagna anche nei suoi viaggi, e ad Avignone fa da interprete fra lei e Gregorio XI. Questo è il Pontefice che torna infine a Roma nel 1377.
Ma muore nel 1378 e, dopo l’elezione del successore Urbano VI, scoppia il grande scisma che durerà 39 anni, con un Papa a Roma e uno ad Avignone, dividendo l’Europa, i vescovi, gli Ordini religiosi. Raimondo, come Caterina, è per il Papa romano, e ne difende la causa nelle missioni in varie parti d’Europa.
Morendo nel 1380, Caterina gli ha predetto l’elezione a Maestro generale dei Domenicani, cosa che avviene nello stesso anno, risiedendo poi alternativamente in Italia e in Germania. Nello spirito cateriniano di riforma, imprime nuovo vigore spirituale all’Ordine, favorendo lo sviluppo del movimento di “osservanza”, sorto sull’esempio francescano. "In quest’opera si meritò il titolo di secondo fondatore dell’Ordine dei Predicatori" (G. D’Urso).
Tra le sue opere scritte, la più nota è la vita di Caterina. Sepolto dapprima a Norimberga, dove è morto, il suo corpo è stato poi portato a Napoli, nella chiesa di San Domenico Maggiore. Nel 1899 Leone XIII ne ha confermato il culto come Beato.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Della famiglia Delle Vigne, mentre era studente di diritto a Bologna, nel 1350 entrò nell'Ordine in quella città. Fu insegnante e priore in vari conventi italiani.
Su suggerimento della Madonna, Santa Caterina da Siena lo scelse come direttore spirituale, comunicandogli la sua ardente passione per la Chiesa e per il rinnovamento della vita religiosa.
Come provinciale di Lombardia e poi nel 1380 Maestro dell'Ordine si prodigò per restaurare la regolare osservanza tanto che fu considerato un secondo fondatore dell'Ordine. Lavorò anche per il ritorno del papa a Roma e per la soluzione dello scisma d'Occidente.
Martirologio Romano: A Norimberga nella Baviera, in Germania, Beato Raimondo delle Vigne, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che fu prudente guida spirituale di santa Caterina da Siena, di cui scrisse anche una biografia.
Ha studiato teologia dai Domenicani e poi giurisprudenza a Bologna. Sui trent’anni è direttore spirituale o insegnante in varie comunità: da Montepulciano a Roma, e più tardi a Siena, dove si fa anche infermiere e confortatore nella pestilenza del 1374.
Nello stesso anno, eccolo direttore spirituale e confessore di Caterina da Siena, già nota a pontefici, a sovrani di tutta Europa e alla gente qualsiasi, per il suo modo tutto nuovo di affrontare problemi come la crociata in Terrasanta, il ritorno dei papi a Roma e la riforma della Chiesa. E per il suo passare da visioni e colloqui soprannaturali alle terrene ruvidezze della politica.
Entusiasma e preoccupa, Caterina. Qualcuno giunge a sospettare l’eresia in questa ragazza “monaca in casa” – una terziaria domenicana, si direbbe oggi – che fa tutto da sola, battitrice libera, e con le lettere e i colloqui scrolla i troni e le cattedre, discute con governanti, entusiasma la gioventù senese.
La sua piena ortodossia è riconosciuta dal Capitolo generale domenicano riunito a Firenze nel maggio 1374, che poi le mette al fianco appunto fra Raimondo. Per quattro anni lui l’accompagna anche nei suoi viaggi, e ad Avignone fa da interprete fra lei e Gregorio XI. Questo è il Pontefice che torna infine a Roma nel 1377.
Ma muore nel 1378 e, dopo l’elezione del successore Urbano VI, scoppia il grande scisma che durerà 39 anni, con un Papa a Roma e uno ad Avignone, dividendo l’Europa, i vescovi, gli Ordini religiosi. Raimondo, come Caterina, è per il Papa romano, e ne difende la causa nelle missioni in varie parti d’Europa.
Morendo nel 1380, Caterina gli ha predetto l’elezione a Maestro generale dei Domenicani, cosa che avviene nello stesso anno, risiedendo poi alternativamente in Italia e in Germania. Nello spirito cateriniano di riforma, imprime nuovo vigore spirituale all’Ordine, favorendo lo sviluppo del movimento di “osservanza”, sorto sull’esempio francescano. "In quest’opera si meritò il titolo di secondo fondatore dell’Ordine dei Predicatori" (G. D’Urso).
Tra le sue opere scritte, la più nota è la vita di Caterina. Sepolto dapprima a Norimberga, dove è morto, il suo corpo è stato poi portato a Napoli, nella chiesa di San Domenico Maggiore. Nel 1899 Leone XIII ne ha confermato il culto come Beato.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Domenicani d'Aragona”
Ulteriore scheda:
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001”
Ancora una scheda:
“Martiri della Guerra di Spagna”
Aiguafreda, Spagna, 7 marzo 1891 – Barcellona, Spagna, 21 agosto 1936
Martirologio Romano: In località El Morrot presso Barcellona sempre in Spagna, Beato Raimondo Peiró Victorí, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che nella stessa persecuzione passò con la propria morte alla vita gloriosa, facendo fedelmente sue le parole di Cristo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Raimondo Peiro Victori, pregate per noi.
“Beati Martiri Spagnoli Domenicani d'Aragona”
Ulteriore scheda:
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001”
Ancora una scheda:
“Martiri della Guerra di Spagna”
Aiguafreda, Spagna, 7 marzo 1891 – Barcellona, Spagna, 21 agosto 1936
Martirologio Romano: In località El Morrot presso Barcellona sempre in Spagna, Beato Raimondo Peiró Victorí, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che nella stessa persecuzione passò con la propria morte alla vita gloriosa, facendo fedelmente sue le parole di Cristo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Raimondo Peiro Victori, pregate per noi.
Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati 522 Martiri Spagnoli" Beatificati nel 2013 - Senza data (Celebrazioni singole)
"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna" Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)
Mieres, Spagna, 20 agosto 1865 - Bilbao, Spagna, 3 ottobre 1936
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
"Beati 522 Martiri Spagnoli" Beatificati nel 2013 - Senza data (Celebrazioni singole)
"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna" Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)
Mieres, Spagna, 20 agosto 1865 - Bilbao, Spagna, 3 ottobre 1936
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Orléans, 1180 ca. – Parigi, 1 febbraio 1220
Fu canonico di Orléans e docente di diritto canonico all'Università di Parigi. A Roma venne accolto nell'Ordine da San Domenico e fu miracolosamente guarito da una grave malattia per intercessione della Beata Vergine Maria, la quale apparendogli gli mostrò l'abito completo dell'Ordine.
Nel 1218, a Bologna, come grande predicatore infiammò gli animi dei suoi ascoltatori, inducendone molti ad entrare nell'Ordine, al punto che, divenuto angusto l'edificio della Mascarella, trasferì la comunità a San Niccolò delle vigne.
Visto il successo ottenuto a Bologna, San Domenico verso al fine del 1219 lo inviò a Parigi per risollevare le sorti anche di quella comunità: anche lì 1a sua predicazione esercitò un fascino irresistibile. Ma poche settimane dopo il suo arrivo, verso il 12 febbraio, morì col sorriso sulle labbra, esprimendo la sua gioia di aver abbracciato la vita degli apostoli.
Etimologia: Reginaldo = che regna con intelligenza, dal tedesco
Martirologio Romano: A Parigi in Francia, Beato Reginaldo di Orléans, sacerdote, che, di passaggio da Roma, conquistato nell’animo dalle parole di san Domenico, entrò nell’Ordine dei Predicatori, al quale attrasse molti con l’esempio delle sue virtù e la sua ardente eloquenza.
Il Beato Giordano di Sassonia (†1237) domenicano e successore di San Domenico, scrisse del Beato Reginaldo suo contemporaneo: “La sua eloquenza era infuocata e la sua parola, come fiaccola ardente, infiammava l’animo degli ascoltatori; ben pochi avevano il cuore così indurito da resistere al calore di quel fuoco.
Pareva un secondo Elia”.
Reginaldo nacque probabilmente nella diocesi di Orléans, anche se non si conosce con esattezza il luogo di nascita, verso il 1180.
Fu professore di Diritto all’Università di Parigi e decano dei canonici di St-Aignan ad Orléans; nel 1218 si recò a Roma, per proseguire poi per la Terra Santa, al seguito del proprio vescovo mons. Manasse II di Seignelay.
A Roma conobbe il card. Ugolino (futuro Papa Gregorio IX) e tramite di questi conobbe San Domenico di Guzman, fondatore dell’Ordine dei Predicatori. Il decano di St-Aignan era uomo d’intelligenza, aperto ai problemi religiosi del suo tempo e avvertiva con un certo rimorso il contrasto tra la sua vita agiata e raffinata, la sua attività amministrativa e l’appello accorato lanciato nel 1215 dal IV Concilio Lateranense, ad uno stile di vita più evangelico. Il messaggio della povertà evangelica così integralmente realizzato nel nuovo Ordine Domenicano, fondato nello stesso 1215 a Tolosa, attrasse profondamente l’animo insoddisfatto del decano Reginaldo d’Orléans.
Durante la sua permanenza romana cadde ammalato abbastanza seriamente, San Domenico nel fargli visita, lo invitò ad entrare nel suo Ordine per seguire la povertà di Cristo, poi accompagnata dalla sua guarigione, ebbe una miracolosa apparizione della Vergine, la quale gli mostrò l’abito completo del nuovo Ordine.
Le sue resistenze caddero ed egli s’impegnò ad entrare fra i Predicatori al ritorno dalla Terra Santa.
Nel dicembre 1218, s. Domenico già lo inviò a Bologna come suo vicario, in questa città studentesca, Reginaldo si sentì a suo agio; trasferì la Comunità domenicana dalla Mascarella a S. Niccolò delle Vigne e con la sua irresistibile eloquenza, attrasse all’Ordine allievi e docenti universitari.
Un anno dopo, nel 1219 san Domenico lo inviò a St-Jacques di Parigi per rinvigorire quella comunità domenicana vacillante, anche qui affluirono all’Ordine studenti e professori dell’Università e intorno ai religiosi si formò un alone di cultura e spiritualità.
Ma poche settimane dopo il suo arrivo a Parigi, Reginaldo morì il 1° febbraio 1220; fu uno dei primi grandi dolori per il santo fondatore che ne fu affranto, lo consolò solo il sapere che Reginaldo era morto con il sorriso sulle labbra e dichiarando tutta la sua felicità per aver abbracciata la povertà degli Apostoli.
Fu sepolto a Parigi nel cimitero benedettino di Notre-Dame-des-Champs; gli fu tributato fin da subito il culto di beato, confermato poi da Papa Pio IX l’8 luglio 1875. La sua celebrazione è riportata dal Martirologio Romano al 1° febbraio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Fu canonico di Orléans e docente di diritto canonico all'Università di Parigi. A Roma venne accolto nell'Ordine da San Domenico e fu miracolosamente guarito da una grave malattia per intercessione della Beata Vergine Maria, la quale apparendogli gli mostrò l'abito completo dell'Ordine.
Nel 1218, a Bologna, come grande predicatore infiammò gli animi dei suoi ascoltatori, inducendone molti ad entrare nell'Ordine, al punto che, divenuto angusto l'edificio della Mascarella, trasferì la comunità a San Niccolò delle vigne.
Visto il successo ottenuto a Bologna, San Domenico verso al fine del 1219 lo inviò a Parigi per risollevare le sorti anche di quella comunità: anche lì 1a sua predicazione esercitò un fascino irresistibile. Ma poche settimane dopo il suo arrivo, verso il 12 febbraio, morì col sorriso sulle labbra, esprimendo la sua gioia di aver abbracciato la vita degli apostoli.
Etimologia: Reginaldo = che regna con intelligenza, dal tedesco
Martirologio Romano: A Parigi in Francia, Beato Reginaldo di Orléans, sacerdote, che, di passaggio da Roma, conquistato nell’animo dalle parole di san Domenico, entrò nell’Ordine dei Predicatori, al quale attrasse molti con l’esempio delle sue virtù e la sua ardente eloquenza.
Il Beato Giordano di Sassonia (†1237) domenicano e successore di San Domenico, scrisse del Beato Reginaldo suo contemporaneo: “La sua eloquenza era infuocata e la sua parola, come fiaccola ardente, infiammava l’animo degli ascoltatori; ben pochi avevano il cuore così indurito da resistere al calore di quel fuoco.
Pareva un secondo Elia”.
Reginaldo nacque probabilmente nella diocesi di Orléans, anche se non si conosce con esattezza il luogo di nascita, verso il 1180.
Fu professore di Diritto all’Università di Parigi e decano dei canonici di St-Aignan ad Orléans; nel 1218 si recò a Roma, per proseguire poi per la Terra Santa, al seguito del proprio vescovo mons. Manasse II di Seignelay.
A Roma conobbe il card. Ugolino (futuro Papa Gregorio IX) e tramite di questi conobbe San Domenico di Guzman, fondatore dell’Ordine dei Predicatori. Il decano di St-Aignan era uomo d’intelligenza, aperto ai problemi religiosi del suo tempo e avvertiva con un certo rimorso il contrasto tra la sua vita agiata e raffinata, la sua attività amministrativa e l’appello accorato lanciato nel 1215 dal IV Concilio Lateranense, ad uno stile di vita più evangelico. Il messaggio della povertà evangelica così integralmente realizzato nel nuovo Ordine Domenicano, fondato nello stesso 1215 a Tolosa, attrasse profondamente l’animo insoddisfatto del decano Reginaldo d’Orléans.
Durante la sua permanenza romana cadde ammalato abbastanza seriamente, San Domenico nel fargli visita, lo invitò ad entrare nel suo Ordine per seguire la povertà di Cristo, poi accompagnata dalla sua guarigione, ebbe una miracolosa apparizione della Vergine, la quale gli mostrò l’abito completo del nuovo Ordine.
Le sue resistenze caddero ed egli s’impegnò ad entrare fra i Predicatori al ritorno dalla Terra Santa.
Nel dicembre 1218, s. Domenico già lo inviò a Bologna come suo vicario, in questa città studentesca, Reginaldo si sentì a suo agio; trasferì la Comunità domenicana dalla Mascarella a S. Niccolò delle Vigne e con la sua irresistibile eloquenza, attrasse all’Ordine allievi e docenti universitari.
Un anno dopo, nel 1219 san Domenico lo inviò a St-Jacques di Parigi per rinvigorire quella comunità domenicana vacillante, anche qui affluirono all’Ordine studenti e professori dell’Università e intorno ai religiosi si formò un alone di cultura e spiritualità.
Ma poche settimane dopo il suo arrivo a Parigi, Reginaldo morì il 1° febbraio 1220; fu uno dei primi grandi dolori per il santo fondatore che ne fu affranto, lo consolò solo il sapere che Reginaldo era morto con il sorriso sulle labbra e dichiarando tutta la sua felicità per aver abbracciata la povertà degli Apostoli.
Fu sepolto a Parigi nel cimitero benedettino di Notre-Dame-des-Champs; gli fu tributato fin da subito il culto di beato, confermato poi da Papa Pio IX l’8 luglio 1875. La sua celebrazione è riportata dal Martirologio Romano al 1° febbraio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
XIII secolo
Della famiglia Rambaudi di Alba, entrò tra i religiosi domenicani. Esercitò a Milano, ove convertì molti eretici catari e vi morì verso la fine del secolo XIII.
É ritenuto fondatore di un convento domenicano ad Alba e di quello di Sant’Eustorgio a Milano.
conosciuto per la sua grande devozione all’Eucaristia.
Si racconta che un giorno, mentre stava celebrando la santa messa, vide la Santa Vergine nell’atto di accogliere l’anima di un suo confratello, di nome Lanfranco, per portarla in Paradiso.
Il Beato Robaldo era ricordato l’11 agosto.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Della famiglia Rambaudi di Alba, entrò tra i religiosi domenicani. Esercitò a Milano, ove convertì molti eretici catari e vi morì verso la fine del secolo XIII.
É ritenuto fondatore di un convento domenicano ad Alba e di quello di Sant’Eustorgio a Milano.
conosciuto per la sua grande devozione all’Eucaristia.
Si racconta che un giorno, mentre stava celebrando la santa messa, vide la Santa Vergine nell’atto di accogliere l’anima di un suo confratello, di nome Lanfranco, per portarla in Paradiso.
Il Beato Robaldo era ricordato l’11 agosto.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Beati Martiri Inglesi" Beatificati nel 1987 (4 maggio)
"Martiri di Gran Bretagna e Irlanda" - Senza data (Celebrazioni singole)
"Beati Martiri Inglesi" Beatificati nel 1987 (4 maggio)
"Martiri di Gran Bretagna e Irlanda" - Senza data (Celebrazioni singole)
Lancaster, 1557 – 26 luglio 1600
Roberto Nutter fa parte di un gruppo di 85 martiri, tra sacerdoti, religiosi e laici che subirono la morte in Inghilterra nel XVI° secolo per testimoniare la fede nella Chiesa Cattolica e nel Primato Petrino. Roberto nacque nel 1557. Appartenente al clero secolare, esiliato e rientrato in patria, esercitò per due anni il ministero, fino a quando, nel 1585, venne catturato, restando in prigione per cinque anni.
In carcere decise di emettere la Professione nell’Ordine dei Predicatori. Sostenne una disputa con teologi protestanti nel castello di Lancaster. Fu martirizzato a Lancaster il 26 luglio 1600 col supplizio della forca, e il suo corpo dopo venne tagliato a pezzi.
Martirologio Romano: A Lancaster ancora in Inghilterra, Beati Edoardo Twing, dell’Ordine dei Predicatori, e Roberto Nutter, sacerdoti e martiri, che, dopo lunghe fatiche nella vigna del Signore, condannati per il loro sacerdozio, subirono un glorioso martirio sotto la regina Elisabetta I.
La storia delle persecuzioni anticattoliche in Inghilterra, Scozia, Galles, parte dal 1535 e arriva al 1681; il primo a scatenarla fu come è noto il re Enrico VIII, che provocò lo scisma d’Inghilterra con il distacco della Chiesa Anglicana da Roma.
Artefici più o meno cruenti furono oltre Enrico VIII, i suoi successori Edoardo VI (1547-1553), la terribile Elisabetta I, la ‘regina vergine’ († 1603), Giacomo I Stuart, Carlo I, Oliviero Cromwell, Carlo II Stuart.
Morirono in 150 anni di persecuzioni, migliaia di cattolici inglesi appartenenti ad ogni ramo sociale, testimoniando il loro attaccamento alla fede cattolica e al papa e rifiutando i giuramenti di fedeltà al re, nuovo capo della religione di Stato.
Primi a morire come gloriosi martiri, il 4 maggio e il 15 giugno 1535, furono 19 monaci Certosini, impiccati nel tristemente famoso Tyburn di Londra, l’ultima vittima fu l’arcivescovo di Armagh e primate d’Irlanda Oliviero Plunkett, giustiziato a Londra l’11 luglio 1681.
L’odio dei vari nemici del cattolicesimo, dai re ai puritani, dagli avventurieri agli spregevoli ecclesiastici eretici e scismatici, ai calvinisti, portò ad inventare efferati sistemi di tortura e sofferenze per i cattolici arrestati.
In particolare per tutti quei sacerdoti e gesuiti, che dalla Francia e da Roma, arrivavano clandestinamente come missionari in Inghilterra per cercare di riconvertire gli scismatici, per lo più essi erano considerati traditori dello Stato, in quanto inglesi rifugiatosi all’estero e preparati in opportuni Seminari per il loro ritorno.
Tranne rarissime eccezioni come i funzionari di alto rango (Tommaso Moro, Giovanni Fisher, Margherita Pole) decapitati o uccisi velocemente, tutti gli altri subirono prima della morte, indicibili sofferenze, con interrogatori estenuanti, carcere duro, torture raffinate come “l’eculeo”, la “figlia della Scavinger”, i “guanti di ferro” e dove alla fine li attendeva una morte orribile; infatti essi venivano tutti impiccati, ma qualche attimo prima del soffocamento venivano liberati dal cappio e ancora semicoscienti venivano sventrati.
Dopo di ciò con una bestialità che superava ogni limite umano, i loro corpi venivano squartati ed i poveri tronconi cosparsi di pece, erano appesi alle porte e nelle zone principali della città.
Solo nel 1850 con la restaurazione della Gerarchia Cattolica in Inghilterra e Galles, si poté affrontare la possibilità di una beatificazione dei martiri, perlomeno di quelli il cui martirio era comprovato, nonostante i due-tre secoli trascorsi.
Nel 1874 l’arcivescovo di Westminster inviò a Roma un elenco di 360 nomi con le prove per ognuno di loro.
A partire dal 1886 i martiri a gruppi più o meno numerosi, furono beatificati dai Sommi Pontefici, una quarantina sono stati anche canonizzati nel 1970.
Per altri 85 nel 1987 si sono conclusi gli adempimenti necessari e così il 22 novembre 1987 papa Giovanni Paolo II li ha beatificati a Roma, con il capofila Giorgio Haydock, confermando il giorno della loro celebrazione comune al 4 maggio.
Il domenicano Roberto Nutter nacque nel 1557 a Lancaster, frequentò con il fratello John il Collegio fondato a Reims dal card. Allen, per la formazione dei giovani inglesi aspiranti al sacerdozio.
Nel 1581 a 24 anni fu ordinato sacerdote in Francia; ritornato in Inghilterra fu inserito nel clero diocesano di Lancaster, sebbene in clandestinità, poté esercitare il suo ministero per poco più di due anni, finché scoperto venne arrestato il 2 febbraio 1584.
Nel lungo periodo trascorso in prigione, volle emettere i voti religiosi nell’Ordine dei Predicatori ed ebbe l’opportunità di sostenere una disputa con teologi protestanti nel castello di Lancaster.
Dopo 15 anni di detenzione nella Torre di Londra, sotto il regno di Elisabetta I, fu impiccato a Lancaster il 26 luglio 1600 a 43 anni, insieme al sacerdote diocesano Eduard Thwing di 35 anni, e i loro corpi smembrati come sopra descritto.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
In carcere decise di emettere la Professione nell’Ordine dei Predicatori. Sostenne una disputa con teologi protestanti nel castello di Lancaster. Fu martirizzato a Lancaster il 26 luglio 1600 col supplizio della forca, e il suo corpo dopo venne tagliato a pezzi.
Martirologio Romano: A Lancaster ancora in Inghilterra, Beati Edoardo Twing, dell’Ordine dei Predicatori, e Roberto Nutter, sacerdoti e martiri, che, dopo lunghe fatiche nella vigna del Signore, condannati per il loro sacerdozio, subirono un glorioso martirio sotto la regina Elisabetta I.
La storia delle persecuzioni anticattoliche in Inghilterra, Scozia, Galles, parte dal 1535 e arriva al 1681; il primo a scatenarla fu come è noto il re Enrico VIII, che provocò lo scisma d’Inghilterra con il distacco della Chiesa Anglicana da Roma.
Artefici più o meno cruenti furono oltre Enrico VIII, i suoi successori Edoardo VI (1547-1553), la terribile Elisabetta I, la ‘regina vergine’ († 1603), Giacomo I Stuart, Carlo I, Oliviero Cromwell, Carlo II Stuart.
Morirono in 150 anni di persecuzioni, migliaia di cattolici inglesi appartenenti ad ogni ramo sociale, testimoniando il loro attaccamento alla fede cattolica e al papa e rifiutando i giuramenti di fedeltà al re, nuovo capo della religione di Stato.
Primi a morire come gloriosi martiri, il 4 maggio e il 15 giugno 1535, furono 19 monaci Certosini, impiccati nel tristemente famoso Tyburn di Londra, l’ultima vittima fu l’arcivescovo di Armagh e primate d’Irlanda Oliviero Plunkett, giustiziato a Londra l’11 luglio 1681.
L’odio dei vari nemici del cattolicesimo, dai re ai puritani, dagli avventurieri agli spregevoli ecclesiastici eretici e scismatici, ai calvinisti, portò ad inventare efferati sistemi di tortura e sofferenze per i cattolici arrestati.
In particolare per tutti quei sacerdoti e gesuiti, che dalla Francia e da Roma, arrivavano clandestinamente come missionari in Inghilterra per cercare di riconvertire gli scismatici, per lo più essi erano considerati traditori dello Stato, in quanto inglesi rifugiatosi all’estero e preparati in opportuni Seminari per il loro ritorno.
Tranne rarissime eccezioni come i funzionari di alto rango (Tommaso Moro, Giovanni Fisher, Margherita Pole) decapitati o uccisi velocemente, tutti gli altri subirono prima della morte, indicibili sofferenze, con interrogatori estenuanti, carcere duro, torture raffinate come “l’eculeo”, la “figlia della Scavinger”, i “guanti di ferro” e dove alla fine li attendeva una morte orribile; infatti essi venivano tutti impiccati, ma qualche attimo prima del soffocamento venivano liberati dal cappio e ancora semicoscienti venivano sventrati.
Dopo di ciò con una bestialità che superava ogni limite umano, i loro corpi venivano squartati ed i poveri tronconi cosparsi di pece, erano appesi alle porte e nelle zone principali della città.
Solo nel 1850 con la restaurazione della Gerarchia Cattolica in Inghilterra e Galles, si poté affrontare la possibilità di una beatificazione dei martiri, perlomeno di quelli il cui martirio era comprovato, nonostante i due-tre secoli trascorsi.
Nel 1874 l’arcivescovo di Westminster inviò a Roma un elenco di 360 nomi con le prove per ognuno di loro.
A partire dal 1886 i martiri a gruppi più o meno numerosi, furono beatificati dai Sommi Pontefici, una quarantina sono stati anche canonizzati nel 1970.
Per altri 85 nel 1987 si sono conclusi gli adempimenti necessari e così il 22 novembre 1987 papa Giovanni Paolo II li ha beatificati a Roma, con il capofila Giorgio Haydock, confermando il giorno della loro celebrazione comune al 4 maggio.
Il domenicano Roberto Nutter nacque nel 1557 a Lancaster, frequentò con il fratello John il Collegio fondato a Reims dal card. Allen, per la formazione dei giovani inglesi aspiranti al sacerdozio.
Nel 1581 a 24 anni fu ordinato sacerdote in Francia; ritornato in Inghilterra fu inserito nel clero diocesano di Lancaster, sebbene in clandestinità, poté esercitare il suo ministero per poco più di due anni, finché scoperto venne arrestato il 2 febbraio 1584.
Nel lungo periodo trascorso in prigione, volle emettere i voti religiosi nell’Ordine dei Predicatori ed ebbe l’opportunità di sostenere una disputa con teologi protestanti nel castello di Lancaster.
Dopo 15 anni di detenzione nella Torre di Londra, sotto il regno di Elisabetta I, fu impiccato a Lancaster il 26 luglio 1600 a 43 anni, insieme al sacerdote diocesano Eduard Thwing di 35 anni, e i loro corpi smembrati come sopra descritto.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
+ Sandomierz, Polonia, 2 giugno 1260
Nel Capitolo Generale del 1221, il Santo Patriarca Domenico inviò in Ungheria il Beato Paolo, per fondarvi quella Provincia, dandogli quattro compagni, uno dei quali fu Sadoc.
Una notte Sadoc udì i lugubri ululati del demonio che prevedeva quante anime gli avrebbero strappate quei nuovi apostoli, i quali, a quel grido d’ inferno, si sentirono animati da più generoso ardore. Dopo aver percorsa l’Ungheria predicando e fondando Conventi, Sadoc fu chiamato a reggere quello di Sandomierz, in Polonia, sua patria.
Nel 1260 la città fu invasa dai Tartari. Una notte i padri, dopo aver cantato il Mattutino, si disposero ad ascoltare il Martirologio. Un novizio lesse a voce alta: “Sandomiriae Passio quadraginta novem Martyrum”.
Un trepido stupore si dipinge su tutti i volti: Sadoc, il santo Priore, compreso l’avviso celeste, preparò i fratelli al sacrificio.
Alla sera di quel giorno, dopo Compieta, i frati, mentre cantavano la Salve Regina, furono assaliti dai Tartari e trucidati.
Uno solo era fuggito spaventato, ma sentendo i compagni terminare in cielo il canto incominciato in terra, commosso, tornò in chiesa per ricevere la stessa palma.
Di questo avvenimento glorioso ha avuto origine la bellissima consuetudine di cantare la Salve Regina al letto dell’ agonia degli appartenenti all’ Ordine Domenicano, per chiedere a Maria che mostri loro finalmente il frutto del suo seno, Gesù.
Papa Pio VII il 18 ottobre 1807 ha permesso il loro culto, già ampiamente diffuso. Infatti, dal 1295, se ne celebrava la memoria nella locale chiesa di Santa Maria.
Martirologio Romano: A Sandomierz sulla Vistola in Polonia, beati Sadoc, sacerdote, e compagni dell’ Ordine dei Predicatori, martiri, che, come si tramanda, furono uccisi dai Tartari, mentre cantavano l’ antifona "Salve Regina", salutando così in punto di morte la Madre della Vita.
Esistono tuttora delle perplessità da parte degli storici circa l’ identificazione del Beato Sadoc.
Molti lo ritengono ungherese anziché polacco, presumibilmente uno dei novanta martiri domenicani in Ungheria che per mano dei Tartari “furono uccisi o con la spada o trafitti da frecce o trapassati da lancia; altri volarono al Cielo bruciati”, come asseriscono le “Vitae Fratrum”.
In esse è citato fra Sadoc, in seguito priore a Zagabria, inviato da San Domenico in Ungheria dopo il secondo capitolo generale dell’ordine del 1221 insieme a fra Paolo ed altri tre confratelli, tacendo però circa le sue presunte origini polacche ed il suo martirio.
Il Taegio nel “De insigniis” include tra i martiri della provincia ungherese anche il priore Sadoc, messo a morte con altri quarantotto frati: “Frater Sadoc, vir devotus et sanctus, quum in prenominatis provinciis Christi fidem verbo et exemplo predicaret, cum quadraginta octo fratribus cum martyrii palma celos gloriosus ascendit”.
Il Loenertz asserisce che forse si tratterebbe del medesimo personaggio cui talvolta vengono associati ben 93 o 94 compagni di martirio. L’Alberti invece conferma i numeri forniti nel “De insigniis”.
Bisogna notare come né il Taegio, né l’ Alberti considerino Sadoc polacco, ma solo nel 1556 il catalogo di Ususmaris censisce “Sadoc Polonus”. Il Loenertz non sa spiegarsi ciò ed ipotizza che alcuni autori abbiano arbitrariamente messi in rapporto Sadoc ed i suoi compagni con i martiri domenicani di Sandomierz in Polonia.
Le antiche fonti relative a questi ultimi ignorano i loro nomi ed il loro numero.
A smentire tali perplessità concorrono, però, non solo l’ ininterrotta tradizione domenicana, ma anche l’indulgenza che Papa Alessandro IV concesse a tutti coloro che il 2 giugno di ogni anno avessero visitato la chiesa domenicana di Sandomierz, nonché l’ indulgenza plenaria che Bonifacio VIII nel 1295 accordò per la festa di questi martiri celebrata in Roma presso la chiesa di Santa Maria “ad Martyres”. Inoltre nel 1959 l’antropologo Sarama intraprese degli scavi sotto il convento di San Giacomo a Sandomierz, rinvenendo così parecchi scheletri, alcuni dei quali riportanti evidenti tracce di armi taglienti e frammenti di giavellotti.
Il regime comunista polacco interruppe però la sua opera.
Infine è doveroso sottolineare come sia ambigua l’interpretazione del termine Ungheria utilizzato nelle “Vitae Fratrum” nel 1260, anno del martirio di Sadoc e compagni. A quel tempo l’Ungheria non era il piccolo staterello di oggi, ma comprendeva anche alcune zone limitrofe, poi passate alle vicine nazioni, e ciò potrebbe spiegare la non corcordanza fra le varie indicazioni geografiche.
La tradizione dell’Ordine Domenicano vuole che durante l’invasione tartara del 1259-60 Sadoc fosse priore del convento domenicano di Sandomierz e, la vigilia dell’espugnazione della città, il novizio addetto alla lettura del martirologio avrebbe esclamato fra lo stupore generale: “Sandomiriae, passio quadraginta novem martyrum”.
Così avvenne: l’ indomani, 2 giugno 1260, i Tartari irruppero nella chiesa di San Giacomo per sterminare Sadoc ed i suoi confratelli, intenti a cantare la Salve Regina. Proprio parafrasando tale antifona mariana l’orazione liturgica nella festa dei martiri recita infatti: “Ti mostri a noi, Signore Gesù, dopo questo esilio la clemente e misericordiosa Vergine Maria, tua Madre, che il beato Sadoc e i suoi compagni non cessarono d’ invocare mentre l’aggressione dei nemici meritava loro la sospirata palma del martirio”.
Da ciò nacque l’uso per i domenicani di cantare la Salve Regina al capezzale dei frati moribondi.
Papa Pio VII il 18 ottobre 1807 confermò il culto che da tempo immemorabile era tributato a questi gloriosi martiri.
Ecco l’elenco completo dei 48 presunti compagni di martirio del Beato Sadoc:
- Paolo, vicario - Malachia, predicatore del convento - Andrea, elemosiniere - Pietro, custode dell’orto - Giacomo, maestro dei novizi - Abele, sindaco - Simone, penitenziere - Clemente - Barnaba - Elia - Bartolomeo - Luca - Matteo - Giovanni - Filippo
i diaconi:
- Gioacchino - Giuseppe - Stefano
i suddiaconi:
- Taddeo, - Mosè - Abramo - Basilio
i chierici:
- David - Aronne - Benedetto - Onofrio - Dominico - Michele - Mattia - Mauro - Timoteo
i professi studenti:
- Gordiano - Feliciano - Marco - Giovanni - Gervasio - Cristoforo - Donato - Medardo - Valentino
i novizi:
- Daniele - Tobia - Macario - Raffaele - Isaia
i frati conversi:
- Cirillo, sarto - Geremia, calzolaio - Tommaso, organista
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nel Capitolo Generale del 1221, il Santo Patriarca Domenico inviò in Ungheria il Beato Paolo, per fondarvi quella Provincia, dandogli quattro compagni, uno dei quali fu Sadoc.
Una notte Sadoc udì i lugubri ululati del demonio che prevedeva quante anime gli avrebbero strappate quei nuovi apostoli, i quali, a quel grido d’ inferno, si sentirono animati da più generoso ardore. Dopo aver percorsa l’Ungheria predicando e fondando Conventi, Sadoc fu chiamato a reggere quello di Sandomierz, in Polonia, sua patria.
Nel 1260 la città fu invasa dai Tartari. Una notte i padri, dopo aver cantato il Mattutino, si disposero ad ascoltare il Martirologio. Un novizio lesse a voce alta: “Sandomiriae Passio quadraginta novem Martyrum”.
Un trepido stupore si dipinge su tutti i volti: Sadoc, il santo Priore, compreso l’avviso celeste, preparò i fratelli al sacrificio.
Alla sera di quel giorno, dopo Compieta, i frati, mentre cantavano la Salve Regina, furono assaliti dai Tartari e trucidati.
Uno solo era fuggito spaventato, ma sentendo i compagni terminare in cielo il canto incominciato in terra, commosso, tornò in chiesa per ricevere la stessa palma.
Di questo avvenimento glorioso ha avuto origine la bellissima consuetudine di cantare la Salve Regina al letto dell’ agonia degli appartenenti all’ Ordine Domenicano, per chiedere a Maria che mostri loro finalmente il frutto del suo seno, Gesù.
Papa Pio VII il 18 ottobre 1807 ha permesso il loro culto, già ampiamente diffuso. Infatti, dal 1295, se ne celebrava la memoria nella locale chiesa di Santa Maria.
Martirologio Romano: A Sandomierz sulla Vistola in Polonia, beati Sadoc, sacerdote, e compagni dell’ Ordine dei Predicatori, martiri, che, come si tramanda, furono uccisi dai Tartari, mentre cantavano l’ antifona "Salve Regina", salutando così in punto di morte la Madre della Vita.
Esistono tuttora delle perplessità da parte degli storici circa l’ identificazione del Beato Sadoc.
Molti lo ritengono ungherese anziché polacco, presumibilmente uno dei novanta martiri domenicani in Ungheria che per mano dei Tartari “furono uccisi o con la spada o trafitti da frecce o trapassati da lancia; altri volarono al Cielo bruciati”, come asseriscono le “Vitae Fratrum”.
In esse è citato fra Sadoc, in seguito priore a Zagabria, inviato da San Domenico in Ungheria dopo il secondo capitolo generale dell’ordine del 1221 insieme a fra Paolo ed altri tre confratelli, tacendo però circa le sue presunte origini polacche ed il suo martirio.
Il Taegio nel “De insigniis” include tra i martiri della provincia ungherese anche il priore Sadoc, messo a morte con altri quarantotto frati: “Frater Sadoc, vir devotus et sanctus, quum in prenominatis provinciis Christi fidem verbo et exemplo predicaret, cum quadraginta octo fratribus cum martyrii palma celos gloriosus ascendit”.
Il Loenertz asserisce che forse si tratterebbe del medesimo personaggio cui talvolta vengono associati ben 93 o 94 compagni di martirio. L’Alberti invece conferma i numeri forniti nel “De insigniis”.
Bisogna notare come né il Taegio, né l’ Alberti considerino Sadoc polacco, ma solo nel 1556 il catalogo di Ususmaris censisce “Sadoc Polonus”. Il Loenertz non sa spiegarsi ciò ed ipotizza che alcuni autori abbiano arbitrariamente messi in rapporto Sadoc ed i suoi compagni con i martiri domenicani di Sandomierz in Polonia.
Le antiche fonti relative a questi ultimi ignorano i loro nomi ed il loro numero.
A smentire tali perplessità concorrono, però, non solo l’ ininterrotta tradizione domenicana, ma anche l’indulgenza che Papa Alessandro IV concesse a tutti coloro che il 2 giugno di ogni anno avessero visitato la chiesa domenicana di Sandomierz, nonché l’ indulgenza plenaria che Bonifacio VIII nel 1295 accordò per la festa di questi martiri celebrata in Roma presso la chiesa di Santa Maria “ad Martyres”. Inoltre nel 1959 l’antropologo Sarama intraprese degli scavi sotto il convento di San Giacomo a Sandomierz, rinvenendo così parecchi scheletri, alcuni dei quali riportanti evidenti tracce di armi taglienti e frammenti di giavellotti.
Il regime comunista polacco interruppe però la sua opera.
Infine è doveroso sottolineare come sia ambigua l’interpretazione del termine Ungheria utilizzato nelle “Vitae Fratrum” nel 1260, anno del martirio di Sadoc e compagni. A quel tempo l’Ungheria non era il piccolo staterello di oggi, ma comprendeva anche alcune zone limitrofe, poi passate alle vicine nazioni, e ciò potrebbe spiegare la non corcordanza fra le varie indicazioni geografiche.
La tradizione dell’Ordine Domenicano vuole che durante l’invasione tartara del 1259-60 Sadoc fosse priore del convento domenicano di Sandomierz e, la vigilia dell’espugnazione della città, il novizio addetto alla lettura del martirologio avrebbe esclamato fra lo stupore generale: “Sandomiriae, passio quadraginta novem martyrum”.
Così avvenne: l’ indomani, 2 giugno 1260, i Tartari irruppero nella chiesa di San Giacomo per sterminare Sadoc ed i suoi confratelli, intenti a cantare la Salve Regina. Proprio parafrasando tale antifona mariana l’orazione liturgica nella festa dei martiri recita infatti: “Ti mostri a noi, Signore Gesù, dopo questo esilio la clemente e misericordiosa Vergine Maria, tua Madre, che il beato Sadoc e i suoi compagni non cessarono d’ invocare mentre l’aggressione dei nemici meritava loro la sospirata palma del martirio”.
Da ciò nacque l’uso per i domenicani di cantare la Salve Regina al capezzale dei frati moribondi.
Papa Pio VII il 18 ottobre 1807 confermò il culto che da tempo immemorabile era tributato a questi gloriosi martiri.
Ecco l’elenco completo dei 48 presunti compagni di martirio del Beato Sadoc:
- Paolo, vicario - Malachia, predicatore del convento - Andrea, elemosiniere - Pietro, custode dell’orto - Giacomo, maestro dei novizi - Abele, sindaco - Simone, penitenziere - Clemente - Barnaba - Elia - Bartolomeo - Luca - Matteo - Giovanni - Filippo
i diaconi:
- Gioacchino - Giuseppe - Stefano
i suddiaconi:
- Taddeo, - Mosè - Abramo - Basilio
i chierici:
- David - Aronne - Benedetto - Onofrio - Dominico - Michele - Mattia - Mauro - Timoteo
i professi studenti:
- Gordiano - Feliciano - Marco - Giovanni - Gervasio - Cristoforo - Donato - Medardo - Valentino
i novizi:
- Daniele - Tobia - Macario - Raffaele - Isaia
i frati conversi:
- Cirillo, sarto - Geremia, calzolaio - Tommaso, organista
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Brescia 1414 - Genova 1496
Nato nel 1414 a Brescia col nome di Selvatico, appena 15enne entrò come Sebastiano nel convento domenicano della città, del quale poi divenne priore.
La dedizione allo studio gli valse il titolo di maestro in sacra teologia.
Fu chiamato a reggere vari conventi - Santa Maria delle Grazie a Milano, poi Brescia, Mantova, Verona, Piacenza e Bologna - per le sue capacità di governo nella linea della riforma dell'Osservanza promossa da Santa Caterina da Siena e dal Beato Raimondo da Capua.
Per due volte fu vicario generale in Lombardia. Come superiore del convento di Firenze dovette proibire la predicazione a Girolamo Savonarola per ordine di Papa Alessandro VI.
È sepolto nel convento di Santa Maria di Castello a Genova, dove morì nel 1496.
Benedetto XV ha confermato il suo culto nel 1760. (Avvenire)
Etimologia: Sebastiano = Venerabile, dal greco
Martirologio Romano: A Genova, commemorazione del Beato Sebastiano (Salvatico) Maggi, Sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che predicò il Vangelo al popolo ligure e si occupò dell’osservanza della disciplina nei conventi.
Ad appena quindici anni entrò in Convento a Brescia, col nome di Sebastiano, del quale poi divenne anche Priore. La dedizione allo studio gli valse il titolo di Maestro in Sacra Teologia.
Fu Priore anche del Convento di Santa Maria delle Grazie a Milano, a Bologna e di altri Conventi. Per due volte fu Vicario Generale della Congregazione di Lombardia.
Durante la visita canonica ne 1496 al Convento di Santa Maria di Castello a Genova, si ammalò, spirando qualche tempo più tardi. Le sue spoglie sono state sepolte nel Monastero. Papa Benedetto XV ha confermato il suo culto il 15 aprile 1760.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nato nel 1414 a Brescia col nome di Selvatico, appena 15enne entrò come Sebastiano nel convento domenicano della città, del quale poi divenne priore.
La dedizione allo studio gli valse il titolo di maestro in sacra teologia.
Fu chiamato a reggere vari conventi - Santa Maria delle Grazie a Milano, poi Brescia, Mantova, Verona, Piacenza e Bologna - per le sue capacità di governo nella linea della riforma dell'Osservanza promossa da Santa Caterina da Siena e dal Beato Raimondo da Capua.
Per due volte fu vicario generale in Lombardia. Come superiore del convento di Firenze dovette proibire la predicazione a Girolamo Savonarola per ordine di Papa Alessandro VI.
È sepolto nel convento di Santa Maria di Castello a Genova, dove morì nel 1496.
Benedetto XV ha confermato il suo culto nel 1760. (Avvenire)
Etimologia: Sebastiano = Venerabile, dal greco
Martirologio Romano: A Genova, commemorazione del Beato Sebastiano (Salvatico) Maggi, Sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che predicò il Vangelo al popolo ligure e si occupò dell’osservanza della disciplina nei conventi.
Ad appena quindici anni entrò in Convento a Brescia, col nome di Sebastiano, del quale poi divenne anche Priore. La dedizione allo studio gli valse il titolo di Maestro in Sacra Teologia.
Fu Priore anche del Convento di Santa Maria delle Grazie a Milano, a Bologna e di altri Conventi. Per due volte fu Vicario Generale della Congregazione di Lombardia.
Durante la visita canonica ne 1496 al Convento di Santa Maria di Castello a Genova, si ammalò, spirando qualche tempo più tardi. Le sue spoglie sono state sepolte nel Monastero. Papa Benedetto XV ha confermato il suo culto il 15 aprile 1760.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Sant’Arcangelo di Romagna, 1240 - Rimini, 3 novembre 1319
Simone era figlio di un nobile che voleva avviarlo alla carriera militare. Ma il giovane, vissuto alla fine del XIII secolo, rifiutò le glorie delle armi e delle agiatezze mondane e decise di indossare l'abito di converso nel convento dei Domenicani di Rimini, dove avevano lasciato da poco il loro segno Pietro da Verona e Tommaso d'Aquino. Si dedicò da subito ai lavori più umili preferendo tra tutti la cura della terra.
Il suo zelo rigoroso nel lavoro e nella preghiera, però, fu mitigato dal suo stesso superiore, intervenuto perché preoccupato per la sua stessa salute. Alla preghiera e alla penitenza, aggiunse un apostolato attivissimo, attraverso la catechesi ai fanciulli e la predicazione, nonché atti di profonda devozione e contrizione cui era mosso da profonda pietà per i peccatori.
Simone era figlio di un nobile che voleva avviarlo alla carriera militare. Ma il giovane, vissuto alla fine del XIII secolo, rifiutò le glorie delle armi e delle agiatezze mondane e decise di indossare l'abito di converso nel convento dei Domenicani di Rimini, dove avevano lasciato da poco il loro segno Pietro da Verona e Tommaso d'Aquino. Si dedicò da subito ai lavori più umili preferendo tra tutti la cura della terra.
Il suo zelo rigoroso nel lavoro e nella preghiera, però, fu mitigato dal suo stesso superiore, intervenuto perché preoccupato per la sua stessa salute. Alla preghiera e alla penitenza, aggiunse un apostolato attivissimo, attraverso la catechesi ai fanciulli e la predicazione, nonché atti di profonda devozione e contrizione cui era mosso da profonda pietà per i peccatori.
Gli ultimi anni della sua vita li trascorse infermo su un letto, a Rimini, dove morì nel 1319. I suoi resti, nel 1817, furono trasferiti nella collegiata di Sant'Arcangelo. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Rimini in Romagna, Beato Simone Balacchi, religioso dell’Ordine dei Predicatori, che condusse una vita tutta dedita al servizio dei fratelli, alla penitenza e alla preghiera.
Simone appartenne a nobile famiglia e fu da suo padre avviato alla carriera delle armi. Ma il giovane e brillante cavaliere, illuminato da Dio sulla vanità delle grandezze mondane, dato un addio alla divisa militare, chiese ed ottenne l’umile Abito di Converso nel Convento dei Domenicani di Rimini, dove tanto profumo di virtù avevano da poco lasciato Pietro da Verona e Tommaso d’Aquino.
Comprese subito che il lavoro formava l’obbligo principale del suo stato, e ci si applicò con ardore indefesso.
Gli uffici più umili e faticosi erano suoi, specialmente la cultura dell’orto, nella quale spendeva la maggior parte del tempo.
Nonostante il peso della fatica, si alzava tutte le notti per il Mattutino, passando lunghe ore in preghiera, e sfinendosi nei digiuni, tanto che il Superiore fu costretto a intervenire per moderare tanto rigore.
Con lo stesso fervore, ci tramandano le antiche cronache, per vent’anni si flagellò per la conversione degli eretici e dei peccatori.
Alla preghiera e alla penitenza, aggiunse un apostolato attivissimo, catechizzando i fanciulli, esortando i peccatori e adoperandosi in mille modi per distruggere il regno del male.
Le continue lacrime versate per le anime perdute gl’inaridirono gli occhi, riducendolo alla cecità all’età di cinquant’anni.
Gli ultimi anni della sua vita li trascorse infermo su un letto, a Rimini, spesso circondato di luce, dove morì nel 1319.
I suoi resti, nel 1817, furono trasferiti nella collegiata di Sant’Arcangelo.
Papa Pio VII il 14 marzo 1820 ha concesso la Messa e l’Ufficio proprio.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Simone appartenne a nobile famiglia e fu da suo padre avviato alla carriera delle armi. Ma il giovane e brillante cavaliere, illuminato da Dio sulla vanità delle grandezze mondane, dato un addio alla divisa militare, chiese ed ottenne l’umile Abito di Converso nel Convento dei Domenicani di Rimini, dove tanto profumo di virtù avevano da poco lasciato Pietro da Verona e Tommaso d’Aquino.
Comprese subito che il lavoro formava l’obbligo principale del suo stato, e ci si applicò con ardore indefesso.
Gli uffici più umili e faticosi erano suoi, specialmente la cultura dell’orto, nella quale spendeva la maggior parte del tempo.
Nonostante il peso della fatica, si alzava tutte le notti per il Mattutino, passando lunghe ore in preghiera, e sfinendosi nei digiuni, tanto che il Superiore fu costretto a intervenire per moderare tanto rigore.
Con lo stesso fervore, ci tramandano le antiche cronache, per vent’anni si flagellò per la conversione degli eretici e dei peccatori.
Alla preghiera e alla penitenza, aggiunse un apostolato attivissimo, catechizzando i fanciulli, esortando i peccatori e adoperandosi in mille modi per distruggere il regno del male.
Le continue lacrime versate per le anime perdute gl’inaridirono gli occhi, riducendolo alla cecità all’età di cinquant’anni.
Gli ultimi anni della sua vita li trascorse infermo su un letto, a Rimini, spesso circondato di luce, dove morì nel 1319.
I suoi resti, nel 1817, furono trasferiti nella collegiata di Sant’Arcangelo.
Papa Pio VII il 14 marzo 1820 ha concesso la Messa e l’Ufficio proprio.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Castelnuova Scrivia, Alessandria, 1369 - Saluzzo, Cuneo, 11 giugno 1450
Stefano Bandelli nacque a Castelnuovo Scrivia nel 1369, ricevette l'abito domenicano a Piacenza.
La sua fama e la sua santità è legata in modo particolare alla città di Saluzzo di cui è patrono.
Il più insigne prodigio fu quello avvenuto nel 1487, quando, trovandosi la città di Saluzzo stretta da un terribile assedio, apparve in aria la sua figura accanto a quella della Madonna, liberando miracolosamente la città.
Questo memorabile avvenimento è commemorato ancora oggi.
Conseguita brillantemente la laurea in teologia e in diritto canonico, insegnò all'università di Pavia dal 1427 al 1432.
Ebbe anche il dono dei miracoli, e morì più che ottuagenario l'11 giugno 1450 a Saluzzo.
Il suo corpo si venera, ancor oggi, nella chiesa di San Giovanni Battista.
Papa Pio XI il 21 febbraio 1856 ha confermato il culto. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Saluzzo in Piemonte, Beato Stefano Bandelli, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, insigne nella predicazione e assiduo nell’ascolto delle confessioni.
Stefano Bandello nacque nel 1369 a Castelnuovo Scrivia (Alessandria) da un’ottima famiglia. Ancor giovane si fece domenicano a Piacenza, entrò presto nell’ordine dei Predicatori, applicandosi all’osservanza meticolosa della regola, distinguendosi nella preghiera e nell’esercizio delle virtù religiose. Frattanto si impegnò nello studio letterario e teologico, sì da riuscire a diventare in pochi anni dottore in teologia e diritto canonico.
Tanta fu la fama della sua dottrina che venne chiamato ad insegnare all’Università di Pavia (1437), dove rimase per alcuni anni.
Poi lasciò l’insegnamento per dedicarsi con amore, grande facondia e competenza alla predicazione, tanto da venire chiamato “un altro san Paolo”. Si racconta infatti che questo santo gli sia apparso, come era già avvenuto a san Tommaso d’Aquino. Accorrono a sentirlo grandi folle, seguono conversioni strepitose di miscredenti e un maggiore fervore nei cristiani tiepidi.
Il Beato Stefano è sì il brillante insegnante, l’efficace predicatore, ma è soprattutto l’uomo di preghiera, di studio, che sa sacrificarsi per i poveri, da cui è sommamente amato.
Più di tutti gli sono riconoscenti i peccatori, che egli ha riconciliato con Dio. Sentendosi venir meno le forze, si ritirò nel convento domenicano di Saluzzo, ove morì l’11 giugno 1450. Fu sepolto nell’annessa antica chiesa di San Giovanni dove le sue spoglie si trovano tutt’ora venerate dai fedeli.
Saluzzo lo elesse suo patrono, con San Chiaffredo, in seguito alla liberazione dall’assedio dei Savoia del 1487, ritenuta uno suo speciale favore. In quel frangente si dice che i saluzzesi abbiano visto apparire su Saluzzo il beato Bandelli, accanto alla Vergine Santissima, in atto di benedire e di proteggere la città.
Il Beato Pio IX, il 21 aprile 1856, ne approvò il culto, in particolare per l’ordine domenicano e per le diocesi di Tortona, Saluzzo e Torino.
(Fonte: www.villaschiari.it - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
La sua fama e la sua santità è legata in modo particolare alla città di Saluzzo di cui è patrono.
Il più insigne prodigio fu quello avvenuto nel 1487, quando, trovandosi la città di Saluzzo stretta da un terribile assedio, apparve in aria la sua figura accanto a quella della Madonna, liberando miracolosamente la città.
Questo memorabile avvenimento è commemorato ancora oggi.
Conseguita brillantemente la laurea in teologia e in diritto canonico, insegnò all'università di Pavia dal 1427 al 1432.
Ebbe anche il dono dei miracoli, e morì più che ottuagenario l'11 giugno 1450 a Saluzzo.
Il suo corpo si venera, ancor oggi, nella chiesa di San Giovanni Battista.
Papa Pio XI il 21 febbraio 1856 ha confermato il culto. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Saluzzo in Piemonte, Beato Stefano Bandelli, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, insigne nella predicazione e assiduo nell’ascolto delle confessioni.
Stefano Bandello nacque nel 1369 a Castelnuovo Scrivia (Alessandria) da un’ottima famiglia. Ancor giovane si fece domenicano a Piacenza, entrò presto nell’ordine dei Predicatori, applicandosi all’osservanza meticolosa della regola, distinguendosi nella preghiera e nell’esercizio delle virtù religiose. Frattanto si impegnò nello studio letterario e teologico, sì da riuscire a diventare in pochi anni dottore in teologia e diritto canonico.
Tanta fu la fama della sua dottrina che venne chiamato ad insegnare all’Università di Pavia (1437), dove rimase per alcuni anni.
Poi lasciò l’insegnamento per dedicarsi con amore, grande facondia e competenza alla predicazione, tanto da venire chiamato “un altro san Paolo”. Si racconta infatti che questo santo gli sia apparso, come era già avvenuto a san Tommaso d’Aquino. Accorrono a sentirlo grandi folle, seguono conversioni strepitose di miscredenti e un maggiore fervore nei cristiani tiepidi.
Il Beato Stefano è sì il brillante insegnante, l’efficace predicatore, ma è soprattutto l’uomo di preghiera, di studio, che sa sacrificarsi per i poveri, da cui è sommamente amato.
Più di tutti gli sono riconoscenti i peccatori, che egli ha riconciliato con Dio. Sentendosi venir meno le forze, si ritirò nel convento domenicano di Saluzzo, ove morì l’11 giugno 1450. Fu sepolto nell’annessa antica chiesa di San Giovanni dove le sue spoglie si trovano tutt’ora venerate dai fedeli.
Saluzzo lo elesse suo patrono, con San Chiaffredo, in seguito alla liberazione dall’assedio dei Savoia del 1487, ritenuta uno suo speciale favore. In quel frangente si dice che i saluzzesi abbiano visto apparire su Saluzzo il beato Bandelli, accanto alla Vergine Santissima, in atto di benedire e di proteggere la città.
Il Beato Pio IX, il 21 aprile 1856, ne approvò il culto, in particolare per l’ordine domenicano e per le diocesi di Tortona, Saluzzo e Torino.
(Fonte: www.villaschiari.it - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Irlanda 1601- 1642-47-51
Discendente dagli antichi re d'lrlanda e nato a Limerick, a 21 anni divenne domenicano.
Fu inviato a studiare in Spagna dove ricevette anche il sacerdozio. Ritornato in Irlanda fu più volte priore di alcuni conventi e poi provinciale.
Nel 1647 divenne vescovo di Emly, dedicandosi interamente al bene spirituale dei suoi fedeli e difendendo coraggiosamente la Chiesa cattolica contro Cromwell che aveva occupato il paese.
Nel giugno del 1651 i protestanti iniziarono l'assedio della città di Limerick ed egli incitò i suoi concittadini alla più strenua difesa e a conservare intatta la fede cattolica. Dopo alcuni mesi di assedio Limerick dovette arrendersi a causa della fame e della peste. Il Beato Terenzio venne arrestato, quindi impiccato e poi decapitato.
Emblema: Bastone pastorale, Palma
Martirologio Romano: A Limerick in Irlanda, passione del beato Terenzio Alberto O’ Brien, vescovo e martire, che, membro dell’Ordine dei Predicatori, posto a capo della Chiesa di Emly, si adoperò intensamente per l’assistenza agli appestati, ma arrestato dai soldati sotto il governo di Oliviero Cromwell, fu condotto al patibolo in odio al sacerdozio e alla fede cattolica.
I Beati Terenzio-Alberto O’ Brien e Pietro Higgins nacquero entrambi in Irlanda nel 1601, ed entrambi entrarono nell’Ordine Domenicano nel 1622.
Soffrirono il martirio per la costante fedeltà alla Chiesa di Cristo e al Papa. Ricusarono di riconoscere il Re d’ Inghilterra come capo della Chiesa.
Terenzio Alberto O’ Brian era un discendente diretto dell’ antica e illustre stirpe dei Re d’ Irlanda.
Al suo nobile cuore brillò presto il fulgido ideale gusmano, e ancor giovane vestì il bianco Abito nel Convento di Limerik.
Compiuti gli studi a Toledo, fu ordinato Presbitero nel 1627. Qui ricevette una più accurata formazione, sia nelle sacre scienze che nelle Leggi, oltre che nello spirito dell’ Ordine.
Tornato in Patria si distinse tanto nelle virtù e nel sapere, da essere più volte eletto Priore e Provinciale. Con tale titolo intervenne al Capitolo Generale di Roma nel 1644, dove ricevette il titolo di Maestro in Teologia.
La fama del suo ardente zelo e della profonda dottrina giunse fino a Papa Urbano VIII il quale, ben sapendo quanto bisogno avessero quei popoli insidiati dall’ eresia, di Pastori santi e coraggiosi, nel 1648 lo nominò Vescovo di Emly.
Tornato in Patria il novello Vescovo non deluse le speranze del Pontefice e con indomito ardore si dedicò alla cura e alla difesa del suo gregge.
Ma la prova non era lontana. L’empio eretico Ludovico Hirton cinse d’ assedio la città episcopale, che però resistette eroicamente.
Il crudele assalitore comprendendo allora che l’ anima della resistenza era il Santo Vescovo Terenzio, e gli fece offrire in segreto una grossa somma di denaro, perché abbandonasse la città.
Ne ebbe un nobile e sdegnoso rifiuto che costò la vita al povero prelato. Preso e condannato a morte, prima fece una calda esortazione al suo popolo, per poi, con animo lieto, offrirsi al carnefice.
Dio, dopo la sua morte lo onorò con prodigi.
Con altri quindici compagni che ricevettero il medesimo martirio tra il 1579 e il 1654, furono solennemente beatificati il 27 settembre 1992 da Papa Giovanni Paolo II.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Discendente dagli antichi re d'lrlanda e nato a Limerick, a 21 anni divenne domenicano.
Fu inviato a studiare in Spagna dove ricevette anche il sacerdozio. Ritornato in Irlanda fu più volte priore di alcuni conventi e poi provinciale.
Nel 1647 divenne vescovo di Emly, dedicandosi interamente al bene spirituale dei suoi fedeli e difendendo coraggiosamente la Chiesa cattolica contro Cromwell che aveva occupato il paese.
Nel giugno del 1651 i protestanti iniziarono l'assedio della città di Limerick ed egli incitò i suoi concittadini alla più strenua difesa e a conservare intatta la fede cattolica. Dopo alcuni mesi di assedio Limerick dovette arrendersi a causa della fame e della peste. Il Beato Terenzio venne arrestato, quindi impiccato e poi decapitato.
Emblema: Bastone pastorale, Palma
Martirologio Romano: A Limerick in Irlanda, passione del beato Terenzio Alberto O’ Brien, vescovo e martire, che, membro dell’Ordine dei Predicatori, posto a capo della Chiesa di Emly, si adoperò intensamente per l’assistenza agli appestati, ma arrestato dai soldati sotto il governo di Oliviero Cromwell, fu condotto al patibolo in odio al sacerdozio e alla fede cattolica.
I Beati Terenzio-Alberto O’ Brien e Pietro Higgins nacquero entrambi in Irlanda nel 1601, ed entrambi entrarono nell’Ordine Domenicano nel 1622.
Soffrirono il martirio per la costante fedeltà alla Chiesa di Cristo e al Papa. Ricusarono di riconoscere il Re d’ Inghilterra come capo della Chiesa.
Terenzio Alberto O’ Brian era un discendente diretto dell’ antica e illustre stirpe dei Re d’ Irlanda.
Al suo nobile cuore brillò presto il fulgido ideale gusmano, e ancor giovane vestì il bianco Abito nel Convento di Limerik.
Compiuti gli studi a Toledo, fu ordinato Presbitero nel 1627. Qui ricevette una più accurata formazione, sia nelle sacre scienze che nelle Leggi, oltre che nello spirito dell’ Ordine.
Tornato in Patria si distinse tanto nelle virtù e nel sapere, da essere più volte eletto Priore e Provinciale. Con tale titolo intervenne al Capitolo Generale di Roma nel 1644, dove ricevette il titolo di Maestro in Teologia.
La fama del suo ardente zelo e della profonda dottrina giunse fino a Papa Urbano VIII il quale, ben sapendo quanto bisogno avessero quei popoli insidiati dall’ eresia, di Pastori santi e coraggiosi, nel 1648 lo nominò Vescovo di Emly.
Tornato in Patria il novello Vescovo non deluse le speranze del Pontefice e con indomito ardore si dedicò alla cura e alla difesa del suo gregge.
Ma la prova non era lontana. L’empio eretico Ludovico Hirton cinse d’ assedio la città episcopale, che però resistette eroicamente.
Il crudele assalitore comprendendo allora che l’ anima della resistenza era il Santo Vescovo Terenzio, e gli fece offrire in segreto una grossa somma di denaro, perché abbandonasse la città.
Ne ebbe un nobile e sdegnoso rifiuto che costò la vita al povero prelato. Preso e condannato a morte, prima fece una calda esortazione al suo popolo, per poi, con animo lieto, offrirsi al carnefice.
Dio, dopo la sua morte lo onorò con prodigi.
Con altri quindici compagni che ricevettero il medesimo martirio tra il 1579 e il 1654, furono solennemente beatificati il 27 settembre 1992 da Papa Giovanni Paolo II.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati Martiri Giapponesi Beatificati nel 1867-1989-2008”
1577 - 1622
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Omura in Giappone, Beati Apollinare Franco, dell’Ordine dei Frati Minori, Tommaso Zumárraga, dell’Ordine dei Predicatori, sacerdoti, e quattro compagni, martiri, che in odio alla fede cristiana furono gettati in carcere e poi messi al rogo.
Nato in Biscaglia, entrò nell'Ordine giovanissimo e dopo essere stato ordinato sacerdote partì per le Filippine e poi per il Giappone.
Qui divenne Vicario provinciale distinguendosi per la prudenza in un momento assai tragico per quella comunità cristiana.
Ardente nello zelo per la diffusione del Vangelo, si sottopose a continui disagi, incurante dei pericoli e delle difficoltà pur di assistere i cristiani avviliti e impauriti a causa della violenta persecuzione scatenatasi soprattutto a partire dal 1614.
Fu arrestato nel luglio del 1617 e, dopo cinque anni di disumana prigionia nelle tristissime carceri di Omura, ricevette la corona del martirio venendo arso vivo.
Era il 12 settembre 1622.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
“Beati Martiri Giapponesi Beatificati nel 1867-1989-2008”
1577 - 1622
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Omura in Giappone, Beati Apollinare Franco, dell’Ordine dei Frati Minori, Tommaso Zumárraga, dell’Ordine dei Predicatori, sacerdoti, e quattro compagni, martiri, che in odio alla fede cristiana furono gettati in carcere e poi messi al rogo.
Nato in Biscaglia, entrò nell'Ordine giovanissimo e dopo essere stato ordinato sacerdote partì per le Filippine e poi per il Giappone.
Qui divenne Vicario provinciale distinguendosi per la prudenza in un momento assai tragico per quella comunità cristiana.
Ardente nello zelo per la diffusione del Vangelo, si sottopose a continui disagi, incurante dei pericoli e delle difficoltà pur di assistere i cristiani avviliti e impauriti a causa della violenta persecuzione scatenatasi soprattutto a partire dal 1614.
Fu arrestato nel luglio del 1617 e, dopo cinque anni di disumana prigionia nelle tristissime carceri di Omura, ricevette la corona del martirio venendo arso vivo.
Era il 12 settembre 1622.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
Bergamo, 9 aprile 1304 - Smirne, 28 marzo 1346
Nacque in Bergamo il 9 aprile 1304: erroneamente si credeva appartenesse alla famiglia Cerasoli; invece discendeva da quella degli Artifoni di Almeno (lo chiamavano anche Venturinus de Lemen): suo padre era il celebre maestro Lorenzo de Apibus (con questo cognome aveva sostituito quello degli Artifoni), doctor in grammaticalibus et logicalibus e precettore dei nipoti del cardinal Longo (sepolto in S. Maria Maggiore) alla Curia Romana di Avignone; la madre fu Caracosa, non altrimenti nota, ma considerata fra le più illustri e stimate gentildonne della città. Ebbe fratelli: Pierina, Caterina e Jacopo-Domenico detto poi Magister Crottus e famoso anche per l'amicizia col Petrarca, al quale prestò un'opera di Cicerone.
A quattordici anni Venturino si fece domenicano nel Convento di S. Stefano in Bergamo; ma terminò gli studi a Genova, vi fu ordinato sacerdote e fu eletto maestro dei novizi.
Si iscrisse, poi, alla Società dei frati peregrinanti, istituita dall'Ordine domenicano per le missioni di Oriente. Arrivato a Venezia per imbarcarsi fu, invece, mandato nel convento di Chioggia, poi in quelli di Vicenza, e di Bologna, già imponendosi quale eccellente oratore, costretto non raramente a predicare all'aperto per l'angustia delle chiese in rapporto allo straripante uditorio.
In Bologna, prima del 1334, predicò il culto a s. Marta e riuscì a farvi costruire un convento e una chiesa a lei dedicati; nel 1334 predicò in Bergamo dal 21 settembre al 30 novembre e vi fece edificare un monastero e una chiesa per le domenicane, pure dedicati a s. Marta (oggi, ne rimane solo il fabbricato, restaurato nel 1936): le monache ne presero possesso il 29 luglio del 1340 (anche una sorella di Venturino, soror Catalina de Apibus de Lemine, si fece monaca in S. Marta).
Nel 1335 organizzò un pellegrinaggio di penitenza da Bergamo a Roma, con l'intento di facilitare la conversione dei peccatori alla penitenza, di indurre guelfi e ghibellini alla pacificazione e di riconciliare col papa i numerosi scomunicati bergamaschi.
La partenza avvenne il 5 febbraio 1335: la numerosa «processione» che lo seguì, fece sosta anche in Firenze (lo stesso Giovanni Villani ne testimonia).
Giunto a Roma, vi dimorò e vi predicò per dodici giorni (per es. a S. Maria della Minerva e al Campidoglio). Ne partì, poi, coi fratello Jacopo Domenico, per presentarsi in Avignone al papa, Benedetto XII, il quale forse diffidò (come parve diffidare, in seguito, anche Clemente VI) del temperamento entusiasta (facile a essere ritenuto utopistico) di Venturino e delle sue apparenze di agitatore.
Ne seguì un interrogatorio nel quale gli furon fatte trentanove domande; poi la sospensione (il De Peregrinis dice che ciò avvenne Diaboli persuasione) dalla facoltà di predicare e di confessare e l'esilio a Aubenas in Francia (v. Lettera di Benedetto XII al Vescovo di Anagni relativa al pellegrinaggio di Venturino, in Archivio Segreto Vaticano, Epistolae Secretae, ar. I, Reg. 130, n. 142, f. 29).
Negli otto anni di pena e di esilio Venturino scrisse lettere e trattatelli spirituali come De Spiritu Sancto, In Psalterio decacordo, De humilitate (frammento), De Profectu spirituali, De remediis contra tentationes spirituales.
Egli fu, in seguito, liberato nel 1343 da Clemente VI che in pubblico concistoro lo riabilitò, restituendogli la facoltà di predicare e confessare e lo inviò in Italia a predicare la Crociata nell'archidiocesi di Milano.
Tornato ad Avignone, nel 1344 accompagnò i crociati da Marsiglia in Oriente, circondato da straordinario entusiasmo. Ma non appena arrivato a Smirne, sfinito dalle fatiche apostoliche e dalle penitenze, Venturino morì il 28 marzo 1346, a quarantadue anni.
Venturino fu maestro di grammatica come suo fratello e come suo padre, che egli, fin dai quattordici anni di età, fu in grado di sostituire sulla cattedra; fu, però, soprattutto predicatore popolare efficacissimo, contemplativo di rude temperamento, convinto e ardente nella propria missione di riformatore; fu anche taumaturgo.
Macilenta e asciutta la figura; facile e pronta la parola, sia in latino, sia in italiano (conosceva il francese e un poco anche il tedesco). I suoi sermoni avevano tinte terribili, il suo temperamento era appassionato, la vita spirituale intensa, il misticismo ardito, accentuato il profetismo.
La Legenda, scritta da un contemporaneo, serve a darcene un genuino ritratto esteriore, soprattutto nei capitoli in cui è indotta la testimonianza autobiografica dello stesso Venturino; mentre le sue lettere scavano più a fondo nella sua fisionomia spirituale. Purtroppo, a causa delle molte peripezie, se ne son salvate poche: al presente, dieci, più una indirizzata come risposta da Venturino a un canonico inglese della chiesa di Oxford e ritrovata dal Kaeppeli.
Tali lettere comprendono l'arco di tempo che va dal 1332 al 1340. Nella sua corrispondenza, Venturino aveva destinatari in Italia. Germania, Francia, Inghilterra, Spagna: ecco alcune intestazioni delle sue lettere: «Ihesu Xristus onor meus, oppure, Ave Maria, oppure, In nomine Patris et Fuji et Spiritus Sancti Amen». In esse egli definisce se stesso «frater Venturinus peccator, oppure, ille pauperculus Venturinus, o anche, ille homo tepidus, homo peccator ignotus, e perfino, velut rana loquax, praesuniptuosus et garrulus »...
Si rilevano notevoli affinità tra la struttura delle lettere di Venturino e quella delle lettere di s. Caterina da Siena.
Alla fine delle lettere, inoltre, Venturino dipingeva le insegne della passione; diceva talvolta «Crux Christi signum meum»; sembra, infatti, che fosse un discreto e appassionato cultore del disegno. Con le lettere, inviava anche strumenti di penitenza.
Estraneo a interessi politici, egli era sostenuto dalla consapevolezza di essere ispirato da Dio. Benché competente nella grammatica e nella retorica, l'impulso che lo spingeva a scrivere era soprattutto l'ardore (bulliunt intima cordis) dello spirito: talora confessa che, pur trovandosi a giacere in letto per dormire, si sente costretto a balzar fuori e a impugnare la penna «spiritu ad charitatis exercitia vehementius instigato».
Venturino contava, tra gli amici, fra' Giovanni di Tambach (oggi Dambach) presso Strasburgo e fra' Giovani Taulero, tutt'e due domenicani e grandi apostoli (anche per influsso di Venturino). Si deve, anzi, riconoscere che nella cerchia dei mistici tedeschi del sec. XIV, il santo entrò più come maestro che come discepolo. Manca, però, tuttora una caratterizzazione esauriente della sua mistica e un pieno confronto di essa, sia con quella degli amici tedeschi, sia con quella di altre correnti spirituali del tempo.
Egli è commemorato il 28 marzo.
Una tela (forse del Ceresa), situata nella sagrestia della grande chiesa dei Domenicani in Bergamo, lo rappresenta in atto di assorta meditazione con un libro aperto tra le mani; sotto c'è la scritta: Beatus Venturinus Ceresolus. Forse la sua figura è riconoscibile anche in una tela di Francesco Zucchi, collocata al secondo altare di sinistra (per chi entra) della medesima chiesa: vi si celebra il SS. Nome di Gesù adorato dai Beati dell'Ordine Domenicano.
Nacque in Bergamo il 9 aprile 1304: erroneamente si credeva appartenesse alla famiglia Cerasoli; invece discendeva da quella degli Artifoni di Almeno (lo chiamavano anche Venturinus de Lemen): suo padre era il celebre maestro Lorenzo de Apibus (con questo cognome aveva sostituito quello degli Artifoni), doctor in grammaticalibus et logicalibus e precettore dei nipoti del cardinal Longo (sepolto in S. Maria Maggiore) alla Curia Romana di Avignone; la madre fu Caracosa, non altrimenti nota, ma considerata fra le più illustri e stimate gentildonne della città. Ebbe fratelli: Pierina, Caterina e Jacopo-Domenico detto poi Magister Crottus e famoso anche per l'amicizia col Petrarca, al quale prestò un'opera di Cicerone.
A quattordici anni Venturino si fece domenicano nel Convento di S. Stefano in Bergamo; ma terminò gli studi a Genova, vi fu ordinato sacerdote e fu eletto maestro dei novizi.
Si iscrisse, poi, alla Società dei frati peregrinanti, istituita dall'Ordine domenicano per le missioni di Oriente. Arrivato a Venezia per imbarcarsi fu, invece, mandato nel convento di Chioggia, poi in quelli di Vicenza, e di Bologna, già imponendosi quale eccellente oratore, costretto non raramente a predicare all'aperto per l'angustia delle chiese in rapporto allo straripante uditorio.
In Bologna, prima del 1334, predicò il culto a s. Marta e riuscì a farvi costruire un convento e una chiesa a lei dedicati; nel 1334 predicò in Bergamo dal 21 settembre al 30 novembre e vi fece edificare un monastero e una chiesa per le domenicane, pure dedicati a s. Marta (oggi, ne rimane solo il fabbricato, restaurato nel 1936): le monache ne presero possesso il 29 luglio del 1340 (anche una sorella di Venturino, soror Catalina de Apibus de Lemine, si fece monaca in S. Marta).
Nel 1335 organizzò un pellegrinaggio di penitenza da Bergamo a Roma, con l'intento di facilitare la conversione dei peccatori alla penitenza, di indurre guelfi e ghibellini alla pacificazione e di riconciliare col papa i numerosi scomunicati bergamaschi.
La partenza avvenne il 5 febbraio 1335: la numerosa «processione» che lo seguì, fece sosta anche in Firenze (lo stesso Giovanni Villani ne testimonia).
Giunto a Roma, vi dimorò e vi predicò per dodici giorni (per es. a S. Maria della Minerva e al Campidoglio). Ne partì, poi, coi fratello Jacopo Domenico, per presentarsi in Avignone al papa, Benedetto XII, il quale forse diffidò (come parve diffidare, in seguito, anche Clemente VI) del temperamento entusiasta (facile a essere ritenuto utopistico) di Venturino e delle sue apparenze di agitatore.
Ne seguì un interrogatorio nel quale gli furon fatte trentanove domande; poi la sospensione (il De Peregrinis dice che ciò avvenne Diaboli persuasione) dalla facoltà di predicare e di confessare e l'esilio a Aubenas in Francia (v. Lettera di Benedetto XII al Vescovo di Anagni relativa al pellegrinaggio di Venturino, in Archivio Segreto Vaticano, Epistolae Secretae, ar. I, Reg. 130, n. 142, f. 29).
Negli otto anni di pena e di esilio Venturino scrisse lettere e trattatelli spirituali come De Spiritu Sancto, In Psalterio decacordo, De humilitate (frammento), De Profectu spirituali, De remediis contra tentationes spirituales.
Egli fu, in seguito, liberato nel 1343 da Clemente VI che in pubblico concistoro lo riabilitò, restituendogli la facoltà di predicare e confessare e lo inviò in Italia a predicare la Crociata nell'archidiocesi di Milano.
Tornato ad Avignone, nel 1344 accompagnò i crociati da Marsiglia in Oriente, circondato da straordinario entusiasmo. Ma non appena arrivato a Smirne, sfinito dalle fatiche apostoliche e dalle penitenze, Venturino morì il 28 marzo 1346, a quarantadue anni.
Venturino fu maestro di grammatica come suo fratello e come suo padre, che egli, fin dai quattordici anni di età, fu in grado di sostituire sulla cattedra; fu, però, soprattutto predicatore popolare efficacissimo, contemplativo di rude temperamento, convinto e ardente nella propria missione di riformatore; fu anche taumaturgo.
Macilenta e asciutta la figura; facile e pronta la parola, sia in latino, sia in italiano (conosceva il francese e un poco anche il tedesco). I suoi sermoni avevano tinte terribili, il suo temperamento era appassionato, la vita spirituale intensa, il misticismo ardito, accentuato il profetismo.
La Legenda, scritta da un contemporaneo, serve a darcene un genuino ritratto esteriore, soprattutto nei capitoli in cui è indotta la testimonianza autobiografica dello stesso Venturino; mentre le sue lettere scavano più a fondo nella sua fisionomia spirituale. Purtroppo, a causa delle molte peripezie, se ne son salvate poche: al presente, dieci, più una indirizzata come risposta da Venturino a un canonico inglese della chiesa di Oxford e ritrovata dal Kaeppeli.
Tali lettere comprendono l'arco di tempo che va dal 1332 al 1340. Nella sua corrispondenza, Venturino aveva destinatari in Italia. Germania, Francia, Inghilterra, Spagna: ecco alcune intestazioni delle sue lettere: «Ihesu Xristus onor meus, oppure, Ave Maria, oppure, In nomine Patris et Fuji et Spiritus Sancti Amen». In esse egli definisce se stesso «frater Venturinus peccator, oppure, ille pauperculus Venturinus, o anche, ille homo tepidus, homo peccator ignotus, e perfino, velut rana loquax, praesuniptuosus et garrulus »...
Si rilevano notevoli affinità tra la struttura delle lettere di Venturino e quella delle lettere di s. Caterina da Siena.
Alla fine delle lettere, inoltre, Venturino dipingeva le insegne della passione; diceva talvolta «Crux Christi signum meum»; sembra, infatti, che fosse un discreto e appassionato cultore del disegno. Con le lettere, inviava anche strumenti di penitenza.
Estraneo a interessi politici, egli era sostenuto dalla consapevolezza di essere ispirato da Dio. Benché competente nella grammatica e nella retorica, l'impulso che lo spingeva a scrivere era soprattutto l'ardore (bulliunt intima cordis) dello spirito: talora confessa che, pur trovandosi a giacere in letto per dormire, si sente costretto a balzar fuori e a impugnare la penna «spiritu ad charitatis exercitia vehementius instigato».
Venturino contava, tra gli amici, fra' Giovanni di Tambach (oggi Dambach) presso Strasburgo e fra' Giovani Taulero, tutt'e due domenicani e grandi apostoli (anche per influsso di Venturino). Si deve, anzi, riconoscere che nella cerchia dei mistici tedeschi del sec. XIV, il santo entrò più come maestro che come discepolo. Manca, però, tuttora una caratterizzazione esauriente della sua mistica e un pieno confronto di essa, sia con quella degli amici tedeschi, sia con quella di altre correnti spirituali del tempo.
Egli è commemorato il 28 marzo.
Una tela (forse del Ceresa), situata nella sagrestia della grande chiesa dei Domenicani in Bergamo, lo rappresenta in atto di assorta meditazione con un libro aperto tra le mani; sotto c'è la scritta: Beatus Venturinus Ceresolus. Forse la sua figura è riconoscibile anche in una tela di Francesco Zucchi, collocata al secondo altare di sinistra (per chi entra) della medesima chiesa: vi si celebra il SS. Nome di Gesù adorato dai Beati dell'Ordine Domenicano.
(Autore: Pietro Bertocchi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Venturino di Bergamo, pregate per noi.
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