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Alberto Magno di Bollstädt, detto Doctor Universalis, conosciuto anche come Alberto il Grande o Alberto di Colonia (Lauingen, tra il 1193 e il 1206 – Colonia, 15 novembre 1280), è stato un vescovo cattolico, scrittore e filosofo tedesco appartenente all'ordine domenicano. È considerato il più grande filosofo e teologo tedesco del Medioevo sia per la sua grande erudizione che per il suo impegno nel tenere distinto l'ambito filosofico da quello teologico. Fu perfetto conoscitore delle scienze greche, latine e arabe. Tra le discipline di cui è stato grande studioso ci sono la logica, la fisica, l'astronomia, la biologia, la botanica, la zoologia, la mineralogia, la chimica, oltre che le discipline filosofiche[2]. Egli ha consentito all'Occidente, come fecero anche Severino Boezio e Giacomo da Venezia, di penetrare nei testi di Aristotele. Fu, inoltre, il maestro di Tommaso d'Aquino. Fortemente influenzato dall'agostinismo platonizzante che dominava all'Università di Parigi, realizzò la prima rielaborazione della Rivelazione cristiana alla luce della filosofia peripatetica, aprendo la via alla sintesi tomista. La Chiesa cattolica lo venera come santo protettore degli scienziati e dottore della Chiesa.
Biografia
Alberto, figlio minore del Conte di Bollstädt, nacque a Lauingen (Svevia) ma l'anno di nascita non è esattamente conosciuto: alcuni sostengono nel 1205, altri nel 1206; molti storici inoltre indicano il 1193. Nulla di certo è poi noto circa la sua istruzione iniziale, se sia stata ricevuta in casa o in una scuola del circondario. Da giovane fu mandato a proseguire i suoi studi presso l'Università di Padova, città scelta sia perché vi risiedeva un suo zio, sia perché Padova era famosa per la sua cultura delle arti liberali, per le quali il giovane svevo aveva una speciale predilezione. Anche la data di questo viaggio a Padova non può essere determinata con precisione. Nell'anno 1223, dopo aver ascoltato i sermoni del beato Giordano di Sassonia, secondo maestro generale dell'Ordine dei predicatori, decise di entrare nel medesimo Ordine religioso.
Gli storici non riportano se gli studi di Alberto continuarono a Padova, Bologna, Parigi, o Colonia. Comunque, dopo averli completati, insegnò teologia a Hildesheim, Friburgo, Ratisbona, Strasburgo e Colonia. Si trovava nel convento di Colonia, intento nello studio del Liber Sententiarum di Pietro Lombardo, quando, nel 1240, gli fu ordinato di recarsi a Parigi. Qui si laureò all'università, che più di ogni altra veniva celebrata come scuola di teologia. Durante il viaggio da Colonia e Parigi ebbe tra i suoi ascoltatori Tommaso d'Aquino, un giovane silenzioso e riflessivo, del quale riconobbe il genio ed a cui predisse la futura grandezza. Il nuovo discepolo accompagnò il suo maestro a Parigi e nel 1248 tornò con lui al nuovo Studium Generale di Colonia, del quale Alberto era stato nominato Rettore, mentre Tommaso divenne secondo professore e Magister Studentium.
Al Capitolo Generale dei Domenicani tenutosi a Valenciennes nel 1250, insieme a Tommaso d'Aquino ed a Pietro di Tarantasia (futuro papa Innocenzo V), elaborò le norme per la direzione degli studi e per la determinazione del sistema di meriti all'interno dell'ordine. Quindi, nel 1254, fu eletto provinciale per la Germania, incarico difficile, che ricoprì con efficienza e responsabilità. Nel 1256 si recò a Roma per difendere gli ordini mendicanti dagli attacchi di Guglielmo di Saint-Amour, il cui libro, De novissimis temporum periculis, fu condannato da papa Alessandro IV il 5 ottobre 1256. Durante la sua permanenza nell'Urbe, Alberto ricoprì l'ufficio di maestro del Sacro Palazzo (istituito ai tempi di Domenico di Guzmán) e colse l'occasione per commentare il Vangelo secondo Giovanni. Nel 1257, però, per dedicarsi allo studio ed all'insegnamento, rassegnò le dimissioni dall'ufficio di provinciale.
Nell'anno 1260 fu consacrato vescovo di Ratisbona. Umberto di Romans, maestro generale dei Domenicani, temendo di perdere i servigi di Alberto, tuttavia, cercò di impedirne la nomina, ma fallì. Alberto, infatti, governò la diocesi fino al 1262 quando, dopo che furono accettate le sue dimissioni, riprese volontariamente l'ufficio di professore presso lo Studium di Colonia. Nel 1270 inviò una memoria a Tommaso, che si trovava a Parigi, per aiutarlo nella disputa con Sigieri da Brabante e gli averroisti. Questo fu il suo secondo trattato contro il filosofo arabo (il primo fu scritto nel 1256 con il titolo De Unitate intellectus Contra Averroem). Nel 1274 fu invitato da papa Gregorio X a partecipare ai lavori del secondo Concilio di Lione, alle cui conclusioni prese parte attiva. L'annuncio della morte di Tommaso a Fossanova, durante il viaggio che aveva intrapreso per partecipare ai lavori del Concilio, fu un duro colpo per Alberto, che lo commentò dichiarando che "La luce della Chiesa" si era estinta.
Il suo antico spirito e vigore tornarono a galla nel 1277, quando fu annunciato che l'arcivescovo di Parigi Étienne Tempier ed altri volevano condannare gli scritti di Tommaso perché li consideravano poco ortodossi. Per tale motivo si mise in viaggio alla volta di Parigi, deciso a difendere la memoria del suo discepolo. Qualche tempo dopo, nel 1278 (anno in cui scrisse il suo testamento) ebbe dei vuoti di memoria; la sua forte mente a poco a poco si offuscò e si narra che abbia trascorso la fase terminale della sua esistenza nel più totale isolamento, amareggiato per un notevole cedimento della memoria manifestatosi nel corso di un incontro pubblico, il suo corpo fiaccato da una vita austera di privazioni e di lavoro cedette sotto il peso degli anni e morì nel 1280. Fu sepolto nella chiesa parrocchiale di sant'Andrea a Colonia.
Culto
Fu beatificato da papa Gregorio XV nel 1622; la sua memoria ricorre il 15 Novembre. Nel Settembre 1872, i vescovi tedeschi, riuniti a Fulda, inviarono alla Santa Sede una petizione per la sua canonizzazione. Alberto fu proclamato santo da papa Pio XI nel 1931. Lo stesso papa, in occasione della canonizzazione, lo proclamò dottore della Chiesa. Dieci anni più tardi, papa Pio XII lo dichiarò patrono dei cultori delle scienze naturali.
Influenza di Alberto sui contemporanei e suoi posteri
L'influenza esercitata da Alberto sugli studiosi dei suoi tempi e su quelli degli anni seguenti fu, naturalmente, molto grande. La sua fama è dovuta in parte al fatto che fu il precursore, la guida ed il maestro di Tommaso d'Aquino, ma sicuramente è stato grande anche di per sé. È interessante notare come questo frate medioevale in mezzo ai suoi molti doveri di religioso, come provinciale del suo ordine, come vescovo e legato pontificio, come predicatore di una crociata, pur effettuando molti faticosi viaggi tra Colonia, Parigi e Roma e frequenti escursioni in varie parti della Germania, abbia potuto essere in grado di comporre una vera enciclopedia, contenente trattati scientifici su quasi ogni argomento dello scibile umano, mostrando una conoscenza della natura e della teologia che sorprese i suoi contemporanei, e ancora suscita l'ammirazione dei dotti dei nostri tempi. Fu, realmente, un Doctor Universalis. Di lui, i critici moderni hanno scritto: «Sia che lo consideriamo un teologo o un filosofo, Alberto è stato sicuramente, uno dei più straordinari uomini della sua età; si potrebbe dire, uno dei più meravigliosi uomini di genio che sono apparsi in passato» (Jourdain, Recherches Critiques).
Alberto e le scienze sperimentali
Non sorprende che Alberto si fosse basato sulle fonti di informazioni che esistevano ai suoi tempi, in particolare sugli scritti scientifici di Aristotele. Tuttavia egli diceva: «L'obiettivo delle scienze naturali non è semplicemente accettare le dichiarazioni [narrata] degli altri, ma investigare le cause che sono all'opera in natura». Nel suo trattato sulle piante affermò il principio: Experimentum solum certificat in talibus (L'esperimento è l'unica guida sicura in tali indagini). Profondamente versato come era in teologia, egli dichiarava: «Nello studiare la natura non abbiamo a indagare come Dio Creatore può usare le sue creature per compiere miracoli e così manifestare la sua potenza: abbiamo piuttosto a indagare come la Natura con le sue cause immanenti possa esistere.
Anche se sulle scienze naturali preferiva Aristotele a Agostino d'Ippona, egli non esitava a criticare il filosofo greco. «Chiunque creda che Aristotele fosse un dio, deve anche credere che non commise alcun errore. Ma se si crede che Aristotele sia stato un uomo, allora è stato certamente passibile di errori, così come lo siamo noi.». In realtà Alberto dedicò un lungo capitolo a ciò che egli definiva "gli errori di Aristotele". In una parola, il suo apprezzamento per Aristotele era critico. Egli merita credito non solo per aver portato l'insegnamento scientifico del filosofo greco all'attenzione degli studiosi medievali, ma anche per aver indicato il metodo e lo spirito in cui tale insegnamento doveva essere recepito.
Come il suo contemporaneo Ruggero BaconeAlberto fu un infaticabile studioso della natura ed applicò la stessa energia allo studio delle scienze sperimentali, con tale zelo che fu accusato di trascurare le scienze sacre. In realtà, circolarono molte leggende che gli attribuivano poteri magici. Joachim Sighart ha esaminato queste leggende, e si è sforzato di recuperare la verità da storie false o esagerate. Altri biografi si sono accontentati del fatto che la versatilità di Alberto nelle scienze fisiche poteva essere stato il fondamento su cui si basavano tali storie. La verità, naturalmente, si trova tra i due estremi. Alberto coltivò assiduamente le scienze naturali; era un'autorità nella fisica, in geografia, in astronomia, mineralogia, chimica (alchimia), zoologia e fisiologia. In tutti questi soggetti la sua erudizione era vasta e molte delle sue osservazioni sono tuttora valide.
Ernst H. F. Meyer scriveva: «Nessun botanico che sia vissuto prima di Alberto può essere paragonato a lui, tranne Teofrasto, che non conosceva; e dopo di lui nessuno ha dipinto la natura in tali vividi colori, o l'ha studiata così approfonditamente, fino all'arrivo di Conrad von Gesner, e Andrea Cesalpino. Tutti gli onori, dunque, vanno tributati all'uomo che ha fatto tali stupefacenti progressi nella scienza della natura, da non trovare nessuno, non che lo sopravanzi, ma che lo eguagli nei tre secoli successivi.»
L'elenco delle sue opere pubblicate è sufficiente a scagionarlo dall'accusa di trascurare la teologia e le Sacre Scritture. D'altro canto, egli espresse il suo disprezzo per tutto ciò che sapeva di incantesimo o di arte magica. Egli non ammise mai la possibilità di creare l'oro con l'alchimia o attraverso l'uso della pietra filosofale; ciò è evidente dalle sue parole:
(Latino) «... non est probatum hoc quod educitur de plumbum esse aurum, eo quod sola ars non potest dare formam substantialem»
(ITaliano) «... non è provato che ciò che deriva dal piombo sia oro, poiché l'arte da sola non può produrre una forma sostanziale»
Alberto e la filosofia scolastica
Più importante dello sviluppo delle scienze fisiche fu la sua influenza sullo studio della filosofia e della teologia. Egli, più di chiunque dei grandi scolastici che precedettero Tommaso, diede alla filosofia ed alla teologia cristiana la forma e il metodo che, sostanzialmente, si sono conservati fino ai giorni nostri. Nel marcare il sentiero che fu seguito da altri, Alberto condivise la gloria di essere stato un pioniere con Alessandro di Hales († 1245), la cui Summa Theologiae fu il primo scritto, dopo tutte le opere di Aristotele, a diventare famoso a Parigi. La loro applicazione della metodologia e dei principi aristotelici per lo studio della dottrina rivelata funsero da base per il sistema scolastico, che postulava l'unione di ragione e fede. Dopo Averroè, Alberto fu il principale commentatore delle opere di Aristotele, i cui scritti studiò con la massima assiduità, ed i cui principi adottò per sistematizzare la teologia, che intendeva come esposizione scientifica e difesa della dottrina cristiana.
La scelta di Aristotele come maestro provocò forti opposizioni. I commentari ebraici ed arabi sulle opere del filosofo avevano originato tali e tanti errori nell'XI, XII e XIII secolo, che per alcuni anni (1210 -1225) lo studio della metafisica e della fisica aristotelica furono vietati. Alberto, tuttavia, sapeva che Averroè, Pietro Abelardo, Amalrico di Bennes e altri avevano tratto false dottrine dagli scritti del filosofo; sapeva, inoltre, che sarebbe stato impossibile arginare la marea di entusiasmo a favore degli studi filosofici e così decise di purificare le opere di Aristotele da razionalismo, averroismo, panteismo ed altri errori e quindi mettere la filosofia pagana al servizio della causa della verità rivelata. In questo seguì l'insegnamento agostiniano (II De Doct. Christ. xl), che sosteneva che le verità trovate negli scritti dei filosofi pagani dovevano essere adottate dai difensori della fede, mentre le loro opinioni erronee dovevano essere abbandonate o spiegate in un senso cristiano. Tutte le scienze inferiori (naturali) avrebbero dovuto essere al servizio (ancillae) della teologia, che è la scienza superiore.
Contro il razionalismo di Abelardo e dei suoi seguaci, Alberto sottolineò la distinzione tra verità naturalmente conoscibile e misteri (la Trinità e l'Incarnazione), che non possono essere conosciuti senza la rivelazione. Scrisse due trattati contro l'averroismo, che distruggeva l'immortalità e le responsabilità individuali, insegnando che vi è una sola anima razionale per tutti gli uomini. Il panteismo, invece, fu confutato insieme all'averroismo quando la dottrina sugli Universali, il sistema noto come realismo moderato, fu accettata dai filosofi scolastici.
Sebbene seguace di Aristotele, Alberto non trascurò Platone. Scias quod non perficitur homo in philosophia, nisi scientia duarum philosophiarum, Aristotelis et Platonis. Per questo erravano quando dicevano che era solo la scimmia (simius) di Aristotele.
Nella conoscenza delle cose divine la fede precede la comprensione della Divina verità, l'autorità precede la ragione; ma nelle materie che possono essere naturalmente conosciute, un filosofo non dovrebbe assumere una posizione che non sia pronto a difendere con la ragione. La logica, secondo Alberto, era una preparazione all'insegnamento della filosofia come la ragione era il mezzo per passare attraverso ciò che è noto alla conoscenza dell'ignoto: Docens qualiter et per quae devenitur per notum ad ignoti notitiam.
La filosofia era sia contemplativa che pratica. La filosofia contemplativa abbraccia la fisica, la matematica, e la metafisica; la filosofia pratica (morale) è monastica (per l'individuo), domestica (per la famiglia), o politica (per lo stato e la società). Escludendo la fisica, gli autori moderni conservano ancora la vecchia divisione della filosofia scolastica in logica, metafisica (generale e speciale) ed etica.
La Teologia di Alberto
In teologia Alberto occupa un posto tra Pietro Lombardo, il magister sententiarum, e Tommaso d'Aquino. Nell'ordine sistematico, nella precisione e nella chiarezza superò il primo, ma fu inferiore al proprio illustre discepolo. La sua Summa Theologiae segnò un passo in avanti rispetto alla consuetudine del suo tempo sia sull'osservazione scientifica, sia nell'eliminazione delle questioni inutili, sia nella limitazione delle argomentazioni e obiezioni; rimanevano, tuttavia, molti degli impedimenta che Tommaso considerava sufficientemente importanti da richiedere un nuovo manuale di teologia a uso dei novizi (ad eruditionem incipientium), come il "Dottore Angelico" commentava nel prologo della sua Summa. La mente del Doctor Universalis era così pregna della conoscenza di molte cose che non poteva sempre adeguare le sue esposizioni della verità alle capacità dei novizi nella scienza della teologia. Quindi, addestrò e diresse un alunno che diede al mondo una concisa, chiara e perfettamente scientifica esposizione e difesa della dottrina cristiana. Fu proprio grazie agli indirizzi di Alberto che Tommaso scrisse la sua Summa Teologica.

Antonino Pierozzi noto anche come Antonino da Firenze (Firenze, 1º marzo 1389 – Montughi, 2 maggio 1459) è stato un teologo, arcivescovo cattolico e letterato italiano; appartenne all'ordine dei frati predicatori, fu arcivescovo di Firenze e studioso nei ranghi della tarda scolastica. È stato proclamato santo da papa Adriano VI nel 1523.
Biografia
Figlio del notaro ser Niccolò Pierozzi, fin dalla giovane età maturò un'indole avvezza alla meditazione, allo studio e alla preghiera, che in età adulta gli valsero l'appellativo di "campione della serietà". La sua esile figura, dalla corporatura minuta, gli diede qualche difficoltà a entrare tra i domenicani, ma le sue doti intellettuali convinsero i frati (si dice che sapesse a memoria tutto il Decreto di Graziano). Ricevette il sacerdozio probabilmente a Cortona, nel 1414, dove si trovava per predicare. Si spostò anche a Fiesole e a Foligno.
Sin da giovane ricevette numerosi incarichi di responsabilità: vicario degli Osservanti in Italia e priore dei conventi domenicani a Fabriano, Napoli, Gaeta, a Roma (in Santa Maria sopra Minerva).
Tornò quindi a Firenze e divenne priore del convento di San Marco che, nello stesso periodo in cui Beato Angelico ne affrescava le celle con un famoso ciclo sulla vita di Gesù, raggiunse con Antonino vertici di spiritualità e vita cristiana.
Durante questa carica fu chiamato a ricoprire il seggio arcivescovile del capoluogo toscano nel 1446, dopo Bartolomeo Zabarella, su precisa richiesta della Signoria e del Capitolo di Santa Maria del Fiore. Accettò l'incarico, seppur con riluttanza (provò anche a fuggire, ma venne bloccato a Fiesole), e svolse il suo compito contraddistinguendosi per magnanimità, carità e profonda dottrina. Fu papa Eugenio IV stesso, esule a Firenze, che gli conferì la carica in persona.
Per un certo senso precursore della riforma tridentina, diede un nuovo volto alla arcidiocesi, con la riorganizzazione delle parrocchie, il ripristino degli ideali evangelici nel clero, l'istruzione dei fedeli, ecc. Figura instancabile, compiva regolarmente visite pastorali nelle varie chiese cittadine e del contado, radunava i sacerdoti, predicava al popolo dei fedeli e scriveva opere morali e teologiche in latino e in volgare. Non mancarono poi incarichi dati dal pontefice o dalla Repubblica fiorentina.
Alcune descrizioni dell'epoca lo ricordano come esile, sgraziato nella voce, ma austero nel portamento, con un'aura di santità fin da quando era in vita.
Fu protettore dell'opera artistica di Beato Angelico e numerosi scritti e un epistolario ricco di una cultura profonda, ma assai densa di umanità.
Morì il 2 maggio 1459 presso Montughi, un colle abitato appena a nord di Firenze, vicino Careggi, nel cosiddetto Palazzo dei Vescovi fiorentini, la cui torre mozzata era (alla fine del Quattrocento) nella zona dove si trova l'odierna via Luigi Lanzi e il muro merlato nell'area oggi occupata da vicolo dei Bigozzi.
Antonino, nella sua notevolissima spiritualità, non sosteneva posizioni radicali o intransigenti come quelle sostenute in seguito dal suo confratello Savonarola, anzi fu un personaggio pienamente inserito nella cultura umanista fiorentina, che declinò nel governo cristiano della città e nella sua azione pastorale: riorganizzò le istituzioni caritative, indirizzandole ciascuna verso un preciso compito, affinché potessero al meglio specializzarsi con risparmio di energie e di mezzi, con le cosiddette Compagnie di Dottrina: lo Spedale degli Innocenti per i fanciulli, gli orfani e i trovatelli, la Compagnia dei Buonomini di San Martino per i poveri "verghognosi", ovvero per i benestanti caduti in disgrazia, la compagnia per l'assistenza dei sacerdoti anziani (presso l'Oratorio di Gesù Pellegrino). Antonino s'inserisce quindi in quella tradizione assistenziale - caricatevole e misericordiosa fiorentina, avviatasi attraverso l'operato dell'Ordine dei Servi di Maria e proseguita successivamente dalle confraternite del Bigallo e della Misericordia. Non è quindi un caso se Antonino lo ritroviamo effigiato in una delle opere richiamanti la Misericordia divina più note del panorama quattrocentesco: la Madonna della Misericordia dipinta nel 1475 da Domenico Ghirlandaio (fonte: Diego Baratono, Claudio Piani, 2014).
Culto
Fu proclamato santo da papa Adriano VI il 31 maggio 1523; la bolla fu pubblicata dal successore, Clemente VII, il 23 novembre dello stesso anno.
La ricorrenza liturgica cade il 2 maggio:
Nell'arcidiocesi di Firenze, di cui è compatrono assieme a san Zanobi, viene celebrato assieme a quest'ultimo il 10 maggio e così anche nella Messa Tridentina. Nella casa dove nacque, nei pressi di Piazza del Duomo a Firenze, oggi appartenente all'Opera di Santa Maria del Fiore, un busto e una targa in latino ricordano la sua figura. Giovanni XXIII, nel quinto centenario della sua morte, lo dichiarò patrono della città di Firenze e dell'arcidiocesi, accanto a San Zanobi. Una sua statua si trova nel cortile degli Uffizi. Esiste anche una via Sant'Antonino nei pressi di piazza dell'Unità italiana (zona Stazione di Santa Maria Novella) a Firenze. Esiste un busto in via Vittorio Emanuele, nei pressi di Montughi, vicino al civico 100.

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Lorenzo Ruiz di Manila e 15 compagni”
León (Francia) - † Nagasaki (Giappone), 24 settembre 1637
Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, Sant’Antonio González, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, mandato in Giappone con cinque compagni e poco dopo arrestato, fu sottoposto per due volte al supplizio dell’acqua e, preso dalla febbre, precedette gli altri nella morte sotto il comandante supremo Tokugawa Yemitsu.
Sant’Antonio González fa parte dello stuolo di 16 martiri per la fede, uccisi a Nagasaki in Giappone negli anni 1633-37; facendo seguito al numeroso gruppo di 205 martiri che donarono la loro vita, sempre a Nagasaki-Omura, negli anni 1617-32.
Essi furono vittime della persecuzione scatenata il 28 febbraio 1633, dallo “shogun” (supremo capo militare della nazione), Tokagawa Yemitsu; che con il suo (Editto n. 7), colpiva gli stranieri che “predicano la legge cristiana e i complici in questa perversità, che devono essere detenuti nel carcere di Omura”.
I sedici missionari che contavano nove padri Domenicani, tre Fratelli religiosi domenicani, due Terziarie domenicane, di cui una anche Terziaria Agostiniana, due laici, di cui uno padre di famiglia.
Avevano svolto apostolato attivo nel diffondere la fede cristiana nelle Isole Filippine, a Formosa e in Giappone; e appartenevano in diverso grado alla Provincia Domenicana del Santo Rosario, allora detta anche delle Filippine, la cui fondazione risaliva alle Missioni in Cina del 1587 e che al principio del 1600, aveva istituito una Vicaria in Giappone.
Essi furono catturati a gruppi o singolarmente, e rinchiusi nel carcere di Nagasaki e in quel quinquennio, in vari tempi ricevettero il martirio.
Dal 1633 era stata introdotta una nuova tecnica crudele di supplizio, a cui venivano sottoposti i condannati e così lasciati morire e si chiamava “ana-tsurushi”, cioè della forca e della fossa: si sospendeva il condannato ad una trave di legno con il corpo e il capo all’ingiù, e rinchiuso in una buca sottostante fino alla cintola, riempita di rifiuti; lasciandolo agonizzare e soffocare man mano per giorni.
Ma dal 1634 i cristiani prima di subire questo martirio, venivano sottoposti ad atroci tormenti come l’acqua fatta ingurgitare in abbondanza e poi espulsa con violenza e poi con la trafittura di punte acuminate tra le unghie ed i polpastrelli delle mani.
Certo la malvagità umana, quando si sfrena nell’inventare forme crudeli da infliggere ai suoi simili, supera ogni paragone con la ferocia delle bestie, che perlomeno agiscono per istinto e per procacciarsi il cibo.
I sedici martiri erano di varie nazionalità: 1 filippino, 9 giapponesi, 4 spagnoli, 1 francese, 1 italiano.
E del gruppo spagnolo faceva parte il domenicano padre Antonio González, nato a León, il quale era professore di teologia e rettore nel Collegio di San Tommaso a Manila nelle Filippine.
Fu capogruppo della spedizione domenicana, che nel 1636 andò dalle Filippine in Giappone, per aiutare i cristiani locali, rimasti privi di sacerdoti a causa della persecuzione in atto, già citata.
Il 24 settembre 1637 morì nel carcere di Nagasaki, a causa degli estremi tormenti inflittagli dai carnefici giapponesi. Diamo i nomi degli altri martiri di quel periodo, che raggruppati con il nome di ‘Lorenzo Rúiz e compagni’, sono stati beatificati il 18 febbraio 1981 a Manila nelle Filippine da papa Giovanni Paolo II e dallo stesso Pontefice canonizzati il 18 ottobre 1987, con festa liturgica per tutti al 28 settembre.
Padre Domenico Ibáñez de Erquicia, spagnolo; padre Giacomo Kyuhei Gorobioye Tomanaga giapponese; padre Michele de Aozaraza, spagnolo; padre Guglielmo Courtet, francese; padre Vincenzo Shiwozuka, giapponese; padre Luca Alonso Gorda, spagnolo; padre Giordano Giacinto Ansalone, italiano; padre Tommaso Hioji Rokuzayemon Nishi, giapponese; i tre Fratelli religiosi domenicani catechisti giapponesi: Francesco Shoyemon, Michele Kurobioye, Matteo Kohioye; le due Terziarie Domenicane: Maddalena di Nagasaki (anche Terziaria Agostiniana) e Marina di Omura; i due laici Lorenzo Rúiz di Manila (Filippine), padre di famiglia e Lazzaro di Kyoto, giapponese. Lorenzo Rúiz è considerato il protomartire delle Filippine.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Lisbona, maggio 1514 - Santa Croce in Viana do Castelo, 16 luglio 1590
Nasce a Lisbona nel maggio del 1514. Riceve l'abito domenicano l'11 novembre 1528. Sarà uno dei discepoli del grande teologo Luis De Granada.
Il 27 gennaio 1559 viene nominato arcivescovo di Braga. Tra i suoi impegni più significativi vi saranno: la redazione di un Catechismo e le scuole di teologia morale.
Dal 1561 al 1563 prende parte al Concilio di Trento.
Il 23 febbraio 1582 rinuncia all'ufficio di arcivescovo e si ritira nel convento domenicano della Santa Croce in Viana do Castelo. Vi morirà il 16 luglio 1590.
È stato beatificato da Giovanni Paolo II il 7 luglio 2001. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Viana do Castelo nel monastero di Santa Cruz in Portogallo, Beato Bartolomeo dei Martiri Fernandes, vescovo di Braga, che, insigne per integrità di vita, si adoperò con somma carità pastorale per le necessità del suo gregge e ornò di sana dottrina i suo necessità del suo gregge e ornò di sana dottrina i suoi numerosi scritti.
Nacque a Lisbona nel mese di maggio 1514. L’appellativo dei Martiri ricorda la chiesa di Santa Maria dei Martiri dove fu battezzato e sostituì quello di Vale adottato in memoria del nonno.
Riceve l’abito domenicano l’11 novembre 1528 e compie il noviziato nel convento di Lisbona, concludendo gli studi filosofici e teologici nel 1538.
Passa alla docenza nei conventi di Lisbona, “da Batalha” e Évora (1538-1557); diviene quindi priore del convento di Benfica a Lisbona (1557-1558).
Dalla regina del Portogallo, Caterina, è presentato a succedere all’arcivescovo di Braga, il carmelitano Baltesar Limpo; e viene confermato dal papa Paolo IV con la bolla Gratiae divinae praemium, datata 27 gennaio 1559. L’ordinazione episcopale gli è conferita il 3 settembre in San Domenico di Lisbona.
Accettò questa dignità per ubbidienza al suo priore provinciale, il celebre scrittore Ven. Luigi di Granata, il quale, designato in un primo tempo dalla regina, l’aveva invece consigliata di presentare il suo confratello.
Il 4 ottobre 1559 inaugura nella vastissima arcidiocesi la sua missione apostolica, che si fa molteplice. Ne segnaliamo i tratti più suggestivi.
Attuazione delle visite pastorali, impegno per l’evangelizzazione del popolo, redigendo per tale effetto un Catechismo o dottrina cristiana e pratiche spirituali (15ª edizione nel 1962); sollecitudine per la cultura e la santificazione del clero, giungendo a istituire scuole di Teologia Morale in molti luoghi della diocesi; e a comporre alcune opere dottrinali.
La sua produzione letteraria conta 32 opere, tra le quali merita alto rilievo lo Stimulus Pastorum (22 edizioni), offerto ai Padri del Concilio Vaticano I e II.
L’impegno concreto per la riforma è provato anche dagli spazi strutturali ai quali diede vita.
Nel 1560 affidò ai Gesuiti gli studi pubblici che si trasformarono nel Collegio di S. Paolo. Dal 1561 al 1563 prese parte al Concilio di Trento, presentando 268 petizioni, sintesi di interpellanze per la riforma nella Chiesa. Per attuare le disposizioni del Concilio organizzò nel 1564 un Sinodo Diocesano, seguito nel 1566 da un Sinodo Provinciale. Nel 1571 o 1572 inizia la costruzione del Seminario Conciliare in Campo Vinha.
Il 23 febbraio 1582 rinuncia all’ufficio di Arcivescovo e si ritira nel convento domenicano della Santa Croce in Viana do Castelo, sorto per sua iniziativa (1561) per favorire gli studi ecclesiastici e la predicazione.
In questo convento muore il 16 luglio 1590, riconosciuto e acclamato dal popolo con l’appellativo di Arcivescovo Santo, padre dei poveri e degli infermi. Il suo sepolcro è venerato nell’antica chiesa domenicana di Viana do Castelo. Dichiarato Venerabile da Gregorio XVI il 23 marzo 1845.
Giovanni Paolo II il 7 luglio 2001 riconobbe il miracolo proposto per la beatificazione: celebrata il 4 novembre, memoria liturgica di San Carlo Borromeo, con il quale Bartolomeu dos Martires si dedicò assiduamente ad eseguire le decisioni del Concilio di Trento.
(Fonte: Santa Sede)
Giaculatoria - San Bartolomeo Fernandes des Martires, pregate per noi.

Buoninsegna de’ Cicciaporci, personaggio illustre ma poco noto che visse in S. Maria Novella, apparteneva ad una famiglia importante e dal nome curioso, con un divertente stemma “parlante” che mostra una simpatica ghirlanda di maialini di cinta senese: è “D'oro, al grifone di nero, con la bordura di rosso caricata di sei porci passanti di nero, cinghiati d'argento, posti nel senso della pezza”, come descritto dall’araldista ottocentesco Ceramelli Papiani.
Lo vediamo nel chiostro di S. Spirito, dove la famiglia possedeva alcune case nella prospiciente piazza. I Cicciaporci ebbero diversi membri illustri nelle istituzioni politiche e religiose fiorentine.
Buoninsegna, frate domenicano, fu ritratto tra il 1570 ed il 1590 da Bernardino Poccetti nel chiostro grande di S. Maria Novella, con la palma del martirio nella mano sinistra. Il cartiglio sotto il ritratto recita:
B. F. BONINSEGNA. FLOREN. MARTYR. INVICTUS PRO. CHTO. ANTIOCHIE. SECTUS AN MCCLX
Giuseppe Maria Brocchi nel suo “Vite De' Santi E Beati Fiorentini” (Albizzini, 1752) gli dedica un intero capitolo, definendolo “DOMENICANO, PATRIARCA D’ANTIOCHIA, E MARTIRE”. Ci racconta che, secondo i documenti conservati nell’archivio di S. Maria Novella, (“Cronica fratrum Sancte Marie Novelle de Florentia”) nacque intorno al 1200 e ricevette i voti dal Beato Giovanni da Salerno, discepolo di S. Domenico Guzman che giunto a Firenze con 12 confratelli nel 1221 fondò la chiesa ed il convento di S. Maria Novella. Si impegnò a fondo negli studi, divenendo lettore in Teologia e nel 1233 ebbe un importante ruolo di mediazione nella difficile pace fra fiorentini e pisani.
Si imbarcò quindi su una nave alla volta dell’Egitto “inspirato da Dio a procurare la conversione degl’infedeli e raggiunse Antiochia, dove “ridusse alla vera fede la maggior parte di quegli abitanti e per questo fu nominato dal Papa “Patriarca Antiocheno”. Ma nel giugno 1270, a seguito della riconquista di Antiochia da parte dei mamlûk, tutti i Domenicani di Antiochia furono giustiziati.
A Buoninsegna Cicciaporci fu riservato lo stesso atroce supplizio che secondo i vangeli apocrifi fu inflitto al profeta Isaia: “...essendo stato ordinato che il medesimo (Buoninsegna, n.d.r.) fosse segato vivo pel mezzo del capo nella pubblica piazza, il che fu barbaramente eseguito il dì 8 di Giugno dell’anno MCCLXX”. Per questo motivo nell’affresco del Poccetti viene ritratto con la palma del martirio nella mano sinistra, nel cartiglio viene definito “sectus” (diviso, segato) e si fa riferimento alla sua carica di Patriarca.
Nel sec. XV° l’arcivescovo domenicano S. Antonino Pierozzi nei suoi scritti poneva Buoninsegna tra i più autorevoli ed illustri santi dell’ordine Domenicano. Troviamo infatti il suo ritratto nella sala del capitolo del convento di S. Marco, di cui Pierozzi era Priore, tra i 17 volti di Domenicani illustri ritratti nel fregio alla base della Crocifissione di Beato Angelico: è il primo sulla sinistra, con la palma in una mano e lo strumento del suo martirio, una enorme sega, nell’altra.
È possibile che Bernardino Poccetti si sia ispirato a questo ritratto per dipingere quello in S. Maria Novella. Egli infatti affrescò più o meno nello stesso periodo, intorno alla fine del ‘500, diverse lunette del chiostro di S. Antonino del convento di S. Marco, su cui affaccia appunto la sala del capitolo. Avrà quindi sicuramente avuto modo di vedere l’affresco di Beato Angelico ed il ritratto di Buoninsegna.
(Autore: Enrico Bartocci)

(Domingo o Domínico in spagnolo; Caleruega, 1170 – Bologna, 6 agosto 1221) è stato un presbitero spagnolo, fondatore dell'Ordine dei frati predicatori, proclamato santo nel 1234.
Biografia
Era figlio di Felice di Guzmán e di Giovanna d'Aza, di famiglia agiata, anche se non esistono testimonianze certe che discenda dalla nobile famiglia dei Guzmán (la storiografia attuale tende infatti a rigettare l'appartenenza alla casata). Alla nascita venne battezzato col nome di Domenico di Silos, santo patrono dell'abbazia benedettina di Santo Domingo de Silos, situata a pochi chilometri a nord del suo paese natale. Aveva due fratelli, Antonio e il beato Manno.
Inizialmente fu educato in famiglia, dallo zio materno Gonzalo de Aza, arciprete di Gumiel de Izán; fu poi inviato, all'età di quattordici anni, a Palencia, dove frequentò corsi regolari di arti liberali e teologia per dieci anni. Qui venne a contatto con le miserie causate dalle continue guerre e dalla carestia. Domenico, che nella pietà popolare cattolica è conosciuto per aver avuto sentimenti di compassione fin dall'età giovanile per la sofferenza altrui, durante una di tali carestie, forse intorno al 1191, vendette quanto in suo possesso, incluse le sue preziose pergamene (un grande sacrificio in un'epoca in cui non era stata ancora inventata la stampa), per dare da mangiare ai poveri, affermando: "Come posso studiare su pelli morte, mentre tanti miei fratelli muoiono di fame?"
Terminati gli studi, all'età di 24 anni seguì la sua vocazione ed entrò tra i canonici regolari della cattedrale di Osma. Qui venne consacrato sacerdote dal vescovo Martino di Bazan, che stava riformando il capitolo secondo la regola agostiniana, con l'aiuto di Diego d'Acebo (o Acevedo). Diego fu eletto vescovo nel 1201, e nominò Domenico sottopriore e quando il vescovo Diego, nel 1203, fu inviato in missione diplomatica in Danimarca dal re Alfonso VIII di Castiglia per prelevare e accompagnare una principessa promessa sposa di un principe di Spagna, il sottopriore Domenico fu invitato ad accompagnarlo.
Il contatto vivo coi fedeli della Francia meridionale (dove era diffusa l'eresia dei càtari) e l'entusiasmo delle cristianità nordiche per le imprese missionarie verso l'Est costituirono per Diego e Domenico una rivelazione. Di ritorno da un secondo viaggio in Danimarca, scesero a Roma (1206) e chiesero a Innocenzo III di potersi dedicare all'evangelizzazione dei pagani. Ma papa Innocenzo orientò il loro zelo missionario verso la predicazione nella Francia meridionale, la regione dove erano più attivi i càtari, missione promossa dal pontefice fin dal 1203. I due accettarono e, nel 1206, furono inviati missionari in Linguadoca; Domenico continuò anche quando si dissolse la legazione pontificia e pure dopo l'improvvisa morte di Diego (30 dicembre 1207).
La permanenza in Linguadoca
San Domenico rimase in Linguadoca a Prouille, nel paese dei Catari, come missionario, per dieci anni (1206-1216), collaborando col vescovo di Tolosa, Folchetto di Marsiglia. Come legato papale cercò sempre di convertire gli eretici con semplici riconciliazioni. Solo una volta Domenico è citato tra coloro che assistevano al loro rogo. La sua attività di apostolato era imperniata su dibattiti pubblici, colloqui personali, trattative, predicazione, opera di persuasione, preghiera e penitenza, appoggiato in questa sua opera da Folchetto, che lo nominò predicatore della sua diocesi.
San Domenico si convinse che bisognava anche dare l'esempio e vivere in umiltà e povertà come gli albigesi, e pian piano maturò anche l'idea di un ordine religioso. Iniziò con l'istituzione di una comunità femminile che accoglieva donne che avevano abbandonato il catarismo, e questa comunità di religiose domenicane esiste ancora oggi. A Domenico si avvicinavano anche uomini, ma questi resistevano poco al rigoroso stile di vita da lui preteso per testimoniare con l'esempio la fede cattolica tra i càtari. Alla fine però riuscì a riunire un certo numero di uomini idonei e motivati che condividevano i suoi stessi ideali, istituendo un primo nucleo stabile e organizzato di predicatori.
L’apparizione della Madonna e la consegna del Rosario
La casa di San Domenico a Tolosa Quadro della Madonna del Rosario di Pompei che raffigura la consegna del Rosario a San Domenico
Secondo la tradizione, nel 1212 Domenico, durante la sua permanenza a Tolosa, ebbe una visione della Vergine Maria e la consegna del rosario, come richiesta a una sua preghiera per combattere l'eresia albigese senza violenza e da allora il rosario sarebbe diventato la preghiera più diffusa per combattere le eresie e nel tempo una delle più tradizionali preghiere cattoliche.
Tuttavia, il Rosario in quanto tale sarà strutturato tempo dopo da un omonimo, Domenico di Prussia, sulla base di una preghiera utilizzata nel cattolicesimo intorno all'anno 800. Nei monasteri era consuetudine recitare i 150 salmi nella Liturgia delle Ore, ma ai fedeli che non erano sacerdoti o monaci, non sapendo leggere, veniva loro insegnata una pratica più semplice: recitare 150 Ave Maria. La pratica di meditare su alcuni misteri concreti che oggi sono essenziali per la devozione del Rosario sembra essere nata molto tempo dopo la morte di Domenico, e l'introduzione di questa meditazione durante la preghiera sembra più attribuibile al certosino Domenico di Prussia. Fu il frate domenicano Alano della Rupe intorno agli anni 1470-75 che promosse per primo che l'origine del rosario fosse attribuibile a Domenico di Guzmán, forse confondendolo con l'altro Domenico (di Prussia); tuttavia, in nessuna biografia, dipinto, scultura o altra rappresentazione di Domenico, si trovano riferimenti sul Rosario, nemmeno nei manoscritti dell'epoca degli stessi frati predicatori presenti nel suo processo di beatificazione.
Fondazione dell’ordine dei Frati Predicatori
Con la bolla papale Religiosam vitam del 22 dicembre 1216 Papa Onorio III conferì l'approvazione ufficiale e definitiva all'ordine fondato da Domenico. Ottenuto il riconoscimento ufficiale, l'ordine crebbe e già l'anno dopo, nel 1217, fu in condizione di inviare frati in molte parti d'Europa, in particolare nella penisola iberica e nei principali centri universitari del tempo; a Parigi e a Bologna, dove si recò egli stesso. Subito incontrarono opposizioni da parte dei vescovi locali, che furono superate dalla bolla papale dell'11 febbraio 1218, che ordinava a tutti i prelati di dare assistenza ai domenicani.
A Bologna, l'eloquenza di Reginaldo d'Orléans a favore del nuovo ordine stimolò un notevole e vasto sostegno ai seguaci di Domenico di Guzmán, i quali ricevettero notevoli donazioni; Reginaldo avrebbe voluto accettare, ma Domenico le rifiutò, perché desiderava che i suoi confratelli non avessero proprietà e vivessero di elemosina.
Nel 1220 e nel 1221 Domenico presiedette personalmente a Bologna ai primi due Capitoli Generali destinati a redigere la Magna Carta e a precisare gli elementi fondamentali dell'Ordine (predicazione, studio, povertà mendicante, vita comune, spedizioni missionarie).
Sfinito dal lavoro apostolico (stava preparando una missione in Cumania e per questo studiava la lingua di quel popolo) ed estenuato dalle grandi penitenze, Domenico morì il 6 agosto 1221, nel suo amato convento di S. Nicolò delle Vigne a Bologna (oggi Basilica di San Domenico), in una cella non sua, perché lui, il fondatore, non l'aveva, circondato dai suoi frati, cui rivolgeva l'esortazione «ad avere carità, a custodire l'umiltà e a possedere una volontaria povertà».
L’inquisizione
Pedro Berruguete, Autodafé presieduto da san Domenico di Guzmán
Domenico è comunemente ma apocrificamente associato all'inquisizione. Le fonti storiche dell'epoca non rivelano nulla del suo coinvolgimento, Domenico morì nel 1221 e l'ufficio dell'Inquisizione fu istituito solo nel 1231 in Lombardia e nel 1234 in Linguadoca.
Il canone 27 del terzo Concilio Lateranense del 1179 esortava la crociata contro alcuni movimenti ereticali, in particolare quella del catarismo. Seguì nel 1184 un decretale di papa Lucio III, Ad abolendam. Questo decretò che i vescovi dovessero indagare sulla presenza dell'eresia all'interno delle rispettive diocesi. Le pratiche e le procedure delle inquisizioni episcopali potevano variare da una diocesi all'altra, a seconda delle risorse a disposizione dei singoli vescovi e del loro relativo interesse o disinteresse personale. Convinti che l'insegnamento della Chiesa contenesse la verità rivelata, il primo ricorso dei vescovi fu quello della persuasione, approccio che si rivelò spesso molto efficace.
Nel 1231 papa Gregorio IX nominò un certo numero di inquisitori pontifici, per lo più domenicani e francescani, in varie regioni d'Europa. Come mendicanti, erano abituati a viaggiare. A differenza dei metodi episcopali casuali, l'inquisizione papale era completa e sistematica, tenendo registri dettagliati. Questo tribunale funzionava in Francia, Italia e parti della Germania e aveva praticamente cessato di operare all'inizio del XIV secolo.
Nel XV secolo, l'Inquisizione spagnola incaricò l'artista Pedro Berruguete di raffigurare Domenico che presiede un autodafé, promuovendo così una leggenda storica per autogiustificarsi. Reagendo contro i tribunali spagnoli, i polemisti protestanti del XVI e XVII secolo svilupparono e perpetuarono volentieri la leggenda di Domenico l'Inquisitore. Questa immagine fornì ai critici tedeschi della Chiesa Cattolica un argomento valido contro l'Ordine domenicano, la cui predicazione si era rivelata un formidabile avversario nelle terre della riforma protestante. Come osserva Edward Peters, "nella storiografia protestante del XVI secolo crebbe una sorta di anti-culto di san Domenico".
Culto
Domenico fu canonizzato da papa Gregorio IX il 13 luglio 1234 nella Cattedrale di Santa Maria Assunta a Rieti. Attualmente è celebrato il giorno 8 agosto (calendario romano generale) e il 4 agosto (messa tridentina).
Il suo corpo, dal 5 giugno 1267, è custodito in una preziosa arca marmorea, presso l'omonima basilica di Bologna. A Roma, nell'orto del convento della Basilica di Santa Sabina all'Aventino, è presente una pianta di arancio dolce che, secondo la tradizione domenicana, fu piantato da san Domenico ed è l'arancio più vecchio d'Europa. La notorietà delle numerose leggende miracolistiche legate alle sue intercessioni fece accorrere al suo sepolcro fedeli da ogni parte d'Italia e d'Europa, mentre i fedeli bolognesi lo proclamarono «Patrono e Difensore perpetuo della città». In occasione del VII centenario della morte il 29 giugno 1921 papa Benedetto XV dedicò alla figura di san Domenico l'enciclica Fausto Appetente Die. Nel 1963, Sœur Sourire, la cantante monaca domenicana belga, raggiunse il primo posto nella classifica delle hit parade degli Stati Uniti con la canzone su san Domenico, Dominique.

(Baena, 19 dicembre 1765 – Nam Dinh, 25 giugno 1838) è stato un vescovo cattolico e santo spagnolo.
Biografia
Domingo Henares de Zafra Cubero è stato un missionario domenicano spagnolo, vescovo titolare di Fessei e coadiutore del vicario apostolico del Tonchino orientale. Fu decapitato per ordine dell'imperatore Minh Mng. Dichiarato martire e beatificato nel 1900, è stato proclamato santo da papa Giovanni Paolo II nel 1988.
Il suo elogio si legge nel Martirologio romano alla data del 25 giugno; la memoria obbligatoria dei santi martiri del Vietnam si celebra il 24 novembre.

Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Santi Lorenzo Ruiz di Manila e 15 compagni”

Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, Santi martiri Domenico Ibáñez de Erquicia, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, e Francesco Shoyemon, novizio nel medesimo Ordine e catechista, uccisi in odio al nome di Cristo sotto il comandante supremo Tokugawa Yemitsu.
I Santi Domenico IBÁÑEZ, Giacomo KYUSHEI TOMONAGA, Domenicani, LORENZO Ruiz, laico, e 14 compagni formano un gruppo di martiri in Giappone del 1633-1637 a Nagasaki dopo quello dei 205 martiri di Omura-Nagasaki del 1617-1632, beatificati da Pio IX nel 1867.
Il gruppo dei beatificati da Papa Giovanni Paolo II, il 18 febbraio 1981 a Manila, è composto di 13 Domenicani e di 3 laici.
Ma per comprendere meglio la situazione della Chiesa in Giappone a quel tempo dobbiamo rintracciare alcuni aspetti storici.
Nella storia ecclesiastica del Giappone si distinguono tre date importanti: 1549, 1600 e 1640. Nel 1549, San Francesco Saverio arrivò in Giappone; nel 1600, lo Shogun (capo militare) Tokugawa Yeyasu inaugurò la dinastia legata al suo nome; nel 1640, il Giappone chiuse le sue porte al mondo occidentale, isolandosi per due secoli.
Dal 1549 al 1614, in un clima relativamente favorevole, San Francesco Saverio, al quale subentrarono i suoi confratelli Gesuiti e più tardi Francescani, Domenicani e Agostiniani, costruì una comunità cristiana fiorente.
Nel 1600, in Giappone erano già più di 300.000 cristiani, tra i quali diversi membri delle classi influenti.
A differenza delle Filippine, però, il cristianesimo giapponese nella prima metà del secolo XVII, sparì quasi completamente, sommerso da una violenta persecuzione.
Questa coincise con gli anni più gloriosi dello shogunado, un regime frutto di vari fattori di ordine religioso, politico e sociale.
Da tempi immemorabili la religione originaria del Giappone era lo Shintoismo, basato sul culto degli spiriti legati alle forze della natura e sul concetto dell'imperatore come discendente dalla Dea solare Amaterasu, come simbolo visibile e permanente.
Quando nel secolo VI entrarono dalla Cina il Buddismo ed il Confucianesimo, mettendo profonde radici, lo Shintoismo e il prestigio dell'imperatore decaddero in modo considerevole. Il risultato di questo declino fu il feudalismo, mentre all'imperatore rimaneva solo un ruolo di carattere morale e religioso.
Il potere effettivo passò ad un dittatore della classe guerriera, chiamato Shogun che, a sua volta, vide la sua autorità diluirsi tra diversi signori feudali chiamati daimyò, padroni assoluti dei loro vasti territori. Al loro servizio stavano i samurai e, al livello sociale inferiore, i poveri, privi di diritti umani: contadini, artigiani, commercianti ed operai.
I daimyò si dedicarono spesso alla guerra tra di loro.
Tale situazione ebbe curiosamente dei vantaggi per l'evangelizzazione al¬l'arrivo di San Francesco Saverio e degli altri missionari.
Espulsi da un feudo, i cristiani potevano fuggire in un'altro. Nell'ultimo quarto del secolo XVI due Shogun aprirono la strada per un movimento di unificazione, Oda Nobunga (1568–1582), nemico dei buddisti e simpatizzante per il cristianesimo, e poi Toyotomi Hideyoshi (1582–1598). In modo quasi inspiegabile quest'ultimo divenne persecutore del cristianesimo e ordinò l'esecuzione dei 26 Protomartiri di Nagasaki (San Paolo Miki e compagni). Alla morte dello Shogun Hideyoshi, il cristianesimo pote respirare di nuovo tra speranze e timori.
La vittoria di Sekigahara, nel 1600, diede il potere e lo shogunado a Toku¬gawa Yeyasu (1600–1616), al quale successero il figlio Hidetada (1616–1622) e il nipote Yemitsu (1622–1651), e poi una lunga serie di discendenti fino al 1868. Yeyasu conseguì l'unificazione nazionale e diede al paese una solida struttura legale ed amministrativa. Il Giappone iniziava ad essere governato da un'autorità centrale senza eliminare la relativa autonomia feudale dei daimyò.
La politica dei Tokugawa mostrò per questo sempre una certa diffidenza riguardo alla lealtà dei daimyò, sottomessi ma mai del tutto domati. Tale sospetto aumentava con la presenza di commercianti spagnoli e di religiosi cattolici, accusati dagli olandesi di essere la punta avanzata della conquista e dell'insurrezione. Cosa in realtà mai avvenuta.
Nel 1614 Yeyasu, giudicando la fede di tutti i suoi sudditi sulla base del buddismo e attorniandosi poi di ministri gelosamente confuciani, emise l'editto di persecuzione generale. Hidetada e Yemitsu intensificavano l'avversione al cristianesimo, come dimostra la cruenta persecuzione, in particolare nei riguardi dei martiri della presente Canonizzazione, la prima, insieme al primo Santo delle Filippine, Lorenzo Ruiz.
Prima di presentare le biografie di questi martiri immolati nel periodo 1633–1637, dobbiamo rispondere alla questione del ritardo nella beatificazione. La risposta è semplice. Le inchieste processuali tenute nel giro immediato dei fatti con due processi ordinari a Manila e a Macao (1636–1637) sul martirio di nove sacerdoti domenicani andarono smarrite 30 anni dopo e furono ritrovate solo all'inizio del secolo XX in copia autentica negli archivi domenicani di Manila. Arricchiti con ampia documentazione di tutto il gruppo, resero possibile la ripresa della causa, preparando nel 1977–1978 la «Posizione» storica sul martirio, che venne pubblicata nel 1979 e posta alla base degli esami storico-teologici della Congregazione dei Santi tra il 30 ottobre 1979 ed il 1° luglio 1980.
DOMENICO IBÁÑEZ DE ERQUICIA, Sacerdote Domenicano
Il Santo Domenico Ibanez nacque a Régil (Guipúzcoa), diocesi di S. Sebastián, Spagna, ai primi di febbraio 1589. Entrò nell'Ordine Domenicano nel 1604. Nel 1605 fece la professione e nel 1611 si trasferì nelle Filippine dove fu incorporato alla Provincia domenicana del Rosario. Lavorò nel Pangasinan, al nord dell'isola Luzón, e poi tra i cinesi di Binondo (Manila). Fu anche profes¬sore nel Collegio S. Tommaso (ora Università) di Manila.
Nel 1623 partì per il Giappone con P. Luca dello Spirito Santo ed altri missionari. In mezzo alle persecuzioni svolse un lavoro clandestino per 10 anni, catechizzando e amministrando i sacramenti, consolando i deboli e riportando gli apostati alla fede.
P. Domenico andò fino a Yedo (Tokyo), dove rimase per 2 anni. Nel 1629, già Vicario Provinciale, ritornò a Nagasaki, dove la persecuzione aveva raggiunto il colmo. Lì continuò il suo apostolato, ma nel 1632 dovette nascondersi nelle grotte e nelle montagne con gli altri religiosi.
I giapponesi lo cercarono. Un cristiano apostata rivelò il suo nascondiglio e così venne incarcerato. Siccome rifiutò di apostatare, il 13 agosto 1633 fu sottoposto alle torture della forca e fossa: il condannato veniva sospeso ad una trave di legno con la testa in giù in una fossa piena di immondizie. La fossa veniva rinchiusa alla cintura del corpo con due tavole circolari di legno e Padre Domenico morì per soffocamento dopo trenta ore, il 14 agosto 1633. Il suo corpo fu bruciato e le ceneri disperse nel mare. Così successe a tutti gli altri martiri.
Francesco Shoyemon, Fratello Cooperatore Domenicano
Il Santo Francesco Shoyemon nacque in Giappone, luogo e data di nascita sono sconosciuti. Per molti anni fu compagno di Padre Domenico de Erquicia come catechista che in qualità di Vicario Provinciale lo ammise nell'Ordine domenicano durante la prigionia comune.
Fu arrestato nel 1633 probabilmente insieme con lo stesso P. Domenico. Il 13 agosto fu sottoposto alla tortura della forca e fossa, morendo il giorno seguente. Il suo corpo fu tagliato a pezzi e bruciato.
Il 18 febbraio 1981, Papa Giovanni Paolo II ha beatificato i martiri a Manila e, il 18 ottobre 1987, li ha canonizzati.
(Autore: Andreas Resch - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

m. 1858
Sacerdote domenicano vietnamita, fu vittima della persecuzione anticristiana nel 1858.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Vicino al fiume Hung Yên nel Tonchino, ora Viet Nam, San Domenico M?u, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, al tempo della persecuzione perpetrata dall’imperatore T? D?c, fu condotto a mani giunte, come se si stesse recando all’altare, al martirio della decapitazione per Cristo, con l’accusa di aver portato in pubblico la corona del Rosario ed esortato i cristiani a testimoniare la fede.
Nativo del Vietnam, già sacerdote, chiese ed ottenne di entrare nell'Ordine Domenicano.
Esercitò a lungo e con entusiasmo il suo ministero apostolico, anche quando infuriava la cruenta persecuzione anticristiana.
Rinchiuso in carcere, continuò a prodigarsi per il bene delle anime, confortando e assistendo i cattolici che pativano la prigionia con lui oppure meditando intensamente e pregando.
Così, con animo sereno e forte, si preparò a ricevere la gloria del martirio attraverso la decapitazione: era il 5 novembre 1858.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Santi Andrea Dung Lac e Pietro Truong Van Thi Sacerdoti e martiri”
“Santi Martiri Vietnamiti (Andrea Dung Lac e 116 compagni)”
1786 - 1839
Studioso di lettere, fu ricevuto nell'Ordine domenicano da Sant' Ignazio Delgado e nel 1819 fu ordinato sacerdote. Fu un apostolo fervente in tutto il Vietnam fondando numerose comunità cristiane. Scoppiata la persecuzione anticristiana, il governo promise un'ingente somma a chi avesse collaborato alla cattura del sacerdote domenicano, cosicché ben presto fu tradito, arrestato e torturato. Condannato alla decapitazione per essersi rifiutato di calpestare la croce, coronò il suo apostolato il 26 novembre 1839.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella città di Nam D?nh nel Tonchino, ora Viet Nam, Santi Tommaso Ðinh Vi?t D? e Domenico Nguy?n Van (Ðoàn) Xuyên, sacerdoti dell’Ordine dei Predicatori e martiri, che furono decapitati insieme per decreto dell’imperatore Minh M?ng.
Fa parte del gruppo di 116 martiri, morti per la fede nel Tonchino (Vietnam) fra il 1745 e il 1862, a suo tempo beatificati a gruppi negli anni 1900 – 1906 – 1909 – 1951 e poi elevati agli onori degli altari come santi, tutti insieme, da papa Giovanni Paolo II il 19 giugno 1988, commemorazione liturgica per tutti il 24 novembre.
Volendo sorvolare sull’inizio dell’evangelizzazione del Tonchino avvenuta nel 1627, bisogna dire che il cristianesimo si affermò quasi subito in quelle popolazioni, nel contempo già dal 1630 un editto del re, istigato da un bonzo, proibì al popolo la pratica della religione cristiana e già nel 1644 si ebbe il primo martire nel catechista Andrea Trung.
E così si andò avanti con i missionari indomiti che ad ondate arrivavano nel Paese e le persecuzioni provocate dal taoismo e buddismo che per almeno due secoli si sono avvicendate con schiere di martiri da parte cristiana, fino al 1862 quando il re Tu-Duc sanzionò il principio della libertà religiosa per i suoi sudditi e cessarono così le persecuzioni.
Xuyèn a cui fu dato il nome di Domenico, fu ricevuto sin dalla giovinezza nella “Casa di Dio” dal beato padre Delgado, divenne sacerdote a 33 anni nel 1819, l’anno successivo entrò nell’Ordine dei Predicatori (Domenicani), condusse una vita operosa nell’apostolato percorrendo il vasto territorio del suo distretto, incurante dei pericoli della persecuzione di turno.
Collaboratore nella parrocchia di Pham-Phao ebbe poi l’incarico della parrocchia di Ke men, dove operò la conversione di molti tonchinesi; uguale successo ebbe quando dopo quattro anni, fu trasferito a Dong-Xuyen dove stette tredici anni.
Imperversando più forte la persecuzione di Minh Mang, cercò di operare più prudentemente perché fra i vari incarichi ricevuti vi fu anche quello di segretario del vescovo Ignazio Delgado e quindi dopo l’arresto dello stesso vescovo nel 1838, veniva ricercato quale supposto tesoriere. Su di lui fu posta una taglia e l’avidità di un pagano fece sì che fosse denunziato ai mandarini e il 18 agosto 1839, mentre era impegnato in una festa della comunità cristiana di Phu duong, venne preso e portato a Nam Dinh presso il capo della provincia.
Fu sottoposto a tormenti molto più dolorosi di altri cristiani arrestati, sia perché i mandarini esigevano la sua apostasia, ma anche per l’avidità di prendere l’oro di cui si riteneva fosse il custode. Gli venne chiesto di calpestare la Croce in modo così brutale che gli venne un tremito per tutta la persona, dopo molte sferzate perse la parola, con tenaglie fredde o roventi gli veniva strappata la carne viva, nonostante tutto questo, rispondeva al mandarino Trinh Quang Khanh: “Nella vita come nella morte mai abbandonerò la fede”.
Tanta fermezza provocò la sentenza di morte il 25 ottobre 1839; sentenza che fu confermata dalla corte a Nam Dinh e così il padre Domenico Xuyèn insieme con il Beato Tommaso Dué, che era stato condannato qualche giorno prima, il 26 novembre 1839 salirono il patibolo per essere decapitati poco dopo mezzogiorno, aveva 52 anni di età, fu sepolto sul luogo del supplizio e traslato due anni dopo nel collegio di Luc Thuy. Beatificato da Leone XIII il 27 maggio 1900.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Sacerdoti domenicani decapitati durante la persecuzione in Vietnam.
Martirologio Romano: Nella città di Nam Định nel Tonchino, ora Viet Nam, Santi Domenico Nguyễn Văn Hạnh (Diêu), dell’Ordine dei Predicatori, e Bernardo Vũ Văn Duệ, sacerdoti e martiri, decapitati per Cristo sotto l’imperatore Minh Mạng.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Domenico Nguyễn Văn Hạnh e Bernardo Vũ Văn Duệ, pregate per noi.

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Santi Andrea Dung Lac e Pietro Truong Van Thi”
“Santi Martiri Vietnamiti (Andrea Dung Lac e 116 compagni”)
1792 - 1840
Catturato durante la persecuzione religiosa in Vietnam, ottenne, in carcere, la conversione di San Tommaso Toán, che aveva apostatato in un momento di debolezza.
Superando minacce e torture, si rifiutò di calpestare la croce e fu decapitato.

Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella città di Nam Dinh nel Tonchino, ora Viet Nam, San Domenico Trach, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che preferì morire piuttosto che recare oltraggio alla croce e subì il martirio della decapitazione sotto l’imperatore Minh Mang.
Nato nel Tonchino meridionale, entrò nell'Ordine domenicano nel 1825, e una volta ordinato sacerdote, oltre alla missione si dedicò alla formazione spirituale dei futuri sacerdoti.
Scoppiata la persecuzione anticristiana, continuò instancabile il suo apostolato.
Nell'aprile del 1840 fu catturato: il governatore lo istigò ripetutamente ad apostatare calpestando la croce, ma il frate domenicano respinse sempre la proposta sacrilega con eroica fermezza, finché venne condannato a morte.

(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)

Domenico Tuoc (in vietnamita Ða Minh Tước) (Trung Lao, 1775 – Nam Dinh, 2 aprile 1839) è stato un presbitero vietnamita. Beatificato nel 1900, è stato proclamato santo da papa Giovanni Paolo II nel 1988.
Biografia
Ða Minh Turòc nacque nel 1775 nella provincia di Nam Dinh nel Tonchino, in Vietnam. Divenne un sacerdote professo dell'ordine domenicano. Nel 1838 l'imperatore Minh Mang ordinò una persecuzione dei cristiani vietnamiti. Domenico fu imprigionato e torturato. Morì martire il 2 aprile 1839, a Nam Dinh.
Culto
Fu beatificato il 27 maggio 1900 da papa Leone XIII, e canonizzato, come uno dei 117 martiri del Vietnam, il 19 giugno 1988 da papa Giovanni Paolo II. I martiri vietnamiti sono ricordati congiuntamente il 24 novembre, ma san Domenico può anche esser ricordato nel suo dies natalis (il giorno del martirio), il 2 aprile, secondo il Martirologio Romano:
«Nel villaggio di Xurong Đien nel Tonchino, ora Viet Nam, san Domenico Turòc, sacerdote dellOrdine dei Predicatori e martire sotto l’imperatore Minh Mng.»
(Martirologio Romano)

V sec.
Martirologio Romano: A Cahors in Aquitania, san Fiorenzo, vescovo, che San Paolino da Nola celebra come umile di cuore, forte nella grazia e mite nella parola.
Se l’esistenza di San Fiorenzo è attestata dalla corrispondenza di San Paolino di Nola verso il 405, da cui si ricava che era stato eletto vescovo di Cahors da poco tempo, la moderna storiografia lo nomina vescovo tra la fine del IV secolo e l’inizio del V Secolo.
San Paolino di Nola lo definisce "episcopus Cadurcensis di nome Florentius" attestato storicamente sul finire del IV secolo, e descritto come un uomo umile di cuore e "forte" nella grazia ricevuta da Dio. Inoltre è ricordato per la dolcezza delle sue parole.
Anche se il Duchesne lo considerava il primo vescovo sicuro di Cahors, seguito da Alizio, oggi si conosce come prima di lui vi furono due vescovi a Cahors. Il primo è San Genulfo, attestato nel terzo secolo a cui succedette San Sebastiano.
Solo dopo di loro, si tramanda che San Fiorenzo sia stato nominato vescovo della diocesi francese che comprende il dipartimento del Lot. Pertanto San Fiorenzo è da considerarsi il terzo vescovo di Cahors.
Dopo di lui nella cronotassi dei vescovi troviamo Sant’Alizio, che si pensa abbia governato la diocesi negli anni 407-409.
La sua festa è stata fissata nel giorno 4 luglio.
(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Gombreny (Spagna), 1812 - Vich, 2 aprile 1875
Nato a Gombreny (Spagna) da una famiglia di lanaioli, dopo alcuni anni trascorsi come seminarista nella diocesi di Vich, nel 1830 entrò nel convento domenicano di Gerona.
Nel 1835 fu costretto a lasciare il convento in seguito alle leggi antiecclesiastiche, ma per tutta la sua vita fu sempre fedele agli impegni della vita domenicana.
Nel 1836 fu ordinato sacerdote e 20 anni più tardi fondò le Suore Domenicane dell'Annunciazione.
Votatosi totalmente alla predicazione, annunciò instancabilmente il nome di Gesù in tutta la Catalogna.

Martirologio Romano: A Vic nella Catalogna in Spagna, Beato Francesco Coll, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che, ingiustamente espulso dal chiostro, perseverò tuttavia fermamente nella sua vocazione e predicò per tutta la regione il nome del Signore Gesù Cristo.
Francisco Coll y Guitart nacque a Gombreny, nella diocesi di Vic, in Spagna, il 18 Giugno 1812, decimo ed ultimo figlio di un cardatore di lana. Sin dai primi tempi della sua vita si dedicò all’educazione dei fanciulli, unendola alla propria formazione spirituale e sacerdotale nel seminario di Vic, dove era entrato nel 1823.
Per chiara ispirazione di Dio, si fece religioso nell’Ordine dei Predicatori vestendone l’abito nel convento di Gerona nel 1830: lì emise poi la sua professione solenne e ricevette il diaconato, finché, nel 1835, la chiusura forzata dei conventi, da parte del Governo, l’obbligò a vivere fuori convento, senza per altro rinunciare alla sua Professione Domenicana, ma anzi portandola a viverla con maggior intensità.
Previo consenso dei superiori, nel 1836, ricevette il presbiterato “col titolo di povertà”.
Per quarant’anni predicò intensamente in tutta la Catalogna, sia nelle missioni popolari di gruppo, che in quelle individuali, divenendo un importante strumento di rinnovamento religioso della società. La sua predicazione si fondava su una gran fedeltà al Vangelo, sul facile superamento delle circostanze avverse e sulla fede nella vita eterna.
Nominato, nel 1850, direttore del Terz’Ordine Secolare Domenicano ebbe nelle sue mani uno strumento giuridico per porre rimedio all’urgente necessità della sua epoca e della sua regione, ossia provvedere alla formazione cristiana delle giovani nei luoghi più poveri ed emarginati, fondando, nel 1856, la Congregazione delle Suore Domenicane dell’Annunziata.
Dal 1869 patì varie malattie, tra cui la cecità e la perdita delle facoltà mentali. Morì il 2 aprile 1875 a Vic. Il suo corpo è venerato nella casa madre della Congregazione da lui fondata. Papa Giovanni Paolo II il 29 aprile 1979 lo ha proclamato Beato.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Francesco Coll y Guitart, pregate per noi.

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Cinesi” (Agostino Zhao Rong e 119 Compagni)

Ecíja (Andalusia), 2 ottobre 1713 – Fuchen (Cina), 28 ottobre 1748
Martirologio Romano:
Nel Fujian in Cina, Santi martiri Francesco Serrano, vescovo, e Gioacchino Royo, Giovanni Alcober e Francesco Díaz del Rincón, sacerdoti dell’Ordine dei Predicatori, che confermarono la stessa fede affrontando lo stesso martirio.
La presenza del Cristianesimo e segnatamente del Cattolicesimo, ha avuto sin dal XII secolo, nel quale cominciò ad affacciarsi in Cina, degli alti e bassi e purtroppo anche ricorrenti sanguinose persecuzioni, con centinaia di missionari e migliaia di fedeli uccisi in odio alla fede cristiana.
Nei secoli XII e XIII, il Cristianesimo cominciò ad affermarsi nel vasto Impero cinese, ma con l’avvento al potere della dinastia dei Ming nel 1370, ci fu una battuta d’arresto e di cristianesimo non se ne parlò più fino alla fine del secolo XVI.
La ripresa dell’evangelizzazione si ebbe soprattutto con il gesuita Matteo Ricci (1552-1610) arrivato in Cina nel 1583, che con un fruttuoso apostolato fra i sapienti e i mandarini di Canton e di Nanchino, giunse il 4 gennaio 1601, ad entrare a Pechino e nel palazzo imperiale come letterato d’Occidente.
Con i suoi confratelli, padre Ricci si adattò per quanto possibile agli usi, costumi e mentalità cinesi, conseguendo uno splendido successo specie fra i notabili locali; i cristiani che nel 1584 erano appena tre, nel 1585 furono una ventina, nel 1605 un migliaio, nel 1608 più di duemila e nel 1610, anno della morte a Pechino del gesuita Matteo Ricci, erano più di 2500.
Le condizioni politiche continuarono ad essere favorevoli al cristianesimo, anche al tempo della dinastia Manciù (1644) e fino quasi alla morte dell’imperatore Kang-Hi, anche se nel 1648, in una isolata esplosione di violenza perse la vita il missionario domenicano san Francesco Fernandez de Capillas (1607-1648), protomartire della Cina, beatificato nel 1909 e canonizzato l’1-10-2000.
A seguito della questione dei riti cinesi e delle disposizioni provenienti dalla Santa Sede, l’imperatore Kang-Hi si inasprì, cominciando ad avversare i missionari cattolici, fino a bandirli dall’Impero aprendo così la via alle persecuzioni, che esplosero con i suoi successori.
Infatti nel 1724 l’imperatore Young-Cheng ordinò che si distruggessero le chiese e si scacciassero o arrestassero i missionari e si incarcerassero e decapitassero i cristiani; nel 1736-37 con Kien-Lung si proibì la predicazione della religione cristiana, furono esiliati tutti i missionari europei, uccidendone molti; rimasero a Pechino solo i Gesuiti francesi che godevano della fama di letterati, pittori, idraulici.
Bisogna dire che all’opera di evangelizzazione della Cina cooperarono, i Domenicani dal 1587, i Francescani dal 1590, gli Agostiniani dal 1680, i Lazzaristi dal 1711.
Nel 1747-48 si ebbero i cinque martiri domenicani Pietro Sanz, Francesco Serrano, Gioacchino Royo, Giovanni Alcober, Francesco Diaz.
Con la soppressione della Compagnia di Gesù nel 1773 da parte di Papa Clemente XIV, le missioni cinesi decaddero quasi completamente nelle città, mentre eroicamente gli altri Ordini religiosi, dispersi nelle varie regioni dell’Impero, continuarono a lavorare con eroismo e con gravi difficoltà.
Nel 1799 si avevano in Cina tre diocesi e tre vicariati apostolici, ma l’imperatore Kia-King era apertamente ostile al cristianesimo, i cui seguaci erano a torto sospettati di simpatia verso i gruppi ribelli alla sua autorità, cioè l’associazione della ‘Regione Celeste’.
Anche con questo imperatore scoppiò una nuova e sanguinosa persecuzione in tutto l’Impero, che durò fino alla sconfitta cinese nella guerra dell’oppio nel 1842; la libertà di religione subentrò con il trattato di Pechino del 1860.
Ci fermiamo qui con la storia del Cristianesimo in Cina, che continuò ad essere perseguitato nei decenni successivi, specie con i famosi violenti e sanguinari ‘Boxers’ nel 1900, sotto la protezione dell’imperatrice Tze-Hsi, e poi in epoca moderna con il regime maoista-comunista.
Padre Francesco Diaz del Rincón nacque a Ecíja nell’Andalusia, il 2 ottobre 1713 e a 17 anni entrò fra i figli di San Domenico nel convento dei Ss. Paolo e Domenico della sua città natale.
Fece la sua professione il 12 settembre 1731, quattro anni dopo nel 1735, spinto dalla sua fervente vocazione missionaria era già nelle Filippine, da dove poco tempo dopo raggiunse la Cina e più specificamente il Fukien, dove lavorò nelle Missioni locali.
A causa della persecuzione in atto contro i missionari e i cristiani, fu arrestato e processato a Fuchen e condannato a morte insieme ai quattro confratelli conterranei sopra elencati.
La sentenza mediante strangolamento, fu eseguita la sera del 28 ottobre 1748 dopo circa due anni di carcere, aveva 35 anni ed era il più giovane del gruppo dei domenicani martiri.
Le reliquie di tutti e cinque martiri della fede, furono raccolte dai fedeli e portate a Manila nelle Filippine, dove si venerano nella Chiesa di S. Domenico.
Gli eroici martiri domenicani, furono beatificati il 6 gennaio 1893 da Papa Leone XIII e canonizzati da Papa Giovanni Paolo II il 1° ottobre del 2000; la loro ricorrenza liturgica è per tutti il 9 luglio, oltre il giorno singolo del martirio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Baquerin de Campos (Palencia), 14 agosto 1607 – Fogan (Cina), 15 gennaio 1648
Nato a Baquerín de Campos, nella diocesi di Palencia, vestì l'abito domenicano a 17 anni nel convento di San Paolo a Valladolid. Ancora diacono partì per le Filippine e di qui - dopo un decennio di ministero sacerdotale - passò in Cina. Prodigò nella provincia di Fo-Kìen ogni sua energia per la diffusione del Vangelo.  
I magnifici risultati della sua attività gli meritarono l'odio dei tartari. Caduto nelle loro mani presso Fuan, rifiutò di apostatare la fede e fu sottoposto a raffinate torture, che sopportò con letizia per amore di Cristo. Il 15 gennaio, la decapitazione coronò l'ideale missionario vagheggiato sin dall'infanzia: la Chiesa ebbe così il primo martire dell'impero cinese.  
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella città di Fu’an nella provincia del Fujian in Cina, San Francesco Fernández de Capillas, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire: dopo avere portato il nome di Cristo nelle isole Filippine e nel Fujian, durante la persecuzione dei Tartari fu qui gettato a lungo in carcere e infine decapitato.  
La presenza del Cristianesimo e segnatamente del Cattolicesimo, ha avuto sin dal XII secolo, nel quale cominciò  ad affacciarsi in Cina, degli alti e bassi e purtroppo anche ricorrenti sanguinose persecuzioni, con centinaia di missionari e migliaia di fedeli uccisi in odio alla fede cristiana.
Nei secoli XII e XIII, il Cristianesimo cominciò ad affermarsi nel vasto Impero cinese, ma con l’avvento al potere della dinastia dei Ming nel 1370, ci fu una battuta d’arresto e di cristianesimo non se ne parlò più fino alla fine del secolo XVI.
La ripresa dell’evangelizzazione si ebbe soprattutto con il gesuita Matteo Ricci (1552-1610) arrivato in Cina nel 1583, che con un fruttuoso apostolato fra i sapienti e i mandarini di Canton e di Nanchino, giunse il 4 gennaio 1601, ad entrare a Pechino e nel palazzo imperiale come letterato d’Occidente.
Con i suoi confratelli, padre Ricci si adattò per quanto possibile agli usi, costumi e mentalità cinesi, conseguendo uno splendido successo specie fra i notabili locali; i cristiani che nel 1584 erano appena tre, nel 1585 furono una ventina, nel 1605 un migliaio, nel 1608 più di duemila e nel 1610, anno della morte a Pechino del gesuita Matteo Ricci, erano più di 2500.
Le condizioni politiche continuarono ad essere favorevoli al cristianesimo, anche al tempo della dinastia Manciù (1644) e fino quasi alla morte dell’imperatore Kang-Hi, anche se nel 1648, in una isolata esplosione di violenza perse la vita il missionario domenicano san Francesco Fernandez de Capillas (1607-1648), protomartire della Cina, beatificato nel 1909 e canonizzato l’1-10-2000.
A seguito della questione dei riti cinesi e delle disposizioni provenienti dalla Santa Sede, l’imperatore Kang-Hi si inasprì, cominciando ad avversare i missionari cattolici, fino a bandirli dall’Impero aprendo così la via alle persecuzioni, che esplosero con i suoi successori.
Infatti nel 1724 l’imperatore Young-Cheng ordinò che si distruggessero le chiese e si scacciassero o arrestassero i missionari e si incarcerassero e decapitassero i cristiani; nel 1736-37 con Kien-Lung si proibì la predicazione della religione cristiana, furono esiliati tutti i missionari europei, uccidendone molti; rimasero a Pechino solo i Gesuiti francesi che godevano della fama di letterati, pittori, idraulici.
Bisogna dire che all’opera di evangelizzazione della Cina cooperarono, i Domenicani dal 1587, i Francescani dal 1590, gli Agostiniani dal 1680, i Lazzaristi dal 1711.
Nel 1747-48 si ebbero i cinque martiri domenicani Pietro Sanz, Francesco Serrano, Gioacchino Royo, Giovanni Alcober, Francesco Diaz.
Con la soppressione della Compagnia di Gesù nel 1773 da parte di papa Clemente XIV, le missioni cinesi decaddero quasi completamente nelle città, mentre eroicamente gli altri Ordini religiosi, dispersi nelle varie regioni dell’Impero, continuarono a lavorare con eroismo e con gravi difficoltà.
Nel 1799 si avevano in Cina tre diocesi e tre vicariati apostolici, ma l’imperatore Kia-King era apertamente ostile   al cristianesimo, i cui seguaci erano a torto sospettati di simpatia verso i gruppi ribelli alla sua autorità, cioè l’associazione della "Regione Celeste".
Anche con questo imperatore scoppiò una nuova e sanguinosa persecuzione in tutto l’Impero, che durò fino alla sconfitta cinese nella guerra dell’oppio nel 1842; la libertà di religione subentrò con il trattato di Pechino del 1860.
Ci fermiamo qui con la storia del Cristianesimo in Cina, che continuò ad essere perseguitato nei decenni successivi, specie con i famosi violenti e sanguinari ‘Boxers’ nel 1900, sotto la protezione dell’imperatrice Tze-Hsi, e poi in epoca moderna con il regime maoista-comunista.
Francesco Fernandez de Capillas è il protomartire dei missionari in Cina, gloria e vanto dell’Ordine Domenicano.
Nacque a Baquerin dos Campos, diocesi di Valenza il 14 agosto 1607; a 17 anni entrò nell’Ordine dei Predicatori, vestendone l’abito nel convento di S. Paolo a Valladolid; ancora diacono partì missionario per le Filippine sbarcando a Manila.
Qui rimase per un decennio lavorando alacremente al fianco dei missionari e venendo ordinato sacerdote nel 1631; il suo campo di apostolato fu il distretto di Cagayan (Luzon), in cui poté raccogliere una meravigliosa fioritura di conversioni.
Anima apostolica e nel contempo ascetica, seppe congiungere allo zelo uno spirito di penitenza straordinaria, prendeva i suoi brevi riposi stendendosi sopra una croce di legno e volontariamente non si difendeva dalle punture degli insetti che infestavano la regione.
Egli considerò quegli anni trascorsi nelle Filippine, come un periodo di preparazione alla missione in Cina, che gli fu accordata nel 1642.
Fu associato nel viaggio e nella destinazione ad un altro missionario che ritornava via Formosa, a riprendere l’apostolato già iniziato nel Fukien; padre Francesco Fernandez de Capillas si impegnò con tutte le sue forze ad evangelizzare la regione, raccogliendo ottimi frutti nelle città di Fogan, Moyang e Ting-ten. Ma nel 1644 alla dinastia cinese dei Ming, subentrò quella tartara dei Manciù, che ostili ai missionari presero subito a perseguitarli insieme ai fedeli cristiani. Ai primi di dicembre del 1647, padre Francesco fu catturato mentre tornava da Fogan, dove si era recato ad amministrare i Sacramenti ad un infermo.
Insultato e calunniato passò da un tribunale all’altro, subì la tortura dei malleoli (cioè stringere i piedi fra due asticelle, così da spostare le ossa).
Fu flagellato più volte a sangue, sopportando i tormenti senza grida di dolore, così da meravigliare giudici e torturatori, alla fine fu trasportato quasi moribondo in prigione dove erano rinchiusi i condannati a morte.
La sua condotta fu edificante, tale da suscitare l’ammirazione degli altri condannati a morte e degli stessi carcerieri, che permisero gli fosse passato del cibo per non farlo morire di fame.
Il 15 gennaio 1648 padre Francesco fu condannato a morte con l’accusa di aver diffuso false dottrine religiose e per aver sobillato il popolo contro i governanti.
La sentenza mediante decapitazione, fu eseguita a Fogan quel giorno stesso; la Chiesa ebbe così il primo martire del vasto Impero cinese.
Fu beatificato da papa s. Pio X il 2 maggio 1909 insieme a 14 fedeli cinesi martiri e canonizzato insieme a 120 martiri in Cina, il 1° ottobre 2000 da papa Giovanni Paolo II; la loro memoria collettiva è al 9 luglio, mentre la celebrazione liturgica di s. Francesco Fernandez de Capillas è al 15 gennaio.   (Autore: Antonio Borrelli)
“Dovremmo andare a scuola da lui, tutte le volte che ci sentiamo i “salvatori della patria”,migliori degli altri, indispensabili al funzionamento del nostro gruppo o della nostra parrocchia. Perché questi sentimenti, a lui, erano del tutto sconosciuti, anzi, raccontano i suoi biografi, “timoroso che Dio, a cagione dei suoi peccati, non usasse  misericordia ai villaggi ai quali era diretto, prima di entrarvi si prostrava con la faccia per terra e implorava da lui perdono e pietà”. Nasce nel 1607 a Baquerin de Campos, nei pressi di Palencia e a 16 anni entra dai Domenicani, nel convento di Valladolid.
Alla vocazione religiosa si aggiunge quella missionaria: è ancora diacono quando parte in direzione di Manila, via Messico, e vi arriva dopo un anno di navigazione, giusto in tempo per essere ordinato prete il 5 giugno 1632. Difficile da capire, per noi, la sua spiritualità, figlia del tempo in cui vive: grandi penitenze, invocate, cercate, procurate, nella convinzione che esse soltanto sono il lasciapassare per la conversione delle anime. Qualche esempio? Dorme sì sul letto, ma al posto del materasso ha sistemato una ruvida croce di legno, sulla quale ogni sera si distende, cercando di prendere sonno.
Anche il sassolino, penetrato un giorno nella sua scarpa, lo considera un dono di Dio e si guarda bene dal liberarsene, anche quando questo gli penetra nel piede; peccato che, una volta arrivato a destinazione, debba ricorrere alle cure del medico per stroncare un’infezione già in atto. E, a vergogna di noi, che cerchiamo le posizione più comoda per pregare, lui sta ginocchioni; ma non solo per pregare, anche per studiare, preparar le prediche e scrivere la corrispondenza, tanto che sulle sue ginocchia sono presenti due vistose calli che tradiscono la sua incomoda posizione. Altri tempi, evidentemente, ed altra mentalità, con forme penitenziali che non è proprio il caso di imitare. Per il resto, non è perfetto, proprio come noi, ma si sforza per diventarlo. I confratelli gli hanno affidato la cura dei malati indigeni nell’ospedale attiguo al convento di Tocolana: si trova a suo perfetto agio e tutti sono ammirati nel vederlo trasformarsi in inserviente, infermiere, cuoco e cameriere.
Ebbene: tanto è disinvolto in ospedale nel passare da una mansione più umile all’altra, quanto si vergogna nel farsi vedere dai connazionali per strada, carico di piatti, di pentole e secchi. E’ un suo lato debole che cerca di vincere giorno per giorno e che ce lo fa sentire simpatico e maggiormente nostro fratello. Le conversioni non si contano, anche forse perchè “pagate” a così caro prezzo; oppure anche perché quel povero prete, pur di cercare un’anima o portare i sacramenti ad un morente, si sottopone a qualsiasi fatica, sempre disponibile di giorno e di notte. Ma sicuramente e prima di tutto, perché la vita di quel prete “parla”: se ne accorgono anche i non credenti, che tessono il suo miglior elogio quando dicono di lui: “E’ un Padre che non guarda né a destra né a sinistra”, quasi a sottolineare che non perde tempo neanche con gli occhi, tanto è concentrato nel suo ministero. E chi lo accompagna nei suoi spostamenti deve ammettere: “Quando cammina, non va, vola; e io non posso tenergli dietro nel viaggio”. E non sono sempre spostamenti facili perché, egli stesso scrive, “quando passiamo tra i buddisti essi non fanno che maledirci, trattandoci da ladroni stranieri, burlandoci e schernendoci. Talvolta raccolgono pietre, facendo atto di tirarcele, e talvolta ce le tirano di fatto”.
Ma questo, evidentemente, è niente in confronto a quello che lo attende. Nel capitolo provinciale del 1641 aveva chiesto e ottenuto di andare missionario in Cina, pienamente cosciente del rischio che correva. Per sei anni lavora nella missione cinese di Fogan, dove il 13 novembre 1647 viene arrestato dal governo tartaro, su istigazione dei mandarini locali. Raffinatissime torture lo aspettano, perché “bestemmiatore degli dei e sollevatore del popolo”; ovviamente “grandi cose” gli vengono promesse se rinnega la religione cristiana. Le torture stancano prima i carnefici di lui, che è certamente sostenuto dalla forza di Dio, ma è anche allenato a sopportar sofferenze.
Per liberarsi di lui devono tagliarli la testa il 15 gennaio 1648 con un colpo di scimitarra: è il primo martire della Cina. Beatificato 100 anni fa, Francesco Fernadez de Capillas è stato canonizzato da Giovanni Paolo II° il 1° ottobre 2000.
(Autore: Gianpiero Pettiti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Francesco Fernandez de Capillas, pregate per noi.

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Santi Andrea Dung Lac e Pietro Truong Van Thi - Sacerdoti e martiri”  
“Santi Martiri Vietnamiti (Andrea Dung Lac e 116 compagni)”
+ Thang Long, Vietnam, 22 gennaio 1745
Emblema:
Palma
Martirologio Romano: Nel Tonchino, ora Viet Nam, Santi Francesco Gil de Federich e Matteo Alonso de Leziniana, sacerdoti dell’Ordine dei Predicatori e martiri: sotto il regno di Trịn Doanh, dopo una incessante predicazione del Vangelo, continuata anche in carcere, trafitti con la spada morirono gloriosamente per Cristo.
Francisco Gil de Federich de Sans
Francisco Gil de Federich de Sans nacque il 14 dicembre 1702 a Tortosa, nella regione della Catalogna in Spagna, da illustri genitori. All’età di quindici anni fu ammesso al noviziato domenicano di Villa de Exemplo con il nome di Francesco.
Emise poi la professione solenne nel convento di Santa Caterina in Barcellona. Nel corso della sua formazione religiosa aveva maturato il desiderio di darsi all’evangelizzazione dei pagani e dunque nel 1724,  ancora studente in teologia a Orihuela, chiese di unirsi ad alcuni missionari domenicani diretti alle Isole Filippine.
Solo dopo l’ordinazione presbiterale, avvenuta nel 1727, e la nomina a maestro dei frati studenti, nel 1730 ottenne di porter partire missionario con ventiquattro altri compagni, tra i quali Padre Matteo Alfonso de Leciniana.
Giunto a Manila, Francisco Gil fu assegnato alla provincia di Pangasinan, di cui fu eletto segretario, ma non cessò di chiedere ai superiori che lo lasciassero partire per il Tonchino, regione vietnamita sconvolta dalla persecuzione del re Vuéh-Hun. Studiò con tanto impegno la lingua annamita che dopo soli cinque mesi fu in grado di prendersi cura di una quarantina di cristiani, noncurante della pena di morte decretata per i missionari e dei pericoli cui sarebbe stato esposto. Due volte all’anno, dalla quaresima alla stagione delle messi e dalla festa di San Domenico all’Avvento, si recava ad amministrare i sacramenti ai suoi fedeli, noncurante del caldo o del freddo, delle febbri o dei rischi che correva di essere sequestrato per ricevere un riscatto.
Era solito dedicarsi alle confessioni sino a mezzanotte. Padre Francesco conduceva una vita molto austera, praticava l’astinenza dalle carni tutto l’anno ed in quaresima non mangiava che una volta al giorno. Pur essendo di temperamento serio, si mostrava affabile con chiunque.  
Tutti infatti lo amavano come un padre, poiché si rivelava sempre pronto ad aiutare quanti si trovavano in diverse impellenti necessità. Alla carità il santo sacerdote sapeva però accoppiare un giusto rigore.
Quando per esempio i suoi domestici cadevano in colpe gravi, egli mai esitava ad imporre loro di mangiare per terra soltanto un po’ di riso con sale. Inoltre non permetteva loro di abbigliarsi con troppa cura, d’intrattenersi con donne o di introdurle in casa, e più in generale di perdere tempo in vario modo. Egli stesso, quando non era occupato a predicare e a confessare, impiegava il suo tempo pregando e studiando.
Il 3 agosto 1737, dopo ben due anni di fecondo apostolato, Padre Francesco fu arrestato dai soldati a Luc-Thuy ed imprigionato a Ket-Cho, allora capitale del regno. Una anziana signora pagana, desiderosa di ricevere il battesimo, si prese cura di lui, ormai incapace di reggersi in piedi a causa della malattia. Corrompendo le guardie con delle mance, ella ottenne che il prigioniero potesse trascorrere prima alcune ore e poi intere giornate a casa sua, al fine di poter curare le sue piaghe.
Padre Gil ne approfittò per poter studiare, ricevere i numerosi fedeli che giungevano a visitarlo e rispondere ai missionari che a lui si rivolgevano in cerca di consiglio.
Ogni volta che veniva condotto dinnanzi ai giudici era rattristato dall’irriverenza nei confronti della croce, a cui tentava di porre rimedio. La signora Ba-Gao, impietosita dalle sue precarie condizioni di salute, riuscì ad ottenergli la libertà anche per le ore notturne ed egli ne approfittò allora per intensificare il suo ministero pastorale, confessare e celebrare l’Eucaristia nel cuore della notte in attesa di una fine che si prospettava sicuramente tragica.
Quando apprese di essere stato condannato a morte per decapitazione, il 24 novembre 1738 scrisse al Vicario Apostolico, Fra’ Ilario di Gesù: “Il Signore mi conceda di giungere a tanta gloria”.
A Padre Matteo Alfonso de Lecianiana, ancora libero, confidò un mese dopo di non vedere l’ora di “uscire dai peccati e dalle miserie di questo mondo” e si raccomandò alle sue preghiere per ottenere da Dio “umiltà, pazienza e costanza”. Poiché però la conferma della sentenza di morte tardava a venire, scrisse ancora al vicario provinciale: “Iddio è assai offeso da molti miei peccati e ingratitudini, motivo per cui non ottenni ancora quello che la mia superbia si era promesso”.
La ribellione nel frattempo scoppiata contro la famiglia regnante ritardò la fine del processo contro il missionario, ma gli interrogatori continuarono lo stesso, anche se i giudici non riuscirono a sapere da lui dove era stato e chi lo aveva aiutato a propagare la fede nel Tonchino. Ostinandosi a tacere, gli fu ordinato di percuotere gli oggetti religiosi che gli avevano sequestrato, ma al suo ennesimo rifiuto l’empio Thay-Thinh ebbe l’ordine d’infrangere sotto gli occhi del prigioniero il crocifisso di metallo, la statuetta in avorio della Madona e di calpestare l’immagine della Madonna del Rosario. Fu tanto il dolore che il santo missionario provò che fu immediatamente assalito dal vomito e da una nuova emorragia.
Siccome a causa dei problemi di politica interna il processo ancora non giungeva al termine, Padre Francesco ne approfittò nuovamente per intensificare il suo ministero dentro e fuori la capitale, ove circa seimila fedeli erano rimasti senza privi di assistenza spirituale. Riceveva annualemnte migliaia di confessioni ed amministrava centinaia di battesimi. Nel 1743 fu di nuovo chiamato dinnanzi al tribunale, ma non volendo fare dichiarazioni sulla sua cattura per non compromettere degli innocenti, gli fu imposto di calpestare la corona che portava al collo con due medaglie. Essendosi per l’ennesima volta rifiutato, il gesto sacrilego fu compiuto da Thay-Thinh, servo del magistrato, ma il santo li ammonì dicendo che il Tonchino era sconvolto dalle ribellioni, dalla fame e dalle pestilenze a causa delle ingiuste pestilenze perpetrate verso i cirstiani.
Tra tante tribolazioni, Padre Francesco venne a sapere nel dicembre 1743 che il suo confratello Padre Matteo Alfonso de Leciniana, tradito da un uomo pagano, era stato arrestato nella Casa di Dio di Luc-Thuy: i soldati avevano fatto irruzione nella cappella mentre il sacerdote celebrava la Messa e questi tentò di fuggire verso la cucina portando l’ostia consacrata con sé. Avendo però dimenticato il calice sull’altare, un pagano se ne impadronì e subito rovesciò a terra il vino consacrato.
Mateo Alonso de Leciniana
Ripercorriamo in breve anche la vita di Mateo Alonso de Leciniana, nato anch’egli in Spagna il 26 novembre 1702 presso Nava del Rey. Entrato nel convento domenicano di Santa Croce a Segovia, emise i voti nel 1723 e compì gli studi letterari e teologici. Nella pace del chiostro sentì nascere in sé una vocazione missionaria e domandò perciò di essere inviato nelle Filippine, ove giunse insieme a Francisco Gil de Federich nel 1730.
Due anni dopo con altri due confratelli salpò per il Tonchino orientale e per ben undici anni si dedicò all’evangelizzazioni in mezzo a  difficoltà di ogni sorta, senza fissa dimora. Più volte sfuggì miracolosamente alla cattura ordinata dal sacerdote pagano Thay-Thinh ed i domestici talvolta cercavano di dissuaderlo dal recarsi in quei villaggi ove i cristiani erano minoranza, ma egli soleva rispondere loro: “Se dovessi tralasciare di recarmi ad amministrare i sacramenti per timore di essere preso, a che scopo sarei venuto in questo regno?” Non di rado si incamminò da solo perché tutti rifiutavano di seguirlo per timore di morire e, pur di essere utile ai fedeli, era disposto ad affrontare ogni fatica. Non era cosa rara che trascorresse notti intere in confessionale e teneva sempre presso con sé una borsa di denaro per le necessità dei bisognosi.
In tempo di carestia i poveri accorrevano a lui numerosi sapendo che avrebbero ricevuto per lo meno una scodella di riso.
Dopo la cattura, Padre Matteo fu spogliato e percosso a sangue, poi fu condotto dal sottoprefetto che risiedeva a Vi-Hoang. Costui credeva che il prigioniero fosse uno dei ribelli al giovane re Can-Hung ed invece si accorse di avere dinnanzi “un maestro della fede portoghese”. Anziché imprigionarlo, lo lasciò esposto al pubblico affinchè i cristiani potessero avvicinarlo. Una suora terziaria, fingendosi un’accattona, poté così prendersi cura di lui, finché dopo una quindicina di giorni il futuro martire fu chiamato a comparire davanti al tribunale della capitale. Mentre pazientemente attendeva di essere giudicato, subì ogni sorta di tortura e, come già l’altro suo confratello, dovette intervenire la profanazione della croce.
Per fortuna non mancarono anche i curiosi, che gli rivolsero domande sulla sua persona e sulla sua religione.
Il governatore della capitale, che aveva preso in consegna il missionario, gli domandò: “Giacché il re vieta la tua legge nel regno, per quale ragione sei venuto qui e ti sei esposto a tante fatiche e pericoli?”. Questi prontamente gli rispose: “Per poter predicare la Legge di Dio, Signore del cielo, ed esortare gli uomini ad essere veraci, a battere la strada della virtù e ad allontanarsi da quella dei vizi”. Padre Francesco, non appena apprese che il suo confratello si trovava nelle prigioni del governatore, si affrettò a scrivergli consigliandogli di non rivelare il luogo ove era stato catturato onde evitare di compromettere i cristiani di Luc-Thay. Padre Matteo da parte sua non desiderava altro che poter rivedere Padre Francesco per potersi confessare, in quanto si riteneva un grande peccatore e che in tutta la sua vita mai era riuscito a compiere progressi in materia di santità.
Insieme verso il martirio
Ai due martiri fu concesso di incontrarsi in un’abitazione privata fuori del carcere e consolarsi così reciprocamente. I cristiani, insieme con i superiori dei due missionari, sarebbero stati disposti a sborsare volentieri un’ingente somma di denaro pur di ottenere la loro liberazione. Negli interrogatori anche a Padre Matteo furono rivolte domande sulle immagini sacre, gli arredi ed i libri liturgici che gli erano stati sequestrati, ed egli seppe rispondere in maniera da illuminarli sulle principali verità di fede e di morale, sui sacramenti e sulle principali preghiere cristiane. Dopo la condanna alla decapitazione, gli fu concesso di trascorrere gli ultimi mesi di vita assieme a Padre Francesco e di beneficiare così anch’egli dell’assistenza della signora Ba-Gao, celebrare l’Eucaristia e confortare spiritualmente i fedeli che accorrevano nella loro casa.
Poiché le calamità continuavano ad affliggere il regno, il sovrano, dubbioso che il cielo potesse essere adirato per le condanne di cotanti innocenti, ordinò che fossero riesaminate definitivamente tutte le cause ancora pendenti. Fu così che nel 1744 per Francisco Gil fu chiesta la pena di morte, mentre per Mateo Alonso il carcere perpetuo anziché la decapitazione. Appena la notizia si diffuse, molti cristiani fecero visita ai due missionari per ricevere da loro le ultime raccomandazioni, baciare piangendo le loro catene e supplicarli di chiedere la grazia al re. Padre Francesco, però, non ne volle sapere e dichiarò di non essere disposto a dare “la minima moneta per essere sottratto alla morte”.
Padre Matteo, invece, per conto suo aveva preparato un’istanza a tal fine, ma il confratello lo dissuase dall’inoltrarla al sovrano dicendogli: “Mi trovo da otto anni in carcere. Dio si è mosso a compassione di me permettendomi di soffrire per lui, e voi vorreste impedirlo?”.
A mezzogiorno del 22 gennaio 1745, in presenza del popolo, fu di nuovo letta la condanna a morte del Padre Francesco ed alcuni soldati si avvicinarono a Padre Matteo per suggerirgli di chiedere la grazia al re per il suo compagno. Egli però reagì bruscamente e gridò: “Siamo fratelli e chiediamo di vivere o di morire insieme. Se s’indulge con uno, s’indulga anche con l’altro; se uno è condotto a morte, si uccida anche l’altro; soltanto così saremo contenti”. I magistrati allora condannarono anch’egli alla decapitazione.
Giunti al luogo del supplizio, un mandarino pose dinanzi agli occhi dei due condannati a morte, assorti in preghiera, una croce fatta di canne e li esortò: “Vi lasceremo liberi se calpesterete questa croce; diversamente sarete decapitati”. I due, intrepidi testimoni della divinità di Cristo Gesù, replicarono: “Fa’ come meglio ti pare; noi non calpesteremo la croce”. Consegnarono invece ad un cristiano seicento monete affinché le donasse ai loro carnefici, si diedero reciprocamente l’assoluzione ed infine si lasciarono legare ai pali. Le loro teste caddero contemporaneamente al segnale del comandante. I soldati furono impotenti a trattenere la folla, che si riversò con pannolini e bambagia a raccogliere il sangue delle vittime. I corpi dei due martiri furono traslati e seppelliti in pompa magna presso Luc-Thuy.
Papa Giovanni Paolo II, che nel suo lungo pontificato si è rivelato grande cultore delle molteplici vicende di martirio nel corso dei secoli, ha canonizzato questi due missionari spagnoli il 19 giugno 1988, insieme con altri 115 testimoni della fede in terra vietnamita. La celebrazione comune di questo gruppo è fissata dal calendario liturgico latino al 24 novembre sotto la denominazione “Santi Andrea Dung-Lac e compagni”, mentre il Martyrologium Romanum commemora i soli Francesco Gil de Federich e Matteo Alfonso de Leciniana nell’anniversario della loro nascita al cielo.  
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Cinesi” (Agostino Zhao Rong e 119 Compagni)

Guenejea (Granada), 3 dicembre 1695 – Fuchen (Cina), 28 ottobre 1748
Martirologio Romano:
Nel Fujian in Cina, Santi martiri Francesco Serrano, vescovo, e Gioacchino Royo, Giovanni Alcober e Francesco Díaz del Rincón, sacerdoti dell’Ordine dei Predicatori, che confermarono la stessa fede affrontando lo stesso martirio.
La presenza del Cristianesimo e segnatamente del Cattolicesimo, ha avuto sin dal XII secolo, nel quale cominciò ad affacciarsi in Cina, degli alti e bassi e purtroppo anche ricorrenti sanguinose persecuzioni, con centinaia di missionari e migliaia di fedeli uccisi in odio alla fede cristiana.
Nei secoli XII e XIII, il Cristianesimo cominciò ad affermarsi nel vasto Impero cinese, ma con l’avvento al potere della dinastia dei Ming nel 1370, ci fu una battuta d’arresto e di cristianesimo non se ne parlò più fino alla fine del secolo XVI.
La ripresa dell’evangelizzazione si ebbe soprattutto con il gesuita Matteo Ricci (1552-1610) arrivato in Cina nel 1583, che con un fruttuoso apostolato fra i sapienti e i mandarini di Canton e di Nanchino, giunse il 4 gennaio 1601, ad entrare a Pechino e nel palazzo imperiale come letterato d’Occidente.
Con i suoi confratelli, padre Ricci si adattò per quanto possibile agli usi, costumi e mentalità cinesi, conseguendo uno splendido successo specie fra i notabili locali; i cristiani che nel 1584 erano appena tre, nel 1585 furono una ventina, nel 1605 un migliaio, nel 1608 più di duemila e nel 1610, anno della morte a Pechino del gesuita Matteo Ricci, erano più di 2500.
Le condizioni politiche continuarono ad essere favorevoli al cristianesimo, anche al tempo della dinastia Manciù (1644) e fino quasi alla morte dell’imperatore Kang-Hi, anche se nel 1648, in una isolata esplosione di violenza perse la vita il missionario domenicano San Francesco Fernandez de Capillas (1607-1648), protomartire della Cina, beatificato nel 1909 e canonizzato l’1-10-2000.
A seguito della questione dei riti cinesi e delle disposizioni provenienti dalla Santa Sede, l’imperatore Kang-Hi si inasprì, cominciando ad avversare i missionari cattolici, fino a bandirli dall’Impero aprendo così la via alle persecuzioni, che esplosero con i suoi successori.
Infatti nel 1724 l’imperatore Young-Cheng ordinò che si distruggessero le chiese e si scacciassero o arrestassero i missionari e si incarcerassero e decapitassero i cristiani; nel 1736-37 con Kien-Lung si proibì la predicazione della religione cristiana, furono esiliati tutti i missionari europei, uccidendone molti; rimasero a Pechino solo i Gesuiti francesi che godevano della fama di letterati, pittori, idraulici.
Bisogna dire che all’opera di evangelizzazione della Cina cooperarono, i Domenicani dal 1587, i Francescani dal 1590, gli Agostiniani dal 1680, i Lazzaristi dal 1711.
Nel 1747-48 si ebbero i cinque martiri domenicani Pietro Sanz, Francesco Serrano, Gioacchino Royo, Giovanni Alcober, Francesco Diaz.
Con la soppressione della Compagnia di Gesù nel 1773 da parte di Papa Clemente XIV, le missioni cinesi decaddero quasi completamente nelle città, mentre eroicamente gli altri Ordini religiosi, dispersi nelle varie regioni dell’Impero, continuarono a lavorare con eroismo e con gravi difficoltà.
Nel 1799 si avevano in Cina tre diocesi e tre vicariati apostolici, ma l’imperatore Kia-King era apertamente ostile al cristianesimo, i cui seguaci erano a torto sospettati di simpatia verso i gruppi ribelli alla sua autorità, cioè l’associazione della ‘Regione Celeste’.
Anche con questo imperatore scoppiò una nuova e sanguinosa persecuzione in tutto l’Impero, che durò fino alla sconfitta cinese nella guerra dell’oppio nel 1842; la libertà di religione subentrò con il trattato di Pechino del 1860.
Ci fermiamo qui con la storia del Cristianesimo in Cina, che continuò ad essere perseguitato nei decenni successivi, specie con i famosi violenti e sanguinari ‘Boxers’ nel 1900, sotto la protezione dell’imperatrice Tze-Hsi, e poi in epoca moderna con il regime maoista-comunista.
Il vescovo domenicano Francesco Serrano, nacque a Guenejea (Granada) il 3 dicembre del 1695. A 18 anni entrò nel convento di Santa Croce dell’Ordine dei Predicatori in Granada, dove fece la sua professione religiosa il 22 aprile 1714.
Acceso dell’ardente desiderio di essere missionario, fece richiesta di essere assegnato alle missioni della Cina; nell’immenso impero asiatico, che tanta attrattiva aveva sugli europei e soprattutto sui missionari, padre Francesco Serrano trascorse oltre 20 anni di intenso apostolato.
Nel 1746 fu nominato vescovo titolare di Tipasa e coadiutore del vicario apostolico del Fukien, mons. Pietro Sanz; purtroppo la sua opera di pastore di anime nella fervente e cristiana provincia cinese durò poco, perché verso la fine del 1746 fu arrestato dai fautori della persecuzione anticristiana e antimissionaria in atto, insieme ad altri quattro domenicani sopra citati, fra i quali il vescovo Sanz.
Processato, venne condannato con loro alla pena capitale il 18 dicembre 1746; dopo un periodo di detenzione di circa due anni, insieme ai tre confratelli rimasti, il vescovo Sanz era stato giustiziato un anno prima, subì il martirio mediante soffocamento, la sera del 28 ottobre 1748.
Le reliquie di tutti e cinque martiri della fede, furono raccolte dai fedeli e portate a Manila nelle Filippine, dove si venerano nella Chiesa di S. Domenico.
Gli eroici martiri domenicani, furono beatificati il 6 gennaio 1893 da Papa Leone XIII e canonizzati da Papa Giovanni Paolo II il 1° ottobre del 2000; la loro ricorrenza liturgica è per tutti il 9 luglio, oltre il giorno singolo del martirio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Francesco Serrano, pregate per noi.

Schede dei gruppi a cui appartiene:
”Santi Andrea Dung Lac e Pietro Truong Van Thi Sacerdoti e martiri”
“Santi Martiri Vietnamiti (Andrea Dung Lac e 116 compagni)”
Xàtiva, Spagna, 13 gennaio 1743 - Ket Chợ, Viet Nam, 7 novembre 1773
Jacinto nacque a Xàtiva in Spagna il 13 gennaio 1743 da José Castañeda, scriba reale, e da Josefa Maria Puchasons, coppia profondamente cristiana. Fu battezzato con i nomi di Felice, Tommaso, Gioacchino e Taddeo.
Entrato nell’Ordine Domenicano, nel collegio di Orihuela compì gli studi filosofici e teologici. Prese il nome di Giacinto onorando così il santo omonimo polacco. Nel 1761 giunse la richiesta da parte della Provincia del Rosario delle Filippine di giovani valorosi con vocazione missionaria e disposti a spendere la loro vita per il Vangelo dall’altra parte del mondo.
Anche fra’ Jacinto accettò l’invito. Nella capitale filippina portò a termine i suoi studi e fu ordinato sacerdote il 2 giugno 1765. Destinato alle missioni in Cina, a Macao studiò l’idioma mandarino, per poi iniziare la sua opera di evangelizzazione soccorrendo i poveri e gli infermi di quel paese ostile e persecutore verso i cristiani.
Il 17 luglio 1769 padre Jacinto amministrò i sacramenti ad un cristiano molto malato, poi rientrando a terra il mattino dopo un viaggio in barca si imbatte in un gruppo di mandarini armati che lo attendeva in seguito alle denunce di un apostata.
Con il suo accompagnatore padre Lavilla fu incarcerato. Il viceré li condannò, però, all’esilio perpetuo ed il 3 ottobre lasciarono il carcere. All’inizio di dicembre giunsero a Macao ed il 9 febbraio 1770 si imbarcarono per il Vietnam. Sbarcarono il 22 marzo.
Dopo tre anni di attività missionaria Castañeda si ammalò gravemente, ma nonostante ciò non interruppe il suo instancabile lavoro al servizio della comunità.
L’11 luglio 1773, nonostante l’aggravarsi della sua salute, volle portare l’olio santo a degli infermi, ma lui ed i suoi accompagnatori ebbero l’impressione di essere inseguiti da un gruppo di soldati.
Con il confratello padre Vincenzo Le Quang Liem fu catturato ed i due vennero rinchiusi in una gabbia per quasi tre mesi. Infine il 7 novembre vennero decapitati a Ket Cho nel Tonchino. Padre Jacinto aveva appena trent’anni. Papa Giovanni Paolo II il 19 giugno 1988 lo ha canonizzato.
Martirologio Romano: Nella città di Ket Chợ nel Tonchino, ora Viet Nam, Santi Giacinto Castañeda e Vincenzo Lê Quang Liêm, sacerdoti dell’Ordine dei Predicatori e martiri, che coronarono con l’effusione del sangue le loro fatiche per il Vangelo sotto il regime di Trịn Sâm.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)

Dagli Odrowaz che vantano un’antica tradizione di servizio nella Chiesa, nacque intorno al 1183 a Kamien (provincia di Opòle) in Slesia, Jacko; il nome, diminutivo di Giacomo, fu in seguito mutato in quello di Giacinto. Sceso in Italia probabilmente per motivi di studio, Giacinto conobbe san Domenico e ne abbracciò con entusiasmo l’ideale: fu frate predicatore e nell’estate del 1221, ripartendo da Bologna alla volta della sua patria, sentì trasfondersi nella sua anima l’ardore evangelico del santo Patriarca morente.
Insieme a fra Enrico di Moravia raggiunse Friesack, in Carinzia, e diede consistenza ad una precedente fondazione domenicana. L’anno successivo i due religiosi furono amorevolmente accolti in Cracovia dal Vescovo Ivo e nella primavera del 1223 la giovane comunità prese possesso del convento della Trinità donato loro dal medesimo Vescovo. Nel 1225 Giacinto è a Danzica e per due anni attende con successo ad una fondazione. In qualità di definitore il santo partecipa nel 1228 al Capitolo Generalissimo, svoltosi a Parigi sotto la presidenza del beato Giordano.
Ritornato a Danzica, si apre per Giacinto una nuova fase missionaria: con fra Floriano che sarà fino alla morte suo compagno inseparabile, punta su Kiev e nei quattro anni di permanenza trasforma una chiesa abbandonata in un operoso cenacolo di vita apostolica, soprattutto svolgendo tra gli scismatici un’attività la cui efficacia è testimoniata da documenti pontifici.
Quando, nel 1233, ritorna a Danzica, san Giacinto si trova implicato in una complessa situazione politico-religiosa: il pontefice aveva affidato all’Ordine Teutonico la tutela dei cattolici contro i soprusi dei pagani spadroneggianti nel paese; tutta una delicata opera di incitamento all’azione e alla moderazione insieme, viene svolta dal santo Predicatore che ha la gioia di vedere ristabilita la pace e la libertà di culto.
Nel 1238 Giacinto si stabilisce definitivamente a Cracovia. Le poche notizia di questi ultimi vent’anni ce lo mostrano tutto dedito alla predicazione, alla direzione delle anime, all’assistenza dei malati.
Le testimonianze contemporanee sono unanimi nel rilevare dolcezza di tratto, candore verginale, tenera devozione a Maria. Ma del santo Fondatore, Giacinto ebbe soprattutto lo slancio apostolico, l’instancabile attività evangelizzatrice, la sete bruciante delle anime unitamente ad una travolgente eloquenza che ne ravvicina la figura a quella di san Vincenzo Ferrer. Morì il 15 agosto 1257. Fu canonizzato il 17 aprile 1594 da Clemente VIII e il suo corpo riposa a Cracovia.
(Domenicani.net)

Giordano da Santo Stefano, al secolo Giacinto Ansalone (Santo Stefano Quisquina, 1º novembre 1598 – Nagasaki, 17 novembre 1634), è stato un religioso italiano.
Frate domenicano, dopo gli studi a Palermo e a Salamanca, predicò il Vangelo in Messico, nelle Filippine e in Giappone, dove fu martirizzato.
Con decreto vescovile del 19 novembre 2017, il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo metropolita d'Agrigento, ha dichiarato ufficialmente san Giacinto Giordano Ansalone patrono secondario della città di Santo Stefano Quisquina, assieme a santa Rosalia.
Biografia
La nascita e la vocazione
Nacque a Santo Stefano Quisquina il 1º novembre 1598 da Vincenzo e Lavinia Ansalone; nel battesimo ricevette il nome di Giacinto in omaggio a Giacinto Odrovaz, santo domenicano di Cracovia canonizzato quattro anni prima, come attesta l'atto di battesimo che si conserva nell'archivio della Chiesa Madre di Santo Stefano Quisquina.
La sua vocazione alla vita domenicana poté affermarsi sotto l'ombra del convento patrio il quale, nonostante fosse posto in un paese sperduto tra i monti, offriva un mezzo di istruzione. Rimasto orfano di entrambi i genitori, entrò nel convento di San Domenico di Santo Stefano e intorno al 1615 fu trasferito come novizio nel convento di Agrigento assumendo il nome di fra' Giordano da Santo Stefano.
Nel 1618 fu trasferito a Salamanca per affinare gli studi di greco e latino; qui espresse il desiderio di recarsi in missione nel lontano Oriente. Avendo ricevuto esito favorevole da parte dei suoi superiori, fu trasferito nel convento di Trujillo, in Castiglia, luogo per la formazione e preparazione dei missionari.
Fonte battesimale della Chiesa Madre di Santo Stefano Quisquina dove il 1º novembre 1598 venne battezzato Giacinto.
Il viaggio verso le Filippine
Prima di arrivare nelle Filippine l'imbarcazione fece sosta in Messico; qui fra' Giordano si diede allo studio e alla preghiera. Tradusse in lingua latina la storna dei santi domenicani, edita in lingua spagnola da padre Ferdinando Castillo. Un giorno un suo confratello gli chiese se non avesse paura di andare in quelle terre lontane e inospitali e se avesse la tentazione di ritornare in Europa; lui gli rispose scherzando col proprio nome con una frase della Bibbia: "il Giordano è tornato indietro, ma Giordano non torna indietro”. Ripreso il viaggio e giunto a Manila, capitale delle Filippine, fu subito assegnato all'assistenza degli infermi nell'ospedale.
Missione in Giappone
Nel 1632 i superiori delle missioni delle Filippine decisero di inviare altri missionari in Giappone in sostituzione dei domenicani martirizzati e fra' Giordano ricevette l'ordine di partire e di raggiungere padre Tommaso di San Giacinto, domenicano indigeno. La persecuzione del 1624 aveva decimato i cristiani e quelli che vi erano sopravvissuti non avevano visto la faccia di un missionario da otto anni. I due missionari organizzarono un programma: padre Tommaso sarebbe rimasto a Nagasaki, sede della missione, e fra' Giordano avrebbe perlustrato le diverse regioni per visitare e confortare i cristiani. Per le fatiche dei viaggi continui, le privazioni di ogni genere, le pene, le preoccupazioni del suo ministero cadde gravemente malato e fu costretto a ritornare a Nagasaki. Devotissimo della Beata Vergine Maria, si rivolse a lei affinché potesse guarire e ritornare al suo lavoro e chiedendo anche la grazia di morire martire. Così in cinque giorni fu perfettamente guarito.
Verso la via del martirio
Il governatore di quelle isole diede ordine ai suoi collaboratori di arrestare un religioso agostiniano segnalato in quelle regioni, così a tal proposito fece organizzare una perquisizione nella regione di Nagasaki dove si trovavano i due missionari. Avendone ricevuta la notizia, i due missionari si preoccuparono di salvaguardare i loro cristiani e decisero di uscire in segreto dalla città e di rifugiarsi in una casa nei dintorni di Nagasaki. I collaboratori del governatore, che cercavano il frate agostiniano, entrarono proprio nella casa dove si erano rifugiati i due missionari domenicani, i quali furono scoperti. Furono dunque legati alla giapponese con una catena e condotti a Nagasaki. Interrogato più volte e non rinunciando mai alla sua fede in Cristo, fra' Giordano e padre Tommaso furono condannati a essere torturati e a morire per Cristo.
Il martirio e la fine
Non avendo rinunciato alla fede, furono sottoposti a bere cento caraffe di acqua, e così gonfi li fecero porre tra due tavole e pressati fortemente da tutte le parti del corpo ne schizzava acqua mescolata con sangue. Dopo tre mesi di duro carcere, nel novembre del 1634, insieme a tanti altri cristiani, fra' Giordano fu sottoposto ad altre torture. Acuminate cannucce furono conficcate tra i polpastrelli e le unghia delle dita fino a penetrare a metà delle stesse dita, ad un tale tormento avrebbero dovuto morire di dolore invece egli esclama: "quanti belli garofani fiorite dalle mie dita e quante rose vermiglie, che cos'è dunque il sangue che spargiamo a confronto di quello o Gesù che tu hai sparso per noi”. Il tiranno inferocito, dal fatto che quel tormento non avesse effetto, ordinò ai carnefici di percuotere le dita dei martiri e che raspassero, così con le cannucce nelle dita, la dura pietra e la terra e non avendo neppure questo fatto effetto il tiranno fece tormentare le loro carni e le parti più delicate del pudore ma neppure questo turbò i loro volti.
Così il tiranno li condannò a morte crudele. Giorno 11 novembre fra' Giordano, accompagnato dal suo fedele compagno padre Tommaso e dal altri sedici cristiani condannati tutti a morire per la fede di Cristo, furono estratti dalla prigione e condotti al supplizio finale preparato su una collina distante un chilometro dalla città. Fatti smontare da cavallo, furono legati ai piedi alle forche e sospesi con la testa in giù e con tutta violenza scaraventati in fosse preparate allo scopo. Ai loro lombi stretti da forte cinture furono appesi grossi e pesanti massi e così sospesi furono lasciati a morire lentamente. Con altri metodi veloci furono martirizzai gli altri cristiani. Fra' Giordano e padre Tommaso restarono sette giorni in quel supplizio privi di cibo e di bevande. Il 17 novembre del 1634, dopo sette giorni, il primo a morire fu fra Tommaso e dopo poche ore a conseguire la palma del martirio fu il santo martire siciliano fra' Giordano.
 
Culto
 
Il primo a diffondere notizie su san Giacinto Giordano Ansalone ai suoi concittadini fu l'arciprete di Santo Stefano, mons. Luigi Abella, il quale, in occasione delle festività natalizie del 1963, pubblicò un opuscolo sul martire stefanese a quei tempi ancora sconosciuto ai suoi concittadini. In seguito anche alle ricerche del professor Calogero Messina, si sono scoperti l'atto di battesimo e alcune lettere autografe del santo. Grazie a uno scambio di lettere tra l'arciprete mons. Luigi Abella e il parroco di Sérignan, il reverendo Estournet, che zelava la devozione a Guglielmo La Courtet, martire dello stesso gruppo a cui appartenne Giordano Ansalone, il 17 novembre 1967, assieme a una delegazione francese don Estournet si recò a Santo Stefano Quisquina per offrire il quadro di Giordano Ansalone agli stefanesi. Il quadro, dipinto dal pittore protestante Andrè Ribes, rappresenta il santo al centro e tutto intorno, come se fossero delle stazioni della Via Crucis, le scene del martirio sostenuto dal santo. L'immagine avrebbe così aiutato il popolo di Santo Stefano a pregare con più intensità per la beatificazione del martire.
La beatificazione e la canonizzazione
Il 18 febbraio 1981 papa Giovanni Paolo II beatifica nel grande "Luneta Park" di Manila Giordano Ansalone e compagni martiri, unico italiano di 16 cristiani imprigionati nell'agosto del 1634; la beatificazione giunge a conclusione di un lungo processo canonico più volte iniziato e interrotto nel corso dei secoli.
Il 18 ottobre 1987 lo stesso papa innalza agli onori degli altari i sedici nuovi santi; la solenne cerimonia svoltasi in piazza San Pietro vede presente una delegazione della diocesi di Agrigento guidata del vescovo mons. Luigi Bommarito e del paese natale del santo. Presente anche alla cerimonia Cecilia Alegria Policarpo, una filippina di sei anni che fu miracolata dai gruppo dei sedici martiri di Nagasaki. A Santo Stefano Quisquina per quella occasione furono organizzate festività varie e solenni in onore del nuovo santo, inoltre la chiesa madre del paese fu elevata a santuario diocesano di San Giacinto Giordano Ansalone.
Il Santuario di San Giacinto Giordano Ansalone
A Raffadali sorge la prima parrocchia al mondo dedicata a San Giacinto Giordano Ansalone.
Festa di san Giacinto Giordano Ansalone
La festa liturgica di San Giordano viene celebrata il 19 novembre. Dal 2013 la festa esterna viene celebrata la prima domenica di Agosto con una solenne festa e la processione del santo per le vie del suo paese per dare opportunità agli emigrati stefanesi di partecipare ai festeggiamenti.

San Giacinto Odrowąż, in polacco Jacek (Kamień Śląski, 1185 – Cracovia, 15 agosto 1257), è stato un religioso polacco appartenente all'Ordine dei Frati Predicatori. È stato proclamato santo da papa Clemente VIII nel 1594.
Biografia
Le notizie sulle sue origini sono interamente desunte da testi agiografici piuttosto tardi (XVI secolo) e poco attendibili, redatti in occasione della sua canonizzazione (1594): Giacinto sarebbe appartenuto alla nobile famiglia degli Odrowąż e sarebbe nato nel castello di Lanka, a Kamień, in Slesia; dopo aver studiato diritto canonico e teologia a Cracovia, Praga e Bologna, sarebbe stato ordinato sacerdote e sarebbe divenuto canonico della cattedrale di Cracovia; sarebbe poi giunto in Italia accompagnando il suo vescovo.
Sicuramente fu a Bologna nel 1221 ed ebbe modo di incontrare Domenico di Guzmán, che nel maggio di quell'anno celebrò nella città emiliana il secondo capitolo generale del suo Ordine.
Decise di diventare domenicano e dopo il noviziato ripartì per l'Europa orientale, dove aveva ricevuto l'incarico di diffondere l'Ordine: fondò i conventi di Friesach, Cracovia, Danzica e Kiev; per conto di papa Gregorio IX, lavorò per l'unione delle Chiese d'oriente e occidente.
Il culto
La devozione popolare per san Giacinto iniziò subito dopo la sua morte: a seguito delle insistenti richieste del re di Polonia, Sigismondo III Vasa, papa Clemente VIII lo canonizzò il 17 aprile 1594. Il culto del nuovo santo, favorito anche dalle monarchie cattoliche, che desideravano mantenere buoni rapporti con la Polonia, ebbe notevole e rapida diffusione tra il XVI ed il XVII secolo; nel 1686 papa Innocenzo XI lo ha dichiarato patrono della Lituania.
Il suo elogio si legge nel Martirologio romano al 15 agosto; l'Ordine domenicano lo celebra il 17 agosto.
Iconografia
Nell'arte barocca il santo è spesso rappresentato inginocchiato mentre riceve la visione della Vergine che gli garantisce la sua intercessione presso il figlio; altri attributi iconografici di Giacinto sono l'ostensorio e la statua della Madonna che, secondo la tradizione, avrebbe messo in salvo fuggendo camminando sulle acque del fiume Nistro durante un'incursione dei Tatari nel suo convento (uno dei suoi simulacri a Sassari lo raffigura infatti con il calice in mano).

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Cinesi” (Agostino Zhao Rong e 119 Compagni)

Hinojosa (Teruel, Aragona), 4 ottobre 1691 – Fuchen (Cina), 28 ottobre 1748
Padre Gioacchino Royo Perez nacque a Hinojosa, diocesi di Teruel in Aragona, il 4 ottobre 1691 e a 18 anni, entrò fra i domenicani del convento di Nostra Signora del Pilar di Valenza, facendovi la professione un anno dopo.
Prima ancora di ricevere l'ordinazione sacerdotale, a ventun anni il domenicano Royo venne destinato come missionario alle missioni cinesi.
Qui lavorò alacremente, evangelizzando la popolazione del Fukien per trentatré anni, finché a seguito della persecuzione anticristiana in atto, fu arrestato e processato insieme a quattro confratelli.
Furono condannati alla pena capitale il 18 dicembre 1746; restarono in carcere circa due anni, perché la sentenza fu eseguita nell'ottobre 1748 mediante soffocamento. Le reliquie dei martiri della fede, furono raccolte dai fedeli e portate a Manila nelle Filippine, dove si venerano nella Chiesa di San Domenico. (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nel Fujian in Cina, Santi martiri Francesco Serrano, vescovo, e Gioacchino Royo, Giovanni Alcober e Francesco Díaz del Rincón, sacerdoti dell’Ordine dei Predicatori, che confermarono la stessa fede affrontando lo stesso martirio.
La presenza del Cristianesimo e segnatamente del Cattolicesimo, ha avuto sin dal XII secolo, nel quale cominciò ad affacciarsi in Cina, degli alti e bassi e purtroppo anche ricorrenti sanguinose persecuzioni, con centinaia di missionari e migliaia di fedeli uccisi in odio alla fede cristiana.
Nei secoli XII e XIII, il Cristianesimo cominciò ad affermarsi nel vasto Impero cinese, ma con l’avvento al potere della dinastia dei Ming nel 1370, ci fu una battuta d’arresto e di cristianesimo non se ne parlò più fino alla fine del secolo XVI.
La ripresa dell’evangelizzazione si ebbe soprattutto con il gesuita Matteo Ricci (1552-1610) arrivato in Cina nel 1583, che con un fruttuoso apostolato fra i sapienti e i mandarini di Canton e di Nanchino, giunse il 4 gennaio 1601, ad entrare a Pechino e nel palazzo imperiale come letterato d’Occidente.
Con i suoi confratelli, padre Ricci si adattò per quanto possibile agli usi, costumi e mentalità cinesi, conseguendo uno splendido successo specie fra i notabili locali; i cristiani che nel 1584 erano appena tre, nel 1585 furono una ventina, nel 1605 un migliaio, nel 1608 più di duemila e nel 1610, anno della morte a Pechino del gesuita Matteo Ricci, erano più di 2500.
Le condizioni politiche continuarono ad essere favorevoli al cristianesimo, anche al tempo della dinastia Manciù (1644) e fino quasi alla morte dell’imperatore Kang-Hi, anche se nel 1648, in una isolata esplosione di violenza perse la vita il missionario domenicano san Francesco Fernandez de Capillas (1607-1648), protomartire della Cina, beatificato nel 1909 e canonizzato l’1-10-2000.
A seguito della questione dei riti cinesi e delle disposizioni provenienti dalla Santa Sede, l’imperatore Kang-Hi si inasprì, cominciando ad avversare i missionari cattolici, fino a bandirli dall’Impero aprendo così la via alle persecuzioni, che esplosero con i suoi successori.
Infatti nel 1724 l’imperatore Young-Cheng ordinò che si distruggessero le chiese e si scacciassero o arrestassero i missionari e si incarcerassero e decapitassero i cristiani; nel 1736-37 con Kien-Lung si proibì la predicazione della religione cristiana, furono esiliati tutti i missionari europei, uccidendone molti; rimasero a Pechino solo i Gesuiti francesi che godevano della fama di letterati, pittori, idraulici.
Bisogna dire che all’opera di evangelizzazione della Cina cooperarono, i Domenicani dal 1587, i Francescani dal 1590, gli Agostiniani dal 1680, i Lazzaristi dal 1711.
Nel 1747-48 si ebbero i cinque martiri domenicani Pietro Sanz, Francesco Serrano, Gioacchino Royo, Giovanni Alcober, Francesco Diaz.
Con la soppressione della Compagnia di Gesù nel 1773 da parte di papa Clemente XIV, le missioni cinesi decaddero quasi completamente nelle città, mentre eroicamente gli altri Ordini religiosi, dispersi nelle varie regioni dell’Impero, continuarono a lavorare con eroismo e con gravi difficoltà.
Nel 1799 si avevano in Cina tre diocesi e tre vicariati apostolici, ma l’imperatore Kia-King era apertamente ostile al cristianesimo, i cui seguaci erano a torto sospettati di simpatia verso i gruppi ribelli alla sua autorità, cioè l’associazione della ‘Regione Celeste’.
Anche con questo imperatore scoppiò una nuova e sanguinosa persecuzione in tutto l’Impero, che durò fino alla sconfitta cinese nella guerra dell’oppio nel 1842; la libertà di religione subentrò con il trattato di Pechino del 1860.
Ci fermiamo qui con la storia del Cristianesimo in Cina, che continuò ad essere perseguitato nei decenni successivi, specie con i famosi violenti e sanguinari ‘Boxers’ nel 1900, sotto la protezione dell’imperatrice Tze-Hsi, e poi in epoca moderna con il regime maoista-comunista.
Padre Gioacchino Royo Perez nacque a Hinojosa, diocesi di Teruel in Aragona, il 4 ottobre 1691 e a 18 anni il 24 marzo 1709, entrò fra i domenicani del convento di Nostra Signora del Pilar di Valenza, facendovi la professione un anno dopo, il 25 marzo 1710 e prima ancora di ricevere l’ordinazione sacerdotale, il domenicano Royo venne destinato come missionario appena ventunenne, alle missioni cinesi.
Qui lavorò alacremente, evangelizzando la popolazione del Fukien per trentatré anni, finché a seguito della persecuzione anticristiana in atto, fu arrestato e processato a Fuchen, la capitale del Fukien, insieme ai quattro confratelli e conterranei sopra citati.
Essi furono condannati alla pena capitale il 18 dicembre 1746; quattro di loro, escludendo mons. Sanz, ucciso un anno prima, restarono in carcere circa due anni, perché la sentenza fu eseguita la sera del 28 ottobre 1748 mediante soffocamento.
Le reliquie di tutti e cinque martiri della fede, furono raccolte dai fedeli e portate a Manila nelle Filippine, dove si venerano nella Chiesa di San Domenico.
Gli eroici martiri domenicani, furono beatificati il 6 gennaio 1893 da papa Leone XIII e canonizzati da Papa Giovanni Paolo II il 1° ottobre del 2000; la loro ricorrenza liturgica è per tutti il 9 luglio, oltre il giorno singolo del martirio, 28 ottobre.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Cinesi” (Agostino Zhao Rong e 119 Compagni)

Granada, 25 dicembre 1694 – Fuchen, 28 ottobre 1748
Martirologio Romano:
Nel Fujian in Cina, Santi martiri Francesco Serrano, vescovo, e Gioacchino Royo, Giovanni Alcober e Francesco Díaz del Rincón, sacerdoti dell’Ordine dei Predicatori, che confermarono la stessa fede affrontando lo stesso martirio.
La presenza del Cristianesimo e segnatamente del Cattolicesimo, ha avuto sin dal XII secolo, nel quale cominciò ad affacciarsi in Cina, degli alti e bassi e purtroppo anche ricorrenti sanguinose persecuzioni, con centinaia di missionari e migliaia di fedeli uccisi in odio alla fede cristiana.
Nei secoli XII e XIII, il Cristianesimo cominciò ad affermarsi nel vasto Impero cinese, ma con l’avvento al potere della dinastia dei Ming nel 1370, ci fu una battuta d’arresto e di cristianesimo non se ne parlò più fino alla fine del secolo XVI.
La ripresa dell’evangelizzazione si ebbe soprattutto con il gesuita Matteo Ricci (1552-1610) arrivato in Cina nel 1583, che con un fruttuoso apostolato fra i sapienti e i mandarini di Canton e di Nanchino, giunse il 4 gennaio 1601, ad entrare a Pechino e nel palazzo imperiale come letterato d’Occidente.
Con i suoi confratelli, padre Ricci si adattò per quanto possibile agli usi, costumi e mentalità cinesi, conseguendo uno splendido successo specie fra i notabili locali; i cristiani che nel 1584 erano appena tre, nel 1585 furono una ventina, nel 1605 un migliaio, nel 1608 più di duemila e nel 1610, anno della morte a Pechino del gesuita Matteo Ricci, erano più di 2500.
Le condizioni politiche continuarono ad essere favorevoli al cristianesimo, anche al tempo della dinastia Manciù (1644) e fino quasi alla morte dell’imperatore Kang-Hi, anche se nel 1648, in una isolata esplosione di violenza perse la vita il missionario domenicano San Francesco Fernandez de Capillas (1607-1648), protomartire della Cina, beatificato nel 1909 e canonizzato l’1-10-2000.
A seguito della questione dei riti cinesi e delle disposizioni provenienti dalla Santa Sede, l’imperatore Kang-Hi si inasprì, cominciando ad avversare i missionari cattolici, fino a bandirli dall’Impero aprendo così la via alle persecuzioni, che esplosero con i suoi successori.
Infatti nel 1724 l’imperatore Young-Cheng ordinò che si distruggessero le chiese e si scacciassero o arrestassero i missionari e si incarcerassero e decapitassero i cristiani; nel 1736-37 con Kien-Lung si proibì la predicazione della religione cristiana, furono esiliati tutti i missionari europei, uccidendone molti; rimasero a Pechino solo i Gesuiti francesi che godevano della fama di letterati, pittori, idraulici.
Bisogna dire che all’opera di evangelizzazione della Cina cooperarono, i Domenicani dal 1587, i Francescani dal 1590, gli Agostiniani dal 1680, i Lazzaristi dal 1711.
Nel 1747-48 si ebbero i cinque martiri domenicani Pietro Sanz, Francesco Serrano, Gioacchino Royo, Giovanni Alcober, Francesco Diaz.
Con la soppressione della Compagnia di Gesù nel 1773 da parte di Papa Clemente XIV, le missioni cinesi decaddero quasi completamente nelle città, mentre eroicamente gli altri Ordini religiosi, dispersi nelle varie regioni dell’Impero, continuarono a lavorare con eroismo e con gravi difficoltà.
Nel 1799 si avevano in Cina tre diocesi e tre vicariati apostolici, ma l’imperatore Kia-King era apertamente ostile al cristianesimo, i cui seguaci erano a torto sospettati di simpatia verso i gruppi ribelli alla sua autorità, cioè l’associazione della ‘Regione Celeste’.
Anche con questo imperatore scoppiò una nuova e sanguinosa persecuzione in tutto l’Impero, che durò fino alla sconfitta cinese nella guerra dell’oppio nel 1842; la libertà di religione subentrò con il trattato di Pechino del 1860.
Ci fermiamo qui con la storia del Cristianesimo in Cina, che continuò ad essere perseguitato nei decenni successivi, specie con i famosi violenti e sanguinari ‘Boxers’ nel 1900, sotto la protezione dell’imperatrice Tze-Hsi, e poi in epoca moderna con il regime maoista-comunista.
Il domenicano Giovanni Alcober nacque il 25 dicembre 1694 a Granada e a 15 anni entrò nel convento domenicano di Santa Croce, facendo la sua professione religiosa giovanissimo il 26 dicembre 1710.
Passò poi al convento dei Predicatori di S. Domenico a Lorca, dove restò fino ai 31 anni, quando nel 1725 s’imbarcò per le Filippine.
Dopo tre anni di apostolato nelle già cristiane terre dell’arcipelago, volle partire nel 1728 per le missioni cinesi, dove superando enormi difficoltà, restò ad evangelizzare le generose popolazioni dei villaggi per quasi 20 anni.
Finché nel 1746 venne arrestato in seguito alla persecuzione anticristiana, ostile ai missionari; fu rinchiuso in carcere con altri quattro confratelli, fra cui il vescovo del Fukien mons. Sanz e il suo coadiutore il vescovo mons. Serrano.
Processati a Fuchen la capitale, vennero condannati a morte il 18 dicembre 1746. La sentenza per quattro di loro, escludendo il vescovo Sanz, già ucciso un anno prima, fu eseguita il 28 ottobre 1748, padre Alcober, vittima del suo eroismo missionario, fu strangolato.
Le reliquie di tutti e cinque martiri della fede, furono raccolte dai fedeli e portate a Manila nelle Filippine, dove si venerano nella Chiesa di S. Domenico.
Gli eroici martiri domenicani, furono beatificati il 6 gennaio 1893 da papa Leone XIII e canonizzati da Papa Giovanni Paolo II il 1° ottobre del 2000; la loro ricorrenza liturgica è per tutti il 9 luglio, oltre il giorno singolo del martirio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giovanni da Colonia (Colonia, 1500 circa – Brielle, 9 luglio 1572) è stato un domenicano tedesco, martirizzato in Olanda. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica.
Biografia
Giovanni apparteneva al Convento Domenicano di Colonia; divenne parroco di Hoornaer, nei Paesi Bassi, durante la persecuzione calvinista. Fu incarcerato, torturato e infine impiccato insieme ad altri religiosi considerati eretici.
Culto
Giovanni e gli altri martiri di Gorcum sono stati canonizzati da papa Pio IX nel 1867. La loro ricorrenza liturgica è il 9 luglio.

Ribera del Fresno, Spagna, 2 marzo 1585 - Lima, 16 settembre 1645
Giovanni Macías, frate laico domenicano, nacque a Ribera del Fresno in Spagna il 2 marzo 1585. Rimasto orfano, trascorse l'adolescenza presso gli zii, dedito alla pastorizia. Nel 1619 salpò per le Americhe e dopo quattro mesi e mezzo di viaggio, giunse a Lima, in Perù.
Dopo aver lavorato presso un grossista di carne da macello, Giovanni decise di consacrarsi al Signore: a trentasette anni, entra nei Domenicani della Maddalena. Si distinse nell'orazione, nel consiglio, nel carisma della carità, promuovendo opere assistenziali e creando una catena di soccorsi che si estendevano sino a Quito, a Bogotà e a Cuzco. Morì a Lima il 16 settembre 1645. Fu beatificato, con il suo amico Martino de Porres, nel 1837 da papa Gregorio XVI. (Avvenire)
Etimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall'ebraico
Martirologio Romano: A Lima in Perù, San Giovanni Macías, religioso dell’Ordine dei Predicatori, che svolse a lungo le più umili mansioni, curò con zelo poveri e malati e recitò assiduamente la preghiera del Rosario per le anime dei defunti.
San Giovanni Macías, canonizzato il 28 settembre 1975, frate laico domenicano, nasce a Ribera del Fresno in Spagna il 2 marzo 1585; bimbo, perse i genitori e passò l’adolescenza e la giovinezza, con una sorella minore, presso gli zii, dedito alla pastorizia. All’età di circa vent’anni girò per la regione extremeña (Guadalcanar, Jerez, Siviglia ecc.) in cerca di occupazione, pur sentendo vivo il desiderio di consacrarsi a Dio. Tornò al paese nativo, nel 1613, per ritirare il certificato di Battesimo.
Nel 1619 salpò finalmente per le Nuove Terre e dopo quattro mesi e mezzo di estenuante viaggio, giunse alla Città dei Re, Lima.
Al termine di un breve periodo di lavoro presso un grossista di carne da macello, Giovanni matura la decisione della scelta del suo stato: a trentasette anni, entra tra i Domenicani della Maddalena, nella Provincia di San Giovanni Battista; vi professa nel 1623, dedicandosi sino alla morte all’esercizio generoso della carità, nell’ufficio di portinaio del convento. Si distinse nell’orazione, nel consiglio, nel carisma della carità, mediante la quale promosse notevoli opere assistenziali, amalgamando persone di classi diverse e creando una catena di soccorsi che si estendevano sino a Quito, a Bogotà, a Cuzco. Morì a Lima il 16 settembre 1645.
Fu beatificato, con il suo amico Martino de Porres, nel 1837 da papa Gregorio XVI.
La memoria liturgica è il 16 settembre. Cosa dire di questa ulteriore canonizzazione? Perché questo nuovo Santo? Ascoltiamo le parole del Postulatore della causa, Tarcisio Piccari: "Giovanni Macías è proclamato “santo”. Due son le note principali del suo curriculum vitae: fu prima un emigrato; poi divenne religioso. Non fu un religioso-emigrante; ma un “tipico” emigrante: “religioso”, nel senso laico, secolare e intimo che diamo al termine. A lui l’epiteto di “emigrante” perché espatria dalla Spagna e va in Perù; non mosso da motivazioni di lavoro o da maggiori aspirazioni economiche. Non è un assoldato a compagnie di ventura e nemmeno un indesiderato politico che fugge dall’Extremadura. È uno spagnolo sano, onesto; si trapianta per lavorare non per far l’avventuriero, guadagna e invia un po' di risparmi alla sorella, che vive al suo paese; il resto lo restituisce ai poveri peruviani e lo dona alla Chiesa locale, quando si fa domenicano. Nel Macías il motivo della migrazione è determinato dalla risposta personale all’onere missionario dell’essere cristiano. E nel rispondere all’imperativo della Fede ne intuì il poema; e decise di viverla partecipando la sorte dei fratelli “più lontani”, scoperti nella carità del Cristo e della Chiesa.
Li vedeva con sguardo nuovo, diverso da quello degli immigrati pari suoi, partiti dalla propria terra per lo più in cerca di fortuna. “Tipico immigrato”, non si chiude in interessi coloniali suggeriti da comportamento egoistico; si manifesta un genio nel porsi a servizio altrui senza calcoli umani, e finisce per rivelare l’energica virtù del Vangelo che eleva la condizione umana e fonde i vincoli di solidarietà.
È uno spagnolo che guadagna la simpatia universale per le benevolenza che esprime in mille modi verso i peruviani. Immigrato, quando decide di evadere dal mondo, emigra con lo spirito arruolandosi nello stato religioso. La vocazione domenicana la scopre nel desiderio di maggiore unione a Dio, a vantaggio dei fratelli; dal convento, patria del suo spirito, non abbandona la gente povera. La portineria della Maddalena gli sarà, per vent’anni, l’approdo di mille miserie.
Quasi abitualmente - come dichiarano centinaia di testi del Processo (aperto a tre anni della morte) - diventò strumento carismatico di servizio quotidiano per centinaia di indigenti. L’ultima ventura “migratoria” del Macías, recente, è del 23 gennaio 1949, ad Olivenza (Extremadura) dove soccorse prodigiosamente i poveri cui era venuto meno il vitto quotidiano. Quale dunque, è il suo messaggio attuale?
Attuale è il fenomeno migratorio, ai nostri giorni, non solo a livello regionale entro i confini del medesimo paese; esso si sviluppa e si contrae su scala internazionale e intercontinentale, con vibrazioni e implicazioni di equilibri e squilibri demografici, economici, sociali e politici. [...] Vien da chiederci se, e come, in misura analoga la Chiesa estendendo l’evangelizzazione, abbia animato di virtù divina l’esperienza umana delle prime migrazioni. Giovanni Macías è una risposta che richiama l’attenzione a tale aspetto del problema. La personalità di questo “tipico emigrante ed immigrato” va situata nell’ambiente ispanico-peruviano del ‘600, in maniera da far emergere le condizioni sociali, in cui si mosse. Il Macías operò in clima di tensione [...], in libertà di spirito e in maniera concreta efficientissima, santa, derivando il segreto della sua portentosa attività dal non negare mai ai fratelli quel tributo di servizio ch’egli aveva scoperto nell’essere cristiano. Tanto infatti credette in questo suo appartenere a Cristo e alla Chiesa, da tirar dalla sua l’onnipotente Provvidenza divina, che volle accordagli il carisma della carità". Vogliamo anche ricordare le parole che il pontefice pronunciò durante il messaggio dell’Angelus domenicale, nelle quali possiamo scorgere lo slogan stesso dell’Anno Santo, “Ogni uomo è mio fratello”, in cui sottolineando nel Santo la virtù della povertà, Paolo VI richiama quale debba essere il rapporto tra l’uomo e i beni terreni: "E vedremo allora che questo rapporto con i beni di questo mondo ci rende capaci di allargarne l’impegno da egoista a sociale; essi diventano degni d’essere cercati per una distribuzione che ne estende il beneficio ad altri, i quali nel dono loro fatto di tali benefici diventano fratelli, creando un circuito di interesse, di simpatia e di amore, che si chiama carità, cioè riflesso religioso, anzi divino nella nostra vita anche materiale e sensibile. Il pane dato nel nome di Cristo realizza questa sublimazione".
(Autore: Don Marco Grenci - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Orfano dei genitori fin da ragazzo con una sorella più piccola, per alcuni anni fa il pastore nelle terre degli zii, poi diventa garzone, passando da una fattoria all’altra. A 34 anni s’imbarca per il Nuovo Mondo: è attratto dalla sterminata America meridionale che, come il suo paese nativo, è soggetta al re di Spagna, señor del mundo, come lo chiama il poeta Lope de Vega. In età non più giovanissima, parte come molti altri spagnoli verso quelle lontananze, dove sembrano alla portata di chiunque i sogni di conquista, ricchezza, potere.
E ha certo in mente le imprese di due suoi famosi conterranei: Hernán Cortés, scadente alunno dell’università di Salamanca e poi conquistatore del Messico; e Francisco Pizarro, l’illetterato che si è fatto padrone del Perú.
Ma Giovanni, dopo quasi cinque mesi di viaggio per mare e per terra, arriva a Lima ancora per lavorare sotto padrone.
Un vero emigrante: solo, sprovvisto di mezzi e aiuti, pronto a tutte le fatiche per un salario migliore. Trova lavoro in un mattatoio con buona paga, e può mandare qualche aiuto alla sorella, che vive poveramente in Spagna. Intanto scopre la povertà di Lima. Fondata da Pizarro nel 1535, la città è la capitale di tutti i possedimenti spagnoli d’America, sede del viceré e del primo ateneo fondato nel Nuovo Mondo, l’Università di San Marco. Ma intorno ai palazzi e ai centri commerciali si estende poi una “cintura” di povertà, con peruviani, spagnoli e “mulatti” accomunati dal bisogno, che si disputano gli stessi lavori precari e condividono le stesse malattie.
A questa gente sta dedicando la sua vita in Lima il frate coadiutore domenicano Martino de Porres (figlio di una peruviana e di uno spagnolo) nel convento di Nostra Signora del Rosario: fonda ospedali e orfanotrofi, cura di persona gli infermi, fino alla morte nel 1639 per una malattia da povero, il tifo. Anche Giovanni Macías si fa domenicano, nel convento di Santa Maddalena, come fratello coadiutore nel 1623, a 38 anni. Un salariato accolto a quell’età non può certo bazzicare pulpiti di cattedrali. Gli affidano la portineria, e questo è davvero il posto suo, perché tutto passa di lì: persone, voci, problemi, disperazioni, e anche opportunità. Lì ascolta i poveri che già conosce, è il loro consigliere, il suggeritore di speranze.
E lì, al tempo stesso, si fa loro portavoce presso chi sta in alto, preme sui poteri pubblici, interviene con le proposte, i progetti. Lo zappatore venuto dalla Spagna scrive giorno per giorno una storia diversa da quella dei conquistadores. È lo spagnolo che i peruviani sentono fratello, perché ogni suo intervento cambia in meglio la vita di qualcuno, e poi di molti (col suo umilissimo grado nell’Ordine riesce a far nascere ospedali e orfanotrofi a Lima, Bogotá e Quito, salvando migliaia di diseredati da miseria e malattie). Tre anni dopo la sua morte, un coro di voci peruviane racconterà nel processo canonico le “conquiste” di frate Giovanni, salvatore di poveri e anche educatore di molti ricchi, ai quali insegnava, dalla sua portineria, a che cosa doveva servire il loro denaro. Paolo VI, proclamandolo Santo nel 1975, ha così riassunto questo suo insegnamento: "Quelli che chiamiamo beni di questo mondo diventano degni di essere cercati per una distribuzione che ne estenda il beneficio ad altri, i quali nel dono fatto di tali beni diventano fratelli".
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni Macias, pregate per noi.

Schede dei gruppi a cui appartieneo:
“Santi Andrea Dung Lac e Pietro Truong Van Thi Sacerdoti e martiri”
“Santi Martiri Vietnamiti” (Andrea Dung Lac e 116 compagni)

1800 - 1861

Emblema:
Bastone pastorale, Palma
Martirologio Romano: Nella città di Duong nel Tonchino, ora Viet Nam, Santi martiri Girolamo Hermosilla e Valentino Berrio Ochoa, vescovi, e Pietro Almató Ribeira, sacerdote, dell’Ordine dei Predicatori, decapitati per ordine dell’imperatore.
Girolamo Hermosilla
Nato a S. Domingo de la Calzada in Spagna, a quindici anni entrò nel convento domenicano di Valenza. Nel 1828 salpò da Cadice per Manila e il 15 maggio dell'anno successivo arrivò nel Vietnam. Iniziò subito il suo difficile apostolato che si protrasse per più di 32 anni, in mezzo a stenti, fatiche e persecuzioni, cambiando spesso nome e residenza per non essere scoperto. Nel 1832 iniziò una violenta persecuzione anticristiana che durò 30 anni. Nel 1841 fu consacrato vescovo del Vietnam Orientale.
Il 20 ottobre 1861 fu catturato insieme con il giovane catechista e suo fedelissimo segretario Giuseppe Khang. I mandarini cercarono inutilmente di fargli calpestare il Crocifisso, posto a terra all'ingresso della città, e allora lo rinchiusero in una piccola gabbia, dove era costretto a stare seduto o ricurvo. Il 1° novembre 1861 fu decapitato con i confratelli Valentino Berrio-Ochoa e Pietro Almatò.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
Giaculatoria - San Girolamo, pregate per noi.

Martirologio Romano: Nella città di Nam Định nel Tonchino, ora Viet Nam, San Giuseppe Fernández, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, decapitato per Cristo sotto l’imperatore Minh Mạng.
Questo missionario fa parte del glorioso manipolo di Frati Predicatori martirizzati in odio alla fede da Mingh-Manh (1820-1840), re del Tonchino (Vietnam), intelligente, ma crudele e xenofobo. Giuseppe nacque il 3-12-1775 a Ventosa de la Cueva, nella provincia di Avila, regione della Spagna che ha dato alla Chiesa diversi grandi santi. Nel fiore degli anni entrò nel convento domenicano di San Paolo in Valladolid (1796).
Essendo rimasto conquiso dagli ideali missionari, si preparò all'apostolato tra gl'infedeli nel celebre collegio di Ocana. Nel 1805 fu ordinato sacerdote e pochi mesi dopo meritò di essere inviato nelle Missioni del Tonchino Orientale, dove pose piede nel giugno dell'anno seguente, dopo dure peripezie per mare e per terra.
Il Santo esercitò il sacro ministero per trentadue anni restando quasi sempre fisso nel villaggio di Kien-Lao, popolato da circa 5.000 cattolici e da pochi pagani.
I frutti spirituali che raccolse tra di loro furono veramente abbondanti se il Priore della Provincia domenicana del SS. Rosario nelle Filippine, da cui dipendevano i missionari del Tonchino, lo nominò suo Vicario per quella regione.
Che la scelta fosse caduta sopra un soggetto che si era acquistato molte benemerenze, lo prova il fatto che la lettera di nomina giunse al santo quando, in odio alla fede da lui predicata con tanto zelo e competenza, attendeva il momento di andare a ricevere con il martirio il premio delle sue fatiche.
Da quando era stata inasprita la persecuzione dal re Minh-Manh, deciso a sbarazzarsi di tutti i missionari europei, ad abbattere le loro chiese e a far calpestare la croce a tutti i cristiani, il P. Fernàndez fu costretto ad andare ramingo per terre sconosciute, nonostante la malferma salute e gli acciacchi dell'età. Quando giunse nel villaggio di Ninh-Choung era prostrato dalla dissenteria. S. Pietro Tuàn, che Mons. Clemente Delgado (112-7-1838".
Vicario Apostolico, aveva ordinato sacerdote per il buon spirito notato in lui, appena seppe delle gravi condizioni di salute in cui versava il Vicario dei Domenicani, era corso a offrirgli i suoi servigi. E poiché l'infermo stentava a riprendersi, risolse di non abbandonarlo un istante benché i persecutori lo incalzassero da tutte le parti. Il Signore lo ricompensò di tanta carità rendendolo partecipe della stessa corona del martirio.
Appena si era sparsa la notizia che il Vicario Apostolico era stato imprigionato, i cristiani di Ninh-Chuong, per evitare le terribili rappresaglie dei mandarini, atterrarono con le proprie mani la casa della missione per costringere i missionari a cercarsi quanto prima un rifugio altrove.
I due missionari, fatti due involti delle sacre suppellettili e dei libri liturgici, presi con sé un po' di soldi e di cibarie, in compagnia di due servi si recarono presso Quan-Lieu. al guado del fiume, dove, trovata una barchetta, poterono salirvi sopra e nascondersi tra i canneti della riva opposta. Prendere terra era pericoloso perché le rive del fiume erano rigorosamente sorvegliate dopo che. il 9-6-1838, era stato arrestato Mons. Domenico Henares (+25-6-1838 ), coadiutore del Vicario Apostolico, Mons. Delgado. Essendosi la loro vita resa peggiore della morte, si trasferirono nel villaggio di Qui-Han. nel Vicariato del Tonchino occidentale, affidato ai Padri delle Missioni estere di Parigi, i quali li accolsero con pr mura e li occultarono in casa di un cristiano. I mandarini però ne furono subito informati e allora, i due perseguitati per causa della giustizia, furono costretti a fuggire in barca.
Dopo due giorni di stenti trovarono rifugio nella casa di un pagano che sembrava offrire sufficienti garanzie di sicurezza. Invece, per avidità di guadagno, dopo quattro o cinque giorni, disse loro: "Voi non potete più dimorare in questo luogo: rivolgetevi altrove. Corrono cattive notizie e non siete più sicuri in casa mia". I due fuggiaschi, che si erano fidati delle promesse di lui, erano ben lungi dal sospettare che fosse un delatore. Non si erano ancora allontanati dalla riva del fiume quando videro un gran numero di soldati correre verso di loro.
Ormai era impossibile una fuga per quanto repentina. La loro barchetta era stata avvistata e, qualora avessero preso il largo, sarebbe stata presto raggiunta. Il P. Fernàndez poi, malato e semiparalizzato, non poteva muoversi con facilità. S. Pietro Tuàn con i due servi si nascose tra le alte erbe della riva, ma il 18 giugno 1838 fu catturato anche lui e condotto con una pesante canga al collo a Namh-Dinh, capitale della provincia meridionale. Il giudice lo condannò alla decapitazione perché si era energicamente rifiutato di calpestare la croce.
Morì tuttavia a causa dei tormenti e della fame il 15 luglio prima che fosse giunta la conferma da parte del re della sentenza di morte.
Poco prima di San Pietro Tuàn era stato arrestato il P. Fernàndez mentre cercava rifugio sopra una barchetta. Con il missionario caddero nelle mani dei soldati anche i rosari, i libri liturgici e le sacre suppellettili che portava con sé per la celebrazione della Messa. Fu subito tradotto a Ninh-Binh dove, il giorno dopo, fu rinchiuso in una gabbia e trasportato il 22 dello stesso mese a Namh-Dinh. Colà sarebbe morto di fame se, un fervente cristiano, non avesse profumatamente pagato un soldato perché, due volte al giorno, somministrasse il cibo necessario al prigioniero.
É impossibile ridire gli strapazzi e le umiliazioni alle quali fu sottoposto il martire che aveva le membra talmente paralizzate da riuscirgli impossibile portare con le proprie mani il cibo alla bocca.
I giudici cercarono di abusare del miserando stato del prigioniero per strappargli confessioni compromettenti, ma invano. Invitato ad apostatare fin dalla sua prima comparsa in tribunale, con grande energia il santo dichiarò che era venuto nel Tonchino soltanto per predicare la fede di Cristo e di avere, per questo, corso molti pericoli, di essere vissuto in molte case, e di avere convertito molte persone. Alle domande più capziose o non rispose affatto per non tradire i propri confratelli, o si limitò a ripetere quanto i giudici già conoscevano.
Stanchi costoro di non riuscire ad appurare quanto volevano, lo misero a confronto con Mons. Clemente Delgado e Mons. Domenico Henares (125-6-1833), ancora vivi, e il catechista Francesco Chièu. Grande fu la consolazione dei martiri di potersi scambiare liberamente in lingua spagnuola le proprie impressioni e animarsi alla prova suprema di fedeltà al vangelo. I mandarini chiesero a quei prelati se il malfattore che corrispondeva al nome di P. Fernàndez era veramente europeo e se, quanto aveva deposto in tribunale, corrispondeva a verità. A tutto essi risposero affermativamente.
Il 23-7-1838 giunse dal re Mingh-Manh la ratifica della sentenza di morte. Il giorno seguente essa fu letta dinanzi ai giudici e a una grande moltitudine di cristiani e di pagani. In quell'occasione il governatore della provincia disse al missionario: "Adesso ti si deve tagliare la testa. Se vuoi calpestare la croce, ti sarà data la libertà e potrai tornare in Europa: altrimenti morrai". Il martire gli rispose immediatamente: "No, mandarino; dammi la morte, se vuoi, ma, ti supplico, non parlarmi neppure di profanare questo segno di salute mediante il quale tutti gli uomini sono stati salvati".
Il Santo fu condotto al supplizio nel pomeriggio dello stesso giorno. Nell'attesa che nel campo detto dei "sette iugeri", già santificato dal sangue dei SS. Henares, Delgado e Chièu, tutto fosse preparato per l'esecuzione capitale, la gabbia in cui il P. Fernàndez soffriva da oltre un mese, fu deposta nell'atrio dei pretorio.
Ai monelli di strada fu permessa ogni licenza contro il prigioniero. Essi non si accontentarono di pronunciare parole e compiere azioni invereconde sotto gli occhi del vegliardo, ma ardirono persino strappargli i peli della barba fluente.
Sul campo dei "sette iugeri" il 24-7-1838 fu segata la gabbia in cui era racchiuso il missionario. Poiché non poteva muoversi a causa della paralisi, ne fu estratto e adagiato sopra una stuoia. Il Santo si pose in ginocchio per invocare l'aiuto di Dio, e si lasciò legare al palo, mite come un agnello. Con un colpo di spada il carnefice gli tagliò la testa e la scagliò lontano 15 passi per dimostrare che la sentenza era stata eseguita.
I presenti si precipitarono sul martire per raccoglierne il sangue e farne a brandelli le vesti. Allora i mandarini, indignati, ordinarono che il giustiziato fosse subito sepolto. La testa di lui rimase esposta al pubblico per tre giorni, poi fu gettata nel fiume; il corpo invece fu portato a Bùi-Chu, accanto a quelli dei confratelli.
Leone XIII lo beatificò il 7-5-1900 con altri 76 martiri, e Giovanni Paolo II lo canonizzò con altri 116 testimoni della fede nel Vietnam.
(Autore: Guido Pettinati – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Vietnamiti” (Andrea Dung Lac e 116 compagni)

28 ottobre 1818 - 30 gennaio 1860
É il primo dei venticinque martiri uccisi nel Tonchino Centrale (Vietnam) durante la persecuzione che infierì dal 1857 al 1862, e beatificati da Pio XII il 29-4-1951. Giuseppe nacque, primo di cinque fratelli, il 28-10-1818 a Vigo, in Spagna. Il Santo risolvette di farsi domenicano per potere più facilmente realizzare le sue aspirazioni di vita missionaria.
A tal fine i superiori lo mandarono con cinque fratelli dapprima nelle Filippine e poi fu destinato al Tonchino, dove i pericoli per i cristiani erano molto maggiori.
Morì martirizzato nella città di Nam Định condannato a morte in odio alla fede durante la persecuzione dell’imperatore Tự Đức. Mons. Sanjurjo e i suoi compagni furono canonizzati il 19-6-1988 da Giovanni Paolo II con altri 112 martiri del Vietnam.
Martirologio Romano: Nella città di Nam Định nel Tonchino, ora Viet Nam, San Giuseppe Maria Díaz Sanjurjo, vescovo dell’Ordine dei Predicatori e martire, condannato a morte in odio alla fede durante la persecuzione dell’imperatore Tự Đức.
É il primo dei venticinque martiri uccisi nel Tonchino Centrale (Vietnam) durante la persecuzione che infierì dal 1857 al 1862, e beatificati da Pio XII il 29-4-1951.
Giuseppe nacque, primo di cinque fratelli, il 28-10-1818 a Vigo, villaggio della parrocchia di Santa Eulalia di Suegos, nella provincia di Lugo (Spagna), da benestanti agricoltori. Poiché fin dall'infanzia diede segni di vocazione ecclesiastica, fu mandato in seminario, dove, a dodici anni, vestì l'abito chiericale e ricevette la prima tonsura.
Quando, a motivo dei rivolgimenti politici, il seminario di Lugo fu chiuso, il Santo fu costretto a ritornare in famiglia. Non se la sentiva però di lavorare la terra. Al padre che un giorno gliene muoveva lamento, egli disse con franchezza: "Io non sono fatto per questi lavori; altri me ne sono riservati in paesi lontani". Dopo tre anni, il seminario riaprì i battenti e Giuseppe poté farvi ritorno per lo studio della teologia e del diritto che andò poi a perfezionare all'università di Compostela.
Nel fiore degli anni, nonostante l'opposizione del padre, il santo risolvette di farsi domenicano per potere più facilmente realizzare le sue aspirazioni di vita missionaria. Di lui Don Giovanni Carrera, parroco di San Martin de Ferreiros, testimoniò: "Lo conosco da quando era ancora assai giovane, e ho sempre notato in lui una vita esemplare, austera e frugale, una grande inclinazione alla virtù e alla vocazione sacerdotale".
I Domenicani lo ammisero alla vestizione religiosa a Ocana, in provincia di Toledo, nel 1842, alla professione solenne l'anno successivo perché si era mostrato "religioso esemplare, ubbidiente, penitente ed umile" e all'ordinazione sacerdotale nel 1844.
Poiché P. Sanjurjo sospirava la vita missionaria, i superiori lo mandarono con cinque fratelli nelle Filippine.
A Manila fu nominato professore di lettere nell'università di San Tommaso, ma dopo alcuni mesi egli confidò al P. Provinciale che avrebbe preferito andare a predicare il Vangelo nelle missioni più pericolose.
Fu destinato al Tonchino dove regnava Thiéu-Tri (1840-1847), figlio del re Minh-Manh, il quale aveva pubblicato numerosi editti di persecuzione contro i cristiani per cui la vita e la morte di essi erano poste nelle mani dei mandarini. Il P. Sanjurjo, che anelava al martirio, non ne fece caso.
Giunse sul campo del lavoro nella Pasqua del 1845. Suo primo compito fu quello di dirigere il seminario minore di Luc-Thuy, nella provincia di Nam-Dinh. Da poco ne era stato eletto rettore quando la squadra navale annamita fu distrutta da due navi da guerra francesi. Il re Thiéu-Tri se ne vendicò infierendo contro i cristiani anche se non avevano niente a che vedere con quel disastro. Rinnovò difatti la proibizione di appartenere alla religione cristiana, e raccomandò ai mandarini la rigorosa osservanza dei decreti emanati da suo padre.
Il Santo fu costretto a disperdersi con i seminaristi nei distretti vicini perché a Luc-Thuy furono fatte perquisizioni per arrestarli. Alla morte del persecutore regnò il secondogenito di lui, Tu-Dùc (1847-1883) il quale, invece di fare rispettare l'anno di lutto regolamentare con la pace, promise un premio a coloro che fossero riusciti a catturare qualche europeo. Il seminario di Luc-Thuy fu devastato e depredato.
Il rettore riuscì a mettersi in salvo con i seminaristi a Cao-Xà, dove era stato già preceduto da altri confratelli. Confidò in una lettera ad un amico: "Sono rimasto senza casa, senza libri, senza vesti, senza nulla, ma sono tranquillo e sereno, anzi, godo di poter imitare in qualche modo il nostro divin Maestro che disse di non avere una pietra su cui reclinare il capo".
Delle sue peregrinazioni così scrisse a Don Carrera: "Mi trovai in molti pericoli, essendo molte le spie che percorrevano il paese alla caccia dei missionari.
Ciò nonostante, con marce e contromarce, mascherato e talvolta con la pelle coperta di bitume, potei eludere la loro attiva vigilanza fino al giorno dell'Assunzione della Vergine, giorno in cui ricevetti una lettera del Vescovo domenicano di questa missione che mi ordinava di venire qui a Cao-Xà".
Il Santo aveva appena riaperto il seminario indigeno quando il re Tu-Dùc pubblicò un decreto col quale incitava i sudditi a far catturare i missionari stranieri perché "falsari, seduttori, barbari, tonti, sciocchi, vili" e prometteva trecento once d'argento a chi ne scoprisse qualcuno. Per provvedere meglio al bene delle anime, il Vicario Apostolico del Tonchino Orientale, Mons. Girolamo Hermosilla OP. (+l-11-1861), ot- tenne da Pio IX il permesso di smembrare il suo territorio con l'erezione del Vicariato del Tonchino Centrale sotto la dirczione di Mons. Domenico Marti, residente a Bùi-Chu, nella provincia di Nam-Dinh, al quale fu dato come Coadiutore, con diritto di successione, il P. Sanjurjo (1849). Costui ne diede notizia a Don Carrera in questi termini: "Questo suo infelice servo per ragioni ineluttabili ha dovuto accettare la mitra episcopale con l'enorme peso di una croce tanto grande quanto è grande la cura di pascere 150.000 anime, che sono già entrate nell'ovile del Signore, senza contare gli oltre 4.000.000 di abitanti che stanno ancora fuori".
A suo padre scrisse: "Qui le dignità accrescono lavoro... Devo sempre andare a piedi, sovente anche scalzo e a volte con il fango fino alle ginocchia per fuggire più speditamente nel caso che il nemico ci voglia rincorrere.
Ma ciò nonostante sono allegro e contento, e mi sacrifico assai volentieri con la speranza di rivederci in cielo, dato che qui in terra sarà molto difficile".
Dopo la morte di Mons. Marti (+1852), Mons. Sanjurjo dovette fissare la sua residenza a Bùi-Chu. "Allora - attestò di lui Mons. Onate, suo successore - si dimostrò vero pastore vigilantissimo del clero, padre misericordioso della sue pecorelle, consolazione per tutti i bisognosi, e, in una parola, era tutto per tutti, uomo pieno di scienza, costante nei suoi propositi e prudente nelle sue risoluzioni... La sua urbanità e il suo tratto distinto erano tali che i mandarini della capitale lo rispettavano e apprezzavano, gradivano i suoi omaggi e accoglievano le sue domande a favore della religione".
Principale preoccupazione del vescovo fu di promuovere l'insegnamento del catechismo e di difendere il cristianesimo mediante conferenze. Nel 1854 il re Tu-Dùc pubblicò un decreto di persecuzione ancora più iniquo dei precedenti. Difatti confermava il premio di 300 once d'argento a colui che arrestava o denunciava un europeo; minacciava la pena di morte ai capi dei villaggi che nascondevano gli europei; ordinava alle autorità di distruggere le chiese e le case dei missionari; comandava ai cristiani di presentarsi entro sei mesi al loro rispettivo mandarino per abiurare la religione e calpestare il crocifisso. Appena ne ebbe notizia Mons. Sanjurjo si mise in relazione con il governatore e con i mandarini di Nam-Dinh, e ottenne la sospensione dell'iniquo decreto. In quel tempo alcuni facinorosi cercarono di sollevare il popolo contro Tu-Dùc, e promisero la libertà religiosa ai cristiani se li avessero aiutati, ma il Vicario Apostolico glielo proibì.
Prevedendo il suo imprigionamento, egli ottenne da Pio IX di poter eleggere come Coadiutore, con diritto di successione, Mons. Melchiorre Garcia Sampedro, che lo avrebbe seguito tosto sulla via del martirio (28-7-1858).
Crescendo il pericolo della persecuzione il vescovo inviò alcuni catechisti nella capitale della provincia perché salutassero da parte sua il governatore.
Costui non solo li accolse bene, ma promise che avrebbe prevenuto il Vicario Apostolico qualora fosse stato costretto ad adottare misure contro di lui. Difatti, avendo dovuto fare eseguire il decreto del re a causa della denuncia di un mandarino bramoso della promozione di grado e della ricompensa promessa, incaricò un messo di andarlo ad avvertire dell'arrivo dei soldati a Bùi-Chu, ma quando costui vi giunse il villaggio era già circondato. Il presule cercò rifugio prima nella casa di un soldato cristiano che era in buoni rapporti con un ufficiale del comando superiore, poi tra le piantagioni dell'orto. Arrestato, fu condotto senza croce pettorale e anello a Nam-Dinh. Nell'interrogatorio, al quale fu sottoposto dai mandarini, si mostrò fermo nella professione della propria fede, motivo per cui fu gettato in prigione, dove rimase per due mesi segregato da tutti.
Sebbene fosse legato con una catena, e di giorno portasse la canga al collo e di notte avesse il ceppo ai piedi, cosi si accomiatò dai suoi missionari: "II mio spirito trabocca di gioia, e spero di versare il mio sangue perché, unito a quello di Gesù Cristo, purifichi tutte le mie iniquità. Confido nell'aiuto delle loro preghiere per conseguire il dono della fortezza e della perseveranza finale. Credo che non mi rimarranno che pochi giorni di vita, ma, tra questi leopardi-sanguisughe come sembra lungo il tempo! Voglia Iddio che questi tormenti siano il purgatorio per i miei peccati!".
Mons. Sanjurjo fu condannato alla decapitazione perché "maestro principale" della "falsa religione di Gesù". Il 20-7-1857 egli si avviò al luogo del martirio sereno, benché ridotto a pelle ed ossa, leggendo e meditando un libro. Quando vi giunse ottenne di rivolgere alcune parole ai presenti.
Poi disse al capo dei manigoldi: "Il re e i mandarini hanno decretato che io oggi sia decapitato. Ho lasciato per voi trenta monete affinché non mi uccidiate con un colpo solo, ma con tre. Il primo colpo lo riceverò in ringraziamento a Dio che mi creò e mi fece venire nel Tonchino a predicare la religione; il secondo in riconoscenza ai miei genitori che mi dettero la vita; il terzo in testamento alle mie pecorelle, affinché stiano ferme e costanti nell'affrontare la morte a imitazione del loro pastore, e così siano degne di godere in cielo la beatitudine senza fine in compagnia dei santi".
Mentre lo legavano ad un palo, che era stato inchiodato a forma di croce, il martire disse: "Me ne sto qui in ginocchio perché mi tronchiate la testa". Poi continuò a predicare, ma tutti piangevano così forte che non si poteva intendere tutto quello che diceva. Tuttavia furono udite distintamente queste parole: "Io me ne vado in cielo; voi, figli miei, avrete da patire molti travagli, e sarete afflitti dalla fame, dall'inondazione, dalla peste, dalla guerra". Dopo che fu decapitato, la sua testa fu gettata per aria come monito e minaccia a tutti gli altri e il suo corpo lanciato nel fiume.
Le predizioni del martire si avverarono alla lettera. Nella notte stessa di quel giorno la capitale rimase allagata per la rottura di una diga. Il corpo del giustiziato non fu più ritrovato. Dopo un mese fu ripescata la testa con il cesto pieno di pietre nel quale era stata collocata. In seguito fu trasportata a Ocana, ma nella guerra civile spagnola del 1936 andò smarrita.
I 125 martiri beatificati da Pio XII sono tutti tonchinesi, fatta eccezione dei due Vicari Apostolici, Mons. Diaz Sanjurjo e Mons. Garcia Sampedro, di nazionalità spagnuola. I laici martirizzati furono 19. Provenivano da tutti i ceti sociali: nobili, professionisti, contadini e operai. Furono decapitati o bruciati vivi in varie località delle Missioni Domenicane del Tonchino centrale (Vietnam) perché si rifiutarono energicamente di calpestare la croce come i mandarini volevano.
Tra i martiri del Tonchino centrale figurano anche Domenico Màu e Giuseppe Tuàn, due sacerdoti domenicani. S. Domenico Màu, nacque a Phù-Nhai, nella provincia di Bùi-Chu. Diventato sacerdote, chiese e ottenne di essere ammesso nell'ordine dei frati Predicatori. Amministrò vari distretti con zelo, senza temere la persecuzione. Catturato in tarda età, fu rinchiuso nel carcere di Hung-Yén, dove rimase per due mesi portando la corona del rosario al collo ed esortando i cristiani che lo andavano a trovare alla frequenza dei sacramenti. Andò al martirio pregando con le mani giunte, come se si avviasse all'altare per celebrare la Messa. Fu decapitato il 5-11-1858 presso il fiume che da il nome alla città. Le sue reliquie sono venerate nella chiesa di Mai-Linh.
Nello stesso carcere di Hung-Yèn fu rinchiuso per diversi mesi anche S. Giuseppe Tuàn, nato nel 1821 a Tràn-Xà, nella provincia di Hung-Yèn. Fattosi sacerdote, chiese e ottenne di essere ammesso all'Ordine dei Frati Predicatori.Dopo avere esercitato il ministero con grande soddisfazione dei superiori in diversi distretti, fu tradito da un cattivo cristiano, avido di denaro. Lo fece catturare dopo che lo aveva chiamato per amministrare i sacramenti a sua madre gravemente malata. Condannato alla decapitazione, nel viaggio verso il luogo del martirio, si rifiutò di calpestare la croce che era stata posta sul suo cammino. Fu martirizzato nell'aprile del 1861.
Altri due sacerdoti martiri tonchinesi, che vollero soltanto professare la regola del Terz'Ordine di S. Domenico, furono S. Domenico Càm, nato a Càm-Chuong, nella provincia di Bàc-Ninh, tenuto chiuso per diversi mesi in una gabbia del carcere di Hung-Yèn e decapitato l'11-3-1859; e S. Tommaso Khuòng, figlio di un mandarino, ex-governatore di Hung-Yèn. Essendo di famiglia nobile, più volte fu arrestato e rimesso in libertà dopo che era diventato sacerdote e terziario domenicano al tempo del re Minh-Manh. Un giorno, per sfuggire ad ulteriori arresti, cercò rifugio nel Vicariato Orientale. Quando giunse sul ponte di Tràn-Xà, avendo visto tracciata per terra una croce grande quanto tutta la larghezza della strada, si rifiutò di passarvi sopra. Le spie poste a custodia del ponte si avvidero che era cristiano.
Lo arrestarono con chi lo accompagnava, e lo condussero nel carcere di Hung-Yèn. Fu giudicato dal governatore della città in persona con altri quattro cristiani molto ragguardevoli. Il governatore gli promise che, se avesse convinto i suoi compagni a rinnegare la propria fede, lo avrebbe rimesso in libertà. Gli rispose il martire: "Ho raggiunto ormai gli 80 anni.
Come sacerdote della religione cattolica ho sempre cercato di aiutare i cristiani ad osservarne fedelmente i precetti. Se ora li consigliassi di apostatare, il mio comportamento sarebbe inqualificabile e mostrerei di non essere un vero uomo. Tanto io quanto i miei compagni non desideriamo altro che spargere il sangue anche centomila volte per la religione che professiamo".
Il Santo fu decapitato il 30-1-1860. Si avviò al martirio servendosi come bastone di una canna alla quale aveva conferito la forma di croce. Mons. Sanjurjo e i suoi compagni furono canonizzati il 19-6-1988 da Giovanni Paolo II con altri 112 martiri del Vietnam.
(Autore: Guido Pettinati – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Scheda del gruppo a cui appartiene San Giuseppe Tuan:
"Santi Martiri Vietnamiti" (Andrea Dung Lac e 116 compagni) 24 novembre + Tonchino, Annam, Cocincina (Vietnam), dal 1745 al 1862
Trần Xá, Vietnam, 1821 circa - Hưng Yên, Vietnam, 30 aprile 1861
Martirologio Romano:
Nel villaggio di An Bái nel Tonchino, ora Viet Nam, San Giuseppe Tuan, Sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e Martire, che, arrestato su delazione per aver amministrato i sacramenti alla madre inferma, fu condannato alla decapitazione sotto l’imperatore Tu-Duc.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

1762 - 12 luglio 1838
Etimologia:
Ignazio = di fuoco, igneo, dal latino
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella città di Nam Định nel Tonchino, ora Viet Nam, San Clemente Ignazio Delgado Cebrián, vescovo e martire, che, dopo cinquant’anni trascorsi a predicare il Vangelo, fu arrestato per ordine dell’imperatore Minh Mạng per la sua per la sua fede in Cristo e morì in carcere tra molte sofferenze.
Entrò nell'Ordine in Spagna nel 1780. Fu ordinato sacerdote il 27 giugno 1787.
Compiuti gli studi, si imbarcò per il Messico e, attraversato l'Oceano Pacifico, raggiunse le Filippine. Successivamente si stabilì in Vietnam.
L'11 febbraio 1794 fu eletto coadiutore del vicario apostolico del Tonchino orientale e vescovo titolare di diocesi di Milopotamo. Il 20 settembre 1795 ricevette la consacrazione episcopale e il 2 aprile 1799 succedette al vicario apostolico del Tonchino orientale, mantenendo quest'incarico fino alla morte.
In cinquant'anni di apostolato missionario, non curandosi degli editti contrari, convertì i pagani, ordinò sacerdoti fra gli abitanti locali ed eresse molte case religiose.
Nel 1838 l'imperatore Minh Mng iniziò la persecuzione dei cattolici vietnamiti: Ignazio, insieme ad altri confratelli, si rifugiò in una grotta, ma un ragazzo rivelò alle autorità il luogo del suo nascondiglio. Fu arrestato il 13 maggio 1838. Trascorse mesi di durissima prigionia in una gabbia esposta al sole senza voler rivelare particolari compromettenti altri cristiani; abbandonato alla fame, alla sete e colpito dalla dissenteria morì all'alba del 12 luglio, prima dell'esecuzione capitale, alla quale era stato condannato. Dopo la morte fu decapitato e i suoi resti furono gettati in un fiume.
Culto
Il suo corpo fu recuperato da un pescatore, e il suo successore san Girolamo Hermosilla (anch'egli canonizzato) gli diede una sepoltura onorevole.
Fu beatificato il 27 maggio 1900 da papa Leone XIII e canonizzato il 19 giugno 1988 con la lettera decretale Quasi semine sanguinis di papa Giovanni Paolo II.
La sua memoria si celebra il 12 luglio.
(Fonte: Convento San Domenico – Bologna - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ignazio Clemente Delgado, pregate per noi.

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Vietnamiti” (Andrea Dung Lac e 116 compagni)

28 ottobre 1818 - 30 gennaio 1860
É il primo dei venticinque martiri uccisi nel Tonchino Centrale (Vietnam) durante la persecuzione che infierì dal 1857 al 1862, e beatificati da Pio XII il 29-4-1951. Giuseppe nacque, primo di cinque fratelli, il 28-10-1818 a Vigo, in Spagna. Il Santo risolvette di farsi domenicano per potere più facilmente realizzare le sue aspirazioni di vita missionaria.
A tal fine i superiori lo mandarono con cinque fratelli dapprima nelle Filippine e poi fu destinato al Tonchino, dove i pericoli per i cristiani erano molto maggiori.
Morì martirizzato nella città di Nam Định condannato a morte in odio alla fede durante la persecuzione dell’imperatore Tự Đức. Mons. Sanjurjo e i suoi compagni furono canonizzati il 19-6-1988 da Giovanni Paolo II con altri 112 martiri del Vietnam.
Martirologio Romano: Nella città di Nam Định nel Tonchino, ora Viet Nam, San Giuseppe Maria Díaz Sanjurjo, vescovo dell’Ordine dei Predicatori e martire, condannato a morte in odio alla fede durante la persecuzione dell’imperatore Tự Đức.
É il primo dei venticinque martiri uccisi nel Tonchino Centrale (Vietnam) durante la persecuzione che infierì dal 1857 al 1862, e beatificati da Pio XII il 29-4-1951.
Giuseppe nacque, primo di cinque fratelli, il 28-10-1818 a Vigo, villaggio della parrocchia di Santa Eulalia di Suegos, nella provincia di Lugo (Spagna), da benestanti agricoltori. Poiché fin dall'infanzia diede segni di vocazione ecclesiastica, fu mandato in seminario, dove, a dodici anni, vestì l'abito chiericale e ricevette la prima tonsura.
Quando, a motivo dei rivolgimenti politici, il seminario di Lugo fu chiuso, il Santo fu costretto a ritornare in famiglia. Non se la sentiva però di lavorare la terra. Al padre che un giorno gliene muoveva lamento, egli disse con franchezza: "Io non sono fatto per questi lavori; altri me ne sono riservati in paesi lontani". Dopo tre anni, il seminario riaprì i battenti e Giuseppe poté farvi ritorno per lo studio della teologia e del diritto che andò poi a perfezionare all'università di Compostela.
Nel fiore degli anni, nonostante l'opposizione del padre, il santo risolvette di farsi domenicano per potere più facilmente realizzare le sue aspirazioni di vita missionaria. Di lui Don Giovanni Carrera, parroco di San Martin de Ferreiros, testimoniò: "Lo conosco da quando era ancora assai giovane, e ho sempre notato in lui una vita esemplare, austera e frugale, una grande inclinazione alla virtù e alla vocazione sacerdotale".
I Domenicani lo ammisero alla vestizione religiosa a Ocana, in provincia di Toledo, nel 1842, alla professione solenne l'anno successivo perché si era mostrato "religioso esemplare, ubbidiente, penitente ed umile" e all'ordinazione sacerdotale nel 1844.
Poiché P. Sanjurjo sospirava la vita missionaria, i superiori lo mandarono con cinque fratelli nelle Filippine.
A Manila fu nominato professore di lettere nell'università di San Tommaso, ma dopo alcuni mesi egli confidò al P. Provinciale che avrebbe preferito andare a predicare il Vangelo nelle missioni più pericolose.
Fu destinato al Tonchino dove regnava Thiéu-Tri (1840-1847), figlio del re Minh-Manh, il quale aveva pubblicato numerosi editti di persecuzione contro i cristiani per cui la vita e la morte di essi erano poste nelle mani dei mandarini. Il P. Sanjurjo, che anelava al martirio, non ne fece caso.
Giunse sul campo del lavoro nella Pasqua del 1845. Suo primo compito fu quello di dirigere il seminario minore di Luc-Thuy, nella provincia di Nam-Dinh. Da poco ne era stato eletto rettore quando la squadra navale annamita fu distrutta da due navi da guerra francesi. Il re Thiéu-Tri se ne vendicò infierendo contro i cristiani anche se non avevano niente a che vedere con quel disastro. Rinnovò difatti la proibizione di appartenere alla religione cristiana, e raccomandò ai mandarini la rigorosa osservanza dei decreti emanati da suo padre.
Il Santo fu costretto a disperdersi con i seminaristi nei distretti vicini perché a Luc-Thuy furono fatte perquisizioni per arrestarli. Alla morte del persecutore regnò il secondogenito di lui, Tu-Dùc (1847-1883) il quale, invece di fare rispettare l'anno di lutto regolamentare con la pace, promise un premio a coloro che fossero riusciti a catturare qualche europeo. Il seminario di Luc-Thuy fu devastato e depredato.
Il rettore riuscì a mettersi in salvo con i seminaristi a Cao-Xà, dove era stato già preceduto da altri confratelli. Confidò in una lettera ad un amico: "Sono rimasto senza casa, senza libri, senza vesti, senza nulla, ma sono tranquillo e sereno, anzi, godo di poter imitare in qualche modo il nostro divin Maestro che disse di non avere una pietra su cui reclinare il capo".
Delle sue peregrinazioni così scrisse a Don Carrera: "Mi trovai in molti pericoli, essendo molte le spie che percorrevano il paese alla caccia dei missionari.
Ciò nonostante, con marce e contromarce, mascherato e talvolta con la pelle coperta di bitume, potei eludere la loro attiva vigilanza fino al giorno dell'Assunzione della Vergine, giorno in cui ricevetti una lettera del Vescovo domenicano di questa missione che mi ordinava di venire qui a Cao-Xà".
Il Santo aveva appena riaperto il seminario indigeno quando il re Tu-Dùc pubblicò un decreto col quale incitava i sudditi a far catturare i missionari stranieri perché "falsari, seduttori, barbari, tonti, sciocchi, vili" e prometteva trecento once d'argento a chi ne scoprisse qualcuno. Per provvedere meglio al bene delle anime, il Vicario Apostolico del Tonchino Orientale, Mons. Girolamo Hermosilla OP. (+l-11-1861), ot- tenne da Pio IX il permesso di smembrare il suo territorio con l'erezione del Vicariato del Tonchino Centrale sotto la dirczione di Mons. Domenico Marti, residente a Bùi-Chu, nella provincia di Nam-Dinh, al quale fu dato come Coadiutore, con diritto di successione, il P. Sanjurjo (1849). Costui ne diede notizia a Don Carrera in questi termini: "Questo suo infelice servo per ragioni ineluttabili ha dovuto accettare la mitra episcopale con l'enorme peso di una croce tanto grande quanto è grande la cura di pascere 150.000 anime, che sono già entrate nell'ovile del Signore, senza contare gli oltre 4.000.000 di abitanti che stanno ancora fuori".
A suo padre scrisse: "Qui le dignità accrescono lavoro... Devo sempre andare a piedi, sovente anche scalzo e a volte con il fango fino alle ginocchia per fuggire più speditamente nel caso che il nemico ci voglia rincorrere.
Ma ciò nonostante sono allegro e contento, e mi sacrifico assai volentieri con la speranza di rivederci in cielo, dato che qui in terra sarà molto difficile".
Dopo la morte di Mons. Marti (+1852), Mons. Sanjurjo dovette fissare la sua residenza a Bùi-Chu. "Allora - attestò di lui Mons. Onate, suo successore - si dimostrò vero pastore vigilantissimo del clero, padre misericordioso della sue pecorelle, consolazione per tutti i bisognosi, e, in una parola, era tutto per tutti, uomo pieno di scienza, costante nei suoi propositi e prudente nelle sue risoluzioni... La sua urbanità e il suo tratto distinto erano tali che i mandarini della capitale lo rispettavano e apprezzavano, gradivano i suoi omaggi e accoglievano le sue domande a favore della religione".
Principale preoccupazione del vescovo fu di promuovere l'insegnamento del catechismo e di difendere il cristianesimo mediante conferenze. Nel 1854 il re Tu-Dùc pubblicò un decreto di persecuzione ancora più iniquo dei precedenti. Difatti confermava il premio di 300 once d'argento a colui che arrestava o denunciava un europeo; minacciava la pena di morte ai capi dei villaggi che nascondevano gli europei; ordinava alle autorità di distruggere le chiese e le case dei missionari; comandava ai cristiani di presentarsi entro sei mesi al loro rispettivo mandarino per abiurare la religione e calpestare il crocifisso. Appena ne ebbe notizia Mons. Sanjurjo si mise in relazione con il governatore e con i mandarini di Nam-Dinh, e ottenne la sospensione dell'iniquo decreto. In quel tempo alcuni facinorosi cercarono di sollevare il popolo contro Tu-Dùc, e promisero la libertà religiosa ai cristiani se li avessero aiutati, ma il Vicario Apostolico glielo proibì.
Prevedendo il suo imprigionamento, egli ottenne da Pio IX di poter eleggere come Coadiutore, con diritto di successione, Mons. Melchiorre Garcia Sampedro, che lo avrebbe seguito tosto sulla via del martirio (28-7-1858).
Crescendo il pericolo della persecuzione il vescovo inviò alcuni catechisti nella capitale della provincia perché salutassero da parte sua il governatore.
Costui non solo li accolse bene, ma promise che avrebbe prevenuto il Vicario Apostolico qualora fosse stato costretto ad adottare misure contro di lui. Difatti, avendo dovuto fare eseguire il decreto del re a causa della denuncia di un mandarino bramoso della promozione di grado e della ricompensa promessa, incaricò un messo di andarlo ad avvertire dell'arrivo dei soldati a Bùi-Chu, ma quando costui vi giunse il villaggio era già circondato. Il presule cercò rifugio prima nella casa di un soldato cristiano che era in buoni rapporti con un ufficiale del comando superiore, poi tra le piantagioni dell'orto. Arrestato, fu condotto senza croce pettorale e anello a Nam-Dinh. Nell'interrogatorio, al quale fu sottoposto dai mandarini, si mostrò fermo nella professione della propria fede, motivo per cui fu gettato in prigione, dove rimase per due mesi segregato da tutti.
Sebbene fosse legato con una catena, e di giorno portasse la canga al collo e di notte avesse il ceppo ai piedi, cosi si accomiatò dai suoi missionari: "II mio spirito trabocca di gioia, e spero di versare il mio sangue perché, unito a quello di Gesù Cristo, purifichi tutte le mie iniquità. Confido nell'aiuto delle loro preghiere per conseguire il dono della fortezza e della perseveranza finale. Credo che non mi rimarranno che pochi giorni di vita, ma, tra questi leopardi-sanguisughe come sembra lungo il tempo! Voglia Iddio che questi tormenti siano il purgatorio per i miei peccati!".
Mons. Sanjurjo fu condannato alla decapitazione perché "maestro principale" della "falsa religione di Gesù". Il 20-7-1857 egli si avviò al luogo del martirio sereno, benché ridotto a pelle ed ossa, leggendo e meditando un libro. Quando vi giunse ottenne di rivolgere alcune parole ai presenti.
Poi disse al capo dei manigoldi: "Il re e i mandarini hanno decretato che io oggi sia decapitato. Ho lasciato per voi trenta monete affinché non mi uccidiate con un colpo solo, ma con tre. Il primo colpo lo riceverò in ringraziamento a Dio che mi creò e mi fece venire nel Tonchino a predicare la religione; il secondo in riconoscenza ai miei genitori che mi dettero la vita; il terzo in testamento alle mie pecorelle, affinché stiano ferme e costanti nell'affrontare la morte a imitazione del loro pastore, e così siano degne di godere in cielo la beatitudine senza fine in compagnia dei santi".
Mentre lo legavano ad un palo, che era stato inchiodato a forma di croce, il martire disse: "Me ne sto qui in ginocchio perché mi tronchiate la testa". Poi continuò a predicare, ma tutti piangevano così forte che non si poteva intendere tutto quello che diceva. Tuttavia furono udite distintamente queste parole: "Io me ne vado in cielo; voi, figli miei, avrete da patire molti travagli, e sarete afflitti dalla fame, dall'inondazione, dalla peste, dalla guerra". Dopo che fu decapitato, la sua testa fu gettata per aria come monito e minaccia a tutti gli altri e il suo corpo lanciato nel fiume.
Le predizioni del martire si avverarono alla lettera. Nella notte stessa di quel giorno la capitale rimase allagata per la rottura di una diga. Il corpo del giustiziato non fu più ritrovato. Dopo un mese fu ripescata la testa con il cesto pieno di pietre nel quale era stata collocata. In seguito fu trasportata a Ocana, ma nella guerra civile spagnola del 1936 andò smarrita.
I 125 martiri beatificati da Pio XII sono tutti tonchinesi, fatta eccezione dei due Vicari Apostolici, Mons. Diaz Sanjurjo e Mons. Garcia Sampedro, di nazionalità spagnuola. I laici martirizzati furono 19. Provenivano da tutti i ceti sociali: nobili, professionisti, contadini e operai. Furono decapitati o bruciati vivi in varie località delle Missioni Domenicane del Tonchino centrale (Vietnam) perché si rifiutarono energicamente di calpestare la croce come i mandarini volevano.
Tra i martiri del Tonchino centrale figurano anche Domenico Màu e Giuseppe Tuàn, due sacerdoti domenicani. S. Domenico Màu, nacque a Phù-Nhai, nella provincia di Bùi-Chu. Diventato sacerdote, chiese e ottenne di essere ammesso nell'ordine dei frati Predicatori. Amministrò vari distretti con zelo, senza temere la persecuzione. Catturato in tarda età, fu rinchiuso nel carcere di Hung-Yén, dove rimase per due mesi portando la corona del rosario al collo ed esortando i cristiani che lo andavano a trovare alla frequenza dei sacramenti. Andò al martirio pregando con le mani giunte, come se si avviasse all'altare per celebrare la Messa. Fu decapitato il 5-11-1858 presso il fiume che da il nome alla città. Le sue reliquie sono venerate nella chiesa di Mai-Linh.
Nello stesso carcere di Hung-Yèn fu rinchiuso per diversi mesi anche S. Giuseppe Tuàn, nato nel 1821 a Tràn-Xà, nella provincia di Hung-Yèn. Fattosi sacerdote, chiese e ottenne di essere ammesso all'Ordine dei Frati Predicatori.Dopo avere esercitato il ministero con grande soddisfazione dei superiori in diversi distretti, fu tradito da un cattivo cristiano, avido di denaro. Lo fece catturare dopo che lo aveva chiamato per amministrare i sacramenti a sua madre gravemente malata. Condannato alla decapitazione, nel viaggio verso il luogo del martirio, si rifiutò di calpestare la croce che era stata posta sul suo cammino. Fu martirizzato nell'aprile del 1861.
Altri due sacerdoti martiri tonchinesi, che vollero soltanto professare la regola del Terz'Ordine di S. Domenico, furono S. Domenico Càm, nato a Càm-Chuong, nella provincia di Bàc-Ninh, tenuto chiuso per diversi mesi in una gabbia del carcere di Hung-Yèn e decapitato l'11-3-1859; e S. Tommaso Khuòng, figlio di un mandarino, ex-governatore di Hung-Yèn. Essendo di famiglia nobile, più volte fu arrestato e rimesso in libertà dopo che era diventato sacerdote e terziario domenicano al tempo del re Minh-Manh. Un giorno, per sfuggire ad ulteriori arresti, cercò rifugio nel Vicariato Orientale. Quando giunse sul ponte di Tràn-Xà, avendo visto tracciata per terra una croce grande quanto tutta la larghezza della strada, si rifiutò di passarvi sopra. Le spie poste a custodia del ponte si avvidero che era cristiano.
Lo arrestarono con chi lo accompagnava, e lo condussero nel carcere di Hung-Yèn. Fu giudicato dal governatore della città in persona con altri quattro cristiani molto ragguardevoli. Il governatore gli promise che, se avesse convinto i suoi compagni a rinnegare la propria fede, lo avrebbe rimesso in libertà. Gli rispose il martire: "Ho raggiunto ormai gli 80 anni.
Come sacerdote della religione cattolica ho sempre cercato di aiutare i cristiani ad osservarne fedelmente i precetti. Se ora li consigliassi di apostatare, il mio comportamento sarebbe inqualificabile e mostrerei di non essere un vero uomo. Tanto io quanto i miei compagni non desideriamo altro che spargere il sangue anche centomila volte per la religione che professiamo".
Il Santo fu decapitato il 30-1-1860. Si avviò al martirio servendosi come bastone di una canna alla quale aveva conferito la forma di croce. Mons. Sanjurjo e i suoi compagni furono canonizzati il 19-6-1988 da Giovanni Paolo II con altri 112 martiri del Vietnam.
(Autore: Guido Pettinati – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Vietnamiti” (Andrea Dung Lac e 116 compagni)

Martirologio Romano: Nella città di Nam Định nel Tonchino, ora Viet Nam, San Melchiorre García Sanpedro, vescovo dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, messo per Cristo sotto strettissima prigionia, fu fatto a pezzi per ordine dell’imperatore Tự Đức.
E' uno dei venticinque martiri uccisi nel Tonchino Centrale (Vietnam) durante la persecuzione scatenata contro i cristiani dal re Tu-Dùc (+1883) e beatificati da Pio XII il 29 aprile 1951. Melchiorre nacque a Cortes, villaggio della parrocchia di Santo Stefano di Cienfuegos, nella provincia di Oviedo, capitale delle Asturie (Spagna), da nobili, ma poveri genitori il 29 aprile 1821. Costoro erano tanto attaccati alle pratiche religiose da non permettere a nessuno dei familiari di andare a dormire senza che avessero prima recitato il Rosario.
Quando crebbe in età il santo fu felice d'intonarlo lui, di celebrare a suo modo la Messa alla presenza dei coetanei e di porgere ai poveri l'elemosina avuta per loro dai genitori.
A dodici anni Sampedro manifestò il desiderio di farsi sacerdote.
Frequentò con sacrificio il ginnasio a Bàrzana, distante tre chilometri da Arrojo, località del distretto di Quirós, dove i genitori avevano stabilito la loro dimora.
In seguito andò a studiare filosofia e teologia all'università di Oviedo (1835). Nei primi due anni, pur alloggiando in una misera pensione e dando ripetizioni private, non aveva denari a sufficienza per comperare i libri di testo. Doveva farseli imprestare dai compagni più generosi. La sua condizione migliorò quando fu nominato precettore del Collegio di San Giuseppe (1842) per l'esemplarità di vita. I suoi condiscepoli dicevano che era "un uomo di orazione".
Difatti si confessava tutte le settimane, faceva con frequenza la comunione, tutti i giorni prendeva parte alla Messa e recitava il rosario in ginocchio. Passava ore intere in adorazione davanti al SS. Sacramento o in preghiera davanti all'altare della Madonna.
Il santo non fu mai visto adirato con nessuno. Per le sue belle qualità e per il suo tratto gentile si cattivava la stima e l'affetto di tutti. Amante del silenzio, era piuttosto taciturno e poco espansivo. Quando lasciò il collegio di San Giuseppe per farsi domenicano, fu rimpianto perché "modesto, grave e nello stesso tempo affabile, studioso, devoto".
Al padre, che lo rimproverava dell'abbandono della famiglia, rispose: "Io devo lavorare la parte della vigna che il Signore mi destina", tant'era convinto della volontà di Dio nei suoi riguardi. Egli anelava alle missioni per la probabilità del martirio.
Nel collegio di San Giuseppe, salendo un giorno le scale, non aveva detto ad un suo amico: "Quando avrò la fortuna di salire i gradini di un patibolo e morire per la fede in Cristo"?
I genitori, che avevano contratto dei debiti per sottrarre il figlio al servizio militare, speravano nella sua resipiscenza.
E veramente era già stato proposto come sostituto per la cattedra di logica nell'Università, e una illustre famiglia si era offerta a ottenergli un benefizio di patronato laico nello stesso distretto di Quirós, ma il santo non si lasciò smuovere né da simili lusinghe, né dalle lacrime della madre, né dalle minacce del padre.
Persino alcuni zelanti sacerdoti lo biasimarono della decisione presa, ma egli, rassicurato dal proprio direttore spirituale, propose di partire per il convento domenicano di Ocana a costo di qualsiasi opposizione.
Prima di dare l'addio al mondo Melchiorre si recò in pellegrinaggio al Santuario di Nostra Signora di Alba. Al momento di separarsi dai familiari il padre gli disse: "Perché ci abbandoni? Non puoi lavorare anche qui nella vigna del Signore?". "È vero - gli ripose il figlio - dovunque si può servire il Signore, ma io devo rispondere al suo appello che mi chiama a lavorare una parte speciale della sua vigna".
Rivestì l'abito dei Frati Predicatori nel 1845 a Ocana. Agli occhi del suo maestro di noviziato egli apparve come "un angelo" perché "quantunque fosse entrato in religione dopo che aveva già compiuto gli studi superiori, era mortificato, ubbidiente e sottomesso come se fosse stato educato nel chiostro fin dalla sua fanciullezza". Fu perciò ammesso alla professione solenne senza difficoltà nel 1846 e all'ordinazione sacerdotale l'anno successivo.
Nel 1848 il santo fu mandato nelle Filippine con quattro confratelli, ma quando giunse a Manila ebbe la dolorosa sorpresa di vedersi destinato dai superiori a insegnare filosofia nell'università di San Tommaso.
Avrebbe dunque dovuto rinunziare alle sue aspirazioni all'apostolato e al martirio? Ne parlò al consiglio di Provincia il quale accolse il suo desiderio di andare a predicare il Vangelo nel Tonchino Orientale sotto la guida del Vicario Apostolico, Mons. Girolamo Hermosilla (+ 1 novembre 1861), futuro martire insieme con Mons. Valentino Berrio-Ochoa, il P. Pietro Almató e il catechista Giuseppe Khang.
Benché non avesse che vent'otto anni e godesse di buona salute, dovette incontrare serie difficoltà nello studio del tonchinese per la mancanza di memoria. Poco tempo dopo il suo arrivo a Doung-Xuyèn fu decretata l'erezione del Vicariato Apostolico del Tonchino Centrale alle dipendenze di Mons. Domenico Marti, al quale fu dato come coadiutore, con diritto di successione, il B. Giuseppe Diaz Sanjurjo (+ 20 luglio 1857), allora rettore del seminario indigeno di Cao-Xà.
A prenderne il posto fu chiamato P. Sampedro il quale diede splendida prova delle sue qualità. Il suo direttore spirituale, Mons. Ilario Alcàzar, coadiutore di Mons. Hermosilla, nell'inviare alla Congregazione di Propaganda Fide la relazione del martirio di lui, ne mise in risalto il grande amore alla mortificazione e alla preghiera.
Ai lunghi digiuni prescritti dalla regola, egli ne aggiungeva degli altri con sanguinose flagellazioni fino a tanto che il confessore glieli limitò per riguardo alla salute. Nonostante il gran caldo che faceva nel Tonchino portava il cilicio e usava sempre indumenti di lana. Benché soffrisse abitualmente d'insonnia, concedeva pochissimo tempo al riposo per attendere alla predicazione del Vangelo, alle confessioni e alla preghiera. Tutti i giorni recitava il rosario intero. Eppure, nella sua umiltà, si professava un miserabile peccatore e si meravigliava che Dio non lo castigasse per le sue ingratitudini.
I superiori nel 1852 dessero P. Sampedro Vicario Provinciale. Nel tempo che occupò questa carica egli fece stampare libri e opuscoli da diffondere anche tra gli infedeli. Si deve a questo suo zelo la conversione di un villaggio composto da cinquecento persone, che sorgeva vicino a Cao-Xà, e la predicazione della fede in altri tre o quattro villaggi circonvicini. Nell'ultimo anno di vita ebbe vomiti di sangue, dovuti forse allo sforzo fatto nella proclamazione della parola di Dio.
Per la difficoltà di provvedere al bene spirituale dei fedeli del Tonchino Centrale e per l'incombente persecuzione del re Tu-Dùc, Mons. Sanjurjo ottenne da Pio IX la facoltà di eleggersi un coadiutore, con diritto di successione.
La sua scelta cadde sopra il P. Sampedro (1855), che ordinò vescovo a Bùi-Chu alla presenza di una moltitudine di fedeli e di autorità civili e religiose. Per oltre due anni il neo-eletto potè visitare le cristianità ed esercitare il ministero di notte perché era stato promesso un premio vistoso a chi lo avesse fatto imprigionare. La persecuzione per alcuni anni si susseguì tra bonaccia e tormenta finché nel 1857 si fece implacabile e continuò senza interruzione fino al 1862.
Durante i periodi di calma i cristiani vivevano con un certo sollievo, i sacerdoti lavoravano con sufficiente libertà, ma i missionari europei dovevano essere cauti se non volevano cadere nelle mani dei mandarini. A chi ne scopriva uno venivano regalate 300 once d'argento.
Quando Mons. Sanjurjo cadde nelle mani dei persecutori (1857), Mons. Sampedro mandò un messo al Procuratore della Missione in Cina perché informasse gli ambasciatori della Francia e della Spagna sulle precarie condizioni dei cattolici nel Tonchino, e li supplicasse di adoperarsi perché la pace vi fosse ristabilita.
In realtà furono inviate delle navi francesi e spagnuole nelle acque del Tonchino, ma quando vi giunsero Mons. Sanjurjo era già morto. Alla loro vista i mandarini s'inferocirono ancora di più, e ordinarono che fossero abbattute le chiese e le case dei missionari.
Prevedendo prossima la propria fine, Mons. Sampedro ottenne da Pio IX la facoltà di eleggersi un Coadiutore, con diritto di successione, nella persona di P. Valentino Berrio-Ochoa, giunto da tre mesi nella missione. Lo ordinò vescovo nel 1858 non in chiesa, ma nella casa di un buon cristiano. Meno di un mese dopo il Santo fu fatto prigioniero a Kièn-Lao, nella notte tra il 7 e l'8 luglio 1858, mentre fuggiva per fiumi e per campi.
Bramava tanto la gloria del martirio che si sarebbe consegnato spontaneamente nelle mani dei mandarini se il suo coadiutore non lo avesse dissuaso.
A motivo dell'irremovibile fermezza nel professare la fede cattolica, e per averla predicata tra il popolo per 9 anni, fu condannato a morte. Il mandarino generale ordinò che, prima della decapitazione, all'imputato fossero tagliate le gambe e le braccia perché era accusato pure di avere chiamato una nave straniera e di essere stato il capo dei ribelli al re.
Il 28 luglio 1858 Mons. Sampedro fu condotto al luogo del martirio legato con una grossa catena e scortato da una ventina di carnefici che tenevano in mano la spada sguainata. Il santo vi si recò sereno, recitando il breviario, si lasciò spogliare e legare mani e piedi ai pali solidamente conficcati nel terreno in maniera da avere il corpo ben teso. L'ordine dell'esecuzione capitale fu dato dal mandarino dall'alto di un elefante.
Il martire invocò continuamente il nome di Gesù mentre il carnefice gli amputava gli arti con un'ascia senza taglio. Difatti ci vollero ben 12 colpi per troncargli una gamba e 15 per mozzargli la testa.
Gli arti del giustiziato ed il suo tronco, privo di viscere, furono gettati in una fossa che fu ricoperta di terra e fatta calpestare da un elefante.
La testa, dopo essere stata esposta per due giorni alla porta meridionale della città, fu frantumata e gettata nel mare.
Le reliquie del santo sono venerate nella cattedrale di Oviedo (Spagna). Giovanni Paolo II lo canonizzò il 19 giugno 1988 con altri 116 martiri del Vietnam.
(Autore: Guido Pettinati - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Santi Lorenzo Ruiz di Manila e 15 compagni”
Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, Santi martiri Luca Alfonso Gorda, sacerdote, e Matteo Kohioye, religioso, entrambi dell’Ordine dei Predicatori, dei quali il primo fu coraggioso ministro del Vangelo prima nelle isole Filippine e poi per dieci anni in Giappone, mentre l’altro, di diciotto anni, fu suo compagno nell’annunciare e testimoniare la fede.
I Santi Domenico Ibàňez, Giacomo Kyushei Tomonaga, Domenicani, Lorenzo Ruiz, laico, e 14 compagni formano un gruppo di martiri in Giappone del 1633-1637 a Nagasaki dopo quello dei 205 martiri di Omura-Nagasaki del 1617-1632, beatificati da Pio IX nel 1867.
Il gruppo dei beatificati da Papa Giovanni Paolo II, il 18 febbraio 1981 a Manila, è composto di 13 Domenicani e di 3 laici. Ma per comprendere meglio la situazione della Chiesa in Giappone a quel tempo dobbiamo rintracciare alcuni aspetti storici.
Nella storia ecclesiastica del Giappone si distinguono tre date importanti: 1549, 1600 e 1640. Nel 1549, San Francesco Saverio arrivò in Giappone; nel 1600, lo Shogun (capo militare) Tokugawa Yeyasu inaugurò la dinastia legata al suo nome; nel 1640, il Giappone chiuse le sue porte al mondo occidentale, isolandosi per due secoli.
Dal 1549 al 1614, in un clima relativamente favorevole, San Francesco Saverio, al quale subentrarono i suoi confratelli Gesuiti e più tardi Francescani, Domenicani e Agostiniani, costruì una comunità cristiana fiorente.
Nel 1600, in Giappone erano già più di 300.000 cristiani, tra i quali diversi membri delle classi influenti. A differenza delle Filippine, però, il cristianesimo giapponese nella prima metà del secolo XVII, sparì quasi completamente, sommerso da una violenta persecuzione.
Questa coincise con gli anni più gloriosi dello shogunado, un regime frutto di vari fattori di ordine religioso, politico e sociale.
Da tempi immemorabili la religione originaria del Giappone era lo Shintoismo, basato sul culto degli spiriti legati alle forze della natura e sul concetto dell'imperatore come discendente dalla Dea solare Amaterasu, come simbolo visibile e permanente. Quando nel secolo VI entrarono dalla Cina il Buddismo ed il Confucianesimo, mettendo profonde radici, lo Shintoismo e il prestigio dell'imperatore decaddero in modo considerevole. Il risultato di questo declino fu il feudalismo, mentre all'imperatore rimaneva solo un ruolo di carattere morale e religioso.
Il potere effettivo passò ad un dittatore della classe guerriera, chiamato Shogun che, a sua volta, vide la sua autorità diluirsi tra diversi signori feudali chiamati daimyò, padroni assoluti dei loro vasti territori. Al loro servizio stavano i samurai e, al livello sociale inferiore, i poveri, privi di diritti umani: contadini, artigiani, commercianti ed operai. I daimyò si dedicarono spesso alla guerra tra di loro.
Tale situazione ebbe curiosamente dei vantaggi per l'evangelizzazione all'arrivo di San Francesco Saverio e degli altri missionari. Espulsi da un feudo, i cristiani potevano fuggire in un'altro. Nell'ultimo quarto del secolo XVI due Shogun aprirono la strada per un movimento di unificazione, Oda Nobunga (1568–1582), nemico dei buddisti e simpatizzante per il cristianesimo, e poi Toyotomi Hideyoshi (1582–1598).
In modo quasi inspiegabile quest'ultimo divenne persecutore del cristianesimo e ordinò l'esecuzione dei 26 Protomartiri di Nagasaki (S. Paolo Miki e compagni). Alla morte dello Shogun Hideyoshi, il cristianesimo poté respirare di nuovo tra speranze e timori.
La vittoria di Sekigahara, nel 1600, diede il potere e lo shogunado a Toku¬gawa Yeyasu (1600–1616), al quale successero il figlio Hidetada (1616–1622) e il nipote Yemitsu (1622–1651), e poi una lunga serie di discendenti fino al 1868. Yeyasu conseguì l'unificazione nazionale e diede al paese una solida struttura legale ed amministrativa. Il Giappone iniziava ad essere governato da un'autorità centrale senza eliminare la relativa autonomia feudale dei daimyò.
La politica dei Tokugawa mostrò per questo sempre una certa diffidenza riguardo alla lealtà dei daimyò, sottomessi ma mai del tutto domati. Tale sospetto aumentava con la presenza di commercianti spagnoli e di religiosi cattolici, accusati dagli olandesi di essere la punta avanzata della conquista e dell'insurrezione. Cosa in realtà mai avvenuta.
Nel 1614 Yeyasu, giudicando la fede di tutti i suoi sudditi sulla base del buddismo e attorniandosi poi di ministri gelosamente confuciani, emise l'editto di persecuzione generale. Hidetada e Yemitsu intensificavano l'avversione al cristianesimo, come dimostra la cruenta persecuzione, in particolare nei riguardi dei martiri della presente Canonizzazione, la prima, insieme al primo Santo delle Filippine, Lorenzo Ruiz.
Prima di presentare le biografie di questi martiri immolati nel periodo 1633–1637, dobbiamo rispondere alla questione del ritardo nella beatificazione. La risposta è semplice.
Le inchieste processuali tenute nel giro immediato dei fatti con due processi ordinari a Manila e a Macao (1636–1637) sul martirio di nove sacerdoti domenicani andarono smarrite 30 anni dopo e furono ritrovate solo all'inizio del secolo XX in copia autentica negli archivi domenicani di Manila. Arricchiti con ampia documentazione di tutto il gruppo, resero possibile la ripresa della causa, preparando nel 1977–1978 la «Posizione» storica sul martirio, che venne pubblicata nel 1979 e posta alla base degli esami storico-teologici della Congregazione dei Santi tra i1 30 ottobre 1979 ed il 1° luglio 1980.
Luca dello Spirito Santo, Sacerdote Domenicano
Il Santo Luca dello Spirito Santo nacque a Carracedo (Zamora, diocesi di Astorga), Spagna, il 18 ottobre 1594.
Diventò Domenicano nel 1610, emettendo i voti il 2 giugno 1611. Nel 1618 si trasferì nella Provincia del Rosario nelle Filippine. Da Manila fu mandato come missionario nella Provincia di Cagayan. Dopo fu professore a Manila al Collegio S. Tommaso. Nel 1623 partì per il Giappone con P. Domenico de Erquicia e altri.
Per 10 anni svolse l'apostolato tra i Giapponesi, spingendosi fino al nord dell'Isola principale di Honshu. L'8 settembre 1633 fu catturato e portato a Nagasaki.
Dopo ripetuti tentativi di farlo apostatare fu imprigionato con altri missionari Domenicani e Gesuiti: Il 18 ottobre 1633, vestito da Domenicano, andò sottoposto alle torture della forca e fossa e morì il 19 ottobre 1633. Il suo corpo fu bruciato.
Matteo Kohioye Del Rosario, Fratello Cooperatore Domenicano
Il Santo Matteo Kohioye nacque ad Arima (Kyushu) in Giappone nel 1615. Dal 1632 accompagnò il P. Luca dello Spirito Santo nel suo apostolato.
Nel 1633 fu imprigionato a Osaka insieme a P. Luca. Questi aveva voluto mandarlo via prima che venissero i persecutori, ma Matteo accettò volontariamente di morire per Cristo. Nella prigione di Osaka gli fecero molte offerte per fargli cambiare idea, però non volle rinnegare la fede.
Perciò fu trasferito a Nagasaki, dove fu sottoposto alle torture della forca e fossa il 18 ottobre 1633, insieme a P. Luca. Morì lo stesso giorno a soli 18 anni. Il 18 febbraio 1981, Papa Giovanni Paolo II ha beatificato i martiri a Manila e, il 18 ottobre 1987, li ha canonizzati.

(Autore: Andreas Resch - I Santi di Johann Paolo II. 1982- 2004)

Valencia, Spagna, 1 gennaio 1526 - Valencia, Spagna, 9 ottobre 1581
Nel 1562 partì missionario per la Colombia, dove miracoli frequenti favorirono la conversione degli indios.
Dal pulpito denunciò anche i soprusi dei conquistatori spagnoli: uno di essi volle attentare alla vita del Santo, ma allo sparo lo schioppo si trasformò in crocifisso.
Nel 1569 è di nuovo a Valenza come maestro dei novizi e poi priore.
Della sua attività di consigliere prudente si avvalse anche Santa Teresa d'Avila, che da lui ebbe parole di incoraggiamento e il presagio sul successo della riforma carmelitana.
Patronato: Noviziati Domenicani
Martirologio Romano: A Valencia in Spagna, San Luigi Bertrán, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che insegnò il Vangelo di Cristo a varie popolazioni indigene dell’America Meridionale e le difese dagli oppressori.
Le Provincie dell’Ordine che avevano accolte volenterose l’impulso di riforma dato dal Beato Raimonda da Capua ne videro esultanti i magnifici frutti.
In Spagna si proseguiva con alacrità e nel XVI° secolo uscirono dalle file dei Predicatori, santi e dotti evangelizzatori, martiri invitti.
Uno dei tanti eroi è San Ludovico Bertran.
A 19 anni entrò nell’Ordine nella nativa Valenza, e il santo Priore che l’accolse, Giovanni Micone, ne profetizzò la futura grandezza, dicendo che sarebbe stato un secondo San Vincenzo Ferreri. Da Novizio fu specchio di penitenza e di orazione anche ai più provetti. A 25 anni fu nominato Maestro dei Novizi che per dieci anni guidò con ammirabile saggezza, i quali poi, quasi tutti morirono in odore di santità.
Ma Ludovico bramava passare i mari come tanti suoi confratelli, per recarsi in quel Nuovo Mondo che con tante speranze si apriva alla vera fede, e un giorno, con licenza del Generale, partì.
Nel 1562 fu suo campo di lavoro l’America Centrale, in particolare la Colombia, dove egli percorse a piedi le vaste regioni che comprendono l’Equatore, la Nuova Granata, le Isole dell’Arcipelago, convertendo in sette anni circa 150.000 indiani.
Tornato in Patria, nel 1569, dopo si eroiche fatiche, fu ancora luce alle anime dentro e fuori il Convento, come Maestro dei Novizi, e Priore a Valenza.
Colto dalla malattia, fra tante sofferenze, non faceva che ripetere quelle parole a lui tanto familiari: “Signore, qui bruciate, qui tagliate, qui non perdonate, purché mi perdoniate in eterno!”.
Malgrado il fuoco che lo divorava volle morire con indosso il santo Abito di lana dell’Ordine. Era il 9 ottobre 1581. I suoi funerali furono un trionfo.
Papa Clemente X il 12 aprile 1671 lo ha proclamato Santo.
Papa Alessandro VIII lo ha dichiarato Patrono della Colombia.
Il suo corpo è rimasto sepolto fino al 1936 nella chiesa cittadina di Santo Stefano, quando fu bruciato durante la Rivoluzione.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Lima, Perù, 9 dicembre 1579 - 3 novembre 1639
Nasce a Lima nel 1579.
Suo padre è l'aristocratico spagnolo Juan de Porres, che all'inizio non vuole riconoscerlo, perché la madre è un'ex schiava nera d'origine africana.
Nominato governatore del Panama, il padre lascia la bimba a un parente e Martino alla madre, con i mezzi per farlo studiare.
Martino diventa allievo di un barbiere-chirurgo.
Lui però vorrebbe entrare fra i Domenicani, che hanno fondato a Lima il loro primo convento peruviano.
Ma come mulatto viene accolto solo come terziario e gli vengono assegnati solo compiti umili.
Quando i Domenicani avvertono la sua energia interiore lo tolgono dalla condizione subalterna, accogliendolo nell'Ordine come fratello cooperatore.
Martino de Porres, figlio di un "conquistatore", offre così in Perù un esempio di vita esemplare.
Vengono da lui per consiglio il viceré del Perù e l'arcivescovo di Lima, trovandolo perlopiù circondato da poveri e da malati.
Quando a Lima arriva la peste, cura da solo i 60 confratelli.
Per tutti è l'uomo dei miracoli: fonda a Lima un collegio per istruire i bambini poveri: il primo del Nuovo Mondo.
Guarisce l'arcivescovo del Messico, che vorrebbe condurlo con sé.
Ma Martino muore a Lima.
È il 1639. (Avvenire)
Patronato: Poveri, Parrucchieri
Etimologia: Martino = dedicato a Marte
Martirologio Romano: San Martino de Porres, religioso dell’Ordine dei Predicatori: figlio di uno spagnolo e di una donna nera, fin dalla fanciullezza, sia pure tra le difficoltà derivanti dalla sua condizione di figlio illegittimo e di meticcio, apprese la professione di medico, che in seguito, diventato religioso, esercitò con abnegazione a Lima in Perù tra i poveri e, dedito a digiuni, alla penitenza e alla preghiera, condusse un’esistenza di semplicità e umiltà, irradiata dall’amore.
"Figlio di padre ignoto": così lo registrano fra i battezzati nella chiesa di San Sebastiano a Lima.
Suo padre è l’aristocratico spagnolo Juan de Porres, che non lo riconosce perché la madre è un’ex schiava nera d’origine africana.
Il piccolo mulatto vive con lei e la sorellina, finché il padre si decide al riconoscimento, tenendo con sé in Ecuador i due piccoli, per qualche tempo.
Nominato poi governatore del Panama, lascia la bimba a un parente e Martino alla madre, con i mezzi per farlo studiare un po’.
E Martino diventa allievo di un barbiere-chirurgo (le due attività sono spesso abbinate, all’epoca) apprendendo anche nozioni mediche in una farmacia.
Avvenire garantito, dunque, per il ragazzo appena quindicenne.
Lui però vorrebbe entrare fra i Domenicani, che hanno fondato a Lima il loro primo convento peruviano.
Ma è mulatto: e viene accolto sì, ma solo come terziario; non come religioso con i voti. E i suoi compiti sono perlopiù di inserviente e spazzino.
Suo padre se ne indigna: ma lui no, per nulla.
Anzi, mentre suo padre va in giro con la spada, lui ama mostrarsi brandendo una scopa (con la quale verrà poi spesso raffigurato).
Lo irridono perché mulatto? E lui, vedendo malconce le finanze del convento, propone seriamente ai superiori: "Vendete me come schiavo".
I Domenicani ormai avvertono la sua energia interiore, e lo tolgono dalla condizione subalterna, accogliendolo nell’Ordine come fratello cooperatore.
Nel Perù che ha ancora freschissimo il ricordo dei predatori Pizarro e Almagro, crudeli con la gente del luogo e poi impegnati in atroci faide interne, Martino de Porres, figlio di un “conquistatore”, offre un esempio di vita radicalmente contrapposto.
Vengono da lui per consiglio il viceré del Perù e l’arcivescovo di Lima, trovandolo perlopiù circondato da poveri e da malati, guaritore e consolatore.
Quando a Lima arriva la peste, frate Martino cura da solo i 60 confratelli e li salva tutti.
E sempre più si parla di suoi prodigi, come trovarsi al tempo stesso in luoghi lontani fra loro, sollevarsi da terra, chiarire complessi argomenti di teologia senza averla mai studiata.
Gli si attribuisce poi un potere speciale sui topi, che raduna e sfama in un angolo dell’orto, liberando le case dalla loro presenza devastatrice.
Per tutti è l’uomo dei miracoli: fonda a Lima un collegio per istruire i bambini poveri, ed è fior di miracolo anch’esso, il primo collegio del Nuovo Mondo.
Guarisce l’arcivescovo del Messico, che vorrebbe condurlo con sé.
Martino però non potrà partire: colpito da violente febbri, muore a Lima sessantenne.
Per il popolo peruviano e per i confratelli è subito Santo.
Invece l’iter canonico, iniziato nel 1660, avrà poi una lunghissima sosta.
E sarà Giovanni XXIII a farlo Santo, il 6 maggio 1962. Nel 1966, Paolo VI lo proclamerà patrono dei barbieri e parrucchieri.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Martino de Porres, pregate per noi.

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Santi Andrea Dung Lac e Pietro Truong Van Thi - Sacerdoti e martiri” -
“Santi Martiri Vietnamiti (Andrea Dung Lac e 116 compagni)”
+ Thang Long, Vietnam, 22 gennaio 1745
Emblema:
Palma
Martirologio Romano: Nel Tonchino, ora Viet Nam, Santi Francesco Gil de Federich e Matteo Alonso de Leziniana, sacerdoti dell’Ordine dei Predicatori e martiri: sotto il regno di Trịn Doanh, dopo una incessante predicazione del Vangelo, continuata anche in carcere, trafitti con la spada morirono gloriosamente per Cristo.
San Mateo Alonso de Leciniana
Ripercorriamo in breve anche la vita di Mateo Alonso de Leciniana, nato anch’egli in Spagna il 26 novembre 1702 presso Nava del Rey.
Entrato nel convento domenicano di Santa Croce a Segovia, emise i voti nel 1723 e compì gli studi letterari e teologici. Nella pace del chiostro sentì nascere in sé una vocazione missionaria e domandò perciò di essere inviato nelle Filippine, ove giunse insieme a Francisco Gil de Federich nel 1730.
Due anni dopo con altri due confratelli salpò per il Tonchino orientale e per ben undici anni si dedicò all’evangelizzazioni in mezzo a  difficoltà di ogni sorta, senza fissa dimora. Più volte sfuggì miracolosamente alla cattura ordinata dal sacerdote pagano Thay-Thinh ed i domestici talvolta cercavano di dissuaderlo dal recarsi in quei villaggi ove i cristiani erano minoranza, ma egli soleva rispondere loro: “Se dovessi tralasciare di recarmi ad amministrare i sacramenti per timore di essere preso, a che scopo sarei venuto in questo regno?”
Non di rado si incamminò da solo perché tutti rifiutavano di seguirlo per timore di morire e, pur di essere utile ai fedeli, era disposto ad affrontare ogni fatica. Non era cosa rara che trascorresse notti intere in confessionale e teneva sempre presso con sé una borsa di denaro per le necessità dei bisognosi. In tempo di carestia i poveri accorrevano a lui numerosi sapendo che avrebbero ricevuto per lo meno una scodella di riso. Dopo la cattura, Padre Matteo fu spogliato e percosso a sangue, poi fu condotto dal sottoprefetto che risiedeva a Vi-Hoang.
Costui credeva che il prigioniero fosse uno dei ribelli al giovane re Can-Hung ed invece si accorse di avere dinnanzi “un maestro della fede portoghese”. Anziché imprigionarlo, lo lasciò esposto al pubblico affinchè i cristiani potessero avvicinarlo.
Una suora terziaria, fingendosi un’accattona, poté così prendersi cura di lui, finché dopo una quindicina di giorni il futuro martire fu chiamato a comparire davanti al tribunale della capitale. Mentre pazientemente attendeva di essere giudicato, subì ogni sorta di tortura e, come già l’altro suo confratello, dovette intervenire la profanazione della croce. Per fortuna non mancarono anche i curiosi, che gli rivolsero domande sulla sua persona e sulla sua religione.
Il governatore della capitale, che aveva preso in consegna il missionario, gli domandò: “Giacché il re vieta la tua legge nel regno, per quale ragione sei venuto qui e ti sei esposto a tante fatiche e pericoli?”.
Questi prontamente gli rispose: “Per poter predicare la Legge di Dio, Signore del cielo, ed esortare gli uomini ad essere veraci, a battere la strada della virtù e ad allontanarsi da quella dei vizi”. Padre Francesco, non appena apprese che il suo confratello si trovava nelle prigioni del governatore, si affrettò a scrivergli consigliandogli di non rivelare il luogo ove era stato catturato onde evitare di compromettere i cristiani di Luc-Thay.
Padre Matteo da parte sua non desiderava altro che poter rivedere Padre Francesco per potersi confessare, in quanto si riteneva un grande peccatore e che in tutta la sua vita mai era riuscito a compiere progressi in materia di santità.
Francisco Gil de Federich de Sans
Francisco Gil de Federich de Sans nacque il 14 dicembre 1702 a Tortosa, nella regione della Catalogna in Spagna, da illustri genitori. All’età di quindici anni fu ammesso al noviziato domenicano di Villa de Exemplo con il nome di Francesco. Emise poi la professione solenne nel convento di Santa Caterina in Barcellona. Nel corso della sua formazione religiosa aveva maturato il desiderio di darsi all’evangelizzazione dei pagani e dunque nel 1724,  ancora studente in teologia a Orihuela, chiese di unirsi ad alcuni missionari domenicani diretti alle Isole Filippine. Solo dopo l’ordinazione presbiterale, avvenuta nel 1727, e la nomina a maestro dei frati studenti, nel 1730 ottenne di porter partire missionario con ventiquattro altri compagni, tra i quali Padre Matteo Alfonso de Leciniana.
Giunto a Manila, Francisco Gil fu assegnato alla provincia di Pangasinan, di cui fu eletto segretario, ma non cessò di chiedere ai superiori che lo lasciassero partire per il Tonchino, regione vietnamita sconvolta dalla persecuzione del re Vuéh-Hun.
Studiò con tanto impegno la lingua annamita che dopo soli cinque mesi fu in grado di prendersi cura di una quarantina di cristiani, noncurante della pena di morte decretata per i missionari e dei pericoli cui sarebbe stato esposto. Due volte all’anno, dalla quaresima alla stagione delle messi e dalla festa di San Domenico all’Avvento, si recava ad amministrare i sacramenti ai suoi fedeli, noncurante del caldo o del freddo, delle febbri o dei rischi che correva di essere sequestrato per ricevere un riscatto.
Era solito dedicarsi alle confessioni sino a mezzanotte. Padre Francesco conduceva una vita molto austera, praticava l’astinenza dalle carni tutto l’anno ed in quaresima non mangiava che una volta al giorno.
Pur essendo di temperamento serio, si mostrava affabile con chiunque.
Tutti infatti lo amavano come un padre, poiché si rivelava sempre pronto ad aiutare quanti si trovavano in diverse impellenti necessità. Alla carità il santo sacerdote sapeva però accoppiare un giusto rigore.
Quando per esempio i suoi domestici cadevano in colpe gravi, egli mai esitava ad imporre loro di mangiare per terra soltanto un po’ di riso con sale.
Inoltre non permetteva loro di abbigliarsi con troppa cura, d’intrattenersi con donne o di introdurle in casa, e più in generale di perdere tempo in vario modo. Egli stesso, quando non era occupato a predicare e a confessare, impiegava il suo tempo pregando e studiando.
Il 3 agosto 1737, dopo ben due anni di fecondo apostolato, Padre Francesco fu arrestato dai soldati a Luc-Thuy ed imprigionato a Ket-Cho, allora capitale del regno.
Una anziana signora pagana, desiderosa di ricevere il battesimo, si prese cura di lui, ormai incapace di reggersi in piedi a causa della malattia. Corrompendo le guardie con delle mance, ella ottenne che il prigioniero potesse trascorrere prima alcune ore e poi intere giornate a casa sua, al fine di poter curare le sue piaghe.
Padre Gil ne approfittò per poter studiare, ricevere i numerosi fedeli che giungevano a visitarlo e rispondere ai missionari che a lui si rivolgevano in cerca di consiglio.
Ogni volta che veniva condotto dinnanzi ai giudici era rattristato dall’irriverenza nei confronti della croce, a cui tentava di porre rimedio. La signora Ba-Gao, impietosita dalle sue precarie condizioni di salute, riuscì ad ottenergli la libertà anche per le ore notturne ed egli ne approfittò allora per intensificare il suo ministero pastorale, confessare e celebrare l’Eucaristia nel cuore della notte in attesa di una fine che si prospettava sicuramente tragica.
Quando apprese di essere stato condannato a morte per decapitazione, il 24 novembre 1738 scrisse al Vicario Apostolico, Fra’ Ilario di Gesù: “Il Signore mi conceda di giungere a tanta gloria”. A Padre Matteo Alfonso de Lecianiana, ancora libero, confidò un mese dopo di non vedere l’ora di “uscire dai peccati e dalle miserie di questo mondo” e si raccomandò alle sue preghiere per ottenere da Dio “umiltà, pazienza e costanza”. Poiché però la conferma della sentenza di morte tardava a venire, scrisse ancora al vicario provinciale: “Iddio è assai offeso da molti miei peccati e ingratitudini, motivo per cui non ottenni ancora quello che la mia superbia si era promesso”. La ribellione nel frattempo scoppiata contro la famiglia regnante ritardò la fine del processo contro il missionario, ma gli interrogatori continuarono lo stesso, anche se i giudici non riuscirono a sapere da lui dove era stato e chi lo aveva aiutato a propagare la fede nel Tonchino.
Ostinandosi a tacere, gli fu ordinato di percuotere gli oggetti religiosi che gli avevano sequestrato, ma al suo ennesimo rifiuto l’empio Thay-Thinh ebbe l’ordine d’infrangere sotto gli occhi del prigioniero il crocifisso di metallo, la statuetta in avorio della Madona e di calpestare l’immagine della Madonna del Rosario.
Fu tanto il dolore che il santo missionario provò che fu immediatamente assalito dal vomito e da una nuova emorragia.
Siccome a causa dei problemi di politica interna il processo ancora non giungeva al termine, Padre Francesco ne approfittò nuovamente per intensificare il suo ministero dentro e fuori la capitale, ove circa seimila fedeli erano rimasti senza privi di assistenza spirituale. Riceveva annualemnte migliaia di confessioni ed amministrava centinaia di battesimi.
Nel 1743 fu di nuovo chiamato dinnanzi al tribunale, ma non volendo fare dichiarazioni sulla sua cattura per non compromettere degli innocenti, gli fu imposto di calpestare la corona che portava al collo con due medaglie.
Essendosi per l’ennesima volta rifiutato, il gesto sacrilego fu compiuto da Thay-Thinh, servo del magistrato, ma il santo li ammonì dicendo che il Tonchino era sconvolto dalle ribellioni, dalla fame e dalle pestilenze a causa delle ingiuste pestilenze perpetrate verso i cirstiani.
Tra tante tribolazioni, Padre Francesco venne a sapere nel dicembre 1743 che il suo confratello Padre Matteo Alfonso de Leciniana, tradito da un uomo pagano, era stato arrestato nella Casa di Dio di Luc-Thuy: i soldati avevano fatto irruzione nella cappella mentre il sacerdote celebrava la Messa e questi tentò di fuggire verso la cucina portando l’ostia consacrata con sé. Avendo però dimenticato il calice sull’altare, un pagano se ne impadronì e subito rovesciò a terra il vino consacrato.
Insieme verso il martirio
Ai due martiri fu concesso di incontrarsi in un’abitazione privata fuori del carcere e consolarsi così reciprocamente.
I cristiani, insieme con i superiori dei due missionari, sarebbero stati disposti a sborsare volentieri un’ingente somma di denaro pur di ottenere la loro liberazione. Negli interrogatori anche a Padre Matteo furono rivolte domande sulle immagini sacre, gli arredi ed i libri liturgici che gli erano stati sequestrati, ed egli seppe rispondere in maniera da illuminarli sulle principali verità di fede e di morale, sui sacramenti e sulle principali preghiere cristiane. Dopo la condanna alla decapitazione, gli fu concesso di trascorrere gli ultimi mesi di vita assieme a Padre Francesco e di beneficiare così anch’egli dell’assistenza della signora Ba-Gao, celebrare l’Eucaristia e confortare spiritualmente i fedeli che accorrevano nella loro casa.
Poiché le calamità continuavano ad affliggere il regno, il sovrano, dubbioso che il cielo potesse essere adirato per le condanne di cotanti innocenti, ordinò che fossero riesaminate definitivamente tutte le cause ancora pendenti. Fu così che nel 1744 per Francisco Gil fu chiesta la pena di morte, mentre per Mateo Alonso il carcere perpetuo anziché la decapitazione. Appena la notizia si diffuse, molti cristiani fecero visita ai due missionari per ricevere da loro le ultime raccomandazioni, baciare piangendo le loro catene e supplicarli di chiedere la grazia al re. Padre Francesco, però, non ne volle sapere e dichiarò di non essere disposto a dare “la minima moneta per essere sottratto alla morte”.
Padre Matteo, invece, per conto suo aveva preparato un’istanza a tal fine, ma il confratello lo dissuase dall’inoltrarla al sovrano dicendogli: “Mi trovo da otto anni in carcere. Dio si è mosso a compassione di me permettendomi di soffrire per lui, e voi vorreste impedirlo?”.
A mezzogiorno del 22 gennaio 1745, in presenza del popolo, fu di nuovo letta la condanna a morte del Padre Francesco ed alcuni soldati si avvicinarono a Padre Matteo per suggerirgli di chiedere la grazia al re per il suo compagno. Egli però reagì bruscamente e gridò: “Siamo fratelli e chiediamo di vivere o di morire insieme. Se s’indulge con uno, s’indulga anche con l’altro; se uno è condotto a morte, si uccida anche l’altro; soltanto così saremo contenti”. I magistrati allora condannarono anch’egli alla decapitazione.
Giunti al luogo del supplizio, un mandarino pose dinanzi agli occhi dei due condannati a morte, assorti in preghiera, una croce fatta di canne e li esortò: “Vi lasceremo liberi se calpesterete questa croce; diversamente sarete decapitati”.
I due, intrepidi testimoni della divinità di Cristo Gesù, replicarono: “Fa’ come meglio ti pare; noi non calpesteremo la croce”. Consegnarono invece ad un cristiano seicento monete affinché le donasse ai loro carnefici, si diedero reciprocamente l’assoluzione ed infine si lasciarono legare ai pali. Le loro teste caddero contemporaneamente al segnale del comandante.
I soldati furono impotenti a trattenere la folla, che si riversò con pannolini e bambagia a raccogliere il sangue delle vittime. I corpi dei due martiri furono traslati e seppelliti in pompa magna presso Luc-Thuy. Papa Giovanni Paolo II, che nel suo lungo pontificato si è rivelato grande cultore delle molteplici vicende di martirio nel corso dei secoli, ha canonizzato questi due missionari spagnoli il 19 giugno 1988, insieme con altri 115 testimoni della fede in terra vietnamita. La celebrazione comune di questo gruppo è fissata dal calendario liturgico latino al 24 novembre sotto la denominazione “Santi Andrea Dung-Lac e compagni”, mentre il Martyrologium Romanum commemora i soli Francesco Gil de Federich e Matteo Alfonso de Leciniana nell’anniversario della loro nascita al cielo.  
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Papa Pio V, al secolo Antonio (in religione Michele) Ghislieri (Bosco Marengo, 17 gennaio 1504 – Roma, 1º maggio 1572), è stato il 225º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, sovrano dello Stato Pontificio, oltre agli altri titoli propri del romano pontefice, dal 7 gennaio 1566 alla sua morte.
Teologo e inquisitore domenicano, operò per la riforma della Chiesa secondo i dettami del Concilio di Trento. Con san Carlo Borromeo e sant'Ignazio di Loyola è considerato tra i principali artefici e promotori della Controriforma. Durante il suo pontificato furono pubblicati il nuovo Messale romano, il Breviario e il Catechismo, furono intraprese le revisioni della Vulgata e del Corpus Iuris Canonici.
Intransigente tanto nel governo dello Stato Pontificio quanto nella politica estera, fondò la sua azione sulla difesa del Cattolicesimo dall'eresia e sull'ampliamento dei diritti giurisdizionali della Chiesa; nel tentativo di favorire l'ascesa al trono inglese della cattolica Maria Stuarda, scomunicò Elisabetta I d'Inghilterra.
La sua figura è legata alla costituzione della Lega Santa e alla vittoriosa Battaglia di Lepanto (1571). Fu beatificato nel 1672 da papa Clemente X e canonizzato il 22 maggio 1712 da papa Clemente XI.
Biografia
Famiglia e formazione
Antonio Ghislieri nacque a Bosco (oggi Bosco Marengo, in provincia di Alessandria; all'epoca villaggio appartenente alla diocesi di Tortona e al ducato di Milano) da Paolo e Dominina Augeri. Il padre, pastore di pecore, era povero, e l'accesso agli studi al giovane Antonio fu consentito grazie al sostegno economico di un benefattore suo vicino di casa, tale Bastone. Scritti genealogici fioriti dopo la sua elezione al soglio pontificio, pur senza negare la povera condizione di nascita del Ghislieri, tentarono di nobilitarne le origini collegando la sua famiglia all'omonima potente casata bolognese, il cui esilio alla metà del Quattrocento avrebbe spiegato la presenza di suoi membri nella lontana Bosco e la loro decadenza; questa genealogia, però, non fu mai comprovata su base documentaria. È invece provata la presenza della famiglia Ghislieri nella zona del Bosco fin dal XIV secolo, ben prima dunque del 1445, data di esilio dell'ipotetico antenato Lippo di Tommaso Ghislieri da Bologna; lo stesso Girolamo Catena, autore della sua prima biografia, d'impronta decisamente celebrativa, mise in dubbio le origini bolognesi dei Ghislieri di Bosco per lo stesso motivo. Pio V contribuì a confermare questa tradizionale ascendenza bolognese adottando come stemma l'antica arma dei Ghislieri felsinei e, da papa, favorendo la carriera ecclesiastica del suo presunto parente Giovanni Pietro Alessandri, imparentato per via materna con i Consiglieri, un ramo realmente discendente dai Ghislieri di Bologna che aveva mutato nome. Per volere di Pio V, l'Alessandri, che aveva già assunto il cognome della madre, cambiò il proprio cognome in Ghislieri: in questo modo, il papa si "imparentò" ufficialmente anche con il cardinale Giovanni Battista Consiglieri, zio materno dell'Alessandri.
Ritratto di frate in veste di San Tommaso d'Aquino di Girolamo Mazzola Bedoli (1543) conservato nella Pinacoteca di Brera. Il frate è identificato con il domenicano Michele Ghislieri, ritratto forse durante il suo soggiorno a Parma.
Dopo i primi studi nel paese natale, Antonio entrò a quattordici anni nel convento domenicano di Voghera, assumendo il nome di Michele. Compì in seguito il noviziato presso il convento di Vigevano, ove emise i voti solenni nel 1519 e completò la sua formazione umanistica e teologica presso lo studium conventuale. Notato dai superiori per la straordinaria vivacità d'ingegno e per l'austerità di vita, fu mandato allo studium teologico dell'Università di Bologna, dove ricevette una solida preparazione di stampo rigidamente tomista.
Gli anni dell'insegnamento e gli incarichi nell'Ordine
I primi anni di ministero di fra' Michele furono dedicati all'insegnamento della teologia, di cui fu lettore nei conventi domenicani di Pavia, Alba e Vigevano. Dal 1528 al 1544 insegnò inoltre Filosofia presso l'Università degli Studi di Pavia e fu per breve tempo docente di Teologia presso l'Università di Bologna.
L'attività di insegnamento fu accompagnata nel corso degli anni trenta da diversi incarichi di governo nell'Ordine domenicano: a Vigevano fu procuratore e priore del convento, quindi fu priore a Soncino, ad Alba e infine nuovamente a Vigevano. In questi anni si recò spesso fuori dai conventi per esercitare il ministero pastorale, predicare e giudicare controversie in alcuni capitoli provinciali. Nel luglio 1539 fu temporaneamente inviato a sovraintendere alla ricostruzione del convento domenicano dell'isola di Sant'Erasmo a Venezia. Nel 1542 fu scelto per rivestire la carica di definitore nel capitolo generale della provincia "Utriusque Lombardia" tenutosi a Roma. Dalla stessa assemblea risultò eletto Superiore provinciale per la Lombardia, carica che ricoprì per pochi mesi fino all'ingresso nella Santa Inquisizione.
La carriera ecclesiastica
Il cardinale Ghislieri ritratto dal Domenichino
L'11 ottobre 1542 fu nominato commissario e vicario inquisitoriale per la diocesi di Pavia, ricevendo così il primo incarico nell'attività a cui si sarebbe dedicato fino alla morte con tutte le sue energie. L'anno successivo, a Parma, si mise in luce pronunciando le conclusioni pubbliche del capitolo provinciale, consistenti in trentasei tesi contro l'eresia luterana.
In virtù della sua esemplare condotta di vita, fu nominato inquisitore a Como (1550) e quindi, per volere di papa Giulio III, ebbe la stessa qualifica a Bergamo, dove fu incaricato di condurre un'inchiesta sul vescovo Vittore Soranzo, sospettato di eresia. Il 5 dicembre 1550 la residenza del Ghislieri fu presa d'assalto e l'inquisitore fu costretto alla fuga verso Roma, dove giunse il 24 dicembre riuscendo a consegnare al cardinale Gian Pietro Carafa l'incartamento relativo al Soranzo. Proprio grazie all'intercessione del cardinale Carafa, il Ghislieri fu nominato il 3 giugno 1551 commissario generale dell'Inquisizione romana, occupandosi da subito dei processi contro i cardinali Reginald Pole, Giovanni Morone e contro l'umanista fiorentino Pietro Carnesecchi.
L'elezione a pontefice del cardinale Gian Pietro Carafa, suo protettore, nel Conclave del maggio 1555, segnò un punto di svolta nel cursus honorum del Ghislieri. Paolo IV lo nominò presidente della commissione incaricata di redigere l'Indice dei libri proibiti e il 4 settembre 1556 lo nominò vescovo di Sutri e Nepi e inquisitore generale a Milano e in Lombardia. Fra' Michele ricevette l'ordinazione episcopale il 14 settembre dal cardinale Giovanni Michele Saraceni e l'anno successivo fu creato cardinale con il titolo di Santa Maria sopra Minerva, chiesa domenicana appositamente elevata a titolo cardinalizio.
Il 14 dicembre 1558, in concistoro, Paolo IV nominò il cardinale Ghislieri "Grande Inquisitore della Santa Romana e Universale Inquisizione" con facoltà illimitate e ad vitam. L'anno successivo, alla morte del pontefice, il Ghislieri partecipò al suo primo conclave, aderendo al partito vicino ai Carafa. Dopo aver sostenuto la candidatura del cardinale Antonio Carafa, appoggiò Giovanni Angelo Medici, che fu eletto con il nome di Pio IV. Il Ghislieri fu confermato nel suo ruolo di inquisitore, ma le divergenze con il pontefice, distante dalla linea intransigente del predecessore, lo portarono a essere nominato vescovo di Mondovì il 17 marzo 1560, dove si trasferì; prese possesso della diocesi il 4 giugno 1561.
Il conclave del 1565 - 1566
Alla morte di Pio IV, entrato in conclave con il sostegno del cardinale Carlo Borromeo, Antonio Michele Ghislieri fu eletto il 7 gennaio 1566, incoronato il 17 gennaio (giorno del suo 62º compleanno) da Giulio Della Rovere, cardinale protodiacono e prese possesso della Basilica di San Giovanni in Laterano il 27.
Fu il terzo frate domenicano a salire al Soglio pontificio. Prima di lui erano stati eletti il cardinale Pietro di Tarantasia, che prese il nome di Innocenzo V (febbraio-giugno 1276) e il cardinale Nicola (o Niccolò) di Boccassio, che prese il nome di Benedetto XI (1303-1304). Dopo di lui un quarto domenicano, Pietro Francesco Orsini, verrà eletto papa con il nome di Benedetto XIII (1724-1730).
Il Pontificato
Relazioni con le istituzioni della Chiesa
Inquisizione romana
Pio V scelse una nuova sede della congregazione, dopo che quella precedente era stata distrutta alla morte di Paolo IV. Tenne in elevata considerazione il lavoro degli inquisitori e alcune volte assistette personalmente alle riunioni. Riordinò i poteri dei cardinali inquisitori nella bolla Cum felicis recordationis. Nel 1571 istituì la Sacra Congregazione dell'Indice dei Libri Proibiti, attribuendole l'esclusivo compito di aggiornare l'elenco dei libri sottoposti alla censura ecclesiastica, separandolo dalle competenze dell'Inquisizione. Durante il suo pontificato si svolsero i processi agli umanisti Pietro Carnesecchi e Aonio Paleario, che si conclusero entrambi con una condanna a morte (rispettivamente nel 1567 e 1570). Nell'ambito della revisione del "processo Carafa" fu giustiziato il letterato Niccolò Franco (cui è attribuita tra l'altro una celebre pasquinata), impiccato sulla pubblica piazza l'11 marzo 1570).
Ordini religiosi
*Pio V disciplinò la clausura degli ordini monastici femminili con la bolla Circa pastoralis officii del 1º febbraio 1566.
*Con la bolla Regularium personarum impose ai regolari il divieto di risiedere fuori da conventi e monasteri e di passare da un ordine all'altro.
*Decretò la soppressione dell'ordine religioso degli Umiliati, che a Milano avversava le riforme operate dall'arcivescovo Carlo Borromeo (bolla del 7 febbraio 1571).
*Soppresse la congregazione eremitica di Fonte Avellana, aggregando la comunità all'Ordine camaldolese.
Agostiniani scalzi
Con la lettera apostolica Lubricum vitae genus del 17 novembre 1568, il pontefice impose ai monaci eremiti riunitisi al seguito del sacerdote Filippo Dulcetti nel 1517 di entrare in qualche ordine già approvato (e questi scelsero l'Ordine agostiniano).
Carmelitani
Con la bolla Superna dispositione del 18 febbraio 1566 Pio V approvò tutti i privilegi, le indulgenze e le grazie concesse all'Ordine carmelitano, compreso il privilegio sabatino Nel 1567 con il breve Superioribus mensibus il pontefice sottomise i Carmelitani ai vescovi che dovevano essere assistiti nel loro compito da un piccolo gruppo di domenicani;
Domenicani
Nel 1566 promosse la costruzione del convento domenicano di Santa Croce e Ognissanti a Bosco Marengo, che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto costituire il centro di una città di nuova fondazione, nonché suo luogo di sepoltura.
Francescani
Con la bolla Illa nos cura (23 giugno 1568), Pio V impose al capitolo di una provincia la nomina di un superiore provinciale proveniente da un'altra provincia. Inoltre, al fine di custodire le cappelle della Porziuncola, del Transito e del Roseto e di altri luoghi resi sacri dalla memoria di san Francesco, nonché per accogliere i tanti pellegrini che da ogni luogo si recavano a visitarli, nel 1569 diede ordine di edificare ad Assisi la grande Basilica di Santa Maria degli Angeli, completata poi nel 1679;
Gesuiti
Con la bolla Dum indefessae (1571) acconsentì alla raccolta di elemosine per il sostegno dell'ordine;
Ordini religiosi cavallereschi
Pio V confermò i privilegi accordati alla «Società dei Crociati per la protezione dell'Inquisizione» e ordinò loro di difendere le azioni dell'Inquisizione (1570). Stabilì che l'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro mantenesse in generale i privilegi ottenuti prima del pontificato del predecessore Pio IV; inoltre confermò che l'elezione del gran maestro venisse fatta dai cavalieri, sotto riserva di approvazione pontificia.
Relazioni con gli ebrei e con i valdesi
L'istituzione del ghetto romano
Se la Spagna, la maggior potenza cattolica del tempo, aveva espulso gli ebrei dal proprio territorio rinunciando così a convertirli, la Santa Sede percorse una strada diversa. Pio V decise infatti di trattenere gli ebrei sul territorio italiano, puntando alla loro conversione. Fu scelto il modello veneziano. Nella città lagunare gli ebrei arrivati dopo le espulsioni spagnole, erano stati confinati su un'isola Gli ebrei romani furono rinchiusi nel ghetto, situato in una specifica zona del rione Sant'Angelo, da cui furono espulsi i cristiani. Essi furono anche obbligati ad assistere a sermoni (tenuti da frati Domenicani) volti alla loro "redenzione". Quindi, nel progetto papale, la sperata conversione sarebbe arrivata al termine di un lungo processo di logoramento.
Il 19 gennaio 1567 il pontefice pubblicò la bolla Cum nos nuper, con la quale revocò molte concessioni di Pio IV: obbligò gli ebrei a vendere tutte le loro proprietà e gli immobili acquistati durante il pontificato del predecessore. Il 26 febbraio 1569 pubblicò la bolla Hebraeorum gens, che sancì l'espulsione di tutti gli Ebrei dallo Stato Pontificio, ad esclusione di coloro che accettavano di risiedere nei ghetti di Roma, Ancona e Avignone. Gli ebrei residenti nei centri più prossimi a Roma emigrarono nel ghetto romano, che in pochi anni divenne sovrappopolato.
La Strage dei Valdesi di Guardia Piemontese
A capo del Sant'Uffizio, il cardinal Ghislieri, venuto a conoscenza che i valdesi di Calabria avevano fatto chiamare da Ginevra maestri protestanti, richiedendoli direttamente a Calvino, incaricò il vescovo di Lesina Orazio Greco di indagare sulla dottrina dei valdesi e lo dotò di poteri inquisitoriali. La relazione di Lesina confermò la gravità dei fatti, per cui i valdesi di Guardia Piemontese e di San Sisto furono assoggettati a provvedimenti forzosi, via via più stringenti, dall'obbligo di ascoltare la predicazione, fino all'abiura. Anche dopo aver abiurato, alcuni continuarono a professare l'eresia e rifiutarono di portare l'abitello giallo con cui era obbligato a vestirsi chi aveva abiurato. A Guardia Piemontese e a San Sisto permase un clima di rivolta: alcuni fuggirono, mentre altri furono imprigionati. Intervennero le truppe del viceré di Napoli Pedro Afán de Ribera: Gian Luigi Pascale, processato a Roma, fu arso sul rogo il 16 settembre 1560, per aver sedotto la popolazione di Guardia Piemontese ad abbracciare l'eresia. Il 9 febbraio 1561 il Sant'Uffizio emise un decreto che prevedeva molte limitazioni alle libertà dei valdesi, che reagirono ribellandosi o fuggendo. Le truppe del viceré, guidate da Marino e Ascanio Caracciolo, incendiarono i paesi, ma furono attaccate dalla popolazione di San Sisto in una stretta gola ed ebbero circa cinquanta perdite. I Caracciolo, entrati poi a Guardia Piemontese, condannarono a morte 150 valdesi per ribellione, porto d'armi ed eresia: 86 od 88 persone furono giustiziate l'11 giugno 1561. Altre centinaia furono imprigionate.
Morte e sepoltura
Cenotafio di Pio V nella Chiesa di Santa Croce a Bosco Marengo
Pio V, spossato da una grave ipertrofia prostatica di cui, per pudicizia, non volle essere operato, si spense la sera del 1º maggio 1572, all'età di 68 anni, dopo aver detto ai cardinali radunati attorno al suo letto: «Vi raccomando la santa Chiesa che ho tanto amato! Cercate di eleggermi un successore zelante, che cerchi soltanto la gloria del Signore, che non abbia altri interessi quaggiù che l'onore della Sede Apostolica e il bene della cristianità». Spesso è riportato erroneamente che egli sia il primo Papa a vestire di bianco, volendo indossare l'abito dei domenicani anche dopo l'elezione a Sommo Pontefice; in realtà i Papi indossavano già da secoli la talare bianca e papa Pio V si limitò a indossare il saio bianco del suo Ordine sotto le vesti papali.
Fu sepolto nella Basilica Vaticana. Il 9 gennaio 1588 le sue spoglie furono trasferite nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.
Pio V rimane l'unico piemontese ad essere stato elevato al soglio di Pietro nei primi duemila anni di cristianesimo (nel terzo millennio è salito al Soglio pontificio papa Francesco, che peraltro è piemontese solo di ascendenza).
Canonizzazione e culto
Nel 1616 papa Paolo V, su istanza dell'Ordine domenicano, firmò il decreto di autorizzazione dell'istruttoria ordinaria, dando così inizio al processo canonico di beatificazione di Pio V. Nel 1624 papa Urbano VIII acconsentì ad aprire i processi che riconobbero la fama di santità del papa e otto miracoli, di cui due compiuti in vita. Esaminati ed approvati i fascicoli processuali dalla Sacra Congregazione dei Riti, Pio V fu beatificato da papa Clemente X il 1º maggio 1672.
Nel 1695 il maestro generale dell'Ordine dei Predicatori Antonin Cloche richiese l'esame di altri due miracoli: le guarigioni della bambina paralitica Margherita Massi e di Isabella Ricci, in pericolo di vita a causa di un aborto spontaneo. Approvata la relazione dei miracoli presentata dal cardinale Giovanni Maria Gabrielli in concistoro il 4 agosto 1710, Pio V fu canonizzato nella Basilica di San Pietro il 22 maggio 1712 da papa Clemente XI insieme ad Andrea Avellino, Felice da Cantalice e Caterina da Bologna.
La sua festa liturgica fu fissata al 5 maggio e ancora si celebra in questa data nella messa tridentina; nel 1969, con la riforma del calendario liturgico, la ricorrenza fu degradata a memoria facoltativa e fissata al 30 aprile. Pio V è l'unico pontefice proclamato santo in un periodo di ben sei secoli, cioè tra Celestino V (1313) e Pio X (1954).

Ascò (Tortosa), 1 settembre 1680 – Fuchen (Cina), 26 maggio 1747
Nato ad Ascò in Spagna, entrò nel convento Domenicano di Lerida nel 1697 e fu ordinato Sacerdote nel 1704. Sentito il richiamo missionario, chiese ed ottenne di trasferirsi in Estremo Oriente e arrivò a Manila nel 1713 dopo un viaggio faticosissimo.
Dopo aver appreso il cinese si trasferì in Cina come vicario provinciale della regione di Fukien. Esercitò il suo apostolato indefessamente e con successo, nonostante la ripresa della persecuzione anticristiana. Rifugiatosi a Canton, fu ordinato Vescovo nel 1730, ma dopo poco fu esiliato a Macao.
Nel 1738 riuscì finalmente a tornare nel Fukien, riprendendo con rinnovato vigore a evangelizzare, curare gli ammalati e gli indigenti e a confortare i perseguitati. Nel 1746 si fece spontaneamente catturare dai persecutori per risparmiare ulteriori danni e afflizioni ai suoi buoni fedeli.
Dopo una penosa prigionia, vissuta insieme ai confratelli domenicani i Santi Francesco Serrano, Gioacchino Royo e Giovanni Alcober, fu decapitato il 26 maggio 1747.
Emblema: Bastone pastorale, Palma
Martirologio Romano: In località Fuzhou nella provincia del Fujian in Cina, san Pietro Sans i Jordá, vescovo dell’Ordine dei Predicatori e Martire, che, arrestato insieme ad altri sacerdoti, attraverso un lungo cammino fu tratto in catene nel tribunale; giunto al luogo del supplizio, si inginocchiò e, terminata la preghiera, porse serenamente il capo alla scure.
La presenza del Cristianesimo e segnatamente del Cattolicesimo, ha avuto sin dal XII secolo, nel quale cominciò ad affacciarsi in Cina, degli alti e bassi e purtroppo anche ricorrenti sanguinose persecuzioni, con centinaia di missionari e migliaia di fedeli uccisi in odio alla fede cristiana.
Nei secoli XII e XIII, il Cristianesimo cominciò ad affermarsi nel vasto Impero cinese, ma con l’avvento al potere della dinastia dei Ming nel 1370, ci fu una battuta d’arresto e di cristianesimo non se ne parlò più fino alla fine del secolo XVI.
La ripresa dell’evangelizzazione si ebbe soprattutto con il gesuita Matteo Ricci (1552-1610) arrivato in Cina nel 1583, che con un fruttuoso apostolato fra i sapienti e i mandarini di Canton e di Nanchino, giunse il 4 gennaio 1601, ad entrare a Pechino e nel palazzo imperiale come letterato d’Occidente.
Con i suoi confratelli, padre Ricci si adattò per quanto possibile agli usi, costumi e mentalità cinesi, conseguendo uno splendido successo specie fra i notabili locali; i cristiani che nel 1584 erano appena tre, nel 1585 furono una ventina, nel 1605 un migliaio, nel 1608 più di duemila e nel 1610, anno della morte a Pechino del gesuita Matteo Ricci, erano più di 2500.
Le condizioni politiche continuarono ad essere favorevoli al cristianesimo, anche al tempo della dinastia Manciù (1644) e fino quasi alla morte dell’imperatore Kang-Hi, anche se nel 1648, in una isolata esplosione di violenza perse la vita il missionario domenicano san Francesco Fernandez de Capillas (1607-1648), protomartire della Cina, beatificato nel 1909 e canonizzato l’ 1-10-2000.
A seguito della questione dei riti cinesi e delle disposizioni provenienti dalla Santa Sede, l’imperatore Kang-Hi si inasprì, cominciando ad avversare i missionari cattolici, fino a bandirli dall’Impero aprendo così la via alle persecuzioni, che esplosero con i suoi successori.
Infatti nel 1724 l’imperatore Young-Cheng ordinò che si distruggessero le chiese e si scacciassero o arrestassero i missionari e si incarcerassero e decapitassero i cristiani; nel 1736-37 con Kien-Lung si proibì la predicazione della religione cristiana, furono esiliati tutti i missionari europei, uccidendone molti; rimasero a Pechino solo i Gesuiti francesi che godevano della fama di letterati, pittori, idraulici.
Bisogna dire che all’opera di evangelizzazione della Cina cooperarono, i Domenicani dal 1587, i Francescani dal 1590, gli Agostiniani dal 1680, i Lazzaristi dal 1711.
Nel 1747-48 si ebbero i cinque martiri domenicani Pietro Sanz, Francesco Serrano, Gioacchino Royo, Giovanni Alcober, Francesco Diaz.
Con la soppressione della Compagnia di Gesù nel 1773 da parte di papa Clemente XIV, le missioni cinesi decaddero quasi completamente nelle città, mentre eroicamente gli altri Ordini religiosi, dispersi nelle varie regioni dell’Impero, continuarono a lavorare con eroismo e con gravi difficoltà.
Nel 1799 si avevano in Cina tre diocesi e tre vicariati apostolici, ma l’imperatore Kia-King era apertamente ostile al cristianesimo, i cui seguaci erano a torto sospettati di simpatia verso i gruppi ribelli alla sua autorità, cioè l’associazione della ‘Regione Celeste’.
Anche con questo imperatore scoppiò una nuova e sanguinosa persecuzione in tutto l’Impero, che durò fino alla sconfitta cinese nella guerra dell’oppio nel 1842; la libertà di religione subentrò con il trattato di Pechino del 1860.
Ci fermiamo qui con la storia del Cristianesimo in Cina, che continuò ad essere perseguitato nei decenni successivi, specie con i famosi violenti e sanguinari ‘Boxers’ nel 1900, sotto la protezione dell’imperatrice Tze-Hsi, e poi in epoca moderna con il regime maoista-comunista.
Il vescovo Pietro Sanz i Jordà, nacque il 1° settembre 1680 da Andrea Sanz e Caterina Jordà, nella cittadina di Ascò, diocesi di Tortosa (Spagna).
Uno zio cappellano della cattedrale di Lerida, avendolo visto bambino virtuoso e pieno di zelo cristiano, volle prendersi cura della sua educazione.
Da giovane Pietro Sanz attratto dalla vita religiosa, volle entrare nel convento dei Domenicani di Lerida, dove fece la sua professione il 6 luglio 1698 e fu ordinato sacerdote il 20 settembre 1704; fu trasferito dietro sua richiesta, al convento di S. Ildefonso in Saragozza di osservanza più rigorosa.
A 32 anni, si sentì attratto dal richiamo missionario e chiese ed ottenne di essere inviato in Estremo Oriente; lasciò la Spagna verso la metà del 1712 e raggiunse Manila nelle Filippine a fine agosto del 1713, dopo due lunghe soste in Messico e nelle Isole Marianne.
Restò due anni a Manila, dove oltre all’esercizio del suo ministero sacerdotale, prese ad imparare la lingua cinese, perché considerava come sua meta missionaria la Cina; e qui fu inviato nel giugno 1715 stabilendosi nel Fukien.
Un anno dopo nel 1716 fu nominato vicario provinciale, carica che ricoprì per 14 anni, associata alla sua opera di missionario, che diede ottimi frutti in conversioni, nonostante la ripresa della persecuzione che si era abbattuta sulla sua provincia di Fukien e in quella di Chekiang, che erano le più cristiane.
Essendo ricercato dai persecutori in ogni posto, fu costretto a rifugiarsi a Canton, l’unico luogo dell’immenso Impero dove i missionari europei erano ancora tollerati; qui lo raggiunse la nomina a vescovo titolare di Mauricastro e venne consacrato il 24 febbraio 1730.
Avendo continuato anche a Canton l’opera di evangelizzazione, mons. Pietro Sanz venne esiliato nel 1732 a Macao dove rimase quasi sei anni, pensando sempre di poter ritornare fra i suoi fedeli del Fukien; desiderio che si avverò il 9 maggio 1739, riprese la sua vasta attività missionaria, predicando, catechizzando, soccorrendo i bisognosi, raffermando nella fede i fedeli perseguitati, agendo con prudenza e tenendosi ben nascosto.
Ma le sofferenze che i fedeli cristiani e la popolazione dovevano subire da parte dei persecutori, erano molte, per cui volendo sollevarli da ulteriori danni ed afflizioni, il vescovo Sanz decise di consegnarsi, uscì dal suo nascondiglio nel villaggio di Moc-Yong e si fece catturare il 30 giugno 1746.
Condotto a Fuchen, capitale del Fukien, fu sottoposto ad estenuanti interrogatori, maltrattamenti e vessazioni di ogni genere; dopo un lungo processo mons. Sanz fu condannato alla decapitazione il 18 dicembre 1746 e dopo la conferma della condanna da parte dell’imperatore, la sentenza fu eseguita il 26 maggio 1747.
Suoi compagni di prigionia furono altri quattro confratelli domenicani, sopra citati, che furono poi uccisi soffocati il 28 ottobre 1748.
Le reliquie di tutti e cinque martiri della fede, furono raccolte dai fedeli e portate a Manila nelle Filippine, dove si venerano nella Chiesa di S. Domenico.
Gli eroici martiri domenicani, furono beatificati il 6 gennaio 1893 da Papa Leone XIII e canonizzati da papa Giovanni Paolo II il 1° ottobre del 2000; la loro ricorrenza liturgica è per tutti il 9 luglio, oltre il giorno singolo del martirio, 26 luglio.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Pietro da Verona, o Pietro Martire, al secolo Pietro Rosini (Verona, 1205 circa – Barlassina, 6 aprile 1252), è stato un predicatore appartenente all'Ordine domenicano, proclamato santo da papa Innocenzo IV nel 1253.
Biografia
Nacque a Verona da famiglia catara. Compì i suoi studi all'Università di Bologna e decise di entrare a far parte dell'Ordine dei Frati Predicatori al tempo in cui Domenico di Guzmán era vivente. È ricordato in particolare per la sua tenace opposizione alle eresie, soprattutto nei confronti di quella catara. Nel 1232 fu inviato da Gregorio IX in Lombardia, dove l'eresia catara era largamente radicata e praticata, con mandato e compito di reprimere l'eresia. Fece il suo ingresso nel convento di Sant'Eustorgio e pare che subito abbia fondato un'associazione di militanti detta "Società della Fede" o dei Fedeli, impegnata nella lotta contro i catari, ma di tale fondazione non vi sono riscontri storici certi. Pietro e i domenicani ottennero presto risultati grazie all'appoggio dei rappresentanti del Comune.
Nel 1240 divenne priore del convento domenicano di Asti; nel 1241 priore in quello di Piacenza. Alla fine del 1244 fu inviato a Firenze, dove cominciò a predicare nella chiesa di Santa Maria Novella. Qui, nell'ambito delle sue iniziative per controbattere l'eresia, fondò anche una "Sacra Milizia" (o "La società di Santa Maria") che ebbe il sostegno del popolo minuto, anche se di questa "fondazione" non pare vi siano riscontri storici certi. Lo scontro inevitabile si ebbe quando Pietro e gli inquisitori domenicani ottennero la condanna degli eretici fiorentini Baroni e del podestà bergamasco che li proteggeva: secondo le Croniche dell'arcivescovo Antonino Pierozzi (Sant'Antonino da Firenze) in tale occasione avrebbero avuto luogo gli scontri cosiddetti "del Trebbio" e di "Santa Felicita", (dal nome dei luoghi dove si svolsero e dove oggi si trovano due colonne celebrative erette alla fine del Trecento, rispettivamente la Colonna della Croce al Trebbio e la Colonna di Santa Felicita). La tradizione vuole che a Firenze Pietro abbia fondato la Venerabile Arciconfraternita della Misericordia di Firenze, anche se, pure in questo caso, non pare vi siano riscontri storici certi. Papa Innocenzo IV nel 1251 lo nominò inquisitore per le città di Milano e Como. L'azione predicatrice di Pietro da Verona si svolse anche in Romagna con alcuni suoi efficaci interventi: nell'inverno del 1249, fra gennaio e marzo, in veste di paciere fra le città di Faenza, Cervia e Rimini, e nello stesso anno, l'imposizione ai comuni di Faenza e Cervia di rimettere alla città di Cesena i danni di guerra. Nel triennio 1249-1251 e poi a Piacenza nel 1250, Pietro da Verona fu presente con una certa assiduità a Cesena, probabilmente non per sua iniziativa, ma per volere o del Cardinal Legato Ottaviano Ubaldini o di Innocenzo IV stesso, che nell'ottobre del 1251, di ritorno dalla Francia, sostò proprio a Cesena per consolidare i progressi del guelfismo romagnolo. Il domenicano chioggiotto Pietro Calò, che scrive agli inizi del XIV secolo, ci fornisce alcune importanti informazioni: «Spesso andava a predicare anche a Cesena, dove aveva così tanto credito che, quando si sapeva del suo arrivo, una enorme moltitudine gli andava incontro con entusiasmo e prontezza; e anche le signore nobili e molto onorate, per l'eccessiva fretta, gli andavano incontro anche senza mantello, senza il quale in altre occasioni, secondo le usanze cittadine, non si sarebbero mai fatte vedere in pubblico. Dopo l'accoglienza popolare veniva condotto alla piazza di quella città, e posto su un luogo ben visibile, era indotto a predicare la parola di Dio mentre tutti l'ascoltavano. Dopo di che, veniva condotto al suo Hospitium, presso la Chiesa di San Giovanni Evangelista» (Storia della Chiesa di Cesena I/1, pp 190-191, 1998) A Como, divenne priore del convento di San Giovanni in Pedemonte, un tempo situato laddove oggi sorge la stazione ferroviaria di Como San Giovanni. Nel 252 venne assassinato da alcuni sicari con un falcastro nella foresta di Seveso, precisamente nel territorio che oggi è nel comune di Barlassina (nel luogo del martirio, al confine col comune di Seveso, ora è presente una piccola cappella), mentre si recava a piedi da Como a Milano. Le agiografie riportano che intinse un dito nel proprio sangue e con esso scrisse per terra la parola "Credo", cadendo poi morto. Un suo confratello, Domenico, che si trovava insieme a lui, fu pugnalato mentre tentava di fuggire e morì dopo alcuni giorni di agonia. Uno degli attentatori, Carino Pietro da Balsamo, l'uccisore effettivo di Pietro, si pentì del gesto e in seguito morì in fama di santità presso il convento dei domenicani di Forlì, avendo come padre spirituale il beato Giacomo Salomoni. Anche Carino ha oggi il titolo di beato, e il suo corpo è stato conservato fino al 1964 nella cattedrale di Forlì e poi spostato presso la Chiesa Parrocchiale di San Martino in Balsamo (Cinisello Balsamo, MI).
Martirologio Romano
«Presso Milano, passione di san Pietro da Verona, sacerdote dell'Ordine dei Predicatori e martire, che, nato da genitori seguaci del manicheismo, abbracciò ancor fanciullo la fede cattolica e divenuto adolescente ricevette l'abito dallo stesso san Domenico; con ogni mezzo si impegnò nel debellare le eresie, finché fu ucciso dai suoi nemici lungo la strada per Como, proclamando fino all'ultimo respiro il simbolo della fede».
Culto
Scena della vita di San Pietro Martire: miracolo della guarigione del muto. Formella del rilievo sul retro dell'Arca di San Pietro Martire nella Cappella Portinari della Basilica di Sant'Eustorgio a Milano. Foto di Giovanni Dall'Orto, 1 marzo 2007.
Pietro venne canonizzato da papa Innocenzo IV il 24 marzo 1253 con la bolla Magnis et crebris. Il coltello usato per ucciderlo è conservato a Seveso, presso il Santuario a lui dedicato. È sepolto nell'Arca di san Pietro Martire conservata all'interno della Basilica di Sant'Eustorgio a Milano, nella Cappella Portinari. La commemorazione liturgica di San Pietro martire fu inizialmente fissata il 29 aprile poi, durante la riforma liturgica, per evitare sovrapposizioni con la festa dedicata a santa Caterina da Siena (anticipata di un giorno dal 30 al 29 aprile), fu spostata al 4 giugno, giorno della solenne traslazione, avvenuta nel 1340, nel sepolcro attuale, realizzato da Giovanni di Balduccio tra il 1335 e il 1339. Attualmente è stata fissata al 6 aprile, suo dies natalis mentre nella messa tridentina del rito romano si continua a rispettare la data del 29 aprile. L'adozione del Rosario come forma popolare di preghiera da parte delle numerose Confraternite fondate da Pietro da Verona ne favorì la gran diffusione, al punto che la sua "invenzione" venne anche erroneamente attribuita a san Domenico di Guzmán. È tra l'altro anche invocato contro il mal di testa.
Iconografia
L'arte lo raffigura di solito in abito domenicano con un libro in una mano, la palma del martirio nell'altra e con il capo trafitto da una roncola o un grosso coltello.

Astorga, Spagna, 1190 - Santiago de Compostella, 15 aprile 1246
Della nobile famiglia spagnola di Frómista, già molto giovane fu canonico della cattedrale di Palencia. Ma proprio la vita sfarzosa, che egli univa al disimpegno dei suoi uffici ecclesiastici, nei piani di Dio doveva condurlo al ravvedimento: a causa di una ridicola caduta da cavallo che provocò le risate degli astanti, Pietro avvertì l'inconsistenza e la vanità del successo mondano e desiderando una vita austera entrò nell'Ordine. Fu confessore di Ferdinando III di Castiglia e infaticabile apostolo tra i marinai che lo invocano come loro protettore con il nome di s. Telmo. Morì a Tuy in Spagna, nella cui cattedrale riposa il suo corpo.
Martirologio Romano: A Túy nella Galizia in Spagna, beato Pietro González, detto Telmo, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che, divenuto tanto umile quanto in passato era stato desideroso di gloria, si adoperò nel dare aiuto ai poveri, specialmente marinai e pescatori.
Pietro Gonzales è invocato dai marinai come loro specialissimo protettore col nome di Sant’Telmo. Le antiche cronache dicono che forse Telmo fu il suo cognome. Fu conquistato dalla grazia in un modo singolare. Nipote del Vescovo di Palencia, ancora giovane divenne Decano del Capitolo, ma non avendo posto il fondamento di una vera pietà, accecato dal fumo degli onori, non pensò altro che a circondarsi di lusso, di passatempi e di amici.
Un giorno mentre se ne andava con molto sussiego su di una sfarzosa cavalcatura, il cavallo, con una mossa improvvisa, lo gettò in una nera pozzanghera, tra le risate dei circostanti. In un baleno, illuminato da Dio, comprese la vanità di tutte le vanità e, seguendo la divina ispirazione, si fece Frate Predicatore. All’orgoglio e al lusso contrappose la povertà eroica e una verace umiltà. Ebbe, come il suo Padre Domenico, la sete delle anime, e fu un instancabile predicatore.
Non lasciava mai una casa o un luogo senza avervi riconciliate tutte le anime a Dio. Turbe di popolo lo seguivano come attirati da una forza misteriosa. Spinto dalla carità, ideò e costruì, in modo quasi miracoloso, un bel ponte sul fiume Minho presso Ribadavia dove vi lavorarono, in spirito di penitenza, un gran numero di operai da lui convertiti. Per rifocillare tanti uomini, a volte, chiamava a riva i pesci, che docili si lasciavano prendere da lui. Ferdinando Terzo di Castiglia, dettò il Santo, nelle spedizioni contro i Mori, lo volle con sé quale angelo tutelare. Morì a Tuy il 14 aprile 1246. Il suo corpo è conservato in una speciale cappella della locale cattedrale. Papa Benedetto XIV il 13 dicembre 1741 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani)

Schede dei gruppi a cui appartengono: “Santi Andrea Dung Lac e Pietro Truong Van Thi Sacerdoti e martiri”
“Santi Martiri Vietnamiti (Andrea Dung Lac e 116 compagni)”

m. 1838
Emblema:
Palma
San Pietro Nguyen Van Tu - Domenicano, (presbitero e martire). Religioso domenicano che continuò ad esercitare il suo ministero clandestinamente, durante la persecuzione religiosa in Vietnam.
Scoperto, fu imprigionato e ricevette la pena capitale.
Giuseppe Hoàng Luong Canh
Nella città di Thò-Hà, in Vietnam, era amato da tutti per la particolare solerzia con cui esercitava la professione medica, che gli offriva anche la possibilità di battezzare i bambini moribondi.
A causa della sua fede fu arrestato durante la persecuzione del 1838. In prigione fu raggiunto da altri cristiani, tutti futuri martiri, e fu confortato dal sacerdote domenicano Pietro Tu.
Le guardie più volte lo indussero calpestare il Crocifisso, ma egli, piuttosto che compiere questo oltraggio, preferì testimoniare eroicamente la sua fede e il suo amore per Gesù Cristo. Insieme con gli altri prigionieri, ricevette la palma del martirio.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)

Peñafort (Catalogna), 1175 - Barcellona, 6 gennaio 1275
Figlio di signori catalani, nasce a Peñafort nel 1175. Comincia gli studi a Barcellona e li termina a Bologna.
Qui conosce il genovese Sinibaldo Fieschi, poi Papa Innocenzo IV.
Di ritorno a Barcellona, Raimondo è nominato canonico della cattedrale.
Ma nel 1222 si apre in città un convento dell'Ordine dei Predicatori, fondato pochi anni prima da San Domenico.
E lui lascia il canonicato per farsi domenicano.
Nel 1223 aiuta il futuro santo Pietro Nolasco a fondare l'Ordine dei Mercedari per il riscatto degli schiavi.
Qualche anno dopo a Roma Gregorio IX gli affida il compito di raccogliere e ordinare tutte le decretali (gli atti emanati dai pontefici in materia dogmatica e disciplinare, rispondendo a quesiti o intervenendo su situazioni specifiche).
Raimondo riesce a dare un ordine e una completezza mai raggiunti prima.  
Nel 1234, il Papa gli offre l'arcivescovado di Tarragona.
Ma lui rifiuta. Nel 1238 i suoi confratelli lo vogliono generale dell'Ordine.  
Ma l'attività intensa che lo vede in tutta Europa lo sfianca.
A 70 anni torna infine a una vita di preghiera, studio, formazione dei nuovi predicatori nell'Ordine. Frate Raimondo muore a Barcellona nel 1275. (Avvenire)
Etimologia: Raimondo = intelligenza protettrice, dal tedesco
Martirologio Romano: San Raimondo di Penyafort, sacerdote dell’ Ordine dei Predicatori: insigne conoscitore del diritto canonico, scrisse rettamente e fruttuosamente sul sacramento della penitenza e, eletto maestro generale, preparò una nuova redazione delle Costituzioni dell’ Ordine.
È il terzo generale dei Domenicani, dopo Domenico di Guzman e Giordano di Sassonia. Ma le cariche – quando le accetta – addosso a lui durano sempre poco, e quasi sembrano interruzioni forzate e temporanee di un modello di vita al quale tornerà sempre, nella sua lunga esistenza: preghiera, studio e nient’ altro.
Figlio di signori catalani, ha cominciato gli studi a Barcellona e li ha terminati a Bologna, dov’è stato anche insegnante. Qui ha conosciuto il patrizio genovese Sinibaldo Fieschi, poi papa Innocenzo IV e aspro nemico dell’imperatore Federico II; e il capuano Pier delle Vigne, che di Federico sarà l’uomo di fiducia e poi la vittima (innocente, secondo Dante). Torna a Barcellona, dov’è nominato canonico della cattedrale.
Ma nel 1222 si apre in città un convento dell’Ordine dei Predicatori, fondato pochi anni prima da San Domenico.
E lui lascia il canonicato per farsi Domenicano.
Nel 1223 aiuta il futuro santo Pietro Nolasco, originario della Linguadoca in Francia, a fondare l’Ordine dei Mercedari per il riscatto degli schiavi, e qualche anno dopo accompagna il cardinale Giovanni d’Abbeville a Roma.
Qui Gregorio IX nota la profondità della sua dottrina giuridica e gli affida un gravoso compito: raccogliere e ordinare tutte le decretali, ossia gli atti emanati via via dai pontefici in materia dogmatica e disciplinare, rispondendo a quesiti o intervenendo su situazioni specifiche: una massa enorme di testi più e meno importanti, un coacervo plurisecolare di decisioni, da  perderci la testa.
Raimondo riesce a dare un ordine e una completezza mai raggiunti prima, e quindi una pronta utilità.
A lavoro finito, nel 1234, il Papa gli offre in ricompensa l’arcivescovado di Tarragona. Ma lui non accetta: è frate domenicano e frate rimane.  
Nel 1238, però, sono appunto i suoi confratelli a volerlo generale dell’Ordine, e deve dire di sì.
Dice di sì a un periodo faticosissimo di viaggi, sempre a piedi, attraverso l’Europa, da un convento all’altro, da un problema all’altro.
Un’attività che lo sfianca, costringendolo infine a lasciare l’incarico.
Torna, ormai settantenne, alla sua vera vita: preghiera, studio, formazione dei nuovi predicatori nell’Ordine, che si va espandendo in Europa.
Un Ordine per sua natura missionario e che perciò, pensa Raimondo, si deve dotare di tutti gli strumenti culturali indispensabili per avvicinare, interessare, convincere.
Occorrono testi idonei alla discussione con persone colte di altre fedi; e lui lavora per parte sua a prepararli, spingendo inoltre il confratello Tommaso d’Aquino a scrivere per questo scopo la famosa Summa contra Gentiles.
Inoltre, bisogna conoscere da vicino la cultura di coloro ai quali si vuole annunciare Cristo e Raimondo istituisce una scuola di ebraico a Murcia, in Spagna, e una di arabo a Tunisi. Sembra che tante fatiche e iniziative gli allunghino la vita. Frate Raimondo muore infatti a Barcellona ormai centenario. Sarà canonizzato nel 1601 da Clemente VIII.
(Autore: Domenico Agasso)
Giaculatoria - San Raimondo de Peñafort, pregate per noi.  

Festa: 21 novembre
† 1261
San Romeo è un priore domenicano, nato a Llívia presso Puigcerdà in provincia di Gerona in Spagna. Anche se non sappiamo la data di nascita, è noto che visse nel XIII secolo.
Entrato nell’ordine dei Predicatori, fondati da San Domenico, fu nominato priore in due conventi, rispettivamente a Lione, Bordeaux e fu eletto provinciale di Tolosa.
Le cronache domenicane lo ricordano come un frate che eccelse nell’osservanza della regola religiosa, nella devozione alla Madonna e nello zelo apostolico.
Morì a Carcassonne nel 1261.
L’ordine domenicano lo ricorda e lo festeggia nel giorno 21 novembre.
(Autore: Mauro Bonato)

Roccasecca, Frosinone, 1225 circa – Fossanova, Latina, 7 marzo 1274
Domenicano (1244), formatosi nel monastero di Montecassino e nelle grandi scuole del tempo, e divenuto maestro negli studi di Parigi, Orvieto, Roma, Viterbo e Napoli, impresse al suo insegnamento un orientamento originale e sapientemente innovatore.
Affidò a molti scritti impegnati e specialmente alla celebre ‘Summa’ la sistemazione geniale della dottrina filosofica e teologica raccolta dalla tradizione.
Ha esercitato un influsso determinante sull’indirizzo del pensiero filosofico e della ricerca teologica nelle scuole dei secoli seguenti. (Mess. Rom.)
Patronato: Teologi, Accademici, Librai, Scolari, Studenti
Etimologia: Tommaso = gemello, dall'ebraico
Emblema: Bue, Stella
Martirologio Romano: Memoria di San Tommaso d’Aquino, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e dottore della Chiesa, che, dotato di grandissimi doni d’intelletto, trasmise agli altri con discorsi e scritti la sua straordinaria sapienza. Invitato dal Beato Papa Gregorio X a partecipare al secondo Concilio Ecumenico di Lione, morì il 7 marzo lungo il viaggio nel monastero di Fossanova nel Lazio e dopo molti anni il suo corpo fu in questo giorno traslato a Tolosa.
(7 marzo: Nel monastero cistercense di Fossanova nel Lazio, transito di San Tommaso d’Aquino, la cui memoria si celebra il 28 gennaio).
Quando Papa Giovanni XXII nel 1323, iscrisse Tommaso d’Aquino nell’Albo dei Santi, a quanti obiettavano che egli  non aveva compiuto grandi prodigi, né in vita né dopo morto, il papa rispose con una famosa frase: “Quante preposizioni teologiche scrisse, tanti miracoli fece”.
E questo, è il riconoscimento più grande che si potesse dare al grande teologo e Dottore della Chiesa, che con la sua “Summa teologica”, diede sistematicamente un fondamento scientifico, filosofico e teologico alla dottrina cristiana.
Origini, oblato a Montecassino, studente a Napoli
Tommaso, nacque all’incirca nel 1225 nel castello di Roccasecca (Frosinone) nel Basso Lazio, che faceva parte  del feudo dei conti d’Aquino; il padre Landolfo, era di origine longobarda e vedovo con tre figli, aveva sposato in seconde nozze Teodora, napoletana di origine normanna; dalla loro unione nacquero nove figli, quattro maschi e cinque femmine, dei quali Tommaso era l’ultimo dei maschi.
Secondo il costume dell’epoca, il bimbo a cinque anni, fu mandato come “oblato” nell’Abbazia di Montecassino; l’oblatura non contemplava che il ragazzo, giunto alla maggiore età, diventasse necessariamente un monaco, ma era semplicemente una preparazione, che rendeva i candidati idonei a tale scelta.
Verso i 14 anni, Tommaso che si trovava molto bene nell’abbazia, fu costretto a lasciarla, perché nel 1239 fu occupata militarmente dall’imperatore Federico II, allora in contrasto con il papa Gregorio IX, e che mandò via tutti i monaci, tranne otto di origine locale, riducendone così la funzionalità; l’abate accompagnò personalmente l’adolescente Tommaso dai genitori, raccomandando loro di farlo studiare presso l’Università di Napoli, allora sotto la giurisdizione dell’imperatore.
A Napoli frequentò il corso delle Arti liberali, ed ebbe l’opportunità di conoscere alcuni scritti di Aristotele, allora proibiti nelle Facoltà ecclesiastiche, intuendone il grande valore.
Domenicano; incomprensioni della famiglia
Inoltre conobbe nel vicino convento di San Domenico, i frati Predicatori e ne restò conquistato per il loro stile di vita e per la loro profonda predicazione; aveva quasi 20 anni, quando decise di entrare nel 1244 nell’Ordine Domenicano; i suoi superiori intuito il talento del giovane, decisero di mandarlo a Parigi per completare gli studi.
Intanto i suoi familiari, specie la madre Teodora rimasta vedova, che sperava in lui per condurre gli affari del casato, rimasero di stucco per questa scelta; pertanto la castellana di Roccasecca, chiese all’imperatore che si trovava in Toscana, di dare una scorta ai figli, che erano allora al suo servizio, affinché questi potessero bloccare Tommaso, già in viaggio verso Parigi.
I fratelli poterono così fermarlo e riportarlo verso casa, sostando prima nel castello paterno di Monte San Giovanni, dove Tommaso fu chiuso in una cella; il sequestro durò complessivamente un anno; i familiari nel contempo, cercarono in tutti i modi di farlo desistere da quella scelta, ritenuta non consona alla dignità della casata.
Arrivarono perfino ad introdurre una sera, una bellissima ragazza nella cella, per tentarlo nella castità; ma Tommaso di solito pacifico, perse la pazienza e con un tizzone ardente in mano, la fece fuggire via. La castità del giovane domenicano era proverbiale, tanto da meritare in seguito il titolo di “Dottore Angelico”.
Su questa situazione i racconti della ‘Vita’, divergono, si dice che papa Innocenzo IV, informato dai preoccupati Domenicani, chiese all’imperatore di liberarlo e così tornò a casa; altri dicono che Tommaso riuscì a fuggire; altri che Tommaso ricondotto a casa della madre, la quale non riusciva ad accettare che un suo figlio facesse parte di un Ordine ‘mendicante’, resistette a tutti i tentativi fatti per distoglierlo, tanto che dopo un po’ anche la sorella Marotta, passò dalla sua parte e in seguito diventò monaca e badessa nel monastero di Santa Maria a Capua; infine anche la madre si convinse, permettendo ai domenicani di far visita al figlio e dopo un anno di quella situazione. lo lasciò finalmente partire.
Studente a Colonia con Sant’ Alberto Magno
Ritornato a Napoli, il Superiore Generale, Giovanni il Teutonico, ritenne opportuno anche questa volta, di  trasferirlo all’estero per approfondire gli studi; dopo una sosta a Roma, Tommaso fu mandato a Colonia dove insegnava sant’Alberto Magno (1193-1280), domenicano, filosofo e teologo, vero iniziatore dell’aristotelismo medioevale nel mondo latino e uomo di cultura enciclopedica.
Tommaso divenne suo discepolo per quasi cinque anni, dal 1248 al 1252; si instaurò così una feconda convivenza tra due geni della cultura; risale a questo periodo l’offerta fattagli da papa Innocenzo IV di rivestire la carica di abate di Montecassino, succedendo al defunto abate Stefano II, ma Tommaso che nei suoi principi rifuggiva da ogni carica nella Chiesa, che potesse coinvolgerlo in affari temporali, rifiutò decisamente, anche perché amava oltremodo restare nell’Ordine Domenicano.
A Colonia per il suo atteggiamento silenzioso, fu soprannominato dai compagni di studi “il bue muto”, riferendosi anche alla sua corpulenza; s. Alberto Magno venuto in possesso di alcuni appunti di Tommaso, su una difficile questione teologica discussa in una lezione, dopo averli letti, decise di far sostenere allo studente italiano una disputa, che Tommaso seppe affrontare e svolgere con intelligenza.
Stupito, il Maestro davanti a tutti esclamò: “Noi lo chiamiamo bue muto, ma egli con la sua dottrina emetterà un muggito che risuonerà in tutto il mondo”.
Sacerdote; Insegnante all’Università di Parigi; Dottore in Teologia
Nel 1252, da poco ordinato sacerdote, Tommaso d’Aquino, fu indicato dal suo grande maestro ed estimatore Sant' Alberto, quale candidato alla Cattedra di “baccalarius biblicus” all’Università di Parigi, rispondendo così ad una richiesta del Generale dell’Ordine, Giovanni di Wildeshauen.
Tommaso aveva appena 27 anni e si ritrovò ad insegnare a Parigi sotto il Maestro Elia Brunet, preparandosi nel contempo al dottorato in Teologia.
Ogni Ordine religioso aveva diritto a due cattedre, una per gli studenti della provincia francese e l’altra per quelli di tutte le altre province europee; Tommaso fu destinato ad essere “maestro degli stranieri”.
Ma la situazione all’Università parigina non era tranquilla in quel tempo; i professori parigini del clero secolare, erano in lotta contro i colleghi degli Ordini mendicanti, scientificamente più preparati, ma considerati degli intrusi nel mondo universitario; e quando nel 1255-56, Tommaso divenne Dottore in Teologia a 31 anni, gli scontri fra Domenicani e clero secolare, impedirono che potesse salire in cattedra per insegnare; in questo periodo Tommaso difese i diritti degli Ordini religiosi all’insegnamento, con un celebre e polemico scritto: “Contra impugnantes”; ma furono necessari vari interventi del papa Alessandro IV, affinché la situazione si sbloccasse in suo favore.
Nell’ottobre 1256 poté tenere la sua prima lezione, grazie al cancelliere di Notre-Dame, Americo da Veire, ma passò ancora altro tempo, affinché il professore italiano fosse formalmente accettato nel Corpo Accademico dell’Università.
Già con il commento alle “Sentenze” di Pietro Lombardo, si era guadagnato il favore e l’ammirazione degli studenti; l’insegnamento di Tommaso era nuovo; professore in Sacra Scrittura, organizzava in modo insolito l’argomento con nuovi metodi di prova, nuovi esempi per arrivare alla conclusione; egli era uno spirito aperto e libero, fedele alla dottrina della Chiesa e innovatore allo stesso tempo.
“Già sin d’allora, egli divideva il suo insegnamento secondo un suo schema fondamentale, che contemplava tutta la creazione, che, uscita dalle mani di Dio, vi faceva ora ritorno per rituffarsi nel suo amore” (Enrico Pepe, Martiri e Santi, Città Nuova, 2002).
A Parigi, Tommaso d’Aquino, dietro invito di s. Raimondo di Peñafort, già Generale dell’Ordine Domenicano, iniziò a scrivere un trattato teologico, intitolato “Summa contra Gentiles”, per dare un valido ausilio ai missionari, che si preparavano per predicare in quei luoghi, dove vi era una forte presenza di ebrei e musulmani.
Il ritorno in Italia; collaboratore di pontefici
All’Università di Parigi, Tommaso rimase per tre anni; nel 1259 fu richiamato in Italia dove continuò a predicare  ed insegnare, prima a Napoli nel convento culla della sua vocazione, poi ad Anagni dov’era la curia pontificia (1259-1261), poi ad Orvieto (1261-1265), dove il papa Urbano IV fissò la sua residenza dal 1262 al 1264.
Il pontefice si avvalse dell’opera dell’ormai famoso teologo, residente nella stessa città umbra; Tommaso collaborò così alla compilazione della “Catena aurea” (commento continuo ai quattro Vangeli) e sempre su richiesta del papa, impegnato in trattative con la Chiesa Orientale, Tommaso approfondì la sua conoscenza della teologia greca, procurandosi le traduzioni in latino dei padri greci e quindi scrisse un trattato “Contra errores Graecorum”, che per molti secoli esercitò un influsso positivo nei rapporti ecumenici.
Sempre nel periodo trascorso ad Orvieto, Tommaso ebbe dal papa l’incarico di scrivere la liturgia e gli inni della festa del Corpus Domini, istituita l’8 settembre 1264, a seguito del miracolo eucaristico, avvenuto nella vicina Bolsena nel 1263, quando il sacerdote boemo Pietro da Praga, che nutriva dubbi sulla transustanziazione, vide stillare copioso sangue, dall’ostia consacrata che aveva fra le mani, bagnando il corporale, i lini e il pavimento.
Fra gli inni composti da Tommaso d’Aquino, dove il grande teologo profuse tutto il suo spirito poetico e mistico, da vero cantore dell’Eucaristia, c’è il famoso “Pange, lingua, gloriosi Corporis mysterium”, di cui due strofe inizianti con “Tantum ergo”, si cantano da allora ogni volta che si impartisce la benedizione col SS. Sacramento.
Nel 1265 fu trasferito a Roma, a dirigere lo “Studium generale” dell’Ordine Domenicano, che aveva sede nel convento di Santa Sabina; nei circa due anni trascorsi a Roma, Tommaso ebbe il compito di organizzare i corsi di teologia per gli studenti della Provincia Romana dei Domenicani.
La “Summa theologiae”; affiancato da p. Reginaldo
A Roma, si rese conto che non tutti gli allievi erano preparati per un corso teologico troppo impegnativo, quindi cominciò a scrivere per loro una “Summa theologiae”, per “presentare le cose che riguardano la religione cristiana, in un modo che sia adatto all’istruzione dei principianti”.
La grande opera teologica, che gli darà fama in tutti i secoli successivi, fu divisa in uno schema a lui caro, in tre parti: la prima tratta di Dio uno e trino e della “processione di tutte le creature da Lui”; la seconda parla del “movimento delle creature razionali verso Dio”; la terza presenta Gesù “che come uomo è la via attraverso cui torniamo a Dio”. L’opera iniziata a Roma nel 1267 e continuata per ben sette anni, fu interrotta improvvisamente il 6 dicembre 1273 a Napoli, tre mesi prima di morire.
Intanto Tommaso d’Aquino, per i suoi continui trasferimenti, non poteva più vivere una vita di comunità, secondo il carisma di san Domenico di Guzman e ciò gli procurava difficoltà; i suoi superiori pensarono allora di affiancargli un frate di grande valore, sacerdote e lettore in teologia, fra Reginaldo da Piperno; questi ebbe l’incarico di assisterlo in ogni necessità, seguendolo ovunque, confessandolo, servendogli la Messa, ascoltandolo e consigliandolo; in altre parole i due domenicani vennero a costituire una piccola comunità, dove potevano quotidianamente confrontarsi.
Nel 1267, Tommaso dovette mettersi di nuovo in viaggio per raggiungere a Viterbo Papa Clemente IV, suo grande amico, che lo volle collaboratore nella nuova residenza papale; il pontefice lo voleva poi come arcivescovo di Napoli, ma egli decisamente rifiutò.
Per tre anni di nuovo a Parigi e poi ritorno a Napoli
Nel decennio trascorso in Italia, in varie località, Tommaso compose molte opere, fra le quali, oltre quelle già  menzionate prima, anche “De unitate intellectus”; “De Redimine principum” (trattato politico, rimasto incompiuto); le “Quaestiones disputatae, ‘De potentia’ e ‘De anima’” e buona parte del suo capolavoro, la già citata “Summa teologica”, il testo che avrebbe ispirato la teologia cattolica fino ai nostri tempi.
All’inizio del 1269 fu richiamato di nuovo a Parigi, dove all’Università era ripreso il contrasto fra i maestri secolari e i maestri degli Ordini mendicanti; occorreva la presenza di un teologo di valore per sedare gli animi.
A Parigi, Tommaso, oltre che continuare a scrivere le sue opere, ben cinque, e la continuazione della Summa, dovette confutare con altri celebri scritti, gli avversari degli Ordini mendicanti da un lato e dall’altro difendere il proprio aristotelismo nei confronti dei Francescani, fedeli al neoplatonismo agostiniano, e soprattutto confutò alcuni errori dottrinari, dall’averroismo, alle tesi eterodosse di Sigieri di Brabante sull’origine del mondo, sull’anima umana e sul libero arbitrio.
Nel 1272 ritornò in Italia, a Napoli, facendo sosta a Montecassino, Roccasecca, Molara; Ceccano; nella capitale organizzò, su richiesta di Carlo I d’Angiò, un nuovo “Studium generale” dell’Ordine Domenicano, insegnando per due anni al convento di San Domenico, il cui Studio teologico era incorporato all’Università.
Qui intraprese la stesura della terza parte della Summa, rimasta interrotta e completata dopo la sua morte dal fedele collaboratore fra Reginaldo, che utilizzò la dottrina di altri suoi trattati, trasferendone i dovuti paragrafi.
L’interruzione radicale del suo scrivere
Tommaso aveva goduto sempre di ottima salute e di un’eccezionale capacità di lavoro; la sua giornata iniziava al mattino presto, si confessava a Reginaldo, celebrava la Messa e poi la serviva al suo collaboratore; il resto della mattinata trascorreva fra le lezioni agli studenti e segretari e il prosieguo dei suoi studi; altrettanto faceva nelle ore pomeridiane dopo il pranzo e la preghiera, di notte continuava a studiare, poi prima dell’alba si recava in chiesa per pregare, avendo l’accortezza di mettersi a letto un po’ prima della sveglia per non farsi notare dai confratelli.
Ma il 6 dicembre 1273 gli accadde un fatto strano, mentre celebrava la Messa, qualcosa lo colpì nel profondo del suo essere, perché da quel giorno la sua vita cambiò ritmo e non volle più scrivere né dettare altro.
Ci furono vari tentativi da parte di padre Reginaldo, di fargli dire o confidare il motivo di tale svolta; solo più tardi Tommaso gli disse: “Reginaldo, non posso, perché tutto quello che ho scritto è come paglia per me, in confronto a ciò che ora mi è stato rivelato”, aggiungendo: “L’unica cosa che ora desidero, è che Dio dopo aver posto fine alla mia opera di scrittore, possa presto porre termine anche alla mia vita”.
Anche il suo fisico risentì di quanto gli era accaduto quel 6 dicembre, non solo smise di scrivere, ma riusciva solo a pregare e a svolgere le attività fisiche più elementari.
I doni mistici
La rivelazione interiore che l’aveva trasformato, era stata preceduta, secondo quanto narrano i suoi primi  biografi, da un mistico colloquio con Gesù; infatti mentre una notte era in preghiera davanti al Crocifisso (oggi venerato nell’omonima Cappella, della grandiosa Basilica di S. Domenico in Napoli), egli si sentì dire “Tommaso, tu hai scritto bene di me. Che ricompensa vuoi?” e lui rispose: “Nient’altro che te, Signore”.
Ed ecco che quella mattina di dicembre, Gesù Crocifisso lo assimilò a sé, il “bue muto di Sicilia” che fino allora aveva sbalordito il mondo con il muggito della sua intelligenza, si ritrovò come l’ultimo degli uomini, un servo inutile che aveva trascorso la vita ammucchiando paglia, di fronte alla sapienza e grandezza di Dio, di cui aveva avuto sentore.
Il suo misticismo, è forse poco conosciuto, abbagliati come si è dalla grandezza delle sue opere teologiche; celebrava la Messa ogni giorno, ma era così intensa la sua partecipazione, che un giorno a Salerno fu visto levitare da terra.
Le sue tante visioni hanno ispirato ai pittori un attributo, è spesso raffigurato nei suoi ritratti, con una luce raggiata sul petto o sulla spalla.
Sempre più ammalato; in viaggio per Lione
Con l’intento di staccarsi dall’ambiente del suo convento napoletano, che gli ricordava continuamente studi e libri, in compagnia di Reginaldo, si recò a far visita ad una sorella, contessa Teodora di San Severino; ma il soggiorno fu sconcertante, Tommaso assorto in una sua interiore estasi, non riuscì quasi a proferire parola, tanto che la sorella dispiaciuta, pensò che avesse perduto la testa e nei tre giorni trascorsi al castello, fu circondato da cure affettuose.
Ritornò poi a Napoli, restandovi per qualche settimana ammalato; durante la malattia, due religiosi videro una grande stella entrare dalla finestra e posarsi per un attimo sul capo dell’ammalato e poi scomparire di nuovo, così come era venuta.
Intanto nel 1274, dalla Francia papa Gregorio X, ignaro delle sue condizioni di salute, lo invitò a partecipare al Concilio di Lione, indetto per promuovere l’unione fra Roma e l’Oriente; Tommaso volle ancora una volta obbedire, pur essendo cosciente delle difficoltà per lui di intraprendere un viaggio così lungo.
Partì in gennaio, accompagnato da un gruppetto di frati domenicani e da Reginaldo, che sperava sempre in una ripresa del suo maestro; a complicare le cose, lungo il viaggio ci fu un incidente, scendendo da Teano, Tommaso si ferì il capo urtando contro un albero rovesciato.
Giunti presso il castello di Maenza, dove viveva la nipote Francesca, la comitiva si fermò per qualche giorno, per permettere a Tommaso di riprendere le forze, qui si ammalò nuovamente, perdendo anche l’appetito; si sa che quando i frati per invogliarlo a mangiare gli chiesero cosa desiderasse, egli rispose: “le alici”, come quelle che aveva mangiato anni prima in Francia.
La sua fine nell’abbazia di Fossanova
Tutte le cure furono inutili, sentendo approssimarsi la fine, Tommaso chiese di essere portato nella vicina abbazia di Fossanova, dove i monaci cistercensi l’accolsero con delicata ospitalità; giunto all’abbazia nel mese di febbraio, restò ammalato per circa un mese.
Prossimo alla fine, tre giorni prima volle ricevere gli ultimi sacramenti, fece la confessione generale a Reginaldo, e quando l’abate Teobaldo gli portò la Comunione, attorniato dai monaci e amici dei dintorni, Tommaso disse alcuni concetti sulla presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, concludendo: “Ho molto scritto ed insegnato su questo Corpo Sacratissimo e sugli altri sacramenti, secondo la mia fede in Cristo e nella Santa Romana Chiesa, al cui giudizio sottopongo tutta la mia dottrina”.
Il mattino del 7 marzo 1274, il grande teologo morì, a soli 49 anni; aveva scritto più di 40 volumi.
Il suo insegnamento teologico
La sua vita fu interamente dedicata allo studio e all’insegnamento; la sua produzione fu immensa; due vastissime  “Summe”, commenti a quasi tutte le opere aristoteliche, opere di esegesi biblica, commentari a Pietro Lombardo, a Boezio e a Dionigi l’Areopagita , 510 “Questiones disputatae”, 12 “Quodlibera”, oltre 40 opuscoli.
Tommaso scriveva per i suoi studenti, perciò il suo linguaggio era chiaro e convincente, il discorso si svolgeva secondo le esigenze didattiche, senza lasciare zone d’ombra, concetti non ben definiti o non precisati.
Egli si rifaceva anche nello stile al modello aristotelico, e rimproverava ai platonici il loro linguaggio troppo simbolico e metafisico.
Ciò nonostante alcune tesi di Tommaso d’Aquino, così radicalmente innovatrici, fecero scalpore e suscitarono le più vivaci reazioni da  parte dei teologi contemporanei; s. Alberto Magno intervenne più volte in favore del suo antico discepolo, nonostante ciò nel 1277 si arrivò alla condanna da parte del vescovo E. Tempier a Parigi, e a Oxford sotto la pressione dell’arcivescovo di Canterbury, R. Kilwardby; le condanne furono ribadite nel 1284 e nel 1286 dal successivo arcivescovo J. Peckham.
L’Ordine Domenicano, si impegnò nella difesa del suo più grande maestro e nel 1278 dichiarò il “Tomismo” dottrina ufficiale dell’Ordine. Ma la condanna fu abrogata solo nel 1325, due anni dopo che papa Giovanni XXII ad Avignone, l’aveva proclamato santo il 18 luglio 1323.
Il suo culto
Nel 1567 San Tommaso d’Aquino fu proclamato Dottore della Chiesa e il 4 agosto 1880, patrono delle scuole e università cattoliche.
La sua festa liturgica, da secoli fissata al 7 marzo, giorno del suo decesso, dopo il Concilio Vaticano II, che ha raccomandato di spostare le feste liturgiche dei santi dal periodo quaresimale e pasquale, è stata spostata al 28 gennaio, data della traslazione del 1369.
Le sue reliquie sono venerate in vari luoghi, a seguito dei trasferimenti parziali dei suoi resti, inizialmente sepolti nella chiesa dell’abbazia di Fossanova, presso l’altare maggiore e poi per alterne vicende e richieste autorevoli, smembrati nel tempo; sono venerate a Fossanova, nel Duomo della vicina Priverno, nella chiesa di Saint-Sermain a Tolosa in Francia, portate lì nel 1369 dai Domenicani, su autorizzazione di papa Urbano V, e poi altre a San Severino, su richiesta dalla sorella Teodora e da lì trasferite poi a Salerno; altre reliquie si trovano nell’antico convento dei Domenicani di Napoli e nel Duomo della città.
A chiusura di questa necessariamente incompleta scheda, si riporta il bellissimo inno eucaristico, dove san Tommaso profuse tutto il suo amore e la fede nel mistero dell’Eucaristia.
“Pange lingua” di S. Tommaso d’Aquino (Testo latino)
Pange língua gloriósi
Córporis mystérium,  
Sanguinísque pretiósi,
Quem in mundi prétium
fructus ventris generósi
Rex effúdit géntium.
Nobis datus, nobis natus
ex intácta Vírgine,
et in mundo conversátus,
sparso verbi sémine,
sui moras incolátus
miro cláusit órdine.
In suprémae nocte cenae
recúmbens cum frátribus,
observáta lege plene
cibis in legálibus,
cibum turbae duodénae
se dat suis mánibus.
Verbum caro panem verum
verbo carnem éfficit:
fitque sanguis Christi merum.
Et si sensus déficit,
ad firmándum cor sincérum
sola fides súfficit.
Tantum ergo Sacraméntum
venerémur cérnui:
et antícuum documéntum
novo cedat rítui:
praestet fides suppleméntum
sénsuum deféctui.
Genitóri, Genitóque
laus et jubilátio,
salus, hónor, virtus quoque
sit et benedíctio:
procedénti ad utróque
cómpar sit laudátio. Amen.
“Pange lingua” (Traduzione italiana)
Canta, o mia lingua,
il mistero del corpo glorioso
e del sangue prezioso
che il Re delle nazioni,
frutto benedetto di un grembo generoso,
sparse per il riscatto del mondo.
Si è dato a noi, nascendo per noi
da una Vergine purissima,
visse nel mondo spargendo
il seme della sua parola
e chiuse in modo mirabile
il tempo della sua dimora quaggiù.
Nella notte dell'ultima Cena,
sedendo a mensa con i suoi fratelli,
dopo aver osservato pienamente
le prescrizioni della legge,
si diede in cibo agli apostoli
con le proprie mani.
Il Verbo fatto carne cambia con la sua parola
il pane vero nella sua carne
e il vino nel suo sangue,
e se i sensi vengono meno,
la fede basta per rassicurare
un cuore sincero.
Adoriamo, dunque, prostrati
un sì gran sacramento;
l'antica legge
ceda alla nuova,
e la fede supplisca
al difetto dei nostri sensi.
Gloria e lode,
salute, onore,
potenza e benedizione
al Padre e al Figlio:
pari lode sia allo Spirito Santo,
che procede da entrambi. Amen.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Tommaso d'Aquino, pregate per noi.

Scheda del Gruppo a cui appartiene:
Santi Martiri Vietnamiti (Andrea Dung Lac e 116 compagni) - 24 novembre

† 26 novembre 1839
TommasoDinh Viet Du, fu ricevuto nell'Ordine domenicano da Sant’Ignazio Delgado e nel 1819 fu ordinato sacerdote. Fu un apostolo fervente in tutto il Vietnam fondando numerose comunità cristiane.
Scoppiata la persecuzione anticristiana, il governo promise un'ingente somma a chi avesse collaborato alla cattura del sacerdote domenicano, cosicché ben presto fu tradito, arrestato e torturato. Condannato alla decapitazione per essersi rifiutato di calpestare la croce, coronò il suo apostolato il 26 novembre 1839.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella città di Nam D?nh nel Tonchino, ora Viet Nam, santi Tommaso Ðinh Vi?t D? e Domenico Nguy?n Van (Ðoàn) Xuyên, sacerdoti dell’Ordine dei Predicatori e martiri, che furono decapitati insieme per decreto dell’imperatore Minh M?ng.
Fa parte del gruppo di 116 martiri, morti per la fede nel Tonchino (Vietnam) fra il 1745 e il 1862, a suo tempo beatificati a gruppi negli anni 1900 – 1906 – 1909 – 1951 e poi elevati agli onori degli altari come santi, tutti insieme, da Papa Giovanni Paolo II il 19 giugno 1988, commemorazione liturgica per tutti il 24 novembre.
Volendo sorvolare sull’inizio dell’evangelizzazione del Tonchino avvenuta nel 1627, bisogna dire che il cristianesimo si affermò quasi subito in quelle popolazioni, nel contempo già dal 1630 un editto del re, istigato da un bonzo, proibì al popolo la pratica della religione cristiana e già nel 1644 si ebbe il primo martire nel catechista Andrea Trung.
E così si andò avanti con i missionari indomiti che ad ondate arrivavano nel Paese e le persecuzioni provocate dal taoismo e buddismo che per almeno due secoli si sono avvicendate con schiere di martiri da parte cristiana, fino al 1862 quando il re Tu-Duc sanzionò il principio della libertà religiosa per i suoi sudditi e cessarono così le persecuzioni.
Xuyèn a cui fu dato il nome di Domenico, fu ricevuto sin dalla giovinezza nella "Casa di Dio" dal beato padre Delgado, divenne sacerdote a 33 anni nel 1819, l’anno successivo entrò nell’Ordine dei Predicatori (Domenicani), condusse una vita operosa nell’apostolato percorrendo il vasto territorio del suo distretto, incurante dei pericoli della persecuzione di turno.
Collaboratore nella parrocchia di Pham-Phao ebbe poi l’incarico della parrocchia di Ke men, dove operò la conversione di molti tonchinesi; uguale successo ebbe quando dopo quattro anni, fu trasferito a Dong-Xuyen dove stette tredici anni.
Imperversando più forte la persecuzione di Minh Mang, cercò di operare più prudentemente perché fra i vari incarichi ricevuti vi fu anche quello di segretario del vescovo Ignazio Delgado e quindi dopo l’arresto dello stesso vescovo nel 1838, veniva ricercato quale supposto tesoriere. Su di lui fu posta una taglia e l’avidità di un pagano fece sì che fosse denunziato ai mandarini e il 18 agosto 1839, mentre era impegnato in una festa della comunità cristiana di Phu duong, venne preso e portato a Nam Dinh presso il capo della provincia.
Fu sottoposto a tormenti molto più dolorosi di altri cristiani arrestati, sia perché i mandarini esigevano la sua apostasia, ma anche per l’avidità di prendere l’oro di cui si riteneva fosse il custode.
Gli venne chiesto di calpestare la Croce in modo così brutale che gli venne un tremito per tutta la persona, dopo molte sferzate perse la parola, con tenaglie fredde o roventi gli veniva strappata la carne viva, nonostante tutto questo, rispondeva al mandarino Trinh Quang Khanh: "Nella vita come nella morte mai abbandonerò la fede".
Tanta fermezza provocò la sentenza di morte il 25 ottobre 1839; sentenza che fu confermata dalla corte a Nam Dinh e così il padre Domenico Xuyèn insieme con il beato Tommaso Dué, che era stato condannato qualche giorno prima, il 26 novembre 1839 salirono il patibolo per essere decapitati poco dopo mezzogiorno, aveva 52 anni di età, fu sepolto sul luogo del supplizio e traslato due anni dopo nel collegio di Luc Thuy.
Beatificato da Leone XIII il 27 maggio 1900.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Santi Andrea Dung Lac e Pietro Truong Van Thi Sacerdoti e martiri”
“Santi Martiri Vietnamiti” (Andrea Dung Lac e 116 compagni)

1800 - 1861

Emblema:
Bastone pastorale, Palma
Martirologio Romano: Nella città di Duong nel Tonchino, ora Viet Nam, Santi martiri Girolamo Hermosilla e Valentino Berrio Ochoa, vescovi, e Pietro Almató Ribeira, sacerdote, dell’Ordine dei Predicatori, decapitati per ordine dell’imperatore.
Valentino Berrio Ochoa
Nato ad Ellorio, nella diocesi spagnola di Vitoria, entrato nell'Ordine Domenicano, ben presto chiese di essere inviato in missione. Fu prima nelle Filippine, e poi nel 1858 in Vietnam come vescovo e vicario apostolico del Tonchino centrale. Venne arrestato il 20 ottobre 1861 e il 1° novembre fu decapitato insieme al confratello s. Girolamo Hermosilla. Il suo corpo è venerato nella sua città natale. Canonizzato il 19 giugno 1988.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
Giaculatoria - San Valentin Berrio Ochoa, pregate per noi.  

Schede dei gruppi a cui appartiene:
”Santi Andrea Dung Lac e Pietro Truong Van Thi Sacerdoti e martiri”
“Santi Martiri Vietnamiti (Andrea Dung Lac e 116 compagni)”
Trà Lũ, Viet Nam, 1731 circa - Ket Chợ, Viet Nam, 7 novembre 1773
Nato nel villaggio di Tra-Lu, in Vietnam, ricevette dalla madre, fervente cattolica, una profonda educazione religiosa che fece ben presto sorgere il desiderio di consacrarsi al Signore: entrò così nell'Ordine domenicano.
Compì gli studi a Manila nelle Filippine e dopo l'ordinazione sacerdotale ritornò in Vietnam per svolgere l'attività missionaria.
Il 1° ottobre 1773, mentre stava celebrando la festa del Santo Rosario in un villaggio, fu catturato, per delazione di un malvagio, dalle autorità che perseguitavano i cristiani.
Dopo essere stato incitato, invano, ad abiurare la sua fede, ricevette la gloria del martirio venendo decapitato il 7 novembre insieme al confratello San Giacinto Castaneda.
Papa Giovanni Paolo II li ha canonizzati il 19 giugno 1988.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella città di Ket Chợ nel Tonchino, ora Viet Nam, Santi Giacinto Castañeda e Vincenzo Lê Quang Liêm, sacerdoti dell’Ordine dei Predicatori e Martiri, che coronarono con l’effusione del sangue le loro fatiche per il Vangelo sotto il regime di Trịn Sâm.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)

Valencia (Spagna), 1350 - Vannes (Bretagna, Francia), 1419
Vide nella mistica domenicana un ideale di perfezione che espresse nel trattato De vita spirituali. Sentì la vocazione di apostolo pellegrinante e percorse l’Europa occidentale evangelizzando, convertendo i catari e i valdesi, e cercando di porre fine alla guerra dei Cento anni. Diede ai “flagellanti” che lo seguivano regole di vita precise, per cui sorsero alcune confraternite.
Spiritualità eminentemente apostolica e cristocentrica, cercò la verità prima di tutto nello studio delle Sacre Scritture, sempre assillato dal problema dell’unità della Chiesa.
Patronato: Costruttori
Etimologia: Vincenzo = vittorioso, dal latino
Emblema: Globo di fuoco, Stella
Martirologio Romano: San Vincenzo Ferrer, Sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che, spagnolo di nascita, fu instancabile viaggiatore tra le città e le strade dell’Occidente, sollecito per la pace e l’unità della Chiesa; a innumerevoli popoli predicò il Vangelo della penitenza e l’avvento del Signore, finché a Vannes in Bretagna, in Francia rese lo spirito a Dio.
Due mesi dopo il suo ritorno definitivo da Avignone a Roma, Papa Gregorio XI muore nel marzo 1378. E nell’Urbe tumultuante ("Vogliamo un papa romano, o almeno italiano"), i cardinali, in maggioranza francesi, eleggono il napoletano Bartolomeo Prignano (Urbano VI).
Ma questi si scontra subito con i suoi elettori, e la crisi porta a un controconclave in settembre, nel quale gli stessi cardinali fanno Papa un altro: Roberto di Ginevra (Clemente VII) che tornerà ad Avignone.
Così comincia lo scisma d’Occidente, che durerà 39 anni. La Chiesa è spaccata, i regni d’Europa stanno chi con Urbano e chi con Clemente. Sono divisi anche i futuri santi: Caterina da Siena (che ha scritto ai cardinali: "Oh, come siete matti!") è col Papa di Roma.
E l’aragonese Vincenzo Ferrer (chiamato anche Ferreri in Italia) sta con quello di Avignone, al quale ha aderito il suo re.
Vincenzo è un dotto frate domenicano, insegnante di teologia e filosofia a Lérida e a Valencia, autore poi di un trattato di vita spirituale ammiratissimo nel suo Ordine.
Nei primi anni dello scisma lo vediamo collaboratore del cardinale aragonese Pedro de Luna, che è il braccio destro del Papa di Avignone, e che addirittura nel 1394 gli succede, diventando Benedetto XIII, vero Papa per gli uni, antipapa per gli altri. E si prende anche come confessore Vincenzo Ferrer, che diventa uno dei più autorevoli personaggi del mondo avignonese. Autorevole, ma sempre più inquieto, per la divisione della Chiesa.
A un certo punto ci si trova con tre Papi, ai quali il Concilio riunito a Costanza, in Germania, dal novembre 1414, chiede di dimettersi tutti insieme, aprendo la via all’elezione del Papa unico. Ma uno dei tre resta irremovibile: Benedetto XIII, appunto.
Allora, dopo tante esortazioni e preghiere inascoltate, viene per Vincenzo la prova più dura: annunciare a quell’uomo irriducibile, che pure gli è amico: "Il regno d’Aragona non ti riconosce più come Papa". Doloroso momento per lui, passo importante per la riunificazione, che avverrà nel 1417.
É uno dei restauratori dell’unità, ma non solo dai vertici. Anzi, Spagna, Savoia, Delfinato, Bretagna, Piemonte lo ricorderanno a lungo come vigoroso predicatore in chiese e piazze. Mentre le gerarchie si combattevano, lui manteneva l’unità tra i fedeli.
Vent’anni di predicazione, milioni di ascoltatori raggiunti dalla sua parola viva, che mescolava il sermone alla battuta, l’invettiva contro la rapacità laica ed ecclesiastica e l’aneddoto divertente, la descrizione di usanze singolari conosciute nel suo viaggiare...
E non mancavano, nelle prediche sul Giudizio Universale, i tremendi annunci di castighi, con momenti di fortissima tensione emotiva.
Andò camminando e predicando così per una ventina d’anni, e la morte non poteva che coglierlo in viaggio: a Vannes, in Bretagna.
Fu proclamato santo nel 1458 da Papa Callisto III, suo compatriota. La sua data di culto è il 5 aprile, mentre l'Ordine Domenicano lo ricorda il 5 maggio.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
Santi Martiri Vietnamiti "Andrea Dung Lac e 116 compagni" (24 novembre)

Nam Dinh, 1764 - 30 giugno 1838
Martirologio Romano:
Nella città di Hải Dương nel Tonchino, ora Viet Nam, San Vincenzo Đỗ Yến, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che morì decapitato sotto l’imperatore Minh Mạng in odio alla fede cristiana.
Yen nacque in una famiglia cristiana nel villaggio di Tra-Lu della prefettura di Nam Dinh, nell’anno 1764, al battesimo cristiano gli fu dato anche il nome di Vincenzo, come era consuetudine missionaria a quell’epoca.
Appena giovane entrò nella “Casa di Dio”, una forma di seminario locale, venendo consacrato sacerdote nel 1798 dal Beato Ignazio Delgado, Vicario Apostolico nel Tonchino Orientale.
Nel 1798 venne emanata una persecuzione contro i cristiani da parte di Canh-Thinh, che proseguì anche nel 1799, quando Dô-Yên venne catturato e messo in carcere con la gogna al collo; grazie alla somma di denaro offerta dai suoi fedeli ai mandarini, dopo un mese venne liberato.
Volendo raggiungere una maggiore perfezione, volle fare la professione nell’Ordine dei Predicatori, il 22 luglio 1808, come figlio del convento di Manila; testimonianze reali lo descrissero come uomo dotato di meravigliosa dolcezza di carattere; misericordioso senza limiti; portatore di singolare bellezza, indole angelica riflessa nella nobiltà del fisico e nella bellezza del volto.
Yen (Dô-Yên) risiedeva nel villaggio di Ke Sat ove reggeva l’importante parrocchia con una fiorente comunità cristiana e là venne sorpreso dalla persecuzione di Minh Mang, il quale con l’editto del 1832, obbligava i cristiani del luogo a distruggere con le loro mani, la chiesa e la casa della Missione.
I fedeli di Ke Sat dopo la distruzione, ospitarono segretamente nelle loro case il domenicano, per oltre sei anni. Nel Tonchino Orientale non si era giunti a spargimenti di sangue, finché il terribile Minh Mang nel 1837, non strigliò con rimproveri, il governatore Trinh Quang Khanh, perché troppo tiepido con i cristiani, per cui questi infuriato si prefisse di stroncare il Cristianesimo.
A febbraio 1838, i mandarini cominciarono ad aggirarsi con i soldati, per tutta la provincia; giunta la notizia di una prossima rappresaglia contro il villaggio per aver ospitato il padre domenicano, questi decise per evitare sofferenze alla popolazione, di fuggire a Buong.
Ma qui, tratto in inganno, venne denunciato da un pagano, così l’8 giugno del 1838 venne catturato, messo in catene e gogna e trasferito a Hai Duong capitale della provincia. L’11 giugno fu interrogato dai giudici e gli fu suggerito dal suo amico il medico Han, di dichiararsi dottore invece che sacerdote per aver salva la vita; ma Yen rifiutò non volendo accettare la grazia al prezzo di menzogna e rinnegando il suo stato di consacrato.
Indeciso, il governatore chiese al re, se poteva spostare il prigioniero nella provincia meridionale, di cui il padre domenicano era originario; il re invece stabilì il 20 giugno 1838, che “la testa di Dô-Yên sia tagliata, non v’è motivo di consegnarlo alla provincia meridionale”.
Trascorse in carcere dieci giorni, più libero dalle catene, assistito dal medico Han suo amico e ricevendo i fedeli ammessi alla visita. Il 30 giugno 1838, arrivò l’ordine dell’esecuzione e il vecchio domenicano con un sorriso sul bel volto, si avviò al supplizio con gioia, costituendo l’ammirazione di quanti lungo il percorso, assistevano al passaggio.
Arrivato sul luogo prescelto si stese su una stuoia con un cuscino, preparata dai fedeli e dopo una fervorosa preghiera, porse la testa al carnefice che con il primo colpo di spada, la fece rimbalzare lontano.
Le sue vesti e tutto quel sangue fu raccolto devotamente dai fedeli; il corpo fu sepolto sotto il pavimento della distrutta chiesa di Tho Ninh; aveva 74 anni.
Fu beatificato da Papa Leone XIII il 27 maggio 1900 e canonizzato da Giovanni Paolo II il 19 giugno 1988. Festa il 30 giugno.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)


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