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Il Santuario > Pompei tra Cronaca e Storia
Il pensiero del Cardinale sulle Opere di Pompei
Alla gran mente del Cardinale Alfonso Capecelatro, in cui era tanta chiaroveggenza di fatti sociali e religiosi della sua epoca, non poteva sfuggire la singolare importanza e il carattere proprio dell'Opera meravigliosa di Pompei e lo rileviamo da un documento prezioso, dal Discorso cioè che egli tenne a Valle di Pompei nel Maggio del 1891, quando, è bene notarlo, l'Opera era quasi ancora al suo principio tanto che non era ancora neppure istituito l'Ospizio Educativo pei Figli dei Carcerati. Il discorso fu recitato nella solenne Dedicazione del Tempio, quando a celebrare la Vergine di Pompei in una serie di festeggiamenti che si protrasse per un intero mese invitammo il fiore degli oratori sacri italiani, appartenenti al S. Collegio dei Cardinali, all'Episcopato, al Clero secolare e agli Ordini religiosi. Da quel discorso, che è una delle più fulgide gemme incastonate nella corona ideale della nostra taumaturga Regina, stralciamo alcune pagine più importanti, in cui si riflette tranquillo e luminoso il pensiero dell'eminente Porporato sulle Opere sante di Pompei:« Come questo Santuario nascesse voi lo sapete.
Fu il frutto di una fede viva, costante, tetragona contro innumerevoli difficoltà; di una fede che parve inquieta, sino a che non trovò pace nella grande opera che produsse; di una fede infine che, mentre cercava Iddio e il suo regno, lo cercava per mezzo della benedetta Maria, e Maria la guardava nel dolcissimo mistero del Rosario. Chi fosse l'uomo, a cui Iddio fece dono di questa fede ardente, congiunta con una natura poetica e vivacissima voi lo sapete. Conoscete pure la compagna della vita di lui, eletta anch’essa dalla Provvidenza a cooperatrice della edificazione del Santuario.
Sulle prime si voleva soltanto diffondere un alito di religione e di vita morale nei pochi abitatori di questa Valle, mercè la devota recitazione del Rosario: poi si pensò a mettere nella chiesina parrocchiale quasi cadente una vecchia tela della stessa Madonna. Infine, poiché la fede, quando è viva, ha una fecondità inesauribile, quindici anni addietro si gettò la prima pietra per edificare qui una chiesa, e quella chiesa è il Santuario che vedete. Uditori carissimi, chi lo ha edificato questo Santuario? Non soltanto la fede del suo edificatore, ma di moltissimi. — Chi ha eccitato questa fede? — La benedetta Madre di Dio, per mezzo di miracoli e di grazie singolari. — Certo, altre cagioni umane e d’ordine inferiore non sono mancate; ma questo Santuario nella sostanza è tutto un’opera di fede e di miracoli. ù
Volgete lo sguardo attorno, e vedete. La fede e i miracoli hanno portato qui quasi due milioni di lire, che han prodotto questo tempio con gli splendori delle sue ricchezze, con le sue opere di arte e con tutto ciò che ha intorno. La fede e i miracoli hanno condotto qui, anche da lontani lidi, milioni di visitatori e di adoratori; la fede e i miracoli hanno diffusa la notizia e anche l’amore di questo Santuario prima in tutta Italia, poi in tutta Europa e in ultimo in tutto l’universo. Insomma, la fede e i miracoli sono stati la rugiada celeste, che ha fecondato il piccolo granello di senape, gettato qui dalla Provvidenza. Il quale piccolo granello si è già mutato ben presto in un grandissimo albero, alla cui ombra riposano le anime stanche dalle battaglie della vita, e desiderose di pace, di amore santo e di quella vita di pensieri, di affetti, di desiderj, di speranze celesti, che è la sola vita degna dell’uomo».
Indi il grande Cardinale si domandava: «Ma qual è mai l'ufficio particolare che la divina Provvidenza ha affidato a questo Santuario? E ne ha esso veramente uno? Io dico che lo abbia, come lo hanno tutte le opere della mano di Dio, e che in prima sia un Santuario promotore di carità contro il paganesimo rinascente. Questo Santuario è nato nella fine del secolo XIX, quando la Chiesa combatte da cento anni contro chi tenta di rifare pagano e l'uomo e la società civile. Le armi principali, onde la Chiesa combatte e vince, sono la fede e la carità. E il Santuario di questa Valle non solo è eccitatore di fede, come son tutt'i Santuari; ma è promotore di carità, e anzi è esempio bellissimo di quelle forme particolari che la carità prende nel nostro tempo, per ricondurre gli animi a Dio, e per impedire che la società civile per eccesso di egoismo e di orgoglio non imbarbarisca nuovamente. Qui attorno, la carità cristiana ha elevato un Orfanotrofio di oltre sessanta fanciulle, una scuola gratuita per bambini del popolo, asili infantili e case operaie; qui la carità diffonde la luce della religione e della virtù, mercè la stampa, e manda in giro, oltre parecchi libri in ciascun mese sessantamila copie di un Periodico religioso; qui la carità prende anche una forma scienziale, mercè l'Osservatorio meteorologico, che non è molto ci è stato eretto tra gli applausi di un Congresso di dotti. Per questo rispetto il Santuario di Pompei non rassomiglia a nessun altro; e si vede e si sente che è nato in questo secolo XIX, nel quale tanto grande è il bisogno di mostrare con la eloquenza dei fatti, che la fede cattolica sia seme fecondo di carità e di civiltà cristiana. Qui anzi in questa Valle di Pompei è giusto dire che la Sapienza divina c'insegni quel che debba essere una città cristiana, secondo il concetto evangelico.
Qui s'impara che la città cristiana è quella dove Iddio e il suo tempio stanno come nel centro di una grande sfera, dal quale si diffondono intorno continuamente raggi di luce e di vita morale in tutti gli abitatori. Nel medioevo nacquero migliaia di città e di paesi intorno ai monasteri e ai Santuari; e nei nostri tempi, mentre che talvolta si fabbricano città nuove o nuovi rioni di città, senza un pensiero al mondo di Dio, di chiese, di ospedali, di ricoveri di carità, è stupendo l'esempio di questa città nuova della Valle pompeiana. Vedetela questa città esemplare: incomincia col Santuario, con la casa degli orfani, con le scuole, con gli asili, e poi a poco a poco va formando l'ampia sfera delle case materiali, le quali vivono all'ombra della Casa di Dio, e all'ombra della carità di Dio. E pure ciò non ha impedito a questa città di triplicare già due volte in quindici anni il numero dei suoi abitanti!
Ma il Santuario di Pompei, anche per un altro rispetto compie l'ufficio particolarissimo di combattere con le armi della fede e della carità le sante battaglie del Signore contro i pericoli d'un paganesimo rinascente. Siamo qui nella Valle di Pompei, che gli antichi chiamavano Campo Pompeiano. Appena un chilometro di via ci discosta dall'antica Pompei: qua e là intorno al Santuario s'incontrano resti di monumenti d'ogni sorta della famosa città. Se, stando all'aperto, giriamo lo sguardo intorno, l'occhio abbraccia una lunga distesa di campi ubertosi e fioriti, e i due fiumi che la fiancheggiano e la catena dei monti, che si prolungano sino a Sorrento. Ma si volga dovunque il nostro occhio, è impossibile che esso non si fermi a guardare quel monte terribile e fumigante, vestito di ruvide scorie e pur bello; il quale è a ridosso della distrutta Pompei: celebrata da Tacito, da Floro e da Tito Livio, qui a lato della molle e corrottissima città pagana dissepolta, qui sorge il Santuario di Maria Santissima, e una nuova città cristiana: qui, alla città che dava culto e onore divino a Venere impudica, sottentra la città che si eleva attorno al Santuario della Vergine delle vergini: qui infine, come alla Roma pagana, s'è sovrapposta la Roma cristiana; così alla Pompei pagana si è assisa accanto la Pompei cristiana. «Tutto questo non è senza un mistero di Provvidenza, ed ha una profonda significazione. Il Santuario di Pompei è sorto come un baluardo contro i rei tentativi di rireparare il mondo con miscredenza nuova, e anzi di renderlo, per alcuni rispetti, assai peggiore del mondo pagano antico. Questo baluardo è affidato a un nome possente di santità, di bellezza, di perfezione, che è il nome santo di Maria, al nome di Colei che la divina Scrittura paragona alla torre di Davide e a un oste poderosissima schierata in battaglia. Il modo straordinario di come è sorto questo Santuario, lo dice il luogo che non può essere più adatto. Le due civiltà, l'antica e la nuova, sono qui l'una in faccia dell'altra. Il Cristianesimo non rigetta di quella se non la parte rea e corrotta. Quanto essa aveva di bene l'ha raccolto nel suo seno, e lo ha benedetto con la benedizione di Dio. Qui, arrestando per poco gli sguardi sull'antica Pompei così vicina, noi lo possiamo ben dire. Le reliquie della coltura, dell'arte e della civiltà pagana, che di giorno in giorno in questo luogo si vanno dissotterrando, noi le veneriamo, sempre che siano reliquie di bellezza e di civiltà che non si oppongono all'infinitamente bello e all'infinitamente sapiente Ordinatore di civiltà. Ma ciò non c'impedisce di piangere amaramente sulla corruzione pagana, e di benedire il Signore che ci abbia dato in questa valle di benedizioni il Santuario e la città di Maria, come un simbolo della vittoria che il Cristianesimo ha riportata e riporterà sempre sul mondo pagano».
L’Eminente Porporato continuava a celebrare l’Opera grande che compie nel mondo la Vergine mercè l’Opera grande di Pompei. Egli diceva: «Or bene, uditori carissimi, perché mai la Provvidenza, in tempi tanto oscuri e difficili quanto sono i nostri, ha fatto sorgere questo Santuario nel nome della Vergine del Rosario? Certo principalmente affinché la Madre del bello amore riconduca le anime peccatrici a Dio, e avvicini più a lei le anime buone. Qui la Madre del bello amore, imitando i miracoli del Figliuol suo benedetto, sana gli infermi nel corpo per sanare gli infermi nello spirito: qui mostra la potenza del suo braccio sulla natura esteriore, per far conoscere quella tanto maggiore, che ella ha nel governare gl’intelletti e i cuori. Ancora, Maria da questo luogo diffonde la notizia del Santuario e dei miracoli suoi in tutta Europa e anche al di là nell’Asia, nelle isole oceaniche e nell’America, sino tra gli eretici e gl’infedeli, affinché ai miracoli esteriori del corpo si uniscano i miracoli interiori della carità e della grazia. Ogni più piccola semenza di fede, che i miracoli e le grazie della Vergine di Pompei diffondono nelle anime, è una semenza di conversione a Dio, di vita morale e di perfezione cristiana.
Oh, se l’occhio umano potesse penetrare nei profondi nascondimenti delle anime, e vedere quale onda di vita religiosa e morale si sia diffusa in soli quindici anni in «tutta la cristianità, mercè la fede eccitata da questa Vergine di Pompei, oh quanti pregiudizi cadrebbero! oh quanti cattolici benedirebbero la Madre santissima del bello amore dei benefici ch'ella ci mostra in questa Casa del Figliuol suo benedetto! E poi, m'è caro il dirlo oggi da questa Cattedra di verità, le sole conversioni dei pubblici peccatori, avvenute per mezzo dei miracoli, o anche della pietà del popolo in questo Santuario, sono molte, e io ne ho notizie precise e sicure. Rallegratevi dunque con me, o figliuoli, e intoniamo insieme cantici di benedizione al nostro Iddio, che è la Madre del bello amore qui in questo Santuario a molti ha ridonata la luce della fede, ad altri il desiderio della penitenza salvatrice, ad altri un visibile progresso nelle vie del bene.
Chi poi, spingendo l'occhio avanti nelle età future, potrebbe mai dire quali siano i disegni di Dio e di Maria santissima intorno a questo Santuario? Io li ignoro. Ma niente ci vieterebbe di pensare che questo Santuario sia per diventare in tutta la cristianità un istrumento efficace del ritorno delle anime a Dio e del perfezionamento loro. Se guardiamo a ciò che è avvenuto in questi primi quindici anni di vita di questo tempio, non mi pare che sia audace il credere che l'opera del Signore qui continuerà in benedizione, e che questo Santuario sarà come una nuova fontana di grazie a tutto il genere umano».
Poi, seguendo sempre nella sua analisi luminosa e serena dell'Opera Pompeiana, il Card. Capecelatro continuava ancora: «Ma in questo Santuario la Vergine del Rosario compie anche un ufficio di amore particolare verso tutta la Chiesa militante. La vita della Chiesa militante, poiché s'incentra nel Papato, e dal Papato attinge il suo vigore, ha particolari attinenze con l’Italia nostra, e per certo modo in essa pure s’incentra. Ora, nel percorrere gli annali e le cronache d’Italia, si vede con soave letizia che il nome benedetto di Maria santissima entra nella nostra storia, e presiede ai più grandi avvenimenti di essa. La storia dei nostri cento Santuari dedicati a Maria, e d’innumerabili chiese pur dedicate a lei, si unisce quasi sempre con i dolori, con le allegrezze e con le vittorie del popolo italiano: onde riesce quasi impossibile d’incontrare nelle nostre storie un fatto di qualche momento, in cui non entri il nome di Maria benedetta. Ella invero, Madre del bello amore, a volte fugò dall’Italia le carestie, a volte fermò i terremoti, a volte troncò le pestilenze, a volte rallegrò le campagne con la pioggia desiderata, a volte infine sui campi di battaglia disperse i nemici nostri e della nostra fede, e ci impetrò la vittoria. «Che dire poi particolarmente della Vergine del Rosario? Il titolo suo sul principio fu il titolo di Maria santissima delle Vittorie, e a lei si debbono due grandi vittorie cristiane, che salvarono la fede e la civiltà dall’irrompente barbarie musulmana; la vittoria di Lepanto nel 1571, e quella di Temeswar nel 1716. L’una e l’altra furono vittorie segnalate di Cristo maestro, duce e sposo della Chiesa; ma quella di Lepanto riuscì anche più ammirabile dell’altra, perché si congiunse con un miracolo di San Pio V, liberò moltissimi schiavi cristiani, e distrusse del tutto il primato della marina musulmana nel Mediterraneo. Dippiù, la vittoria che la Vergine del Rosario c’impetrò a Lepanto, notatelo bene, fu anche in gran parte una vittoria nostra e italiana; perché l’armata vincitrice aveva navi veneziane, genovesi e papali, ed era capitanata, insieme con Giovanni d’Austria, dal genovese Giann’Andrea Doria, dal Barbarigo veneziano e da Marcantonio Colonna romano. Poiché dunque Maria Vergine, onorata col titolo del Rosario, è la grande protettrice della Chiesa nei giorni dei pericoli e delle battaglie; per questo appunto il nostro amatissimo Pontefice Leone XIII si è sforzato per vari modi d'infiammare nei fedeli la devozione a Maria del Rosario. E, certo, Maria del Rosario, la Madre del bello amore, indubbiamente, aiuterà oggi la Chiesa nelle sue battaglie morali, anche più che non ha fatto altre volte nelle materiali.
«Oggi poi, che la Vergine del Rosario ha qui un nuovo tempio, dal quale diffonde una gran luce di miracoli, di fede e di carità in tutta la cristianità; oggi, che da tutte le parti del mondo vengono qui oltre sessantamila pellegrini l'anno a venerare la Madre del bello amore; oggi che forse milioni di anime si volgono a lei, e pensano a Maria benedetta, unendo questo soavissimo pensiero alla Valle e al Santuario di Pompei; oggi è giusto sperare l'aiuto efficacissimo di Maria alla Chiesa.
Come Maria si è mostrata Madre del bello amore in questo Santuario, salvando molte e molte anime; così da questo luogo ella distenderà le ali della sua efficacissima protezione sulla Chiesa militante, e le impetrerà quelle vittorie morali contro le colpe e le passioni, che le fanno, ora soprattutto, una durissima guerra.
Non pare che questo sia il pensiero del sapientissimo Vicario di Gesù Cristo che ci governa? Perché mai Egli ha arricchito di privilegi e d'indulgenze questo Santuario? Perché lo ama, lo benedice e lo protegge sino a dichiararlo Santuario suo e della Sede Apostolica? Perché si studia di accrescerne le bellezze e la fama, se non perché è convinto che questo Santuario, eccitando la fede di molti, riuscirà a darci sempre nuovi frutti dell'amore.
*Preghiera
per la fede del popolo italiano
(Da un
discorso del Card. Capecelatro sulla Madonna di Pompei nel Maggio 1891)
«Ma Tu, o
Vergine delle Vergini, o Madre di Dio e Madre nostra, Tu che fosti beata per la
fede, beata quae credidisti, deh! accresci la fede di tutti e particolarmente
del popolo italiano.
Concedi a
questa nazione, dove risiede chi tiene il luogo del tuo Figliuolo in terra, una
fede ancor più viva, santa e operosa, che ci elevi l'intelletto e il cuore per
mezzo di te a Dio, che ci abbellisca l'anima della bellezza celestiale delle
sante virtù, che ci dia sempre nuovi splendori di sapienza e nuove fiamme di
carità… Deh! Maria,
Tu che ami particolarmente questa terra d'Italia, che è
pure la terra prediletta del tuo divino Figliuolo, deh! dona a lei una gran
fede, donala anzi a ciascuno dei suoi figli; e la fede viva e possente sarà il
seme della nostra vera grandezza e della pace tanto desiderata da tutti, e
particolarmente dall'amantissimo Pontefice che ci governa: Amen.
*Antonio Illibato
xxxù

Attivo collaboratore di Bartolo Longo per le opere pompeiane e l’oratore ufficiale del Santuario. Settimanalmente si recava a Pompei per le confessioni alle suore e alle orfanelle e per la compilazione del bollettino “Il S. Rosario e la Nuova Pompei”, in cui comparvero numerosi suoi articoli talvolta anonimi, ma più sovente firmato dallo stesso Bartolo Longo. Diresse il bollettino pompeiano per trentaquattro anni, fino alla morte
Biografia
24 gennaio 1877 – 22 maggio 1935
Nato a Napoli il 24 gennaio 1877 - Battezzato il 28 gennaio 1877 nella Parrocchia di SS.ma Trinità alla Cesarea – Napoli (battesimo celebrato in casa); ricevette il Sacramento della Confermazione il 28 ottobre 1899 nella Parrocchia dell’Arenella;
Studio:
- Studi secolari – Liceo “Umberto I” – Napoli con il massimo dei voti - Studi Teologici – Seminario - Laurea in Teologia - Laurea in Filosofia – Roma - Ascritto al clero di Napoli come chierico esterno: 13 gennaio 1896 - Diaconato: 27 maggio 1899 – card. Giuseppe Prisco - Presbitero: 9 giugno 1900 – card. Giuseppe Prisco
Incarichi:
* Predicatore (abilitato 13 ottobre 1900)
* Confessore (esame 4 settembre 1905) dispensa per ascoltare la confessione delle donne nella sola chiesa della Cesarea (23 ottobre 1907) la pagella (6 novembre 1909);
* Collaboratore del giornale “La Croce” – Napoli
* Animatore della Cappella serotina alla Salute
* Membro dell’Almo Collegio dei Teologi – Napoli dal 1907
* Assistente dell’Opera giovanile S. Maria Avvocata
* Insegnante alla Scuola di religione per operai
* Fondatore insieme a d. Gaetano de Cicco la cappella di Piazza Confalone;
* Rettore del Santuario S. Maria della Pazienza alla Cesarea dal 1907;
* Fondatore del Circolo “Annibale Cesareo” – Napoli dal 1910;
* Fondatore del Circolo universitario “San Tommaso d’Aquino” – Napoli dal 1912;
* Abate del Santuario di S. Maria della Cesarea dal 1916;
* Assistente della FUCI dal 1912;
* Assistente delle donne dal 1916;
* Assistente della Gioventù Femminile dal 1920;
* Assistente della Gioventù diocesana di Azione Cattolica dal 1924;
* Allo scoppio della prima guerra mondiale Fabozzi soffrì dolorosamente per il tragico destino di molti dei suoi fucini e dei giovani che guidava spiritualmente. Li seguì con un fitto carteggio, ma li seguì anche materialmente nelle retrovie del fronte, ove si recò per incontrarsi e sostenerli in quei momenti di prova;
* Assistente degli Esploratori
* Membro della Commissione regionale per l’insegnamento religioso nelle scuole dal 1924;
* Socio onorario nell’Accademia Ecclesiastica per la sezione di Teologia dal 5.6.1930;
* Confessore in Seminario
* Docente in Seminario
* Canonico onorario della Basilica della Madonna del Lauro in Meta di Sorrento;
* Delegato Arcivescovile nelle scuole dello Stato;
* Canonico diacono della Cattedrale di Napoli (possesso 26.12.1924);
* Preposito dell’arciconfraternita dei Pellegrini;
* Tenne la commemorazione funebre di mons. Michele Zezza di Zapponeta il 28 giugno 1927;
*Terziario domenicano
Morì il 23 maggio 1935 nel primo pomeriggio, dopo dodici anni, i suoi resti mortali, furono traslati nella chiesa di S. Maria della Pazienza alla Cesarea in Napoli.
Autore: Articoli, fascicoli, volumi:
* In memoria di mons. Domenico Princi. Elogio funebre recitato nella chiesa della Cesarea, Napoli, 1902, Marchese, pp. 1;
* Alla pia memoria di Dom. Princi. Elogio funebre, Napoli, 1902, Tipi Marchese, pp. 1;
* Lo studio della Chiesa e la coscienza moderna. Discorso pronunziato nella parrocchia dell’Ascensione a Chiaia alla presenza dell’E.mo Signor Cardinale Giuseppe Prisco, Napoli, 1906, Tipografia Napoletana F. Ricciardi, [estratto da <<La Voce del Cuore di Gesù>>], pp. 1;
* La risurrezione di Gesù Cristo rivendicata dalla critica di Harnach e di Loisy, in Rivista “Scienze e lettere”, anno VII, gennaio 1908. pp. 317 – 327; febbraio 1908, pp. 417 – 432 [con Emanuele Murino];
* Le glorie del cuore eucaristico. Discorsi due, Napoli, 1911, Melfi e Joele, pp. 1;
* Panegirico di San Marcellino recitato in Piedimonte d’Alife il 2 giugno 1918, Napoli, 1918, Casa della Buona Stampa, pp. 1;
* Commemorazione dell’aspirante ufficiale Mario Foti, vicepresidente del Circolo “Annibale Cesareo”, Valle di Pompei, 1918, Scuola Tipografica Pontificia per i figli dei carcerati;
* Antica e nuova apologetica. Prolusione al corso di cultura religiosa tenuto nel Circolo cattolico universitario di Napoli nell’anno 1922, Valle di Pompei, 1922, Scuola Tipografica Pontificia per i figli dei carcerati, pp. 1;
* Il cristianesimo dinanzi alle opposte tendenze del pensiero italico: materialismo e neo-idealismo, Valle dei Pompei, 1924, Scuola Tipografica Pontificia per i figli dei carcerati, pp. 1;
* Elogio funebre di Suor Maria Ester, giovane provinciale delle Suore della Carità, recitato nella chiesa di Regina Coeli il 27 novembre 1924, Napoli, 1925, Tipografia F. Giannini e Figli, pp. 1;
* Elogio funebre di Bartolo Longo, detto nella Basilica Pontificia di Valle di Pompei nei solenni funerali celebrati sabato 6 novembre 1926, Valle di Pompei, 1927, Scuola Tipografica Pontificia per i figli dei carcerati, pp. 1;
* Nelle solenni esequie di S. E. Mons. Michele Zezza, patriarca di Costantinopoli, già arcivescovo di Napoli. Elogio funebre letto nel Duomo di Napoli il 28 giugno 1927, Valle dei Pompei, 1927, Scuola Tipografica Pontificia per i figli dei carcerati, pp. 1;
* Panegirico del B. Ghebre Michael recitato il 17 luglio 1927. Piacenza, 1927, Collegio Alberoni, pp. 1;
* Discorso per la prima messa solenne del sac. Erberto D’Agnese, Pompei, 1927, Scuola Tipografica Pontificia per i figli dei carcerati, pp. 1;
* Elogio per il solenne funerale del Fondatore dell’Opera Bartolo Longo nella Valle di Pompei, in “Il Rosario e la Nuova Pompei”, Anno XIV – Quadr. I, gennaio – febbraio 1927, pp. 17 – 33;
* Pompei. I. La catastrofe. II. L’antitesi; III. La risurrezione. Conferenza tenuta nel gran salone dei convegni il 4 marzo 1928, Pompei, 1928, Scuola Tipografica per i figli dei carcerati, pp. 1;
* Nella scuola italiana. Insegnamento dommatico. Pretese neo-idealistiche. Conferenza edita a cura della Federazione Universitaria Cattolica Italiana, Roma, 1928, Editrice Studium, pp. 1;
* Il nuovo patto fra Chiesa e Italia. Sguardi retrospettivi e orizzonti nuovi. Conferenza tenuta nel Circolo Cattolico Universitario di Napoli, Napoli, 1929, Michele D’Auria Tipografo Editore Pontificio, pp. 1;
* Le glorie del cuore eucaristico, Pompei, 1929, F. Sicignano, pp. 1;
* Nel centenario benedettino. Il legislatore dell’anima e della civiltà. Commemorazione recitata nella R. Università di Napoli, Napoli, 1929, Michele D’Auria Tipografo Editore Pontificio, pp. 1;
* Discorso per l’inaugurazione del monumento alla contessa de Fusco nel Santuario di Pompei nel 13 febbraio 1930, Pompei, 1930, Scuola Tipografica Pontificia per i figli dei carcerati, pp. 1;
* Nel centenario di Aurelio Agostino. Le armonie di una vita e di un pensiero. Commemorazione tenuta nella R. Università di Napoli nella Sala De Sanctis, Pompei, 1930, Scuola Tipografica per i figli dei carcerati, pp. 1;
* Pedagogia cristiana e pedagogia laica, in “Rivista Scienze e Lettere”, dicembre 1930, pp. 305 – 317;
* La critica alla soluzione cristiana del problema del male in Antonio Aliotta, in “Rivista Scienze e Lettere”, febbraio 1931, pp. 3 – 20;
* Nella commemorazione del Concilio di Efeso, “Nova et vetera”, in “Rivista Scienze e Lettere”, agosto 1931, pp. 196 – 203;
* I fulgori della Medaglia Miracolosa. Nel primo centenario dell’apparizione alla Ven. Suor Caterina Labouré delle Figlie della Carità, triduo predicato nella Cattedrale di Catania, in Messina e in Milazzo, Pompei, 1931, Scuola Tipografica Pontificia per i figli dei carcerati, pp. 1;
* Discorso per l’inaugurazione dell’organo nel Duomo di Napoli, in “Rivista Scienze e Lettere”, gennaio 1932, pp. 3 – 18;
* Il culto del cuore eucaristico nell’ora presente. Discorso recitato in Roma, nella chiesa pontificia di San Gioacchino a’ Prati di Castello, il giorno 9 giugno 1932, Pompei, 1933, Tipografia di Francesco Sicignano, pp. 1;
* Christus rex, Firenze, Volume 1, 1933, Volume 2, 1933, Volume 3, 1934;
* Il cuore eucaristico nella luce di due centenari, Pompei, 1934, Tipografia di Francesco Sicignano, pp. 1;
* Fiamme e splendori del Cuore Eucaristico. Tre discorsi con prefazione di S. E. Mons. Angelo Bartolomasi, Pompei, 1934, Tipografia di Francesco Sicignano, pp. 1;
* Panegirico del B. Giuseppe Pignatelli della C. d. G., recitato nella chiesa del Gesù Nuovo nelle solenni feste per la beatificazione, Pompei, 1934, Tipografia di Francesco Sirignano, pp. 1;
* La visita a sette altari nella chiesa della Cesarea in Napoli, con le grandi indulgenze dei sette altari privilegiati di San Pietro in Roma, Napoli, 1935, Tipografia Gioventù Italiana, pp. 1;
Bibliografia:
* Pel novello sacerdote Edoardo Alberto Fabozzi. Discorso. 10 giugno 1900, Salerno, 1900, Stabilimento Tipografico Fratelli Jovane, pp. 1;
* In Bollettino Salesiano 50 (1926) p. 202;
* De Simone Giuseppe, La cultura cattolica nel Mezzogiorno, in <<Vita e Pensiero>> 17 (1931), pp. 355 - 360;
* In Bollettino Salesiano 58 (1934) pp. 307 – 308;
* in “Il Mattino”, del 25 maggio 1935;
* in “L’Osservatore Romano”, del 26 maggio 1935;
* “L’Avvenire” del 26 maggio 1935;
* in “Bollettino ecclesiastico dell’Arcidiocesi di Napoli, anno 1935, pp. 113 – 117, 212 - 213;
* D’Agnese Erberto, In memoria di Mons. Fabozzi, in “Bollettino Eucaristico dell’Arcidiocesi di Napoli” 22 (1935) n. 6, pp. 1;
* Marseglia Vincenzo, Discorso funebre per l’anima eletta di E. A. Fabozzi, Pompei, 1935, pp. 1;
* Di Jazeolla Corrado, Nel trigesimo della morte dell’Eccellentissimo Monsignore Edoardo Alberto Fabozzi, canonico della Metropolitana di Napoli, abate della Chiesa della Cesarea, avvenuta il 23 maggio 1935, Napoli, 1935, Stabilimento Industrie Editoriali Meridionali, pp. 1;
*Ricordando Mons. Fabozzi, in “Bollettino Ecclesiastico dell’Arcidiocesi di Napoli” 17 (1936) pp. 124 – 125;
* Leonetti Antonio, Mons. Alberto Fabozzi, canonico della Metropolitana, in “La Croce” 5 ottobre 1947, p.;
* Leonetti Antonio, Mons. Fabozzi, oratore-scrittore-sacerdote, in “La Croce” 12 ottobre 1947, p.;
* In “La Croce” 7 dicembre 1952, p.;
* Viglietti Vitale, Mons. Edoardo Alberto Fabozzi, in “La Croce” 17 aprile, 30.10.1960;
* Muller Giuseppe, Mons. E. A. Fabozzi. Ricordi. Napoli, 1960, pp.;
* Zitarosa Gerardo Raffaele, Mons. Eduardo Alberto Fabozzi scrittore, in Id. Tre benefattori, Napoli, 1967, Edizioni Bideri S. P. A., pp. 73 - 82;
* La Campania dal Fascismo alla Repubblica. Società, politica, cultura, a cura di Luigi Cortesi, Giovanna Percopo, Sergio Riccio, Patrizia Salvetti, I: Società e politica, Napoli, 1977, Regione Campania – Comitato per le celebrazioni del XXX anniversario della Resistenza, pp. 25, 199;
* Chiesa, Azione Cattolica e Fascismo nel 1931. Atti dell’incontro di studio tenuto a Roma il 12-13 dicembre 1981, Roma, 1983, AVE, pp.;
* Violi R. P., Fabozzi Eduardo Alberto, in “Dizionario Storico del Movimento Cattolico in Italia, 1860 – 1980, Torino, 1984, Vol. III/1, pag. 342;
* Viglietti Vitale – Muller Giuseppe, Edoardo Alberto Fabozzi, in “Campania Sacra”, Napoli, 1984 – 1986, 15 – 17, ed. M. D’Auria, pp. 341 – 343;
* Tabasco Luigi, Mons. Edoardo Alberto Fabozzi, (1877 – 1935), in La Congrega dei 63 sacerdoti sotto il titolo di S. Carlo Borromeo – Napoli, I nostri compagni di viaggio, Napoli, 1999, pp. 26 – 31;
* Orlando Pasquale, Storia del Capitolo Cattedrale di Napoli (sec. XX). II parte. L’episcopato del Card. Alessio Ascalesi, Napoli, 2003, pp. 72 – 82;
* Dovere Ugo, Dizionario biografico dei canonici della Cattedrale di Napoli. (1900 – 2000), Roma, 2015, Edizioni di Storia e Letteratura, pp. 96 – 98;
* Rivieccio Francesco, Fabozzi Eduardo Alberto 1877 – 1935, in Sito elettronico “Chiesa di Napoli”, Necrologio, mese di maggio, scheda, pp. 1 – 6.
* Scheda aggiornata al 13 giugno 2019
(di: Eduardo e Riccio Maria)
Padre Enrico Buondonno è nato a Gragnano (NA) il 22.10.1912 vive nel Convento dei frati Minori di “S. Maria degli Angeli” di Nocera Inferiore (SA).
Intensa è la sua attività in campo della musicologia e del canto, compositore di opere a tema Mariano tra cui Ave Maria, Litanie Lauretane, Lodi, Canti ed Inni.
In occasione del cinquantesimo di Sacerdozio dalle pagine del periodico “Il Rosario e la Nuova Pompei” del 21 luglio 1985, si legge: “Cinquanta anni di Sacerdozio di P. Enrico Buondonno, O.F.M.
Una vita dedicata al servizio del Signore, dando esempio di francescana semplicità nel mondo dell’arte musicale sacra e profana. Cade nell’ Anno Europeo per la Musica questa fausta ricorrenza che fa gioire quanti sono stati suoi colleghi e allieve nelle scuole e nei cori.
Consigliere Nazionale dell’A.I.S.C., maestro di musica per 30 anni nel Seminario Regionale Pio XI di Salerno, insegnante nei Conservatori di Cosenza e di Reggio Calabria, Vice Direttore presso il Conservatorio di S. Pietro a Maiella di Napoli, P. Enrico Buondonno gode tra i suoi colleghi ed allievi di una profonda stima, sacerdotale ed artistica.
Numerosi sono i suoi titoli di merito riconosciuti ad alti livelli.
Nota è la collaborazione che offre come direttore dei “Pueri Cantores di S. Chiara” presso il Teatro S. Carlo di Napoli e con la Radio e Televisione di diverse nazioni.
Padre Enrico Buondonno è profondamente legato alla Madonna del Rosario di Pompei.
Numerose e importanti, per la vita di questo Santuario, sono le occasioni che lo hanno visto collaboratore fine, efficace ed esperto nel campo musicale, occasioni dalle quali ha tratto ispirazione per esprimere in musica i suoi affetti verso la Vergine del Rosario e verso il suo apostolo, il Beato Bartolo Longo.
Riviviamo alcune date che testimoniano il profondo legame che unisce P. Enrico Buondonno alla storia del Santuario di Pompei.
- 11 novembre 1962. Inaugurazione del monumento a Bartolo Longo nella piazza del Santuario alla presenza del Capo dello Stato Antonio Segni.
Per l’occasione compone una “Cantica a Bartolo Longo” eseguita sotto la sua direzione dal coro composta dai Seminaristi, dagli Orfani e dagli Alunni delle scuole di Pompei.
- 23 aprile 1965. In occasione del restauro del Quadro della Madonna del Rosario, Padre Enrico Buondonno dirige nella Basilica di S. Pietro in Roma, alla presenza di Sua Santità Paolo VI, il coro costituito dagli alunni degli Istituti del Santuario. Per questa occasione compone “L’Inno del Rosario” (15 misteri), inciso poi su disco.
- 12 dicembre 1965. Benedizione del nuovo Seminario di Pompei.
Alla presenza del Cardinale Alojsi Masella, dell’On. Stefano Riccio, sottosegretario di Stato, e di numerose autorità, dirige una Schola Cantorum del Seminario Regionale di Salerno.
- 13 novembre 1080. Celebrazione per la Beatificazione di Bartolo Longo. Dirige la Messa a tre voci miste dedicate al Beato, da lui composta per l’occasione, ed eseguita dal “Coro Pompeiano” con la collaborazione all’organo del M° Enzo Marchetti. (R.N.P. 1985).
(Prof. Mario Rosario Avellino)
Il Maestro Enzo Scatragli è nato a Castiglion Fiorentino, in provincia di Arezzo, il 15 Febbraio del 1949.
Ha conseguito il diploma di orafo presso l’Istituto Margaritone di Arezzo e ha lavorato presso la “UNOA ERRE” di Arezzo come modellista e medaglista curando, nello stesso tempo, il lavoro di scultore e pittore, autodidatta, fino al 1977, data in cui esce dall’azienda orafa per dedicarsi prevalentemente alla scultura.
La prima opera pubblicata è del 1967, una Madonna con Bambino in marmo di Carrara, collocata presso il Villaggio del Giovane di Castiglion Fiorentino e, successivamente, un Crocifisso in cemento nero per la Chiesa della Madonna del Rivaio.
Da allora ha realizzato numerose opere pubbliche di carattere religioso.
Dal 1971 Scatragli ha esposto in innumerevoli mostre personali e collettive, sia in Italia che all’estero; tra queste ricordiamo quella a Roma, Palazzo Barberini, 1983 e, nel 1987, alla Galleria Senato di Milano.
A Roma Scatragli torna nel 1992, con una grande esposizione di scultura nella Sala degli Aranci del Complesso del S. Michele, nel Ministero dei Beni Culturali. La mostra, curata da Ferruccio Ulivi, Mario Guidotti e Claudio Strinati, fu patrocinata dai Presidenti della Camera e del Senato, dal Ministro per i Beni Culturali e della Regione Toscana.
Altre mostre personali: Arezzo, Sabaudia, Caprese Michelangelo, Pesaro, Castiglion Fiorentino, Ponte Buriano; inoltre a Lugano, in Svizzera, ed a S. Quirico d’Orcia, (SI), dove si tiene ogni anno una rassegna internazionale di scultori.
La serie delle mostre collettive inizia con le rassegne internazionali della medaglia d’arte (dal 1971 al ’75).
Nel 1975, 1976, 1977 è invitato da Mario Guidotti a “Forme nel Verde” a S. Quirico d’Orcia (SI), accanto ad artisti come Greco, Pomodoro, Cascella, Cappello e altri.
Nel 1977 espone ad “Arte e sport” a Firenze; nel 1981 a Ravenna (Biennale del Bronzetto dantesco) e nel 1983 a Roma /Sculptor Optimus).
Negli anni, ’85 – ’86 – ’87 ad Arezzo con il “Gruppo 85”.
Nel 1986 ad Arezzo con “60 anni di arte orafa Uno a Erre” e ad “Aurea Aretina”, due mostre del gioiello; la prima verrà poi portata, nello stesso, anno a Tokio.
(Prof. Mario Rosario Avellino)
Nasce a Castiglion Fiorentino, dove da bambino si diverte a plasmare figurine usando i mattoni in creta cruda che il padre, fornaciaio, porta a casa dopo il lavoro. A diciotto anni scolpisce a scalpello una Madonna alta un metro e novanta da un blocco di marmo donato da un prete e viene ricompensato con una striscia di marmo di Carrara da cui trae le sue prime opere, tra cui il Vecchio contadino. Dopo il diploma all'Istituto Professionale Orafi di Arezzo, lavora alla Uno a Erre, allora considerata la più grande azienda orafa del mondo, fino al 1977.
Negli anni settanta partecipa ad una serie di esposizioni e nel 1979 realizza il grande Crocifisso per Papa Giovanni Paolo II, che destina il dono alla Chiesa di San Tommaso d'Aquino.
La sua mostra del 1984 a Palazzo Barberini viene inaugurata dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Nel 1992 espone trentotto opere al Complesso monumentale di San Michele a Ripa Grande, sede del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, alla presenza dell'ex Presidente Amintore Fanfani, Francesco Sisinni, Ferruccio Ulivi, Mario Guidotti e Claudio Strinati.
Ispirato dall'arte orafa aretina e da scultori italiani come Manzù ed Emilio Greco, Scatragli è un esponente del moderno "realismo" che unisce influssi istintivi etruschi a elementi figurativi futuristici e avanguardistici. Si è dedicato anche alla realizzazione di numerose opere pubbliche, quali la "Crisalide" nello Scalone d'Onore del Senato della Repubblica a Roma, il Monumento allo Sport di Arezzo e il Monumento a Gino Severini a Cortona.
(Da: Vikimedia)
Il Padre Maestro Giacinto La Camera
Rettore del Santuario di Pompei
Il giorno di Sabato Santo, 6.4.1912, munito di tutti i conforti religiosi e di una speciale benedizione di S. S. Pio X, impartitagli dal Delegato Pontificio Sua Ecc.za Monsignor Augusto Silj, serenamente si spegneva, dopo lunga e tormentosa malattia cristianamente sopportata, il Rev.mo Padre Maestro Fra Giacinto La Camera dei Predicatori, Rettore del Santuario di Pompei.
Il giorno di Sabato Santo, 6 Aprile di quest’anno 1912, mentre le campane festanti sotto la gloria magnifica del cielo primaverile annunziavano l’Alleluia della Risurrezione alla Valle di Maria, spirava la sua bell’anima nel bacio del Signore il Rettore del Santuario Pompeiano, il Padre Maestro Fra Giacinto La Camera dei Predicatori. Padre La Camera era un modello di Domenicano, dolce e forte, dotto ed umile, contemplativo e apostolo, pronto, per spirito di carità, a darsi tutto agli altri, ed egualmente pronto, per spirito di mortificazione, a negare tutto a sè stesso. Era nato a Reggio il 27 Settembre 1843, e dalla sua Calabria, immensamente bella nelle sue folte boscaglie, nei suoi aspri precipizi, nei profili rigidi dei suoi monti, aveva ritratto nell’anima qualche cosa di rude, di austero, d’inflessibile, che cercava contemperare con la carità cristiana.
Egli era insomma socialmente un carattere, cristianamente una coscienza, uno di quei caratteri e di quelle coscienze che possono ingannarsi, possono anche perseverare nei loro errori, ma restano sempre rette e pure, perché non transigono mai con gli altri e molto meno con sé stesse. Fin da bambino fu consacrato dai pii genitori al Patriarca S. Domenico, indossandone per devozione l’abito bianco. Il 25 di Febbraio 1860, compiuto l’anno di noviziato, fece professione religiosa nel Convento di S. Domenico in Soriano, prendendo il nome di Fra Giacinto. Novizio e studente, si distinse sempre tra i compagni per la perspicacia dell’ingegno, per la tenacia nell’imparare, per l’austerità della vita, per l’osservanza accurata, minuziosa e, quasi direi, intransigente della Regola, per la sua pietà semplice, tenera, profonda, - pietà che diventava entusiasmo da fanciullo quando si parlava della Madonna e particolarmente della più poetica fra tutte le pratiche mariane che è il Rosario. Ordinato Sacerdote, fu mandato in qualità di professore e di sotto maestro dei Novizi a Roma, indi alla Provincia Domenicana di Tolosa in Francia. In questo tempo l’immortale ed eroico Garcia Moreno, Presidente della Repubblica dell'Equatore, il vindice del Cattolicesimo in quelle giovani terre, aveva domandato al Santo Padre Pio IX religiosi domenicani per la predicazione e istruzione cristiana dei fedeli di quella nazione. Il Padre La Camera fu uno dei designati per questa delicata e onorevole missione. Col cuore degli antichi apostoli, distaccato da tutto e fermo in Dio, egli lasciava la sua nativa Italia per la lontana America, la nuova sua patria cui il Signore lo mandava, atleta invincibile della verità, eroico araldo della fede, per predicarvi insieme il Rosario e la Croce. Dire in poche righe dell'apostolato del Padre La Camera nella Repubblica dell'Equatore, attraverso un periodo di più che trent'anni, è impossibile.
La fama di religioso dotto ed esemplare ne fece il centro d'un gran movimento di fede; aveva l'intimità del Presidente della Repubblica, dirigeva nelle vie dello spirito gran parte dell'aristocrazia di Quito, destava ogni giorno più la fiducia e l'ammirazione del popolo; e poiché è dei grandi apostoli circondarsi di numerosi e fervidi discepoli, com'è dei grandi astri trasportarsi nelle loro corse vertiginose per gli spazi una moltitudine di satelliti, il P. La Camera era l'educatore temuto e amato della gioventù religiosa, cui comunicava i suoi ardori apostolici, il costante Maestro dei Novizi dei Conventi Domenicani dell'Equatore. Fondata a Quito una cattedra di filosofia tomista, P. La Camera vi fu chiamato a insegnare e tenne per più anni la cattedra, dando prova di acume d'ingegno, di spigliatezza e di agilità nella dialettica e di profonda conoscenza delle dottrine dell'Angelico Dottore. In America egli si meritò un titolo di gloria sopra ogni altro preziosissimo: fu l'apostolo della Madonna di Pompei a Quito. Che fiamme vive d'amore egli accese per la potente e misericordiosa Vergine di Pompei nella Capitale dell'Equatore! Nella storia del nostro Santuario ben pochi hanno come lui la gloria di aver diffuso la divozione alla nostra gloriosa Regina; ben pochi come lui hanno la gloria di aver fatto di un'intera città un trono della Madonna di Pompei. Un anno appena dopo l'Incoronazione della nostra Madonna egli ci scriveva la seguente lettera, in cui trasfondeva tutto il suo amore per la clemente Signora che aveva scelto un trono mondiale di misericordie nella Valle del Vesuvio. È la prima lettera che a noi rivolgeva il fervido domenicano apostolo della Madonna di Pompei.
«Mi reco ad onore, con piena soddisfazione dell’animo mio, di volgermi per la prima volta alla S. V. e di salutarla rispettosamente. «Metto a sua notizia, affinché si degni di farne cenno nel suo rinomato Periodico che anche qui in quest'angolo del mondo è penetrata la vivifica luce diffusa dal divin volto della bellissima Vergine, la quale, assisa sulla muta Pompei, chiama tutt'i popoli della terra alla divozione del Santissimo Rosario. «Sono già tre anni che gli abitanti di Quito venerano la Taumaturga di codesta Valle privilegiata; sono già tre anni che codesta divina Creatura tiene rapiti i nostri cuori con le irresistibili attrattive della sua santissima Corona.
L’immagine prodigiosa di Pompei si diffonde sempre più tra le famiglie di questa Repubblica e specialmente nella Capitale. «La Novena composta da V. S. l’abbiamo già tradotta in Spagnolo da un pezzo, e oggi è quasi generalizzata. «Pare che la Madre di Dio si compiaccia di essere invocata in queste regioni col dolce nome del SS. Rosario di Pompei, perché molte sono le grazie, che concede a coloro, che così la salutano. Speriamo che Maria si manifesti, dirò così, ancora più, affinché anche le grazie largite a noi si vedano registrate nel Periodico di V. S. «Sono già due anni che celebriamo con pompa straordinaria la festa dell'otto Maggio; ma nell'anno, che corre, le nostre previsioni sono state superate. «La festa fu preceduta da una solenne novena con Messa cantata e sermone tutti i giorni. Il concorso fu immenso. «Il giorno 8, alle cinque e mezzo del mattino, la chiesa era tutta piena, e, esposto il Santissimo, recitammo insieme, spargendo lagrime di tenerezza, la devota Supplica alla Regina delle Vittorie. «Poi il Padre Provinciale celebrò la Messa solenne accompagnata da scelta musica e soavi melodie, e moltissimi fedeli s'appressarono alla mensa del Signore.
La bellissima Immagine di Pompei rimase esposta alla pubblica venerazione; e per tutte le ore della giornata si alternarono i cori dei fedeli, che recitavano il SS. Rosario. Le funzioni terminarono con uno splendido e commovente discorso del Padre Provinciale, con bei canti egregiamente eseguiti da un coro di nobili donzelle e con la benedizione del Santissimo. «Quello poi che in questa circostanza attirò la pubblica attenzione, fu il gran numero degl'infermi, i quali fiduciosi nella potenza di Maria vennero a porsi alla sua presenza per benedirla ed esaltarla anch’essi insieme ai loro fratelli. Alcuni tra essi, impotenti a muoversi da sé, si fecero trasportare in lettiga. Alcuni anni dopo, nel 1892, il fervido domenicano per mezzo del suo confratello Padre Ierves ci scriveva di nuovo, comunicandoci sempre maggiori trionfi della nostra grande Regina.
Il Presidente della Repubblica aveva preso parte alla festa, mandando una banda; il popolo aveva mostrato sempre maggior entusiasmo di culto. Pubblichiamo anche questa relazione; più che qualunque nostra parola di lode queste lettere sono il vero elogio funebre del Padre La Camera. Ill.mo Commendatore, «Con il cuore ancora palpitante di giubilo e di felicità mi accingo a riferire ai lettori del Rosario e la Nuova Pompei in parte almeno, ciò che ieri, 10 Maggio, giorno sacro all’ illustre Arcivescovo di Firenze S. Antonino, si fece dai RR. PP. Domenicani, di accordo con i fedeli, per onorare la taumaturga Madre del bell’amore. Trasportata la Sacra Immagine del Rosario di Pompei nella chiesa delle monache di S. Caterina da Siena, le facemmo colà una festa veramente popolare, in mezzo alla gioia intima delle Religiose e gli scoppi del pubblico entusiasmo. Il sabato, verso sera, un’ottima banda musicale mandata dal Sig. Presidente della Repubblica faceva sentire musiche gradevoli, mentre che dall’altro lato il campanile del monastero illuminato sfarzosamente allietava la vista de’ risguardanti. «La mattina seguente affluì alla chiesa un numero notevolissimo di signorine, signore, gentiluomini e persone di ogni condizione. Alle 7,15 si diede principio alla Messa solenne, cantata dal nostro Rev. P. Provinciale, e accompagnata da un coro di novizi. Le Comunioni furono numerose; la musica scelta; le decorazioni e l’illuminazione convenientissime. La venerata Immagine si elevava sopra l’altare maggiore, tutta circondata di rose, ghirlande e candele. «Durante l'intera giornata vi furono cantici, recita non interrotta del Rosario, ed affluenza di visitatori.
La sera il P. Alfonso Ierves pronunziò un panegirico dimostrando come la Nuova Pompei, per ragione di miracoli e delle sorprendenti trasformazioni religiose artistiche e morali che in essa si verificano, era il Taborre della Madre di Dio. Seguì poi la benedizione solenne con l'esposizione di Sua Divina Maestà in Sacramento. Si cantarono melodiose litanie ed inni artistici, e si pose termine alla gratissima funzione col SS. Rosario recitato dall'intero popolo. REV. PADRE IERVES, Domenicano» Ma la lettera fra tutte più bella fu quella che il P. La Camera ci scriveva in lingua spagnola nel 1896. Questo illustre frate, operoso e pio, ci narrava le prove veramente singolari dell'affetto e della venerazione per la Vergine di Pompei e come era infiammato il generoso popolo di Quito e ciò che si faceva specialmente nel Noviziato dei Reverendi Padri Domenicani. La lettera ricordava gli schietti entusiasmi, la fede appassionata ed espansiva, l'ingenua ardenza di sentimenti, tutte proprie dei primi e nobilissimi tempi del Cristianesimo. Ill.mo Commendatore, «Il culto della Vergine di Pompei, oltremodo tenero e attraente, è largamente diffuso nel cuore dei fedeli, fra i quali non tengono per certo l'ultimo luogo gli abitanti di Quito, capitale della Repubblica dell'Equatore; e al cui amore abbiamo innalzato, qual maggior titolo di santa grandezza e orgoglio, un altare nei nostri cuori, giacché noi siamo veri figli di Maria, e il nostro Noviziato Domenicano si chiama: Il Noviziato di Maria Santissima del Rosario di Pompei. «L'Incoronazione della SS. Vergine del Rosario di Pompei, solennissima e d'imperitura memoria, fu fatta dai fedeli di questa Capitale nel Maggio del 1890.
Ebbene questa veneranda Immagine coronata, di esclusiva proprietà del nostro Noviziato del Convento Massimo, gode oggidì una grande celebrità, e le prestano tenera venerazione e amore vivissimo i suoi Figli e tutta la popolazione, cui questa generosa Madre ha aperto veramente i tesori della sua liberalità. «Sarebbe cosa lunga da non finirla mai, volere negli stretti limiti d'una corrispondenza dare adeguata notizia delle innumerevoli grazie spirituali e temporali concedute dalla nostra tenera e affettuosa Madre a coloro che la invocano. l'uomo per se stesso sensibile si lascia trasportare dai segni sensibili; misero e bisognoso viene attirato dai doni: perciò un benefizio segnalato conceduto dalla nostra potentissima Regina delle Vittorie ad una Signora ragguardevole di questo luogo, nella solennità d'una pubblica processione della sua veneranda Immagine e in pieno mezzodì, beneficio dichiarato vero miracolo dall'Ill.mo Arcivescovo della nostra Capitale, ha destato nel cuore di questo popolo un vero entusiasmo per la SS. Vergine di Pompei; la quale alla sua volta ha aperto la sua mano liberalissima per soccorrere i suoi figli non solamente qui a Quito, ma ancora in altre province di questa Repubblica, e specialmente a Latacunga, dove lo zelo lodevolissimo del R. P. Fra Giovanni Maria Riera, Priore dei Domenicani, ha reso popolare, con assai prospero successo, il culto verso la Regina del Rosario di Pompei. «Nel nostro Convento Massimo di Quito sta in prima linea la festa solenne degli otto Maggio alla Vergine di Pompei, la quale si celebra con una pompa che ispira una devozione assai tenera e profonda.
E d'ora innanzi avrà maggiore solennità, essendosene costituita patronessa perpetua una nobile e pia Signora, la quale piena d'entusiasmo per l'onore di Maria SS. ha deciso di farla non solo sua vita durante, ma anche dopo la sua morte, e a questo scopo farà le necessarie disposizioni testamentarie. «Il Noviziato del nostro Convento Domenicano forma La Corte di Maria: piccola istituzione sì, ma fondata con sufficiente regolarità e dedicata unicamente a servire Maria con entusiasmo, e a propagare con ogni mezzo possibile l'amore e la divozione verso di Lei, aspirando ogni Novizio per tutta ricompensa a divenire un apostolo zelante del suo amore. «Non è possibile dare nel breve spazio di una lettera un conto preciso degli atti di culto speciale, che si praticano in quest'adunanza, la quale è tanto sacra quanto bella, perché Maria regna e presiede in essa.
Ma per darne una idea, basta dire, che nel corso dell'anno tutte le feste della Vergine, nessuna eccettuata, e tutte le festività dei singoli misteri del Rosario si celebrano con la recita del Rosario fatta per turno da due Novizi per l'intero giorno, dalle ore sei a. m. sino alle nove p. m.; senza che questo impedisca che molti altri, oltre di quelli del turno, si dedichino alla stessa dolce occupazione di lodare Maria col suo Salterio, di cantarle inni e salmi e di renderle ossequio con mille altri atti; i quali, non facendo parte del programma nelle nostre feste, non sono che il frutto spontaneo di una ispirazione ardente ed entusiastica. «Le nostre feste di Maria, che sono l'incanto della nostra vita religiosa, non sono ristrette esclusivamente al Noviziato; possono rendervi parte anche altri membri della Comunità. Ci sono infatti alcuni Padri, che si gloriano di onorare la Vergine del Rosario di Pompei del Noviziato; hanno dato il loro nome alla Corte di Maria e accettato un uffizio in essa. I Fratelli Conversi intervengono volentieri e con grande soddisfazione alle nostre feste, e le loro Comunioni le fanno a preferenza nella nostra Cappella; dove, oltre all' inestimabile privilegio di conservarvisi sempre il Santissimo Sacramento, vi è quello di potersi vedere scoperta l'Immagine della Regina del Santissimo Rosario di Pompei. Poiché questa Immagine non si tiene esposta alla vista di tutti; il velo, che la copre, si toglie in certi momenti solenni coram Communitate e solo dopo essersi accese almeno quattro torce, recitandosi, toties quoties, le strofe: Maria, Mater gratiae etc. le quali si ripetono quando si rimette il velo. «I giovani ecclesiastici del nostro Seminario situato in una divisione del nostro stesso Convento, sentono anch'essi vivamente le attrattive dell'amore, che ispira la Vergine del Noviziato, cioè la Vergine del Rosario di Pompei; e poiché questi pii Seminaristi non possono intervenire alle nostre funzioni dedicate a Maria, vengono a visitarla quasi tutti insieme, e il loro ossequio favorito, già si sa, è quello di recitarle il S. Rosario. Hanno piacere di comunicarsi al Noviziato attirati dall'amore a Maria Santissima, e fanno premure e ottengono di mandare a celebrare in onore di Lei l'augusto Sacrificio nella nostra Cappella. «Infine, Maria di Pompei, ad onore della quale abbiamo stabilito in perpetuo la Novena, è Regina, e come tale le abbiamo dedicato delle bandiere.
Le Bandiere di Maria avranno la loro pagina nella storia dei nostri puri e santi divertimenti, ed essendo in numero di tre, corrispondenti secondo il colore al triplice ordine dei misteri del Rosario, ci danno occasione di ricordarci e di parlare di Maria nel tempo della ricreazione; poiché, senza dire che questa non incomincia senza che sia narrato prima un esempio della Vergine, il Novizio, che tiene in custodia le bandiere, soldato che conosce i suoi doveri, ci consegna propriamente quella che corrisponde ai Misteri recitati quel giorno. «Oggi abbiamo dato principio ai Quindici Sabati, che precedono la festa degli Otto Maggio. Caduto tragicamente Garcia Moreno sotto il pugnale degli assassini, pronunziando quelle celebri parole: Io muoio, ma Dio non muore, P. La Camera fu fieramente perseguitato dalla rivoluzione imperante e a stento potette salvarsi, nascondendosi per tre mesi in una grotta d’un convento di Francescani. Con loro grave pericolo i figliuoli di S. Francesco accoglievano l’illustre figlio di San Domenico, rinnovando così in un’ora d’angoscia l’amplesso del Trasfigurato dell’Alvernia col Patriarca Gusmano. Nel 1899 Padre La Camera tornava in Italia riportando dalle sue gloriose battaglie per la fede, come quasi sempre accade, insieme con l’aureola dell’apostolato anche l’aureola del martirio.
Ritornato in Italia, fu maestro di novizi e priore in Acireale dove rifulgeva come stella il grande predicatore ed asceta Domenicano della Sicilia, Padre Maestro Lombardo; poi, nel 1903, fu eletto priore del Convento della Quercia presso Viterbo. Nel 1904 era nominato Vescovo titolare e Prelato d’Acquaviva e Altamura l’umile per quanto dotto Rettore del Santuario di Pompei, Fra Carlo Giuseppe Cecchini dei Predicatori. In quel medesimo tempo era prossimo a lasciare il Generalato dell’Ordine il costante amico nostro e dell’Opera Pompeiana, Fra Andrea Frühwirth, ora Arcivescovo e Nunzio Apostolico di Baviera. Allora, prima che egli lasciasse la suprema carica dell’insigne Ordine Gusmano, gli chiedemmo con grandi istanze un dono: il Padre La Camera come Rettore del Santuario di Pompei. Il gran dono ci fu concesso; e dietro le nostre richieste ripetute il Padre La Camera il 21 Aprile 1904 venne a terminare la sua vita apostolica qui in questa Valle di Pompei, che era stata il polo costante della sua devozione, la patria del suo spirito, il nome che esaltava e riempiva di giubilo e di santi affetti il suo cuore. Padre La Camera, che era stato già l’educatore della gioventù, l’atleta della cattedra e del pergamo, divenne a Valle di Pompei l’apostolo umile e nascosto del confessionale. Per ore intere, con costanza da santo, senza prendere né riposo né cibo, egli restava nel confessionale ad ascoltare intere turbe di penitenti; e tutti trovavano in lui il teologo illuminato e il padre tenerissimo dell’anima loro. E qui, benché il cuore vorrebbe omettere il ricordo di giorni tristissimi, per la verità storica ricordo appena come il Signore nel 1905 permise, per farmi scontare i miei peccati e per esercitarmi nell’umiltà e nella pazienza, che il Padre La Camera ed io fossimo per qualche tempo divisi nella concezione dell’Opera e del suo avvenire, nell’apprezzamento di uomini e di cose qui a Valle di Pompei. Quando però fummo più divisi dinanzi agli uomini, certo eravamo più uniti nel gran cuore del nostro Dio.
Molte volte accade che due uomini, associati insieme in un'Opera, benché animati entrambi dal desiderio del bene, battono vie diverse, anzi opposte, e così nei disegni della Provvidenza riescono scambievolmente l'uno strumento per esercitare la virtù dell'altro; quanto a Dio poi, Egli non guarda alle opere, ma alle buone intenzioni. Però in noi non venne mai meno la stima profonda per colui che avevamo salutato da anni l'apostolo della Madonna di Pompei nel lontano Equatore. Allorché la tempesta passò, Padre La Camera rimase a Valle di Pompei, ed entrambi benedicemmo il Signore che si era degnato di esercitarci nella più ardua ma insieme più gloriosa virtù cristiana, in quella virtù che opera la perfezione, come dice l'Apostolo, nella virtù cioè della pazienza. Benedicemmo il Signore, perché permettendo quella lotta e ispirando a me povero peccatore il pensiero di tutto cedere alla Santa Sede, aveva concesso una grazia insperata e meravigliosa che era il supremo trionfo dell'Opera Pompeiana: l'Opera divenne Pontificia sotto l'egida dell'angelico Papa Pio X e sotto l'immediato governo d'un Prelato modello d'ogni virtù, Sua Eccellenza Mons. Augusto Silj. La nostra amicizia col Padre La Camera aveva avuto dunque delle nubi, ma non si era ecclissata, perché le amicizie che si stringono nel nome di Dio e dinanzi all'Altare della Madonna durano in eterno.
Sul letto di morte Padre La Camera ci disse, abbracciandoci, parole tenerissime. Egli, prima di chiudersi in Dio, sentì il bisogno di protestarci tutto il suo affetto. La sua rassegnazione nelle ultime atrocissime sofferenze fu semplicemente eroica. Dinanzi a quel figliuolo del Santo Istitutore del Rosario, che soffriva da eroe e da santo, noi sentimmo vivo nell'animo tutto l'antico amore per il glorioso Ordine di S. Domenico, amore antico e tenace come una quercia, che nessun vento contrario di passione ha potuto spezzare giammai. E quando l'illustre apostolo del Rosario fu freddo cadavere, noi c'inchinammo riverenti, o, per dir meglio, ci prostrammo dinanzi al suo feretro, perché dinanzi agli apostoli si cade in ginocchio; e ripetemmo di lui le parole, che già furono scritte dal grande domenicano francese, Lacordaire: forte come il diamante, tenero come una madre. (Avv. B. L.)
*Gli estremi
momenti del rev.mo P.M. Fr. Giacinto La Camera
(Le ultime onoranze alla sua salma)
Bartolo
Longo ha voluto render nota la luminosa devozione del Padre La Camera alla
Vergine di Pompei, e insieme rendere un pubblico omaggio al zelante Apostolo di
sì eccelsa Regina, al mite e pio Domenicano cui da tanti anni era stretto da
vincoli indissolubili di stima e di affetto; facciamo seguire pochi cenni di
cronaca sugli ultimi istanti e sulle ultime onoranze rese a questo degno
figliuolo di S. Domenico. Durante la sua malattia la Delegazione Pontificia non
trascurò alcuna cura perché fosse conservata in vita sì preziosa esistenza. Furono
chiamati a consulto i primari Dottori e specialisti; ma quando le condizioni di
salute del P. La Camera apparvero disperate, e i medici dichiararono ormai
impotente ogni soccorso umano, subito tali notizie furono partecipate a S. S.
Pio X, cui l'umile Domenicano era particolarmente caro, e a Sua Ecc.za Mons.
Silj, che aveva per lui affetto e stima grandissima.
Sua Santità, addolorato,
volle di proprio pugno scrivere al P. La Camera augurandogli guarigione, e
impartendogli l'apostolica Benedizione. E Sua Ecc.za Mons. Silj, benché
trattenuto a Roma in quel tempo da importanti affari, volle di persona portare
all'infermo il prezioso autografo e il conforto della sua presenza e della sua
parola.
Gradì il pio Frate Giacinto - è il titolo che egli umilmente preferiva
e col quale si firmava - l'augurio del Papa; pur sapendo che non i suoi giorni,
ma le sue ore di vita erano ormai contate. Volle confessarsi, chiese perdono ai
Suoi Confratelli e Discepoli, che contornavano il suo letto, dei suoi difetti e
mancanze, e a sua volta perdonò tutte le pene che qualcuno avesse potuto
recargli. Quindi dettò il suo testamento, chiedendo in grazia di essere
trasportato modestamente al Cimitero, senza fiori, senza discorsi, senza
accompagnamento. E soggiunse: «Perché io non sono nulla, nulla, nulla…».
L'umiltà,
la virtù che egli tanto prediligeva in vita, sembrava recingergli di un'aureola
la fronte serena e il volto spirante un candore verginale. Poi si rinchiuse in
Dio, e dolcemente gli rese l'anima sua, assistito dall'Ecc.mo Mons. Silj, e da
tutti i suoi Confratelli. L'Ecc.mo Mons. Silj, pur ammirando l'umiltà che aveva
dettato le ultime disposizioni del P. La Camera, per il quale aveva grande
venerazione, non volle confermarvisi, giacché le onoranze rese ai giusti sono
un dovere e insieme sono incitamento ed esempio alla virtù. La spoglia mortale
del pio Domenicano, rivestita dell'abito dell'Ordine, fu esposta in una sala,
cui solo ornamento era una gran
croce nera,
a capo del catafalco, contornato da numerosi ceri. Tutta la notte, e tutto il
giorno seguente quanti avevano conosciuto in vita il P. La Camera vennero a
trovarlo e a rendergli l'ultimo saluto quaggiù. Il giorno di Pasqua, a sera, la
salma fu rinchiusa nel feretro di noce, foderato di zinco, e trasportata a
braccia in Chiesa da gentiluomini impiegati del Santuario. Ivi Sua Ecc.za
l'Arciv. Silj, Delegato Pontificio, assistito dal Segretario della Delegazione,
Mons. Celli, e dal Vice Segretario, Rev. De Angelis, cantò le preci di rito
mentre nel vasto tempio risuonavano le meste, solenni note dell'organo
monumentale.
Quindi la salma fu deposta nel carro funebre e si formò il corteo,
precedendo il Delegato Pontificio S. E. Silj, con il Segretario Mons. Celli, il
Clero del Santuario, i Padri Domenicani, i fanciulli dell'Ospizio dei Figli dei
Carcerati, con il Direttore Prof. Fratel Regolo e tutti i Fratelli delle Scuole
Cristiane, le Orfanelle della Vergine di Pompei, i Segretari
dell'Amministrazione del Santuario, la Società Pio X con il Presidente Sig.
Luigi Corso, il Circolo Giovanile Cattolico, la Scuola Tipografica con il
Direttore Cav. Tito Errico Marini e l'Ispettore Sig. Piantelli, le Suore
Domenicane, ecc. Seguiva il feretro l'Avv. Bartolo Longo.
Il mercoledì
seguente, 10 Aprile, nel Santuario, per disposizione dell’Ecc.mo Mons. Silj, fu
celebrato un solenne Pontificale di requiem. Fu cantata la prima parte
dell’uffizio dei morti. Quindi l'Ecc.mo Mons. Silj celebrò il Pontificale,
assistito dai segretari della Delegazione Pontificia Rev.mi Mons. Vincenzo
Celli e D. Giuseppe De Angelis e dal Cerimoniere della Basilica Rev. Sac.
Gambardella. ù
Assistevano alla solenne funzione tutte le Rappresentanze della
grande famiglia valpompeiana, col Comm. Bartolo Longo; diciotto membri della
famiglia Domenicana, venuti per rendere omaggio ad uno dei loro migliori
fratelli; (fra questi si notava il Molto Reverendo P. Coverck, socio del
Generale dell'Ordine, venuto appositamente da Roma; il Molto Rev. Padre
Galindo, Domenicano dell'Equatore, in quel tempo di residenza a Roma;
quest’ultimo era stato novizio e discepolo del P. La Camera); tutti i
Confessori e Cappellani del Santuario; diversi Sacerdoti invitati; e la miglior
parte della cittadinanza.
L'elogio funebre del Padre La Camera fu detto dal
Rev. Sacerdote D. Antonino di Napoli, Professore nel Seminario di
Castellammare. Con termini semplici, ma con grande efficacia l'oratore narrò la
vita del defunto e propose le sue virtù all’imitazione degli uditori. Tutti
ascoltarono commossi. E quella commozione fu il più chiaro segno della
venerazione e dell'affetto che le virtù del P. La Camera aveva destato in
quanti lo conobbero; e del cordoglio di tutti i cuori per la sua immatura
dipartita.
*Cav. Prof. Giovanni Rispoli Ingegnere Architetto
Al sorgere del novello anno, e propriamente il giorno 2 Gennaio 1911, Si spegneva serenamente il Cav. Giovanni Rispoli. Il nome dell’Architetto Rispoli è reso noto nel mondo artistico per il suo genio nell’arte decorativa, ma la sua celebrità è dovuta al Santuario monumentale di Valle di Pompei, che è il suo capolavoro di arte sacra.
Per lo spazio ininterrotto di trent’anni egli ha disegnato e diretto la costruzione del Tempio, che molti artisti han definito un gioiello d’arte; e poi le decorazioni, la grandiosa cantoria, gli edifici dell’Orfanotrofio Femminile con la Canonica, l’Ospizio dei Figli dei Carcerati e altri palazzi. Rispoli si può chiamare l’architetto di Valle di Pompei.
Di indole gioviale e schietta, esempio raro di umiltà, rifuggiva dagli elogi.
Egli ha dunque diritto al rimpianto di tutti gli ammiratori dell’Opera Pompeiana, di tutti i devoti della Vergine di Pompei, e tutti pertanto invitiamo a suffragarne l’anima benedetta.
Avvicinava i fratelli con l’umiltà e la tenerezza
La nascita al Cielo di Monsignor Giuseppe Rendina
(Di: Andrea Fontanella)
Un altro pezzo della storia della chiesa di Pompei è tornato alla casa del Padre il 10 novembre 2024. A tutti noto come Don Peppino, il carissimo Monsignor Giuseppe Rendina, nato a Pompei il 29 marzo 1929, era stato ordinato sacerdote, il 4 aprile 1953, dall’Arcivescovo Roberto Ronca. Divenne subito economo e vice-rettore del seminario di Pompei e successivamente Rettore. Qualche anno più tardi fu pure Rettore del Santuario. Don Peppino era una persona di poche parole, ma generosissimo di impegno nei vari uffici, che ricoprì sempre con estrema dedizione. Sono stati molti gli incarichi ricevuti durante tutta la sua vita sacerdotale, ma per tutti è stato il “segretario”. Infatti ha servito consecutivamente gli Arcivescovi Aurelio Signora, Domenico Vacchiano e Francesco Saverio Toppi, svolgendo il suo ufficio di segretario con fedeltà, rispetto e discrezione, per quasi mezzo secolo, a tempo pieno, senza limitazioni d’orario. «Mite, col sorriso dolce e accogliente, trasmetteva in modo naturale l’immagine di chi cammina in punta di piedi nella vita, sapendo però che diventa inarrestabile, per avvicinare a sé i fratelli e dare testimonianza del Signore, il passo dell’umiltà e della tenerezza. Era per questo che don Peppino lasciava tracce in chiunque lo incontrasse»: così l’Arcivescovo di Pompei, Monsignor Tommaso Caputo, ha tratteggiato la sua figura nell’omelia pronunciata durante i funerali, celebrati in Santuario il 12 novembre. Per noi giovani sacerdoti, che siamo cresciuti alla sua ombra, è stato un punto di riferimento come memoria storica della Chiesa di Pompei. Sono state molte le occasioni e i momenti di condivisione. Spesso amava raccontarci alcuni episodi poco noti della sua esperienza, e i vari eventi vissuti accanto ai Pastori,
soprattutto in Vaticano per incontri istituzionali con i Pontefici, da San Paolo VI a San Giovanni Paolo II. Vescovi e cardinali lo ricordavano sempre con grande stima e rispetto. Questi suoi racconti hanno certamente contribuito, per tanti giovani presbiteri, a far prender coscienza della realtà ecclesiale pompeiana. Una Chiesa che
ha i suoi orizzonti lontani, ricca di contatti, tutti preziosissimi: dai rapporti con figure di altissima responsabilità, fino alle persone più semplici, che hanno a cuore la nostra Madre del Cielo, la Regina del Santo Rosario. Più volte ho condiviso con lui e con Monsignor Toppi dei viaggi in auto, impegnando il tempo nella preghiera del Rosario. Il sorriso sulle sue labbra non mancava mai e aveva la battuta di spirito sempre pronta.
Vogliamo ricordarlo così, salutandolo con le parole del nostro Arcivescovo: «Grazie don Peppino. Grazie per la tua splendida testimonianza, per la fedeltà, la generosità, il silenzio, il sorriso, l’obbedienza, il sacrificio, la fede! In Paradiso ti accolgano il Beato
Bartolo Longo e la più tenera tra le madri, la Vergine del Santo Rosario di Pompei».
Sacerdote di Cristo dal cuore mariano
Sacerdoti come don Peppino sono la gioia della Chiesa, perché riescono ad essere il riflesso di tutto ciò che essa ha di più prezioso. Sacerdoti come questo nostro fratello fanno vedere e rendono vivo l’Amore di Dio, i doni della sua misericordia,
perché e il linguaggio del cuore a metterli in sintonia con chi ha la fortuna di
incontrarli sulla propria strada. Alla Chiesa di Pompei e stato dato il privilegio di averlo nel suo presbiterio. Per un lungo tempo e stato questo, l’altare della Vergine del Rosario, lo scrigno che ha custodito e nutrito la vocazione di un sacerdote innamorato
di Maria. Sacerdote di Cristo dal cuore mariano – il caro don Peppino – e, occorre aggiungere, dalla riconoscibile identità pompeiana. Qui ha svolto tutto il proprio ministero, alternando l’altare, anzi prolungandolo nel servizio svolto a fianco di
diversi pastori di questa chiesa. Il suo e stato un ininterrotto servizio di fedeltà, svolto con dedizione e arricchito da un tratto umano che faceva non solo trasparire,
ma rendeva presente e viva una finissima spiritualità e una spiccata bontà d’animo. (...)
Il suo volto non era solo specchio di una gentilezza e cordialità umana, ma lasciava intravvedere la profondità di un animo sacerdotale affinato dalla
devozione a Maria e conformato al modello e allo stile del nostro Fondatore. La modestia di don Peppino, la sua sana prudenza, la fedeltà mai venuta meno, oltre che la sua saggezza e l’esperienza con cui svolgeva i suoi delicati compiti, sono stati preziosi
anche per me in questi anni di guida alla Chiesa di Pompei, mentre per tanti confratelli ha continuato a essere un saldo punto di riferimento. Rivolgersi a lui era come riconoscerlo memoria storica, quale era, della Chiesa che amava e che oggi non può che
rendergli l’omaggio che si deve ai suoi figli migliori.
✠Tommaso Caputo - Arcivescovo Prelato
Delegato Pontificio per il Santuario
(dall’omelia durante i funerali del 12 novembre 2024)
Mons. Salvatore Acampora
Era nato ad Agerola il 15 novembre 1938 (85 anni). Aveva circa dodici anni quando fu ammesso al Seminario Minore di Pompei (1950-1955), per poi completare la formazione filosofica e teologica al Seminario Maggiore di Salerno.
Fu ordinato sacerdote nel Santuario di Pompei il 29 giugno 1963 dal compianto Arcivescovo Aurelio Signora (61 anni di sacerdozio). Ha svolto diversi e delicati ministeri: Vice Rettore del Seminario Minore (nomina del 15 agosto 1963); Cerimoniere del Santuario (nomina del 15 settembre 1965); Economo generale del Santuario (nomina del 21 settembre 1970); Di rettore dei Centri Educativi del Santuario (nomina del 25 gennaio 1993); Membro della Commissione per i Beni Culturali (nomina del 25 luglio 1997); Responsabile del Meeting dei Giovani; Cappella no dei Centri Educativi “Sacro Cuore” e “Assunta Ponzo”; Penitenziere del Santuario; Rettore del Santuario (nomina del 21 ottobre 2009); Direttore delle Opere del Santuario (nomine del 12 luglio 2011 e del 28 aprile 2014); Membro del Consiglio di Amministrazione del Santuario. Nel novembre 1979 fu annoverato tra i Cappellani di Sua Santità. Il 9 agosto 2024 è ritornato alla Casa del Padre.
Grazie don Salvatore! Il messaggio affettuoso dagli ex del “Meeting dei Giovani” I sacerdoti di Pompei danno l’ultimo saluto a Monsignor Salvatore Acampora nella celebrazione delle esequie, presiedute dall’Arcivescovo Tommaso Caputo il 10 agosto scorso. Accanto Don Salvatore con i bambini accolti al Centro “Beata Vergine”. Infine in una foto insieme ai nipoti. “Sei stato giovane in mezzo ai giovani, durante i tanti meeting preparati insieme.
Ci hai insegnato l’umiltà, lo spirito di servizio, l’amore per la bellezza, dono di Dio e l’importanza della preghiera, centro della tua vita e forza del tuo instancabile cammino. Ci hai sostenuto ed incoraggiato con la pazienza ed il sorriso che ti contraddistingueva, tatuato per sempre nei no stri cuori ed oggi radioso più che mai per la visione del Signore Risorto. Grazie don Salvatore”.
*La nascita al Cielo di Monsignor Salvatore Acampora
A servizio di Dio e degli uomini
Venerdì 9 agosto 2024 ha celebrato a Pompei la sua pasqua terrena Monsignor Salvatore Acampora. Don Salvatore, così era noto a tutti, ha vissuto con passione e generosità il suo itinerario di vita sacerdotale nella cittadella di Maria e del Beato Bartolo Longo, lasciandosi piacevolmente coinvolgere dal carisma del luogo nello spendersi totalmente a favore di un’opera voluta da Dio.
Pompei, nella sua molteplice declinazione di santuario della fede, della carità e della preghiera, vero laboratorio di pace, di solidarietà e di promozione umana è stata il verbo da lui coniugato ogni giorno, non solo con le parole della fede, ma anche con le opere della carità. Nell’omelia e degli uomini pronunciata durante il rito funebre, l’arcivescovo di Pompei, Monsignor Tommaso Caputo ne ha così tratteggiato la figura: «Egli sentiva profondamente la sua vocazione sacerdotale al servizio della Chiesa di Pompei, dell’annuncio della spiritualità del Rosario e delle Opere di carità, nella luce del carisma del Beato Bartolo Longo. Don Salvatore è stato l’immagine della disponibilità, della generosità e del garbo. Aveva uno stile di vita sobrio che coniuga va con una sensibilità verso l’arte (…).
Possedeva tutte le qualità del prete di Pompei. Lui abitava il Santuario. Trasferiva nel suo impegno le doti di una cordialità e di una naturale trasparenza che sono la porta d’accesso alla spiritualità dell’accoglienza, ovvero a quel cuore aperto che fa sentire di casa ognuno che varchi la porta del Santuario (…). Il carissimo Don Salvatore è stato un operaio umile, instancabile e prezioso di questo cantiere nel quale un posto privilegiato viene riservato ai sacerdoti pompeiani».
In tanti ne hanno voluto sottolineare l’affettuosità, la cordialità e la mitezza. Altri ancora, soprattutto gli ex alunni e le ex alunne delle opere pompeiane, lo hanno ricordato come un papà speciale. Don Salvatore è stato anche un insigne presbitero del clero di Pompei, un punto di riferimento per diversi sacerdoti. Personalmente, non potrò mai dimenticare il lungo tratto di strada fatto insieme, condividendo attese e speranze, progettando nuovi percorsi e nuove iniziative, sperimentando la fatica dei giorni, ma soprattutto la fraternità e l’amicizia.
Non si possono non condividere le parole di Monsignor Caputo che ha concluso così la sua omelia: «La testimonianza di questo sacerdote, innamorato della Madonna e del Beato Bartolo Longo, al servizio del Santuario di Pompei e delle sue opere di carità, ci parla di vita, quella vera. Ci riempie il cuore di gratitudine verso di lui e ci fa volgere lo sguardo al cielo, mentre lo affidiamo alla misericordia di Dio».
(Autore: Pasquale Mocerino)
*Vincenzo Giuseppe Lombardo O.P.
Il Padre Maestro Fr. Vincenzo G. L.
l pergamo italiano e il glorioso Ordine di San Domenico hanno avuto in questi ultimi tempi un immenso lutto: la morte del P. M. Vincenzo Lombardo. Anima candida come il suo bianco abito domenicano, robusta come il suo aspetto a linee nette e decise, ardente come l'Etna della sua Sicilia, il Padre Maestro Lombardo era un atleta dell'eloquenza e dell'azione cattolica italiana.
Le vaste chiese d'Italia squillarono al suono della sua voce e fremettero d'entusiasmo ai lampi della sua gagliarda parola, che accendeva in un cuore d'apostolo i divampanti suoi fuochi, e prendeva da un intelletto lucido e severo una semplicità ch'era meravigliosa trasparenza d'idee, e una forza ch'era invincibile vigore di dialettica.
Egli però non arrestava la sua opera alle battaglie del pergamo: uomo di nascosta ma profonda santità, di attività varia e instancabile, d'uno spirito slargato a tutte le forme della vita e capace di comprendere i suoi tempi, fondava scuole, giornali, noviziati di Frati Predicatori, religiosi convegni, intitolando del suo nome due pagine, l'una nella storia della Sicilia Cattolica, l'altra in quella dell'Ordine di San Domenico. Il P. M. Lombardo merita una memoria, e da voi tutti, o Fratelli sparsi per l'Orbe, un largo suffragio, giacché fu uno degli amici più convinti, più entusiasti e più fedeli dell'Opera grande religiosa e sociale di Valle di Pompei.
Nell'Opera Pompeiana egli, come altri personaggi tra i più santi e più illustri dei Frati Predicatori, vide una gran tromba del Rosario e una rivendicazione dell'Ordine, che perfino nella nuova Immagine della Vergine appariva rappresentato nelle due più fulgide glorie delle due famiglie di frati e di suore, in San Domenico, cioè, e in Santa Caterina da Siena. Egli comprese l'Opera e l'amò, come poteva amare un siciliano, un atleta, un apostolo. Conserviamo di lui una intera collezione di preziosissime lettere spirituali diretteci nei momenti più ardui della nostra vita: lettere che furono per noi come fari di luce in ore di grandi oscurità e di grandi tempeste e voci confortatrici venute dall'uomo, ma ispirate da Dio.
L'amico però non guardava solo all'amico, guardava all'Opera; e l'Opera dava alle sue lettere un fremito di eloquenza vivida, spontanea, prorompente dal cuore, che forse non avevano neppure i suoi più pensati e applauditi discorsi. A Valle di Pompei non si predica molto, perché non è necessaria l'umana eloquenza là dove parla Dio con la più solenne delle sue voci che è quella del miracolo. Pure due volte il Padre Maestro Lombardo ha fatto ascoltare la sua limpida e brillante parola nel Santuario: una volta in lode della Vergine di Pompei e un'altra volta in lode di S. Caterina da Siena. Nel 1891, compiuto e consacrato il Santuario, volemmo che in quel Tempio, in cui tutte le arti belle avevano dato gloria a Maria, anche l'eloquenza sacra italiana le desse un grandioso omaggio, e però invitammo a parlare ben trentatré illustri oratori — Cardinali, Arcivescovi, Vescovi e membri di Ordini religiosi. La famiglia italiana dell'Ordine di San Domenico fu rappresentata da Mons. Pampirio, Arcivescovo di Vercelli nel Piemonte, da Mons. Egidio Mauri, allora Vescovo di Osimo e Cingoli, e dal chiaro oratore siculo, Padre Maestro Lombardo. Nell'omaggio alla Madonna di Pompei dato dal candido e forte Ordine di San Domenico, Mons. Pampirio rappresentò l'estremo Nord del nostro paese, l'Italia delle nevi, e il Padre Maestro Lombardo l'estremo Mezzogiorno, l'Italia del fuoco. Il discorso del Lombardo fu tra i più belli, un vero rubino acceso e brillante in quel diadema oratorio.
Nell'anno seguente, avendo ottenuto dal S. Padre Leone XIII di celebrar la festa di S. Caterina nella terza Domenica di Maggio, invitammo a raccolta intorno alla soave Immagine della Vergine Senese i terziari domenicani d'Italia a tenere adunanza nel nostro Santuario. Fu questa la grande Festa della nostra famiglia gusmana qui nella Valle dei nuovi trionfi del Rosario; e chi poteva essere l'oratore di quella storica giornata meglio del P. Lombardo? Egli parlò del Terzo Ordine e di S. Caterina, come si può parlare di glorie della propria famiglia, con un discorso in cui non si sapeva se più ammirare l'eloquenza o la pietà dell'oratore, commovendo i terziari venuti d'ogni parte d'Italia e accendendoli d'entusiasmo per una nuova Crociata, che doveva avere il fatidico motto «Veritas» a suo grido di guerra, la Benincasa a sua ispiratrice e a fine la salvezza religiosa e sociale della patria nostra.
D'allora col P. Lombardo ci amammo anche di più: d'allora egli non venne mai a Napoli, senza recarsi umile fervente pellegrino a Valle di Pompei; e non vi fu ora triste, in cui non giungesse a noi la voce del suo affetto inalterabile, della sua pietà e del suo zelo. Oggi nel lutto per la morte del Padre Lombardo uno solo è il nostro conforto, poter intitolare del nome di un altro illustre Domenicano la raccolta dei ricordi dei nostri amici intimi. L'Opera di Pompei e l'Ordine di San Domenico si compresero e si amarono nel cuore di questo grande; e sulla tomba di lui versano insieme le lagrime del compianto e l'acqua lustrale del suffragio.
(Avv. Bartolo Longo)
*Biografia
Fr. Vincenzo Giuseppe Lombardo nacque a Castelvetrano, in Sicilia il 3 giugno 1836. Professò il 3 luglio del 1854 e nel 1859 divenne sacerdote.
Fu nominato procuratore Generale dell’Ordine nel 1896, ma non accettò l’incarico. Come pure non volle accettare la nomina ad Arcivescovo di Catania, due volte offertagli da Leone XIII.
Lavorò molto in Sicilia, facendo rinascere la vita domenicana e dove, nel 1897, venne eletto Vicario Generale della Provincia Trinacriae”.
Successivamente, il 10 marzo del 1906, fu nominato primo Provinciale.
Intanto era già stato Rettore del Collegio di Noto. Fu anche membro del Convento di S. Sabina in Roma. Un grave male mise a dura prova tutta la sua eroica esistenza ed il 4 settembre del 1909, morì a Palermo.
Si interessò molto dell’opera di Madre Lalìa fino alla sua morte e con lei ebbe continui rapporti epistolari.
(Prof. Mario Rosario Avellino)